III.
Le feste nuziali in Ferrara si protrassero per sei giorni, durante il carnevale. Quanto a contenuto spirituale, le feste officiali all'epoca della Rinascenza non erano gran fatto più significative di quelle analoghe proprie a' tempi nostri. Pure, il sontuoso costume, un certo senso ideale della bellezza e l'etichetta più raffinata davano ad ogni modo alle feste di quel tempo, in cui veniva alla luce il Cortegiano del Castiglione, un carattere più elevato.
Rispetto a certe rappresentazioni, il secolo XVI rimaneva indietro al nostro: teatro, fuochi d'artificio, concerti musicali. Le illuminazioni non erano ignote; e si facevano danze a cavallo a luce di fiaccole, e si tiravan pure razzi. Ma una festa notturna in un giardino illuminato, quale ai giorni nostri fu data dall'Imperatore d'Austria allo Schah di Persia nel Castello di Schönbrunn, sarebbe stata impossibile in quel tempo. Vale lo stesso per le produzioni musicali, soprattutto pe' concerti a grande orchestra, affatto sconosciuti allora. Certamente quella società avrebbe avuto in orrore la musica chiassosa de' tempi nostri; e lo strepito dei tamburi, che lacera gli orecchi, sarebbe sembrato all'italiano della Rinascenza così barbaro, come le parate militari, che tuttora oggi sono lo spettacolo prediletto nelle grandi Corti di Europa per fare onore o intimidire ospiti augusti. Similmente nelle Corti italiane d'allora i tornei erano rari: alcuna volta avevano luogo duelli, ne' quali l'abilità del combattente aveva campo di farsi ammirare.
Il duca, dopo lungo e maturo esame, aveva fissato il programma delle feste con i suoi mastri di cerimonie. In sostanza dovevano comprendere, come più o meno in congiunture simili a' giorni nostri, tre distrazioni principali: banchetti, balli e rappresentazioni teatrali. E proprio dall'ultima parte del programma Ercole s'imprometteva l'effetto più grandioso e fama veramente onorevole presso tutto il mondo colto ed elegante.
Era egli uno de' più passionati fondatori del teatro nella Rinascenza. Già parecchi anni innanzi aveva fatto da poeti presso la corte sua tradurre in terza rima e rappresentare commedie di Plauto e Terenzio. Avevano a tal uopo lavorato per lui il Guarino, il Berardo, il Collenuccio, il Bojardo stesso. Sin dal 1486 i Menemmi, la commedia prediletta di Plauto, erano stati rappresentati a Ferrara, vólti in italiano. Nel febbraio 1491, quando Ercole solennizzò le splendide feste per lo sposalizio di suo figlio Alfonso con Anna Sforza, furono rappresentati di nuovo; e il giorno dopo fu data una commedia di Terenzio e l'Anfitrione, accomodato per la scena dal Collenuccio.[202]
Vero è che mancava ancora in Ferrara un teatro stabile; ma ve n'era uno provvisorio, che bastava alla rappresentazione delle commedie, la quale, per altro, tranne congiunture eccezionali, non aveva luogo che nel carnevale soltanto. Ercole aveva a quest'oggetto disposta una sala nel Palazzo del Podestà, grande edifizio di architettura gotica, dirimpetto ad uno de' lati del Duomo, ed oggi tuttora esistente, chiamato Palazzo della Ragione. La sala era, mercè un andito, in comunicazione con la residenza stessa.
L'elevata scena, detta allora Tribunale, aveva un 40 braccia in lunghezza e 50 in larghezza. V'erano case di legno dipinto e tutto l'occorrente ad uno scenario, rocce, alberi, e simili. Di contro agli spettatori la scena era chiusa da una parete di legno ornata di merli a guisa di muro. Nel mezzo del proscenio era l'orchestra, e ivi sedevano pure tutti gl'illustrissimi principi e ambasciatori. La grandissima sala, che serviva per gli spettatori, conteneva tredici file di sedie, fornite di cuscini, divise in modo che le donne rimanevan nel mezzo e gli uomini dai due lati. Tutta la sala era capace di un 3000 persone.
Ercole stesso, standosene forse ai suggerimenti dello Strozzi, dell'Ariosto, del Calcagnini e di altri umanisti di Ferrara, avrà disposto il teatro. Quelli e altri accademici vi rappresentavano forse alcune parti; ma il duca avrà chiamato attori anche da altri paesi, da Mantova, Siena e Roma. Difatto, tra uomini e donne, non eran meno di 110 personaggi. Egli fece pure allestire una nuova guardaroba. L'espettazione per simile produzione in così solenne occasione doveva esser grandissima.
