V

Queste misure di rigore portarono lo scoraggiamento nei Gioachimiti, e parecchi senza dubbio sentirono intiepidire la loro fede, come accadde al Salimbene, che morto Federico II, prima di avere apportato alla Chiesa gli estremi danni, cominciò a dubitare delle dottrine a lui sì care, e le sconfessò del tutto allorchè si chiuse il fatale anno 1260, senza la sperata innovazione.[760] Ma se i più vacillavano, non mancava certamente chi tenesse fermo negli antichi convincimenti, e le dottrine di Gioacchino rinfrescasse adattandole alle nuove condizioni. Tale fu Pier Giovanni Olivi, col quale la Cronaca a noi già nota comincia la quinta tribolazione.

Nacque il nostro frate nel 1247 a Serignano nella diocesi di Béziers; a dodici anni entrò nella religione dei minoriti, il che non gl'impedì di fare i suoi studii nell'Università parigina, ove prese il grado di baccelliere.[761] Scrisse molti libri, tra i quali uno in lode di Maria, ove pare avesse talmente esaltata la vergine, che il generale dell'ordine, succeduto a S. Bonaventura, fra Girolamo d'Ascoli, lo condannò a bruciare il libro colle sue mani.[762] Questa prima persecuzione ebbe luogo nel 1278; e ben presto le tenne dietro un'altra più grave. In un Capitolo generale tenuto a Strasburgo nel 1282 fu accusato d'eresia, e l'anno dopo il generale Bonagrazia si recò a bella posta in Francia per fare esaminare gli scritti di lui, che da una Commissione di quattro dottori e tre baccellieri, furono condannati come pericolosi. Nel frattempo il generale morì, ed essendosi l'autore sottomesso,[763] le persecuzioni cessarono per ricominciare nel 1285, quando il nuovo generale, Arlotto da Prato, lo chiamò a Parigi per difendersi dalle accuse, che gli movevano Riccardo di Middleton e Giovanni di Muro. Pietro v'andò e si difese abilmente, e confuse così i suoi accusatori, che il generale non ebbe animo di condannarlo.[764] Cinque anni dopo ricominciarono le persecuzioni non in verità contro di lui, bensì contro i suoi discepoli, che per ordine dell'antico generale Girolamo Ascolano, divenuto ora papa Niccolò IV, vennero inquisiti e condannati. Il maestro fu risparmiato per quella volta;[765] ma nel 1292 ebbe novamente a scolparsi innanzi ad un Capitolo tenuto a Parigi, e fu salvo in grazia di alcune accorte dichiarazioni.[766] Morì il 6 marzo 1297, e dal letto di morte par che abbia ribadita la dottrina esposta nei suoi scritti.[767]

Di questi scritti io non conosco se non alcuni opuscoli intorno alla povertà, ed i commenti all'Evangelo di Matteo e di Luca manoscritti nella Laurenziana. Frammenti delle quistioni quodlibetali ci sono conservati nella sentenza pronunziata dai sette dottori nel 1282. Del Commento all'Apocalisse abbiamo molti estratti nel rapporto della Commissione dei teologi incaricata da Giovanni XXII dell'esame di questo scritto.[768]

