VI
Con Giovanni XXII comincia un'altra fase del movimento francescano. Ad istanza del generale Michele da Cesena il nuovo Papa non solo scrisse lettere più incalzanti a principi e vescovi contro i dissidenti,[806] ma nell'aprile del 1317 in loro danno pubblicò la costituzione Quorundam per stabilire che la qualità della tunica e le sue dimensioni debbono essere determinate dai superiori locali, ed al loro giudizio venga lasciato se pei bisogni del convento si debbano tener provvisti e granai e cantine.[807] La povertà, aggiunge il Papa, è una grande cosa, ma al di sopra di lei sta la conservazione di sè, e al di sopra di entrambe l'obbedienza ai legittimi superiori.[808] Così la quistione dai meschini piati frateschi era sollevata alla sua vera altezza. Da una parte s'affermava come primo dovere quello dell'obbedienza assoluta, senza di che è impossibile la rigida gerarchia, dall'altro si teneva duro a metter l'osservanza scrupolosa della regola innanzi a qualunque altro dovere. Imperocchè, la regola è come l'Evangelo di Cristo, e chiunque porti offesa a lei, viola la fede; nè c'è persona, per quanto alto sia il suo ufficio, che stia al di sopra della Regola; talchè quando o il Papa o altro chiunque comandi qualche cosa che sia contro questa, gli si deve per la salvezza dell'anima negare obbedienza. Tali dottrine sostenevano gl'intransigenti francescani, e quattro di essi nel 1318 in Marsiglia anzi che sconfessarle, preferirono di lasciare la vita sul rogo[809] e molti altri fuggirono appo gl'infedeli.[810] Certo non eran nuove, e l'inquisitore a ragione ne riconobbe la prima fonte nell'Olivi, le cui opere vennero in quel tempo ancora una volta esaminate e condannate.[811] Ma se l'Olivi aveva detto che S. Francesco era come un nuovo Cristo, che sofferse al pari di lui, e forse come lui risorgerà, ora s'aggiunge che la Regola bandita da S. Francesco, per diretta inspirazione di Dio è da tenersi non meno del Vangelo, ed al pari di quello non può essere nè abolita, nè forse anco modificata.[812] E la vita povera, che essa prescrive, è la vera vita evangelica, perchè nè Cristo, nè gli Apostoli possedevano nulla in proprio, ed a simiglianza dei frati spirituali andavan ramingando e stentando la vita.[813]
La quistione, come si vede, si faceva grossa. Non si trattava più di sapere quanti centimetri dovesse esser lunga la tunica, o di qual rozzo panno contesta; nè si chiedeva più se fosse lecito tener granai e cantine, o stringere contratti per mezzo dei procuratori. Gl'intransigenti sotto questi meschini pretesti miravano ben più alto, a dichiarare cioè che la vita prescritta dalla regola non differisce dall'evangelica, e che ad essa si fosse conformato Gesù, e gli Apostoli, e ad essa quindi dovrebbero conformarsi non soltanto i frati Minori, ma i cristiani tutti che debbono porre l'Evangelo a norma della loro vita; il che è come dire che non solo il clero, ma tutta la Cristianità dovesse tramutarsi in un vasto cenobio francescano. Contro siffatte massime protestavano già da un pezzo i frati domenicani, emuli dei francescani, e professanti anche loro il vòto di povertà, ma così temperato che ben poco differivano per codesto capo degli altri ordini; ed uno di essi, l'inquisitore fra Giovanni di Belna,[814] citò al suo tribunale un beghino narbonese per avere affermato secondo un'antica cronaca «che Cristo e gli apostoli, via di perfezione seguitando, niuna cosa ebbono per ragione di proprietade e di signoria nè in ispeziale, nè eziandio in comune. Il quale inquisitore, seguita la cronaca, vogliendo giudicare il detto bighino, chiamò a consiglio tutti i priori e guardiani e lettori de' religiosi e molti altri savi. Intra' quali fu presente frate Beringario Talloni, lettore nel convento de' frati minori da Nerbona. Et intra l'altre cose che il predetto inquisitore fece leggere, (si fu) il predetto articolo della povertade di Cristo e degli appostoli suoi, per lo quale voleva condannare questo cotale bighino. Ma il predetto frate Beringario lettore, sopra il detto articolo richiesto, rispuose che questo dire non era eretico, ma era dottrina sana, cattolica e fedele massimamente, conciò