Le feste cominciarono il 3 febbraio, e presto fu notato che la bellezza delle tre donne eminenti, Lucrezia, Isabella e la duchessa d'Urbino, dava alle stesse luce e decoro. Eran esse nel numero delle più belle dame del tempo loro; e gl'intendenti potevan forse dubitare quale, d'Isabella o Lucrezia, fosse più degna del pomo di Paride. La nobile marchesa di Mantova era, certamente, di sei anni più anziana della cognata; pure era una perfetta figura di donna. Con femminile gelosia ella osservava la persona di Lucrezia. Nelle lettere, che giornalmente scriveva al marito in Mantova, descriveva con ogni minutezza i vestiti della rivale; ma non una parola delle attrattive di lei. «Della figura di madonna Lucrezia — scriveva così sin dal primo febbraio — mi taccio, poichè so che Vostra Eccellenza la conosce di vista.» In altra lettera del 3 febbraio dava, tutta piena di sè, ad intendere al marito, che, quanto alla persona e al seguito suo, sperava poter sostenere il paragone con le altre, e forse anche ottenere la palma. Con un giudizio identico una sua dama di compagnia, la marchesana di Cotrone, cercava confortare il marito di lei, il marchese di Mantova, scrivendogli: «La sposa non ha nulla di singolare, quanto a bellezza; ma ha dolce ciera. E malgrado delle sue molte dame, e dell'illustrissima madonna di Urbino, ch'è bella assai, e mostra in verità di essere degna sorella di Vostra Eccellenza, nondimeno, alla mia illustrissima signora Isabella, nel parere de' nostri e di quanti son qui venuti con questa duchessa di Ferrara, spetta il vanto di essere la più bella. E ciò è fuori di dubbio; mentre accanto alla Signoria Sua tutte le altre erano un nulla. Epperò a tal riguardo noi porteremo il palio nella casa della mia padrona.»[203]
La prima sera delle feste fu dato un ballo nella sala grande della residenza. Il concorso fu tanto, che lo spazio non bastò. Lucrezia, sotto un baldacchino d'oro sontuosissimo, sedeva sur una tribuna, ove presero posto anche le principesse di Mantova e di Urbino e altre donne illustri, e da ultimo gli ambasciatori. Era quindi concesso, nonostante la folla, ammirare la raggiante bellezza di quelle donne, e gli abiti ricchi e le gioie preziose. Un ballo nella Rinascenza non aveva le forme rigide della moda odierna: era un diletto più naturale ed insieme più semplice: spesso ballavan donne con donne, e si ballava anche soli. Quanto a' modi di ballare, predominavano già i Francesi; mentre in quel tempo la Francia cominciava già a dettare le sue mode agli altri popoli. Nondimeno v'erano pure danze spagnuole e italiane. Lucrezia era una danzatrice seducente; e volentieri faceva mostra dell'arte e della grazia sua. Essa scese dalla tribuna e ballò più volte balli spagnuoli e romaneschi al suon di tamburini.[204]
Dopo il ballo ebbe luogo la rappresentazione drammatica con tanta impazienza attesa. Il duca fece prima venire innanzi tutti gli attori in maschera e vestiario da scena per passarli a rassegna. Il drammaturgo o direttore della compagnia si presentò sotto la figura di Plauto; ed espose brevemente il programma teatrale, cioè dire, l'argomento di tutte le opere da darsi nelle cinque sere. La scelta di commedie di autori drammatici viventi non offrì al duca nel 1502 difficoltà di sorta, essendovene poche davvero. La Calandra del Dovizi, che pochi anni dopo ebbe tanto successo, non era scritta ancora. È vero che l'Ariosto aveva già composto la Cassaria e i Suppositi. Pure il nome suo non era allora grande tanto, che gli toccasse l'onore di vederli rappresentati in quella ricorrenza.[205] Di più il duca voleva una produzione assolutamente classica: il mondo doveva parlarne; ed in effetto l'esecuzione teatrale fu quale sin allora non era stata vista mai in Italia. Noi ne abbiamo particolareggiate descrizioni, le quali non sono state per anco messe a profitto per la storia del teatro. In modo più preciso delle posteriori relazioni intorno al Teatro Vaticano, sotto Leone X, esse mostrano la natura delle rappresentazioni drammatiche nella Rinascenza, e sono pertanto una classica dipintura del tempo.