Qual'era la dottrina insegnata in codesta opera? La quistione dell'interpetrazione da dare alla Regola di S. Francesco, quando meglio si credeva sopita rinasceva con maggior furore. Si era cercato di sfuggirle dando la proprietà dei beni al Papa, e l'uso di essi ai frati. Ma codesta finzione legale salvava solo in apparenza la regola, che sotto il pretesto di farne omaggio al Papa, i minoriti avrebbero potuto accettare lasciti e doni non meno degli altri ordini religiosi, e per tal guisa quelli, che si dicevano mendichi o poveri di Cristo, poteano vivere più lautamente dei benedettini. Rinacque dunque la quistione, e gl'intransigenti con a capo Pier Giovanni Olivi dicevano, che per conformarsi alla regola di S. Francesco non bastasse rinunziare alla proprietà dei beni, ma anche il loro uso dovesse andare ristretto nei più angusti confini. Per essere veramente poveri bisognava che l'uso fosse povero del pari. Certo era difficile definire in che cosa consistesse l'uso povero, e codesta difficoltà dava buon gioco agli avversari di cogliere in fallo la dottrina degl'intransigenti;[769] ma chi voleva intendere, sapeva bene a che tenersi. E si capiva benissimo che i difensori dell'uso povero voleano proscrivere tutto ciò che non fosse strettamente indispensabile pel sostentamento della vita.[770] Così ad esempio è necessaria la casa, ove i frati possano convivere, ma un comodo ed elegante fabbricato non è lecito possederlo nè in proprietà nè tampoco in usufrutto. È permesso servirsi del pane, che s'accatta di porta in porta, ma è severamente proibito di tenere ben provvisti i granai e le cantine del convento.[771] Il seppellire i morti nella propria chiesa è certo un'opera meritoria, ma i frati, a cui è vietato di accettar denaro, non possono riscuotere i diritti, che il clero secolare ricava dalle sepolture. E se a cagione di siffatti guadagni il clero contende ai frati questo pio ufficio, come tanti altri parimenti lucrosi, dev'essere proibito severamente di mover liti, che sono così contrarie allo spirito della Regola.[772] La quale impone severamente codesto uso povero, e quelli, che le abbiano giurata obbedienza, debbono osservarlo, se anche diventino vescovi o cardinali. Codesto era un punto molto delicato. La regola avea consigliato di schivare gli onori ecclesiastici, ma in pratica anche i zelanti, come il Salimbene, non che avversare, favorivano le promozioni dei frati, per fermo assai vantaggiose all'ordine. Volevano solo che anche nel nuovo stato si sentissero tuttora membri dell'antico sodalizio, ed alla regola strettamente si conformassero,[773] perchè dal loro giuramento neanche il Pontefice li poteva sciogliere. Dottrina ardita codesta, che limitava il potere del sommo gerarca, ed apriva il varco a teorie più radicali. Per ora il pericolo era lontano, perchè il pontefice Onorio III nella bolla Qui exiit l'avea data vinta agl'intransigenti prescrivendo l'uso povero, e condannando qualunque interpetrazione o attenuazione che si volesse ulteriormente dare della Regola.[774] Ma l'esperienza avea provato che non sempre i pontefici se l'intendevano col partito del rigore, e si poteva ben prevedere, quello che di fatto avvenne, che la pace non sarebbe durata lungo tempo.[775] Perchè gl'intransigenti non aveano scordate le idee gioachimite, e contro il clero secolare e la Chiesa di Roma seguitavano a nutrire la diffidenza e l'odio, punto dissimulati nell'Evangelo eterno.

