IV.
Sin dal primo entrare nel castello degli Este, Lucrezia appartenne interamente a nuove relazioni, a nuovi interessi, si può dire, a un mondo nuovo per lei. Si trovò come principessa in uno de' più ragguardevoli Stati italiani e in una città a lei straniera, che da mezzo secolo a quella parte era diventata sì importante, che lo spirito della coltura nazionale v'aveva trovata una nuova sede e una nuova forma. Si vide accolta in una delle più cospicue case principesche d'Italia, che tempo e storia insieme avevan circondata di splendore veramente romantico. Una fortuna straordinaria e immensa l'aveva fatta entrare in quella casa famosa, della quale ella stessa ora doveva rendersi degna.
La stirpe degli Este era, accanto all'altra de' duchi di Savoia, la più antica e più eccelsa d'Italia. Anzi la seconda era dalla prima ecclissata per l'importanza dello Stato di Ferrara, grazie alla sua posizione geografica.
Ecco in breve la storia degli Este:
I signori, che ebbero il nome feudale da un piccolo castello tra Padova e Ferrara, ripetevan l'origine loro dalla invasione longobardica, e da una famiglia, il cui stipite chiamavasi Alberto. I nomi Adalberto e Alberto ebbero in italiano la forma di Oberto, che nel diminutivo si trasformò in Obizzo e Azzo. Nel X secolo apparisce un marchese Oberto, che fu partigiano di re Berengario prima, poi di Ottone il Grande. È ignoto da qual territorio togliessero il titolo di Marchesi egli e i prossimi discendenti suoi. Furono, ad ogni modo, grandi signori in Lombardia come in Toscana. Un pronipote di Oberto, Alberto Azzo II, vien ne' documenti nominato Marchio de Longobardia. Egli dominava da Mantova all'Adriatico e alla valle del Po, ove possedeva Este e Rovigo. Sposò Cunigonda, sorella del conte Guelfo III di Suabia. Così la famosa stirpe tedesca de' Guelfi si unì con quella degli Oberti, ed entrò nella cerchia delle relazioni italiane. Venuto a morte Alberto Azzo nel 1096 in età di più di 100 anni, lasciò i figli Guelfo e Folco. Costoro furono i progenitori della casa d'Este in Italia e della casa guelfa di Braunschweig in Germania. Guelfo difatti ereditò i beni di suo avo materno Guelfo III, col quale nel 1055 erasi estinta la linea maschile della casa sua. E andò in Germania; vi divenne duca di Baviera, e fondò la linea de' Guelfi.
Folco ereditò i possedimenti italiani del padre, e consolidò la linea degli Este. Nella gran lotta degl'imperatori tedeschi col Papato i marchesi d'Este furono aspri e tenacissimi combattenti; prima seguaci fervorosi, poscia capi del partito guelfo; il che valse a fondare il loro potere anche in Ferrara.
Gl'inizii primi di questa città furono oscuri e ignoti. Si crede che fosse venuta su al tempo delle immigrazioni forestiere. Dopo la donazione di Pipino e di Carlomagno la Chiesa pretese di averne il possesso. Fu compresa anche nella donazione della contessa Matilde. Nelle guerre tra il Papa e l'imperatore, cui diè alimento la disputa intorno l'eredità di Matilde, Ferrara acquistò la sua autonomia come repubblica.
Il XII secolo era sul finire, quando gli Este cominciarono a mettervi piede. Il nipote di Folco, Azzo V, sposò in quel tempo Marchesella Adelardi, erede del capo dei Guelfi nella città; mentre Salinguerra v'era capo de' Ghibellini. Da quel momento i marchesi d'Este andaron man mano guadagnando influenza in Ferrara. Essi divennero capi del partito guelfo anche nell'Alta Italia.
L'anno 1208 riuscì ad Azzo VI di scacciare Salinguerra. La città era così profondamente stanca della lunga lotta partigiana, che diede al vincitore la qualità ereditaria di Podestà. Fu questo il primo esempio di spontanea dedizione di una libera repubblica alla mercè di un signore. Così gli Este furono i primi a fondare un potere dinastico sulle rovine di una repubblica. L'audace Salinguerra, figura eroica delle più notevoli del tempo degli Hohenstaufen in Italia, scacciò di Ferrara ripetute volte Azzo e il successore di lui Azzo VII, sino a che nel 1240 non soggiacque e finì di vivere nel carcere. Dopo d'allora gli Este furono padroni di Ferrara.