Chi sappia immaginare, stando alle relazioni del Cagnolo, dello Zambotto e d'Isabella, tutto quello splendido pubblico di ospiti nuziali, seduto ne' più ricchi abiti su quelle file di panche, vede innanzi a sè uno de' più belli e più solenni convegni della Rinascenza. Tutto quello spettacolo così svariato di forme, tanto ricco di colori, accoppiati con quella scena anticheggiante e con quel che vi era rappresentato, le commedie plautine, e, incastrate negl'intermezzi, le pantomime e le moresche, di carattere queste mitologico, puramente fantastico e burlesco sino all'oscenità; è cosa tanto romantica, che ci fa credere trasportati nel Sogno d'una notte d'estate dello Shakespeare. E il duca Ercole di Ferrara scambiamo con Teseo, il duca d'Atene, innanzi al quale e alle coppie di sposi felici vengono date commedie e balli.
Secondo il programma, dal 3 agli 8 febbraio, eccetto una sera, dovevansi l'una dopo l'altra recitare cinque commedie di Plauto. Negl'intermezzi dovevano aver luogo azioni musicali e moresche. La moresca era ciò che oggi chiamiamo il ballo, la pantomima intrecciata con la danza. L'origine sua risale all'antichità; e l'uso di essa si lascia già scoprire nel più oscuro Medio Evo. Primitivamente era una danza pirrica in vestiario scenico; e, come tale, si mantenne sino a' tempi nostri. Ricordo averla vista ancora nel 1852 ballare pubblicamente nel Porto di Genova. Tolse il nome, a mio credere, da questo, che in tutti i paesi latini, che ebbero a subire l'invasione de' Saraceni, la danza pirrica voleva quasi rappresentare una pugna tra Cristiani e Mori, e, per ragione di contrapposto, usava far apparire questi ultimi sotto la figura di neri. Poi il concetto di moresca fu esteso ed applicato a significare il ballo in generale. Con accompagnamento di flauti e violini s'eseguivano, ballando, scene d'ogni specie tratte da' miti antichi, dalla vita cavalleresca come dalla comune. Vi erano pure danze di persone mostruosamente fantastiche, di rozzi idioti e villanzoni e contadini, di selvaggi e satiri, ne' quali fioccavan bastonate a tutt'andare, nel più barbaro modo che mai. Sembra che questo ballo romantico abbia proprio in Ferrara servito di spinta allo svolgimento di una particolare coltura. Quella città fu difatti la culla dell'epopea romantica, di Mambriano e di Orlando. Non accade dire che, lo stesso come a' dì nostri, il ballo aveva pel pubblico la massima attrattiva. Ad una commedia plautina invece, che su uomini, che sentono alla moderna, non può avere altro effetto che di un giuoco di burattini, quel pubblico, se era di buona fede, doveva provare noia veramente profonda. E le rappresentazioni duravano 4 a 5 ore, dalle 6 o 7 di sera alla mezzanotte.
La prima sera, poichè il duca ebbe condotto gli ospiti nella sala del teatro, e questi ebbero preso posto, venne prima fuori Plauto avanti alla principesca coppia, e recitò un complimento. Quindi cominciò la rappresentazione dell'Epidico. Terminato il primo atto, e così anche dopo gli altri, seguì il ballo. Con l'Epidico s'innestarono cinque bellissime moresche. Comparvero prima dieci gladiatori; al suon di tamburini fecero una danza pirrica, con celere movimento e con varie armi. Alla seconda presero parte dodici persone in altro vestiario. La terza rappresentava un carro, tirato da un unicorno e guidato da una giovinetta. V'eran sopra alcuni uomini legati a un tronco e, seduti fra cespugli, quattro suonatori di liuto. La donzella sciolse i primi, che, scesi, fecero la moresca; mentre gli altri cantavan bellissime canzoni. Almeno così assicura il Gagnolo; ma la marchesa di Mantova, di gusto così raffinato, stimò invece la musica tanto tetra da non meritar quasi menzione alcuna. Nelle sue notevoli lettere Isabella si mostra critica acuta non solo degli spettacoli teatrali, ma di tutte le feste date in occasione delle nozze. La quarta moresca fu ballata da dieci Mori, con candelotti accesi in bocca. La quinta di nuovo da dieci uomini vestiti in modo fantastico, con piume al capo e aste in mano, in cima delle quali ardeva un gran fuoco. Finito l'Epidico e le moresche, furono anche regalati esercizii ginnastici.