Che Pier Giovanni Olivi fosse tenero delle idee gioachimite,[776] e le modificasse per adattarle ai tempi nuovi, è fuor di dubbio. Una prova inconfutabile ce la porge il Commento all'Apocalisse scritto nello stile non di Gioacchino, ma dei suoi più fervidi commentatori, e dove son fatte all'interpetrazione gioachimita quelle mende e ritocchi, necessarie ormai per le mutate condizioni dei tempi. Così il re dell'Apocalisse non sarà più Federigo II, già morto da un pezzo, bensì qualcuno del seme maledetto, che sarà per conquistare non pure l'impero romano, ma la Francia eziandio.[777] Il terzo periodo che per Gioacchino cominciava da S. Benedetto, e per i gioachimiti dal 1200 (anno in cui Gioacchino pubblicò i suoi libri) per l'Olivi invece comincia dal tempo in cui la regola di S. Francesco fu impugnata e condannata dalla Chiesa carnale.[778] Per i gioachimiti l'angelo che porta l'Evangelo eterno è Gioacchino stesso, per l'Ulivi invece è S. Francesco, il quale ad imitazione di Cristo risorgerà al tempo delle tribolazioni, come ad imitazione del Crocifisso portò le sacre stimate.[779] Per Gioacchino tutta la storia dell'umanità va divisa in sette periodi, per l'Ulivi invece soltanto quel tratto di storia che corre dalla predicazione di Cristo alla consumazione dei secoli, sicchè a ciascuno di questi periodi poneva cominciamento e fine diversi da quel che solessero e Gioacchino, e i Gioachimiti insieme.[780] Ma queste differenze non toccano l'accordo fondamentale delle dottrine. Anche per l'Ulivi si debbono distinguere tre fasi nel corso religioso dell'umanità; la prima, che appartiene al Padre, ove regna il timore e la legge; la seconda, che appartiene al Figlio ove domina la sapienza, e si predica l'evangelo; la terza che appartiene allo Spirito, ove si svela tutta la verità, e la legge evangelica viene intesa ed osservata in tutta la purità sua.[781] E come l'Evangelo pose fine alla legge mosaica, così l'Evangelo nuovo farà cadere l'antico,[782] ed al clero secolare che mal si conforma ai precetti di Cristo sottentrerà il monacato che spoglio di effetti terreni menerà una vita di sacrifizi e di povertà, in una parola la Chiesa carnale, simboleggiata nell'impura donna dell'Apocalisse, farà luogo alla Chiesa spirituale.[783] Ma prima del trionfo la Chiesa spirituale sarà combattuta aspramente dalla carnale, come il Cristianesimo fu perseguitato a morte dalla Sinagoga.[784] E se S. Francesco non fu condannato al pari di Cristo, e la guerra contro al sodalizio francescano scoppiò non nel suo cominciamento, ma alquanto più tardi, ciò si deve a varie ragioni, tra le quali la principale che l'analogia non esclude le differenze, e benchè la Chiesa carnale dovesse comportarsi come la Sinagoga, non era necessario che agisse con pari prontezza.[785] Codeste lotte però non debbono scoraggiare i fedeli seguaci dell'uso povero, perchè l'avvenire è loro, nè molto andrà che sarà pronunziato il tremendo giudizio sulla nuova Babilonia.[786]

Queste idee doveano incontrare fiera opposizione non pure nel partito moderato, ma benanco in quella parte degl'intransigenti, che pur professando la teoria dell'uso povero, non volevano romperla colla corte di Roma. E forse fino dalle prime persecuzioni contro Giovanni Olivi si formarono i tre partiti, a cui accenna la testimonianza di un beghino, i Conventuali che si attenevano all'interpetrazione più larga della Regola, i Fraticelli che abbracciavano la più rigida ma non accoglievano per questo le idee gioachimite, infine gli Spirituali che aspettavano il trionfo dell'uso povero dalla totale rinnovazione della Chiesa e del mondo.[787] Il nome di fraticelli sarà stato ancor prematuro al tempo di Giovanni Olivi, ma non è men vero che il partito, che più tardi prese questo nome, era già formato ed ottenne dal pontefice Celestino V che si staccasse dal resto dell'ordine e formasse una corporazione a sè sotto il nome di Celestini o pauperes heremitae domini Coelestini. Codesto sodalizio che aveva a capo fra Liberato, ed a poeta fra Jacopone, fu costretto ad esulare in Grecia, quando al Papa che fece per viltate il gran rifiuto successe Bonifacio VIII.[788] E neanche lì potè vivere in pace, ed i suoi membri perseguitati per sollecitazione del Papa dal patriarca di Costantinopoli ebbero a far ritorno in Italia. E fra Jacopone stette molti anni in prigione, e fra Liberato morì di stenti e di crepacuore.[789] Simili travagli ebbero a sostenere alcuni frati della Marca, che condannati ad una carcere dura, non ne uscirono se non per ripartire verso il lontano oriente, ove parecchi subirono eroicamente il martirio.[790]