sia cosa che questo fosse diffinito per la chiesa cattolica nella dicretale che comincia: Exijt q. seminat. La quale cosa fatta, nè più nè meno, come se il detto lettore avesse affermata eresia, il predetto inquisitore comandò a questo medesimo lettore che il detto suo immantinente, in presenza di tutti, rivocasse. Il quale lettore non volse rivocare per niuno modo, ma imperò ch'era costretto a rivocare quella cosa che era sana e cattolica, e come sana e cattolica diffinita per la chiesa. E temendo per questo d'essere agravato per molti modi contra la giustizia, alla sedia appostolica solennemente appellò, e colla sua appellazione venne a Vignone dove il predetto papa Giovanni allora colla sua corte risedeva».[815]
La quistione, sottoposta al Papa, era ben grave. Deciderla contro i francescani non si poteva senza contraddire alla bolla Qui exiit, ben a proposito invocata da fra Berengario;[816] deciderla contro i domenicani sarebbe stato lo stesso che darla vinta agl'intransigenti, contro i quali Giovanni avea già cominciato a pronunziarsi. In tanta incertezza il Papa sottopose la vertenza ai più dotti teologi, e tra gli altri ad Ubertino da Casale, il quale per mostrarsi nello stesso tempo grato al suo protettore, che gli avea concesso il passaggio ai benedettini e fedele al suo partito emise un parere, che dovea contentar tutti, e tutti scontentò.[817] Le mezze misure ormai a nulla approdavano. Al punto cui erano giunte le cose bisognava prender partito o per l'uno o per gli altri,[818] e Giovanni lo prese animosamente, e dopo un lungo concistoro,[819] si decise a revocare la bolla di Niccolò III, dichiarando: la vera interpetrazione della Regola non essere peranco trovata; e dopo le nuove quistioni insorte occorrere nuovi studii per risolverle, ed esser quindi necessario, di togliere il divieto delle glosse e commenti, per lasciar campo alla libera discussione,[820] dalla quale sarebbe emersa la verità.
Questa misura radicale provocò le proteste di tutti i francescani. Non solo gli spirituali ed i fraticelli, ma benanco i conventuali se ne risentirono, e lo stesso generale fra Michele da Cesena, che sinora avea agito con tanta energia contro i dissidenti, ed insieme all'inquisitore narbonese avea dichiarate eretiche le dottrine dei beghini e spirituali, ora credendo minacciate le fondamenta stesse dell'ordine, si mise a capo dell'opposizione contro il Papa. E convocato un Capitolo generale in Perugia il 4 giugno 1322, fece dichiarare solennemente «che la renunziazione della proprietà di tutte le cose sì in speciale come eziandio in comune fatta per Dio, è meritoria e santa, la quale renunziazione Cristo, via di perfezione mostrando, per parola la 'nsegnò, e per esemplo la confermò; e la quale i primi fondatori della Chiesa militante, cioè li apostoli, sì come da essa fonte, cioè Cristo, aveano attinto, in coloro che volgliono perfettamente vivere, per rivi di dottrina e di loro vita, dirivarono. La quale determinazione della Chiesa nel VI libro per essa Chiesa cattolica è inframessa e per altra decretale nel Concilio di Vienna promulgata e divulgata...... Et ultimamente per lo santissimo padre e signiore, messer Giovanni, per divina provvidenzia, papa vigesimo secundo, in alcuna sua dichiarazione fatta sopra la regola e sopra lo stato de' frati minori, che comincia: Quorundam exiit, è questa medesima dichiarazione molto commendata, come santamente composta, soda, lucida e con molta maturità esaminata».[821]
Tale protesta fu come un guanto di sfida al Papa, e Giovanni lo raccolse. E per tutta risposta pubblicò la celebre bolla ad Conditorem, nella quale sostenne esser lecito di revocare i decreti e le costituzioni dei predecessori, quando l'esperienza, maestra della vita, dimostra che falliscono al fine per cui furono promulgate. E criticò con vigore l'espediente imaginato dai suoi predecessori di attribuire alla Chiesa la proprietà di quello, che i frati minori usano per le necessità della vita. Imperocchè, ei dice, v'ha cose che struggendosi coll'uso non consentono ne sia proprietaria una persona diversa da chi le adopera. E nel fatto i mendicanti più che usufruttuari