Il 4 febbraio, venerdì, Lucrezia non si lasciò vedere prima del mezzogiorno. Il duca frattanto condusse gli ospiti in giro per la città. S'andò a far visita ad una santa donna, suora Lucia di Viterbo, che Ercole, rigoroso credente, si era tirata a Ferrara come una rarità preziosa. La monaca ogni venerdì rinnovava la Passione; mentre nel corpo suo apparivano le Stimate ne' cinque luoghi, com'ebbe Cristo. E difatti ella donò all'ambasciatore francese alcune pezzuole, che aveva tenuto sopra le Stimate; e monsignor Rocca Berti le tolse con grande devozione. Di lì s'andò a vedere il vecchio castello, ove il duca fece mostra dell'artiglieria ferrarese, materia prediletta degli studii suoi. S'andò poscia ad aspettare madonna Lucrezia, la quale apparve più tardi nella grande sala, accompagnata da tutti gli ambasciatori. Si ballò sino alle 6 di sera; e quindi ebbe luogo la rappresentazione, le Baccadi, che durò cinque ore. Isabella la trovò smisuratamente lunga e noiosa. Vi furono anche balli come nell'Epidico. Persone vestite di panno color di carne tenevano in mano, danzando, torce che ardevano spandendo odorosi effluvii. Altre figure fantastiche eseguirono una lotta danzante con un drago.
Il giorno appresso Lucrezia fu invisibile. Era occupata a lavarsi il capo e a scrivere lettere. Gli ospiti nuziali si contentarono d'andare a zonzo per Ferrara. Non vi fu alcuna festa officiale. L'ambasciatore Francese mandò regali a' principi della casa in nome del re di Francia: al duca uno scudo d'oro smaltato con un San Francesco, lavoro parigino di molto pregio; al principe erede, Alfonso, uno scudo simile con l'immagine di Maria Maddalena, e a proposito di ciò l'ambasciatore faceva notare, che Sua Altezza aveva scelto una sposa pari in virtù e grazia alla Maddalena: quae multum meruit, quia multum credidit. Forse fu questo presente per Alfonso, allusivo alla Maddalena, una pensata ironia da parte del re di Francia. Alfonso ricevette pure una istruzione intorno al modo di fondere i cannoni. Anche Don Ferrante ebbe similmente in dono uno scudo d'oro. Lucrezia ebbe una corona di globi d'oro sottilmente lavorati, e pieni di muschio. Ad Angela, la sua seducente dama di compagnia, toccò una collana d'oro di gran costo.
Il rappresentante di Francia fu trattato con ogni possibile carezza. Il sabato stesso l'invitò a cena la marchesa di Mantova; e a tavola lo fece sedere in mezzo a lei e alla duchessa d'Urbino. «S'intrattennero — così racconta il Gagnolo — in molte parole amorose e atti soavissimi e accostumati. Dopo cena, per compiacere al signor ambasciatore, la marchesa col liuto in mano cantò diverse canzoni con melodia e soavità grandissima. Lo menò poscia secolei in camera, ove quasi per un'ora, in presenza di due donzelle di compagnia, stettero in diversi colloquii secreti. Ella si cavò quindi i guanti e glieli porse in regalo amorosamente e con accomodate parole; e il signor ambasciatore gli accettò con riverenza ed amore, come quelli che derivavano da quella vaghissima fonte. In verità, egli ha riservati i guanti in santuario usque in consumationem saeculi.» Noi vogliamo credere al Gagnolo, e ammettere anche che pel fortunato ambasciatore di Francia codesta reliquia di una bella e florida dama fosse preziosa altrettanto quanto i cenci statigli regalati dalla povera suora Lucia.
La domenica, 6 febbraio, in Duomo vi fu ufficio solenne. Un cameriere papale consegnò a Don Alfonso la berretta e la spada consacrata, mandategli da Alessandro VI. L'arcivescovo, innanzi all'altare, l'una gli pose in testa e gli dètte l'altra in mano. Dopo mezzogiorno i principi d'Este e le principesse presero madonna Lucrezia dal suo appartamento, e la condussero nella sala del festino. Si danzò per due ore. Con una damigella di compagnia Lucrezia fece alcuni balli francesi. La sera fu dato il Miles gloriosus. Una delle moresche in quella rappresentazione dovett'essere davvero una danza mostruosa: dieci pastori cozzavan fra loro, armata la testa di corna di becco.