Ma più gravi furono le persecuzioni contro gli Spirituali. Essi eran cresciuti così di numero che quando fu assunto al cardinalato il generale Matteo d'Acquasparta, al quale Dante rimprovera la fiacca interpetrazione della regola, riuscirono a far nominare all'alto ufficio uno dei loro, Raimondo Gaufrido, amico ed ammiratore dell'Olivi.[791] E per fino fuori dell'ordine francescano par che trionfasse la loro propaganda, quando dopo due anni e tre mesi di vacanza i cardinali levarono al soglio pontificio l'eremita Pietro de Morrone (1294). Ma queste fortune durarono ben poco. Che dopo pochi mesi il buon Celestino depose la tiara, e il suo successore rimosse dall'ufficio fra Gaufrido sostituendogli quel Giovanni di Muro, che era stato tra i più fieri persecutori dell'Olivi. Allora ricominciarono le dolorose prove per gli Spirituali. Il loro capo non venne risparmiato neanco morto, chè il nuovo generale avendone fatte condannare le opere da un Capitolo generale, ordinò che si bruciassero insieme al cadavere dell'autore, tolto alla pace del sepolcro sei mesi dopo che v'era stato calato con solenni esequie.[792] Fu proibito ai frati di leggere e serbare libri maledetti, ed un fra Ponzio, che non volle consegnarli al suo superiore morì in prigione tra stenti e sofferenze incredibili, e molti altri frati furono perquisiti ed incarcerati.[793]

Ma codeste misure di rigore non scoraggiavano i seguaci dell'Olivi, ed uno fra essi, Ubertino da Casale, ebbe il coraggio di prenderne le difese, e scrivere contro i potenti accusatori una calda apologia. Ubertino nacque nel 1259, e quattordicenne entrò nell'ordine dei Minori. Lesse per nove anni nello studio parigino, e tornato in Italia continuò nell'insegnamento per altri quattro; poscia abbandonata la cattedra si mise alla predicazione, fino a che gli fu imposto silenzio dai suoi superiori, che lo mandarono nell'eremo della Vernia, ove scrisse un libro, tuttora esistente, arbor vitae crucifixae.[794] La ragion per cui fu imposto silenzio al focoso predicatore non è difficile scoprire. Egli apparteneva al partito intransigente, e forse pubblicò la sua prima apologia di Giovanni Olivi alla morte di Bonifazio VIII, quando si sperava che col nuovo papa cessassero le fiere persecuzioni contro gli spirituali. Mi pare molto improbabile che ei l'avesse scritta prima, come sospetta il Wadding, perchè da una parte non sarebbe andato impunito, e dall'altra la Cronaca delle Tribolazioni dice espressamente che fra Ubertino fu accusato al papa Benedetto XI (1303-1304), e seppe così abilmente difendersi da andare assolto.[795] Ma quando che fosse scritta, l'apologia era intesa a provare: 1º che Pier Giovanni nè nella Postilla all'Apocalisse nè in altro libro non parlò mai irreverentemente della Chiesa, alla quale invece si mostrò sempre devoto; 2º che l'uso povero è siffattamente ortodosso da potersi dire la lampada della nostra fede;[796] 3º che le persecuzioni, patite dai rigidi osservatori della Regola, sono mostruose, ed il Papa deve interporre la sua autorità per farle cessare.

Così si rinnovarono le contese tra i conventuali e gli zelanti, ed entrambi concordemente se ne appellavano al Papa. Benedetto XI morì prima di poter dare alcun provvedimento, ma il successore Clemente V credette opportuno di riprendere la cosa in esame. E chiamò in Avignone molti francescani, tra i quali il generale dell'ordine che sosteneva le ragioni dei conventuali, e l'ex generale fra Gauffrido, insieme ad Ubertino da Casale, fra Siccardo ed altri molti, che rappresentavano la parte degli spirituali. E comandò che fin che la controversia non fosse composta dal collegio dei vescovi e cardinali da lui stesso nominato, dovessero cessare tutte le misure di rigore per ragione di opinione. E principalmente quegli tra gli Spirituali, che egli aveva chiamati alla Corte, sottrasse alla giurisdizione dei loro superiori,[797] e volle che si riprendesse l'esame delle dottrine di Pier Giovanni, e si definissero i punti controversi della regola più chiaramente che non fosse riescito a Niccolò III.