Per un certo tempo, durante l'esilio avignonese de' papi, ne furono scacciati per opera della Chiesa; ma ritornarono il 1317, chiamativi da' cittadini che s'eran sollevati contro il luogotenente di quella. Giovanni XXII gli confermò con diploma d'investitura, mercè il quale ricevevano Ferrara in feudo dalla Chiesa contro l'annuo tributo di 10,000 fiorini d'oro. Oramai gli Este ordinarono il loro Stato come tiranni di Ferrara. Era uno Stato, cui il perdurare della dinastia fra tante guerre rese consistente. La dinastia degli Este non fu, come quelle di quasi tutte le altre dominazioni italiane, il prodotto di momentanee conquiste, d'intrusi illegittimi, ma antica, ereditaria, fortemente abbarbicata.
Con Aldobrandino, signore di Ferrara, di Modena, Rovigo e Comacchio, cominciò a venire al potere una serie di principi la maggior parte illustri, mercè i quali la città di Ferrara potè levarsi a quell'importanza, ond'era in possesso al cominciare del secolo XVI. Ad Aldobrandino successero i fratelli, Niccolò dal 1361 al 1388, e Alberto sino al 1393. Poi sino al 1441 dominò il figliuolo di costui Niccolò III, uomo di spiriti gagliardi e bellicosi. Essendo i suoi figli legittimi Ercole e Sigismondo minorenni, gli successe il suo bastardo Lionello. Questo principe non solo continuò quello che il padre aveva iniziato; ma fece di Ferrara uno Stato splendido e temuto. Il grande Alfonso di Napoli gli diè in moglie nel 1444 la figlia Maria; e per tal guisa gli Este si strinsero in intimo legame con la Casa reale degli Aragonesi. Lionello fu savio e liberale, cultore di ogni arte e scienza, principe di nome immortale. Nel 1450 gli successe il fratello Borso, al pari di lui bastardo, usurpando anch'egli il posto ai figliuoli legittimi di Niccolò III.
Borso fu uno de' principi più splendidi e grandiosi del tempo suo. Federico III, di ritorno dal suo viaggio d'incoronazione, lo nominò in Ferrara duca di Modena e Reggio, conte di Rovigo e Comacchio, paesi che appartenevano tutti all'Impero. D'allora in poi gli Este, la cui arma era stata un'aquila bianca, presero l'aquila nera imperiale, alla quale unirono i gigli di Francia, che un tempo Carlo VII aveva loro concessi. Il 14 aprile 1471 anche Paolo II nominò in Roma Borso duca di Ferrara. Poco dopo, il 27 maggio, questo principe famoso morì nubile e senza discendenti.
Gli successe Ercole, figliuolo legittimo di Niccolò III. Per tal guisa il governo ritornò alla linea pura degli Este, dopochè, per opera appunto di due bastardi, Ferrara era diventata uno Stato potente. Nel giugno 1473 Ercole si ammogliò con Eleonora di Aragona, figliuola di Ferdinando di Napoli. Le feste pel matrimonio furono sontuosissime. Da quel tempo sino al giorno, in cui questo secondo duca di Ferrara con altrettanta pompa univa Lucrezia in matrimonio con suo figlio, eran scorsi 29 anni di lotte molte e varie. Ercole aveva corso il massimo pericolo, onde lo Stato suo potesse essere minacciato: la guerra di Venezia e di papa Sisto IV contro di lui, la quale il 1482 fu terminata felicemente, non senza però la cessione di alcuni territorii in favore de' Veneziani. Ma il pericolo poteva rinnovarsi. Accanitissimi nemici del suo Stato erano sempre Venezia e la Chiesa. La sua politica quindi prescrivevagli di collegarsi con Francia, la quale comandava a Milano e forse poteva rendersi per sempre padrona di Napoli. Per questo motivo stesso erasi visto nella necessità di dare in moglie a suo figlio Lucrezia Borgia, a condizioni però vantaggiosissime. Lucrezia adunque poteva aver coscienza dell'alta significazione che la persona sua aveva per lo Stato di Ferrara. E ciò sin dal bel principio svegliò in lei il sentimento della sicurezza, rispetto alla nobile casa, cui ella omai apparteneva.