Il 7 febbraio sulla Piazza del Duomo vi fu torneo a cavallo fra un Bolognese e un Imolese, e si terminò senza sangue. La sera fu data l'Asinaria, con una moresca veramente bizzarra. Apparvero quattordici satiri, fra' quali uno con in mano una testa d'asino inargentata, e dentro un oriuolo a suono. I satiri danzarono su quella melodia; fecero poi una caccia di uccelli d'ogni specie e di bestie feroci. A questa rappresentazione tenne dietro nel secondo intermezzo una produzione di otto cantori, fra i quali una donna di Mantova, che si fece sentire con accompagnamento di tre liuti. Alla fine fu data una moresca rappresentante tutta la serie de' lavori campestri, aratura, seminagione, mietitura e battitura delle biade; e quindi celebrazione delle feste della mèsse. Questo ballo allegro e spigliato, forse il meglio riuscito di tutti, si chiuse con un ballo campestre al suono di zampogne.
L'ultimo dì delle feste, l'8 febbraio, era anche l'ultimo di carnevale. Gl'inviati, che subito dopo volevan partirsi, presentarono donativi alla sposa, parte in belle stoffe, parte in argento lavorato. Il più curioso le venne da' rappresentanti di Venezia. L'eccelsa Repubblica aveva mandato per le feste a Ferrara due nobili uomini, Niccolò Dolfini e Andrea Foscolo, entrambi vestiti con gran lusso a spese dello Stato. Il vestimento allora non era men costoso che bello, e i sarti della Rinascenza non potrebbero che guardare con disdegno quei de' giorni nostri. In quel tempo, quando l'arte era nel massimo fiore, anche i sarti erano veri e proprii artisti. Lavoravano nelle stoffe più preziose, velluto, seta e broccato d'oro; e i colori, l'andatura delle pieghe, e il taglio degli abiti, tutto ciò era fornito da pittori. Il vestito era adunque qualcosa, cui s'annetteva il più alto valore, qual condizione essenziale all'apparenza della bella persona. Tutti i relatori delle feste di Ferrara non tralasciarono mai di notare con ogni particolarità gli abiti, che in ciascuna solennità vestivano Lucrezia e altre dame di alta origine, e descrissero anche quelli degli uomini. Quanto, in punto di vestito, si mettesse importanza sempre e in ogni luogo, lo mostran pure le relazioni che i Veneziani mandarono in patria, e che Marin Sanudo ha inserite nel suo Diario. E ancora meglio lo prova il fatto, che i due ambasciatori di Venezia, prima di muovere per Ferrara, dovettero mostrarsi pubblicamente innanzi al Senato riunito ne' loro abiti nuovi; grandi mantelli in forma di pallii di velluto cremisino foderati di ermellino e con cappucci simili. Più di 4000 persone erano ad ammirarli nella sala del Gran Consiglio, e la Piazza di San Marco era gremita di popolo curioso di vederli quasi bestie rare e maravigliose. I nuovi abiti richiesero l'uno 32 e l'altro 28 braccia di velluto.[206] Appunto questi pallii portarono gl'inviati, qual regalo di nozze, alla duchessa Lucrezia, siccome era stato deciso dalla Signoria di Venezia.[207] Il bizzarro presente fu offerto con forme di pretensione insieme e d'ingenuità. I due nobili signori tennero dapprima un lungo discorso, l'uno in latino, l'altro in italiano; poscia, ritiratisi nell'anticamera e toltesi quivi le superbe vesti, andarono a consegnarle alla sposa. La natura del regalo e la pedanteria degli esibitori furono, del resto, materia di scherno e di riso alla corte di Ferrara.[208]
La sera si ballò l'ultima volta, e s'assistette quindi all'ultima produzione teatrale, la Casina. Prima che questa cominciasse, fu suonata una musica del Rombonzino, e insieme furon cantate barzellette in lode degli sposi. Anche nella Casina furono incastrati parecchi pezzi di musica. Al terzo intermezzo sei violinisti suonarono benissimo, e tra questi si produsse come dilettante anche Don Alfonso. Sembra che specialmente in Ferrara l'arte di suonare il violino avesse toccato un grado di notevole perfezione, perchè, quando Cesare Borgia nel 1498 andò alla Corte di Francia, richiese il duca Ercole di alquanti suonatori per condurli seco in Francia, ove simili artisti eran molto ricercati.[209]
Il ballo consistette in una danza di rozzi uomini, che si contrastavano il possesso di una bella fanciulla, sinchè non apparve il Dio d'amore, accompagnato da musici, che la liberò da quelle strette. Poscia si vide una grandissima palla che si divise in due, e cominciò d risuonare di musicali accordi. Vennero infine dodici Svizzeri con alabarde e con bandiera nazionale ed eseguirono con gran destrezza una danza pirrica.