ne sono i veri padroni, e le vendono e le barattano, quando loro torni, per mezzo dei loro procuratori, talchè la Chiesa ha solo di nome siffatta proprietà, della quale altri raccoglie i frutti, ella invece i danni e l'onta d'interminabili liti. Per queste ragioni Giovanni dichiarò di rinunziare alla proprietà dei beni spettanti ai frati minori all'infuori degli stabili, o degli arredi delle chiese,[822] sicchè i minoriti contro loro volere tornavano proprietarii a simiglianza degli emuli loro, i frati predicatori. Era una misura audace codesta, ed i francescani per mezzo del loro procuratore Buonagrazia da Bergamo[823] seppero ben rilevare come rompesse contro la tradizione pontificia da Gregorio IX a Clemente V; ma Giovanni tenne duro, e messo in prigione l'audace autore della protesta, ritirò la prima bolla per pubblicarne un'altra più diffusa sotto la stessa data e colla stessa iniziale della precedente.[824] Nè di ciò pago, più tardi con decretale del 12 novembre 1323 condannò come eretica la dottrina sostenuta dal Capitolo generale di Perugia intorno alla povertà di Cristo e degli apostoli.[825] E facendosi contro codesta bolla sempre più vive le opposizioni, alle quali fece eco Ludovico il Bavaro nella protesta di Sachsenhäusen,[826] non dubitò Giovanni di difenderla nella decretale del novembre 1324, combattendo punto per punto gli argomenti degli avversarii.[827]
Ma non ostante che la lotta fosse già così ardente, pure i minoriti non seguirono l'esempio dell'Imperatore, e per tre anni di seguito agirono copertamente senza romperla del tutto col Papa; talchè il loro generale quando fu chiamato alla corte pontificia,[828] si fece scusare per la malattia, che lo tratteneva a Tivoli,[829] e non appena ristabilito si recò in Avignone. Se non che ben presto le cose volsero al peggio. Il Papa nell'udienza solenne del 9 aprile 1328 amaramente rimproverava il generale francescano della sua resistenza ai decreti pontifici,[830] e dal suo canto il generale non pure tenne fermo nelle sue idee, ma per sottrarsi all'ira pontificia fuggì la notte del 25 maggio accompagnato dai frati Occam e Bonagrazia, e tutti insieme ripararono in una nave imperiale, che li trasportò a Pisa.[831] Gli avvenimenti incalzavano rapidamente. In un'adunanza tenuta nella Piazza di S. Pietro in Roma il 18 aprile dello stesso anno Ludovico, mettendo in pratica le idee rivoluzionarie dei suoi consiglieri Marsilio da Padova e Giovanni di Gianduno, avea deposto come eretico il papa Giovanni, e nel 12 maggio successivo gli avea sostituito a voce di popolo il minorita Pietro da Corbara, che prese il nome di Niccolò V.[832] Non occorre dire che all'Imperatore s'unirono i francescani fuggiti d'Avignone, ed una testimonianza della loro opera ce la porge la nuova edizione fatta a Pisa della sentenza, già pubblicata a Roma contro papa Giovanni.[833] Dopo questi fatti scoppiò aperta la guerra tra la Curia e gli uomini più eminenti dell'ordine francescano. Il Papa depose Michele di Cesena dal suo ufficio, e scomunicò con lui i compagni Bonagrazia ed Occam,[834] e dal canto suo il generale francescano pubblicò in Pisa prima una lettera giustificativa della sua condotta[835] e poi due proteste contro i decreti del Papa, dei quali si appellava al giudizio di tutta la Chiesa.[836] Alle ragioni addotte in codesti scritti il Papa credette di rispondere nella bolla Quia vir reprobus,[837] e di rimando il generale minorita pubblicò un'altra protesta, che ribadiva le accuse contro Giovanni, combattendone le difese.[838] Al generale si associarono altri minoriti, nè solo i suoi compagni di fuga Occam e Bonagrazia, ma benanco il provinciale tedesco Enrico di Thalheim e Francesco d'Ascoli. Ed insieme pubblicarono uno scritto contro la nomina del nuovo generale frate Oddone fatta nel Capitolo di Parigi il 10 giugno 1329,[839] e quando da molte parti si faceano vive premure al Cesenate perchè si riconciliasse col Pontefice, ei lo incoraggiavano a tener fermo salvando il suo diritto e l'autorità sua.[840] Il più celebre tra loro era certo il provinciale inglese Guglielmo Occam, non meno forte d'ingegno che d'animo, il quale ben protestava, che se pure i più piegassero, se pure lo coprissero di vituperii, ei seguiterebbe sempre a difendere la verità, finchè gli bastino la mano e la penna.[841]