Il duca destinò Castel Vecchio a residenza degli sposi. Ivi Lucrezia stabilì la sua corte officiale. Il celebre castello esiste tuttora come uno de' più grandiosi monumenti medievali. Esso torreggia su tutta Ferrara ed è visibile da miglia lontano. Il color rosso scuro; il carattere grave e triste, congiunto ad una regolarità architettonica, che può dirsi perfetta; le quattro poderose torri; tutto ciò produce addentro impressione fortissima, specialmente al chiaro di luna, quando queste ultime riflettono la loro ombra nell'acqua del fossato, onde il castello ancora oggi, come in antico, è intorno ricinto. Alla fantasia dell'osservatore riappariscono allora le figure de' personaggi notevoli, che una volta v'abitarono o lo animarono: Ugo e Parisina Malatesta,[216] Borso, Lucrezia Borgia e Alfonso, Renata di Francia e Calvino, l'Ariosto, Alfonso II, l'infelice Tasso ed Eleonora.
Castel Vecchio fu fatto edificare dal marchese Niccolò nel 1385, dopo una sommossa cittadina. I successori lo compirono e ornarono nell'interno. Mercè cammini coperti era in comunicazione con la residenza dirimpetto al Duomo. Prima che Ercole allargasse Ferrara dal lato settentrionale, il castello rimaneva alla parte estrema, presso le mura. Una delle torri, quella chiamata del Leone, copriva la porta della città. Un braccio del Po, che allora scorreva in vicinanza, forniva d'acqua il fossato, sul quale si passava su ponti levatoi.
Al tempo di Lucrezia l'aspetto del castello era qual è ora solo nella sua forma essenziale. I comignoli delle torri sono di tempo posteriore. Le torri stesse erano più basse. Avevano merli, e così pure tutte le mura, come il castello dei Gonzaga in Mantova: intorno intorno armate de' cannoni fatti fondere da Alfonso. L'interno era una corte con portici, quadrata e lastricata. Si mostrò quivi a Lucrezia il luogo, ove Niccolò III, nel 1425, fece tagliare il capo all'infelice suo figlio Ugo e alla matrigna, la bella Parisina. E la lugubre memoria dovette suggerire alla figliuola di Alessandro di esser fedele al marito.
Ampie scale di marmo menavano a' due appartamenti del castello, de' quali quello al primo piano serviva di residenza a' principi. Era una fila di sale e di camere. Col tempo tutto è così mutato, che anche quei, che più a fondo conoscono Ferrara, confessano non saper più ove fosse l'abitazione di Lucrezia. Anche delle pitture, che gli Este vi fecero fare, rimangono appena alcuni affreschi del Dossi e uno d'altro maestro.
La residenza in quel castello dovette forse essere sempre malinconica e alquanto oppressiva. Ciò era in armonia col carattere di Ferrara. Anche oggi la città reca l'impressione di una serietà cupa e monotona. Quando dall'alto de' merli del castello guardi quella estesissima pianura riccamente coltivata, pur sempre uniforme, priva di un bello orizzonte, mentre le Alpi di Verona appena si disegnano in lontananza, e il più prossimo Appennino non ha aspetto gran fatto maestoso; quando guardi quella massa nera della città, un senso di maraviglia ti assale, pensando come mai la gioconda poesia dell'Ariosto sia nata in quel luogo. Il cielo, la terra e il mare atti ad ispirarlo avrebbe dovuto piuttosto cercare in quel eliso di Sorrento, che fu culla del Tasso. Una prova di più della verità sovente osservata, che la fantasia poetica è indipendente dai luoghi.