Se, come il Gagnolo riferisce, le rappresentazioni drammatiche terminarono con questa scena, si sarebbe potuto rimproverare all'ordinatore della festa il poco buon senso, anzi il manco di spirito. Le moresche riunivano in sè il doppio carattere dell'opera e del ballo; ed esse furono le uniche produzioni inventate per queste feste nuziali. Ma se si paragona le feste di Ferrara con quelle date in occasione degli sponsali di Lucrezia al Vaticano, è certo che le prime restano di molto inferiori. Perchè nelle feste di Roma noi vedemmo commedie pastorali con allegorie allusive a Lucrezia, a' principi di Ferrara, a Cesare ed Alessandro. Invece in quelle di Ferrara non l'ombra di scene di tal genere, tutte ingegnose o almeno tenute per tali.
Malgrado al lusso spiegato dal duca, le sue feste ci sembrano monotone e atte a indurre stanchezza; ma, sicuramente, andarono a genio alla maggioranza di quei che v'assistettero. Isabella veramente ne diede giudizio sfavorevole. «In realtà — così scriveva al marito — queste nozze sono molto fredde. A me sembrano mille anni di esser di nuovo a Mantova, per rivedere Vostra Eccellenza e il mio figliuolino, e di allontanarmi di qua, ove non è briciolo di piacere. Vostra Eccellenza dunque non ha da invidiarmi per la presenza a queste nozze, le quali sono riuscite così gelate; che quasi invidio piuttosto lei di essersi rimasto a Mantova.» Questo giudizio della nobile donna fu evidentemente ispirato anche dalla profonda repugnanza sua per l'unione del fratello con Lucrezia. Nondimeno dovette essere anche in parte determinato dal carattere di quelle feste; mentre la marchesa espressamente lamentava la stanchezza e la noia, ond'era oppressa.[210]
Appena finite le feste, anche la marchesa tornò a Mantova. L'ultima lettera sua al marito da Ferrara porta la data del 9 febbraio. Da Mantova poi scrisse il 18 la prima lettera alla cognata Lucrezia:
«Illustrissima Signora. — L'amore che io porto alla Signoria Vostra, e il desiderio di sapere che ella persevera in quella buona salute, come al momento della mia partenza, mi fanno credere che anch'ella sia nell'espettazione stessa rispetto a me. Epperò, nella speranza di farle cosa grata, le significo ch'io sono arrivata sana e salva lunedì in questa città. Vi ho trovato anche in ottima convalescenza il mio Illustrissimo Signor consorte. Resta ch'io intenda parimenti della signoria Vostra lo stesso, acciò possa pigliarne piacere, come di sorella cordialissima. E benchè reputi superfluo offrirle le cose sue, nondimeno una volta per tutte voglio ricordarle, che la può disporre della persona e della facoltà mia non altrimenti che delle sue proprie. Me le raccomando per sempre, e la prego di volermi raccomandare al di lei Illustrissimo Signor consorte, mio fratello onorandissimo.»[211]
Lucrezia rispose il 22:
«Mia Illustrissima Signora Cognata e Sorella onorandissima. — Abbenchè sarebbe stato debito mio il prevenire Vostra Eccellenza nelle prove di amorevolezza, ch'ella s'è degnata usare verso di me, nulladimeno volentieri mi rassegno alla mia negligenza per questo solo, che l'Eccellenza Vostra m'abbia per tal guisa tanto più obbligata al servizio suo. Non potrei giammai esprimerle con quanta consolazione e contentezza abbia inteso il suo prospero arrivo in Mantova e la buona salute dell'illustre suo signor consorte. Possa lo stesso, assieme all'Eccellenza Vostra, come io ne prego Dio, esser preservato in prosperità e aumento di buono e felice stato secondo il desiderio loro. E per ubbidire, come desidero e debbo, al comando dell'Eccellenza Vostra, le significo che anch'io per grazia di Dio mi trovo bene e sempre pronta a far cosa che le sia grata. — Ferrara, 22 febbraio 1502. Devota Sorella, che desidera servirla, Lucrezia Estensis de Borgia.»[212]
Con questa lettera officialmente cortese cominciò il carteggio fra le due celebri donne, continuato per lo spazio di 17 anni. Ciò prova che la marchesa, sul principio ostile, divenne più tardi sincera amica della cognata.