E tenne per fermo la promessa, e nel corso di venti anni non ismise mai di scrivere per la causa, che i più l'un dopo l'altro disertavano. Intorno al 1330[842] compose in novanta giorni un'opera voluminosa, in cui seguendo passo per passo la bolla Quia vir reprobus, riassume da prima le ragioni ivi addotte, e poi con più largo discorso espone le risposte degli avversarii.[843] Più tardi, poichè Giovanni XXII in concistoro ebbe dichiarato che della visione beatifica non potessero godere i trapassati se non dopo ripreso il loro corpo, scrisse animosamente contro la nuova dottrina del Papa.[844] Ed alla morte di lui, quando fu certo che il successore Benedetto XII seguiva la stessa via del predecessore, ritornò anch'egli sull'antica polemica, pubblicando il compendio degli errori di Giovanni XXII.[845] In questi faticosi lavori, col vuoto argomentare scolastico, infarcito di sottili distinzioni e di citazioni infinite, vengono provate le tesi francescane sulla povertà assoluta e sulla vita apostolica, e contro alle teorie di Giovanni XXII è rifermata la distinzione tra la proprietà e l'uso anco nelle cose consuntibili. Ma in fondo a codeste quistioni, che paiono e sono oziose, si nascondeva un'altra ben più grave sui limiti della potestà papale. E l'Occam, d'accordo colle proteste del suo generale, credeva che il Papa non potesse revocare le decisioni dei suoi predecessori in fatto di costumi o di domma,[846] tanto più se codeste dottrine sono o chiaramente insegnate nei libri sacri, o approvate dalla Chiesa universale. E se ardisce di farlo è manifestamente eretico, e per conseguenza perde ipso facto ogni autorità e dignità.[847] Nè alcun cattolico è tenuto ad obbedirgli, anzi tutti debbono fuggirlo se non vogliono intingersi della sua pece. Nè vale il dire che non essendovi al di sopra del Papa altra autorità, non si può nè convincerlo d'eresia, e molto meno appellarsi di lui ad un tribunale superiore;[848] perchè, dice Occam, al di sopra del Papa sta la Chiesa ed il Concilio che la rappresenta. Così stante l'appello il Papa deve astenersi da qualunque decisione e rimettersene al Concilio, che ha da essere immantinenti convocato. Se ardisce di levarsi a giudice, egli che è parte; se nega di riunire il Concilio e ne usurpa l'autorità, è eretico manifesto,[849] e tale lo dovrebbero dichiarare i custodi della fede, i vescovi, e deporlo dall'alto ufficio, che ei mal sa reggere. E quando i vescovi si rifiutino, l'Imperatore stesso, se cattolico, varrà a condannarlo.[850]
Quest'ultima sentenza si legge nell'opera pubblicata intorno al 1338, ove si discutono otto gravi quistioni intorno all'Impero ed ai suoi rapporti colla Chiesa.[851] L'Occam, al pari degli altri minoriti, non abbracciava le idee radicali dei consiglieri laici di Ludovico, come Gianduno e Marsilio da Padova; nè credeva che si dovesse rompere così contro la tradizione da rimettere nel popolo di Roma la fonte dell'autorità imperiale, e s'oppose al giurista imperiale Leopoldo di Bamberga, che in parte rinnovava le idee del Defensor pacis.[852] Ciò non pertanto opinava che le due autorità, la spirituale e la temporale, non pure non si potessero riunire in una persona, ma fossero così indipendenti, che l'una non dovesse tenersi per la fonte dell'altra.[853] Egli in verità era d'avviso che il re dei Romani non potesse assumere il nome d'Imperatore senza la coronazione e l'unzione sacerdotale, ed in questo punto certo non andava ai versi di Ludovico;[854] ma a differenza dei papisti sosteneva che la coronazione e l'unzione non conferiscono poteri temporali, bensì doni spirituali soltanto.[855] Talchè allorquando l'autorità ecclesiastica, che per consuetudine soleva ungere o coronare il re eletto, si rifiuti, può bene farne le veci un altro arcivescovo,[856] il quale non cessa pertanto di essere suddito del sovrano che incorona.[857]