Ferrara giace in una pianura malsana, attraversata dai rami del Po e da parecchi canali. Il fiume principale non dà punto vita alla città nè alla campagna, perchè scorre lontano molte miglia. Mura poderose con quattro porte cingevano la città d'ogni lato. Al tempo di Lucrezia, oltre Castel Vecchio sull'estremità nordica, v'era pure dal lato sud-occidentale Castel Tealto o Tedaldo. Questa fortezza era posta sur uno de' rami del Po. Aveva una porta, per la quale s'entrava in città, mentre un ponte di barche menava dall'altro lato al sobborgo San Giorgio. Per questa porta Lucrezia aveva fatto il suo ingresso. Di Castel Tedaldo oggi non resta più nulla; fu distrutto sul principiare del secolo XVII, quando il Papa, espulsi i discendenti di Alfonso, fece edificare la nuova grande fortezza.
Ferrara aveva spaziose piazze e strade regolari con portici. Sulla piazza principale era il Duomo, ragguardevole edifizio di stile gotico-lombardo dell'anno 1135, nel quale fu consacrato. L'alta facciata, divisa in tre parti e con tre frontoni formati di tre serie di archi, che partecipano del gotico e del romano, poggiati su colonne, e con le antiche sculture, tutte annerite dal tempo, ha un'apparenza veramente singolare, che sente insieme dell'originalità medievale e di bizzarro romanticismo. Nulla colpisce oggi tanto in Ferrara quanto la prima vista di codesta facciata. Si crede aver dinanzi una figura del favoloso mondo ariostesco. Rimpetto a uno de' lati della Cattedrale sta ancora il gotico Palazzo della Ragione, e stavano altra volta due vecchie torri, una delle quali chiamavasi Rigobello. Di fronte poi alla facciata era la residenza degli Este. Ivi abitava Ercole, e un tempo abitò Eugenio IV, quando tenne a Ferrara il famoso Concilio. Innanzi al palazzo erano una volta le statue de' due grandi principi di Ferrara, Niccolò III e Borso: la prima equestre, l'altra seduta. Erano poste su colonne; epperò avevano piccole dimensioni. Oggi le colonne sussistono a' lati del portone: le statue furono distrutte nel 1796.
Gli Este gareggiarono con altri principi e repubbliche nell'edificare chiese e monasteri, de' quali Ferrara è ricca tuttora. Intorno l'anno 1500 più notevoli erano: San Domenico, San Francesco, Santa Maria in Vado, Sant'Antonio, San Giorgio innanzi a Porta Romana, il chiostro del Corpus Domini e la Certosa. Tutte queste chiese sono state più o meno rammodernate. Benchè alcune si distinguano per belle proporzioni e spaziosità, pure niuna ha un'individualità artistica rilevante.
Col XV secolo anche Ferrara cominciò ad arricchirsi di palazzi, che oggi pure sono il decoro della deserta città, e costituiscono una parte di gran valore della storia dell'architettura, dagl'inizii del Rinascimento sino al passaggio nel barocco. Alcuni sono in uno stato di deplorabile decadenza. Sullo scorcio del secolo XVI il marchese Alberto costruì i palazzi del Paradiso, oggi l'Università, e Schifanoja. Ercole edificò il Palazzo Pareschi. Di lui può dirsi che fosse il rinnovatore di Ferrara. Allargò la città, aggiungendovi, verso settentrione, un nuovo quartiere, l'Addizione Erculea. Questa è pur oggi la parte più splendida della moderna Ferrara. È attraversata da due strade lunghe ed ampie, il Corso di Porta Po con la sua continuazione nel Corso di Porta Mare, e la strada de' Piopponi. Passeggiando per quelle vie tranquille e solitarie, fa stupore vedere quella lunga fila di bei palazzi della Rinascenza, monumenti di una vita rigogliosa, ma ora spenta del tutto. Ercole aprì colà una piazza, e all'intorno la nobiltà vi fece elevar palazzi. La si chiama oggi Piazza Ariostea, avendo nel mezzo il monumento del grande Poeta. È forse il più bello che sia mai stato eretto ad un poeta. La statua marmorea si slancia alta e libera sopra magnifica colonna, sicchè domina tutta Ferrara. Anche la storia sua accresce al monumento fascino e attrattiva. Originariamente doveva sulla piazza essere messa la statua equestre di Ercole su due colonne. Le si trasportavano sul Po, quando l'una andò a fondo. L'altra fu impiegata nel 1675 a sostenere la statua in bronzo di Papa Alessandro VII. La quale fu abbattuta nella rivoluzione dell'anno 1796, e sostituita dalla statua della Libertà, alla cui solenne elevazione assistette il generale Napoleone Buonaparte. Tre anni dopo gli Austriaci gettarono giù la Libertà, e la colonna restò decapitata sino al 1810, anno in cui vi fu messa la statua imperatoria di Napoleone. E questa pure cadde col cadere dell'imperatore. Finalmente nel 1835 Ferrara pose su quella colonna la statua dell'Ariosto. Niun mutamento di dominazione politica e niuna forza umana potrà mai più gettare abbasso quell'immagine da quell'altezza, ove la sostiene e protegge un poema immortale.