Le discussioni durarono lungamente, i due partiti si rimandarono le opposte accuse di licenziosi od ipocriti colla consueta acredine. Gli uni rimproveravano agli altri di voler scalzare l'ordine colla fiacca interpetrazione della regola, e l'abbandono di quello spirito di assoluto sagrifizio e di fervida carità, che l'informa; gli altri replicavano che la rovina dell'ordine viene da coloro che mettono la propria opinione al di sopra del dovere d'obbedienza, ed intendono la regola in modo così rigido da non potersi umanamente osservare.[798] Il più abile tra tutti par che fosse Ubertino, perchè riuscì non solo a convincere delle verità dell'uso povero, ma benanco a scagionare Pier Giovanni dalle accuse che gli si movevano. Ed in virtù di queste difese il Papa nel Concilio di Vienna condannò alcune dottrine teologiche di Pier Giovanni, ma tacque il nome dell'autore, e pronunziò la sua decisione, come se si trattasse di punti controversi, intorno ai quali prima della decisione si potesse opinare in un modo o nell'altro senza incorrere in eresia.[799] Le altre dottrine di Pier Giovanni, e certo le più importanti, come quella dei tre stati e dell'uso povero non solo furono risparmiate, ma una di esse fu solennemente adottata nella nuova interpetrazione che Clemente dette della regola francescana.[800] Gl'intransigenti trionfarono di nuovo, ma anche questa volta per poco. Il partito dei conventuali, non ostante la vittoria dei loro avversarii, riuscì nel 1313 a creare generale dell'ordine uno dei suoi, frate Alessandro di Alessandria, stato già appo Clemente uno dei più vigorosi difensori dell'ordine contro Ubertino di Casale e gli altri seguaci dell'Olivi.[801] Il che prova quanto fosse numeroso ed audace codesto partito, il quale anche dopo le raccomandazioni di Clemente non cessava di perseguitare gli spirituali.[802]

Per tal guisa seguitarono i dissidii, principalmente nella provincia toscana, ove gl'intransigenti, seguendo l'esempio dei Celestini, decisero di staccarsi dall'ordine, e formare un corpo a sè.[803] Parimenti nelle provincie di Narbona e di Béziers, ove la memoria di fra Pier Giovanni era più viva, i frati zelanti non vollero più far vita comune coi loro avversarii, e vestita una tunica più corta e tutta logora e rattoppata, si ridussero in meschini ricoveri, ove metteano in pratica le regole dell'uso povero. Codesti frati, che si dissero per umiltà fraticelli, non poterono certo trarre dalla loro tutti gli spirituali, e molto meno il capo, Ubertino da Casale, il quale ben sapeva, che entrando nella nuova comunità avrebbe perduto in un punto tutto il favore, che s'era acquistato presso il Papa. Nè furono più fortunati appo Clemente, il quale pur approvando l'uso povero, non volea a nessun patto che servisse di pretesto ad una scissione dell'ordine. E scrisse lettere severe ai vescovi di Genova, Lucca e Bologna per richiamare i dissidenti all'obbedienza, e fulminò la scomunica contro i ricalcitranti.[804] Perlochè come al tempo di Celestino, si formarono ora di nuovo i tre partiti nell'ordine dei francescani, i conventuali, i dissidenti o fraticelli, gli spirituali. Ma gli ultimi due insieme uniti non eguagliavano nè per numero nè per forza il primo, il quale ben seppe trarre profitto dall'errore commesso dai dissidenti toscani e narbonesi per agire più severamente contro gli avversarii. E le circostanze stesse furono loro propizie, che a non lungo andare morì Clemente V (20 aprile 1214), e dopo una vacanza di due anni e quattro mesi fu assunto al trono pontificio un uomo punto mistico e poco scrupoloso, Giovanni XXII (scelto il 7 agosto, e coronato il 5 settembre 1316). Allora il partito dei conventuali ebbe la mano libera; il nuovo generale Michele da Capua potè agire energicamente contro i dissidenti, e lo stesso Ubertino da Casale ebbe a chiedere in grazia al nuovo Papa il trapasso dall'ordine francescano a quello dei benedettini. Strano destino del capo degli spirituali, il quale dopo aver predicata la necessità dell'uso povero, entra nell'ordine, che a detta di Gioacchino più si allontanava da quell'uso.[805]