Da queste citazioni ben si raccoglie come l'Occam non fosse da meno di nessuno nel sostenere la causa dell'Imperatore, il quale, non perchè sia cristiano, ha perduto nulla dei diritti, che spettavano ai suoi predecessori pagani. E se questi decidevano intorno alle cause matrimoniali, perchè il loro successore non potrà fare altrettanto? Lo può, e lo deve quando sopratutto l'interesse di Stato lo consiglia, come nel caso del figlio di Ludovico e della principessa Margherita, il cui matrimonio con Giovanni Enrico di Boemia non essendo stato consumato, si può tenere per apparente più che per reale.[858] Questi concetti sono chiaramente ripetuti nella terza parte di quella voluminosa opera intitolata il Dialogo, ove l'Occam fa discutere da un maestro ed un discepolo le quistioni più ardenti del suo tempo.[859] Anche qui la teoria, che attribuisce al Papa una padronanza assoluta non pure nelle cose spirituali, ma nelle temporali, vien condannata come falsa, perniciosa ed eretica, perchè contraddice all'essenza stessa del Cristianesimo che sta nella libertà; laddove se il Papa avesse un così sconfinato potere sui fedeli, la legge di Cristo sarebbe più dura e più tirannica della legge mosaica.[860] Parimenti eretica e contraria alle sacre carte è l'altra teorica, derivata dalla precedente, che riadduce al Sommo Pontefice l'autorità imperiale.[861] Non che l'Occam creda l'Impero sia una istituzione sacra, emanante direttamente da Dio; imperocchè già notammo nell'Introduzione, che ei lo tiene per una creazione umana, voluta per fermo da Dio, ma nata da certi bisogni degli uomini, e vôlta ad alcuni fini, e ben peritura quando quei bisogni cessino o quei fini falliscano.[862] Però fin che vige l'Impero, tutti debbono inchinarsegli, e l'Imperatore, il cui dominio s'estende per quanto gira il mondo, non pure sugli averi e sulla libertà dei suoi sudditi ha piena potestà (in quanto almeno alla legge di natura non contraddica, ed al bene pubblico conferisca);[863] ma benanco sulle cose e persone spirituali esercita diritti. E talvolta può bene nominare i papi, non in quanto imperatore per fermo, ma come rappresentante del laicato, ed in particolare del popolo romano, al quale dev'essere restituito l'antico diritto di elezione, quando gli elettori ecclesiastici o per eresia o per quale altra ragione se ne siano mostrati indegni.[864] E se può nominare il Papa, ha diritto altresì di giudicarlo, e punirlo se occorra, imperocchè se Cristo e gli Apostoli si sottomisero alla giurisdizione imperiale, ragion vuole che anche il Papa vi si pieghi, quando pur la comunità cristiana debba avere, come ogni Stato ben costituito, un solo e supremo giudice.[865] Nè manca il caso, in cui lo deve anche deporre, se il Papa, poniamo, sia caduto in eresia, ed i cardinali ed i vescovi, non che richiamarlo sulla buona strada, si uniscano a lui.[866]
Ma come può darsi codesto caso? Che cosa è mai l'eresia? Ed a quali caratteri si scopre? E chi dovrà riconoscerla? Non forse il canonista, che ben sa quali dottrine sieno state condannate dalla Chiesa e quali no? E quale più autorevole canonista del Pontefice, che non pure può interpetrare i vecchi canoni, ma crearne di nuovi? E come mai chi è chiamato a definir l'eresia può cadervi dentro? E poniamo che vi cada, chi può giudicarlo? E se egli è eretico, saranno altresì quelli che gli prestano obbedienza? Codeste quistioni furono già discusse dall'Occam nelle opere precedenti, ma ora nella prima parte del Dialogo vi ritorna su, dibattendole con maggior larghezza ed ordine.[867] Non può cader dubbio sulle sue opinioni, sebbene dichiari di non manifestarle, per tema che altro le abbracci sull'autorità di lui, o le rifiuti in odium auctoris.[868] L'eresia secondo l'Occam, è un domma falso contrario alla fede ortodossa, attestata non pure dalle sacre carte, ma benanco dalla tradizione della Chiesa,[869] ed eretico è quel cristiano, che pertinacemente erri o dubiti di codesta fede.[870] Decidere quale dottrina sia eretica e se altri sia caduto in eresia spetta ai teologi, non ai canonisti, come si pretendeva dagli aderenti di Giovanni XXII; perchè i canonisti ben conoscono le regole di procedura da osservare nei giudizii di eresia, e il modo di accusare, e le pene da infliggere; ma se non sono teologi, ignorano le più riposte ragioni della fede, nè sanno riconoscere quello che vi contraddica, nè possono dare da per loro l'esatta interpretazione dei canoni.