Nel nuovo quartiere di Ercole sursero palazzi sontuosi. Il fratello di lui Sigismondo edificò il grandioso Palazzo Diamanti, ove oggi è la Pinacoteca. I Trotti, i Castelli, i Sacrati e i Bevilacqua v'eressero i loro palazzi privati, esistenti tuttora. Ferrara era abitata da numerosa e ricca nobiltà, discendente in parte da antiche famiglie di conti. Oltre i già nominati, eran del novero: i Contrarii, i Pii, i Costabili, gli Strozzi, i Saraceni e i Boschetti, i Roverella, i Muzzarelli e i Pendaglia.
L'aristocrazia ferrarese aveva da gran tempo superato il periodo delle intestine lotte partigiane e della indomita fierezza feudale, ed era diventata cortigiana. Gli Este, e massime il battagliero Niccolò III, avevano domati e sommessi questi baroni, che originariamente vivevano nei loro feudi. Ormai essi erano al servizio del principe, coprivano i più ragguardevoli ufficii nella corte e nello Stato, ed eran capitani nell'esercito. Prendevano bensì parte, e forse con più fervore che non facesse la nobiltà degli altri Stati italiani, alla cultura dello spirito, essendo questa essenzialmente opera de' principi d'Este. Epperò alcuni nomi di grandi signori spiccano a quell'epoca nel movimento letterario di Ferrara.
L'Università ferrarese sin dalla metà del XV secolo era venuta in tanto rigoglio da stare bene, accanto a quelle di Padova e Bologna, tra le più celebri d'Italia. Era stata aperta nel 1391 dal marchese Alberto; poscia riformata da Niccolò III. All'apogeo dello splendore la condussero Lionello e Borso. Lionello fu discepolo del famoso Guarino da Verona, ed egli stesso dotto assai in ogni scienza. Fu altresì l'amico e l'idolo degli umanisti del tempo suo. Pieno d'entusiasmo, faceva collezione di manoscritti rari o li faceva copiare. Fu il fondatore della Biblioteca. Borso continuò le stesse tracce con altrettanta attività e fervore.
Già nel 1474 l'Università di Ferrara contava 45 professori, largamente retribuiti. Ercole ne aumentò il numero. Nel primo anno del suo regno fu anche introdotta l'arte tipografica.[217]
Nell'indole del popolo, come nel carattere della città, una disposizione seria si direbbe che sia l'impronta fondamentale e più risaltante. Con essa si disposava il bisogno di speculazione e di critica, come pure delle scienze esatte. Girolamo Savonarola, il profeta fanatico in quel deserto morale dei tempi borgiani, nacque in Ferrara. Lucrezia ebbe forse spesso a ricordarsi di quest'uomo, nel quale il padre suo per mano del carnefice aveva fatto soffocare la protesta delle anime ancora credenti e pure contro il Papato di lui.
L'astronomia e la matematica, le scienze naturali in generale e la medicina, che allora insieme con quelle era parte integrante delle discipline filosofiche, fiorirono specialmente in Ferrara. Il Savonarola stesso aveva dovuto studiar medicina. Suo avo Michele, celebre medico di Padova, era stato chiamato a Ferrara da Niccolò III.[218] Come medico, matematico e filosofo ed anche qual filologo vi brillava dal 1464 il vicentino Niccolò Leoniceno. Ai piedi suoi sedettero tali, che poscia furono i più famosi eruditi e poeti d'Italia. Egli formava ancora l'orgoglio di Ferrara, quando v'andò Lucrezia. Invece il grande matematico Domenico Maria Novara insegnava allora in Bologna, ove aveva avuto a discepolo il Copernico.