Il duca di Ferrara fu di tutto cuore contento, quando gli ospiti presero finalmente la via d'andarsene. Solo madonna Adriana, Jeronima e quella Orsini innominata non diedero segno di voler tornare a Roma. Alessandro le aveva incaricate di rimaner colà, sino a che non giungesse la moglie di Cesare. Dovevano andare incontro a costei sino in Lombardia, e poscia accompagnarla a Roma. Se non che la duchessa di Romagna, malgrado delle premurose sollecitazioni del nunzio, non aveva voluto abbandonar la Francia. Suo fratello soltanto, il cardinale d'Albret, era giunto in Ferrara il 6 febbraio; ma ben presto continuò la strada per Roma.
Adriana, come prossima parente del Papa e di Lucrezia, era stata alla corte di Ferrara trattata assai onorevolmente, ed era anche entrata in relazione molto intima con la marchesa Isabella. Fa prova di ciò una lettera di quest'ultima, diretta ad Adriana, lo stesso giorno 18 febbraio, nel quale scrisse a Lucrezia. Vi si parla di una persona statale raccomandata in Ferrara da Adriana in proprio nome e anche a nome di madonna Giulia; donde risulta che quella innominata Orsini non era la Giulia Farnese.[213]
Ercole desiderava ardentemente la partenza di quelle donne.
In una lettera del 14 febbraio al suo ambasciatore Costabili in Roma lagnavasi con certa vivacità della inutile dimora delle stesse alla corte sua. «Noi vi diciamo — così scrivevagli — che la presenza delle nominate madonne fa sì che gran numero di altre persone, uomini e donne, rimangano similmente qui, aspettando la partenza di quelle; il che è peso grande ed insopportabile dispendio. Perchè se si conta tutt'insieme il numero delle persone del seguito di queste donne e di altre, restano ancora qui quasi 450 uomini e 350 cavalli.» Ciò egli, l'ambasciatore, potere rappresentare al Papa, ed i viveri esser consumati, e la duchessa di Romagna non esser per venire per Pasqua; e quanto a lui non poter più fare le spese, avendo già per le feste delle nozze erogato più di 25,000 ducati. Il Papa poteva quindi richiamare quelle donne. In un poscritto aggiungeva: «Io ho licenziati i gentiluomini dell'Illustrissimo Signor Duca di Romagna, dappoi che sono stati qui dodici giorni, perchè era gente impertinente, e la presenza loro era senza alcun frutto per Sua Santità e pel Duca di Romagna.»[214]
Finalmente le importune donne partirono; ma, a quel che pare, più tardi che ad Ercole non piacesse. V'è difatti un dispaccio dell'inviato Gerardo Saraceni da Roma del 4 maggio, col quale informa il duca, che monsignor di Venosa e madonna Adriana, ritornati da Ferrara, avevano espresso al Papa la loro gratitudine per l'amorevole accoglienza colà trovata.
Lo stesso giorno 14 febbraio Ercole scrisse una lettera al Papa, il cui tenore, tolte alcune frasi, non aveva nulla di simulato:
«Santissimo Padre e Signore. — Prima che l'illustrissima duchessa, nostra figliuola comune, giungesse qua, era mia ferma intenzione, come si conveniva, di accoglierla con benevolenza e con onore, e in alcuna cosa non mancare che tenesse a mostrarle particolare affetto. Ora, da che Sua Signoria è arrivata, mi ha talmente soddisfatto per le virtù e degne qualità trovate in essa, che non solo mi son raffermato in quella mia buona disposizione, ma altresì il desiderio e l'animo di far così è in me grandemente cresciuto, tanto più che veggo la Santità Vostra per un Breve di sua mano farmene amorevolmente ricordo. Stia adunque Vostra Santità di buon animo; mentre io userò verso la duchessa in tali termini, che la Beatitudine Vostra abbia a riconoscere come io la tenga per la più cara cosa che abbia al mondo.»[215]