[871] Anche il Papa stesso, quando sia sfornito di studii teologici, non solo non sa dare autorevole sentenza intorno agli eretici, ma egli medesimo può cascare in eresia, come lo provano gli esempi e le ragioni.[872] Ed in tal caso non manca chi possa e debba giudicare il Papa, perchè al di sopra di lui sta la Chiesa universale. E se fia impossibile che tutti i cattolici si raccolgano in assemblea, farà le loro veci il Concilio generale, il quale non ha d'uopo dell'invito del Papa per adunarsi, quando gl'interessi della fede lo richieggano.[873] E codesto Concilio, accertata l'eresia del Papa, deve espellerlo dalla sede, spogliarlo d'ogni dignità ecclesiastica e consegnarlo, se occorre, al braccio secolare come farebbe di qualunque altro eretico. E dove il Concilio non si possa riunire, nè altra autorità ecclesiastica ne faccia le veci, spetterà, come dicemmo più sopra, ai laici ed alle potestà secolari di salvare la fede.[874]
Intorno a codesta preminenza del Concilio, l'Occam va pienamente d'accordo con Marsilio da Padova; ma dissente da lui intorno al primato del vescovo romano. L'animoso minorita non è certo tenero della supremazia papale, e spende un libro intero del Dialogo per discutere se convenga all'università dei fedeli il governo di un solo. E benchè non neghi i vantaggi della monarchia, pure dichiara in certi casi preferibile l'aristocrazia; nè teme che la pluralità dei capi possa recar danno alla forza e compattezza della Chiesa.[875] Ma ciò non pertanto non gli basta l'animo di accettare le teorie storiche di Marsilio, secondo le quali nè S. Pietro avrebbe avuto da Cristo il primato sugli altri apostoli, nè avanti a Costantino il vescovo di Roma avrebbe esercitato alcun potere sugli altri vescovi. E gli argomenti addotti nel Defensor pacis in sostegno di codeste teorie ei li combatte ad uno ad uno,[876] ed apertamente dichiara che la dottrina del primato romano è una costante tradizione della Chiesa, a cui s'ha da prestare piena fede.[877] Nè s'ha da credere che codesta prova non sia secondo le convinzioni dell'Occam, perchè invece va d'accordo col suo principio fondamentale, che la tradizione cattolica, continua e costante, è l'unico e saldo criterio di verità. Può fallire il Papa; dice l'Occam, e non meno di lui il Collegio dei cardinali; può fallire lo stesso Concilio, e forse anche in qualche momento d'oblìo la Cristianità tutta; ma la dottrina canonica non verrà meno per questo, e dopo gl'intervalli d'oscuramento brillerà di più viva luce.[878] Così pare assicurata la supremazia di Roma, ma i principii da cui parte l'Occam menano a ben altre conseguenze; perchè se non solo il Papa, ma il Concilio e la Cristianità tutta può fallire, non resta nulla di saldo all'infuori dei sacri libri. È manifesto per tal guisa come per diversa via l'Occam riuscisse allo stesso risultato di Marsilio, vale a dire alla negazione della gerarchia medievale. E così il moto francescano, cominciato da un dissidio interno dell'ordine minorita, si dilarga oltre misura, e si tramuta in opposizione implacabile contro l'assolutismo teocratico e nell'ordine religioso e nel politico.
Dal movimento francescano furono provocate alcune sètte più o meno ereticali, come i flagellanti, gli apostolici, i beghini. I flagellanti apparvero nell'anno fatale 1260, in cui secondo i gioachimiti doveva aver luogo la fine del vecchio mondo. Gli apostolici, surti al tempo delle prime dissensioni francescane, si dettero per i soli e veri seguaci delle dottrine spirituali. I beghini, nati più tardi, non erano se non terziarii francescani, i quali mettevano la Regola al pari dell'Evangelo, e negavano obbedienza a qualunque autorità ecclesiastica non la interpetrasse a lor modo. Queste sètte solennemente condannate come eretiche, ci porgono la più chiara prova del fine che sortì l'agitazione gioachimita. E possiamo ben dire che il secondo periodo del movimento religioso medievale ha un corso opposto al primo, comincia dallo scisma e termina nell'eresia.