Da questa Università vennero fuori grandi umanisti, che al tempo dell'arrivo di Lucrezia erano ancora bambini o giovanetti, fra i quali i due Giraldi e quel geniale Celio Calcagnini, che le aveva dedicato una poesia per nozze. Tutti questi uomini erano ben veduti alla corte degli Este, essendo persone tutt'altro che esclusive, ma d'ingegno versatili e facili nella forma. In verità, solo più tardi, quando la divisione del lavoro e la necessaria limitazione professionale prevalse nella scienza, la viva erudizione dell'umanismo si trasformò in pedanteria di casta.
Ma soprattutto alla poesia, e ad una particolar forma di essa, la città di Ferrara, proprio nell'epoca di Lucrezia, diè impronta affatto speciale ed assolutamente romantica. Per questa via potette divenire una di quelle città, che pe' tardi nepoti sono ancora luoghi di pellegrinaggio della civiltà. Ferrara produsse molti poeti in ambedue le lingue, latina e italiana. Pressochè tutti quegli eruditi poetavano in latino. La più parte non erano certamente che gelidi facitori di versi; ma alcuni s'elevarono al più alto grado nella letteratura poetica, sicchè anche oggi non sono dimenticati. Eran tra questi specialmente i due Strozzi, padre e figlio, e Antonio Tebaldeo. Se non che, a petto di tali poeti neolatini, ebbero importanza di gran lunga maggiore quei che in lingua italiana seppero svolgere e perfezionare l'arte epico-romantica. La lussuriosa e tanto splendida corte di Ferrara, con quel carattere di forte romanticismo, onde la casa degli Este erasi circondata, mentre la storia sua rimontava al tempo eroico medievale, con quella eletta nobiltà e col moderno sentimento cavalleresco, favoreggiava già per propria essenza il culto del genere epico. Ma s'aggiungeva anche, come fondo adatto e propizio, la città con la sua propria storia e col suo carattere architettonico. In Ferrara, come in Firenze, non vi ha monumenti dell'antichità romana: tutto appartiene al Medio Evo. Lucrezia non trovò più nella corte di Ercole l'amico di lui, il Bojardo, il celebre poeta dell'Orlando Innamorato. Ma forse viveva ancora il cantore di Mambriano, Francesco Cieco. Ed abbiamo già visto come l'Ariosto, quegli che presto doveva oscurare la gloria de' due precursori, avesse offerto gli omaggi suoi a Lucrezia.
Meno prospera vita delle scienze e della poesia ebbero in Ferrara le arti belle. Pure, se non vi produssero maestri di prim'ordine, come Raffaello o Tiziano, vi tennero, ad ogni modo, non ispregevole luogo per la coltura italiana. Gli Este coltivarono la pittura. I palazzi loro fecero ornare con affreschi, de' quali rimangono ancora alcuni notevoli per originalità, come quelli che ultimamente, nel 1840, furono scoperti nel Palazzo di Schifanoja. Una scuola indigena venne in gran reputazione sino dalla metà del XV secolo. Ne fu capo Cosimo Tura. Uscirono da essa due ragguardevoli pittori, Dosso Dossi e Benvenuto Tisio, il quale sotto nome di Garofalo divenne celebre come uno de' migliori discepoli di Raffaello. Le opere di questi pittori, entrambi contemporanei di Lucrezia — Garofalo era più giovane di un anno — ornano ancora molte chiese di Ferrara, e sono altresì il principale decoro della Pinacoteca.
Tal'era, ne' tratti suoi più essenziali, la città di Ferrara; e tale pure la vita spirituale, ond'era animata, intorno il 1502. È evidente che, oltre lo splendore della corte e la politica importanza, come capitale dello Stato, anche la vita interiore v'era fervida e rigogliosa. Alcuni cronisti affermano, che il numero degli abitanti toccasse allora i 100,000. Fosse pure la cifra esagerata, ad ogni modo, al principio del XVI secolo, all'epoca sua fiorente, Ferrara dovett'essere più popolosa di Roma. Era città prospera ed agiata: accanto alla nobiltà, una borghesia operosa, mercè l'industria, massime la fabbricazione di panni, e mercè il commercio, vi si procacciava un tranquillo godimento della vita.