V.

Con ogni studio Alessandro teneva dietro a quanto accadeva in Ferrara. Egli non perdeva d'occhio la figlia. Questa e gli agenti di lui lo informavano d'ogni segno di favore o disfavore, cui incontrasse. Cessata l'ebbrezza delle feste nuziali, quando Lucrezia doveva affrontare con tatto l'invidia e il sospetto e formarsi nella corte un solido stato, potevano forse esserle serbati giorni difficili e penosi. Le informazioni di costei rassicurarono Alessandro, specialmente rispetto al contegno di Alfonso. Egli non supponeva che il principe erede di Ferrara amasse la figliuola. Ma ciò che solo gl'importava era che la trattasse da moglie e la facesse madre di un principe. Sentito che Don Alfonso passava la notte con Lucrezia, n'espresse grande soddisfazione all'ambasciatore ferrarese. «Certamente di giorno egli va altrove, giovane qual è, pel piacer suo; ma in ciò fa molto bene:» così pensava Sua Santità.[219]

Egli ottenne pure che il duca désse alla nuora, come rendita annuale, 12,000 ducati invece di 6000, come colui voleva. Lucrezia era difatti liberale e aveva bisogno di molto.

Frattanto Cesare apparecchiavasi a condurre a termine quelle imprese, di cui gli erano mallevadori insieme il parentado con Ferrara e l'assenso di Francia. Dopochè ebbe fatto sgozzare in Castel Sant'Angelo il giovane Astorre Manfredi, mosse il 13 giugno per Romagna. Trasse in inganno l'ingenuo Guidobaldo d'Urbino, e ad un tratto s'impadronì dello Stato di lui. Ciò fu il 21 giugno. Il duca fuggiasco riparò a Mantova: poi andò con la moglie a Venezia.

Ora Cesare si rivolse contro Camerino. Trasse in agguato i Varano, e li fece trucidare: solo uno scampò. Di tutte le sue geste egli informava la corte di Ferrara. Ed Ercole non si vergognava di felicitarlo di atrocità, mercè le quali principi amici o prossimi parenti di lui avevan subito la estrema rovina. Da Urbino scrisse alla sorella questa lettera:

«Illustrissima Signora e Germana nostra carissima. — Tengo per certo, che per la presente indisposizione della Eccellenza Vostra non possa esservi nulla più efficace e più salutare che il sentire buone e felici nuove. Le facciamo sapere che in questo punto abbiamo avuto nuova certezza della presa di Camerino. Noi la preghiamo di far onore a codesta nuova con evidente miglioramento dello stato suo, e di volerci informare di ciò. Imperocchè per l'indisposizione sua non possiamo provar piacere nè per questa, nè per altre nuove. Noi la preghiamo pure di partecipare la presente all'Illustrissimo Signor Don Alfonso, suo marito, come a fratello nostro amatissimo, e al quale per fretta non scriviamo. — Urbino, 20 luglio 1502. Di Vostra Eccellenza fratello, il quale l'ama come se stesso, Cesare.»[220]

Poco dopo Cesare fece alla sorella la sorpresa di una visita nel Palazzo Belfiore. Vi giunse con cinque cavalieri travestito, il 28 luglio. Si fermò due ore appena; quindi, accompagnato sino a Modena dal cognato Alfonso, ripartì frettolosamente per recarsi in Lombardia presso il re di Francia.

In questo mentre Alessandro aveva presa una risoluzione intorno alla conquistata Camerino, interamente in opposizione con le mire di Cesare, la quale mostrava a costui, che alla fin fine la volontà del padre non era tutta e intera in poter suo. Il 2 settembre 1502 Alessandro investì di Camerino, come Ducato, quell'Infante Giovanni Borgia, nominato da lui talvolta suo, tal'altra figliuolo di Cesare, e che aveva già investito del Ducato di Nepi. Tutti questi possedimenti reggeva in nome dell'Infante il suo tutore, il cardinal di Cosenza, Francesco Borgia. V'hanno monete di questo effimero Duca di Camerino.[221]

Il 5 settembre Lucrezia, a grandissimo cordoglio di Alessandro, che aveva sperato nella nascita di un erede al trono, partorì una bambina morta. Essa ne fu gravemente malata. A questa nuova Ercole venne in fretta da Reggio, ove era ito incontro a Cesare di ritorno dalla Lombardia. Trovò Lucrezia affidata alle cure del più abile de' medici di Alessandro, il vescovo di Venosa. Il 19 settembre venne anche Cesare a visitar la sorella: restò con lei due giorni; quindi andò ad Imola.[222]

Lucrezia si sentiva opprimere in Castel Vecchio, e desiderava respirare aria migliore. L'8 ottobre andò a stare nel chiostro del Corpus Domini. Vi fu accompagnata da tutta la corte. Si riebbe in salute, e già il 22 del mese stesso, a grande gioia di tutti, come lo stesso duca Ercole scrisse a Roma, potè tornare alla sua residenza nel castello. Alfonso andò pure a Loreto a sciorre un voto fatto pel ristabilimento della moglie. La pubblica sollecitudine, di che Lucrezia nella congiuntura fu fatta segno, mostrarono che si cominciava ad amarla in Ferrara.[223]

Nel mese d'ottobre ebbe pur luogo la ribellione dei condottieri, che mancò poco non traesse Cesare a rovina. Per la defezione de' generali anche il paese d'Urbino insorse, tanto che Guidobaldo il 18 ottobre poteva già rientrare nella sua capitale. Ma la protezione di Francia e la cecità de' codardi salvarono il duca di Romagna dal più estremo pericolo. Il 31 dicembre egli si sbarazzò di quei baroni col noto strattagemma in Sinigaglia. Fu il suo capolavoro. Vitellozzo e Oliverotto fece immediatamente sgozzare. Gli Orsini, Paolo, il suocero di Jeronima Borgia, e Francesco, il duca di Gravina, che un tempo doveva essere marito di Lucrezia, incontrarono la stessa sorte il 18 gennaio 1503.

Il duca di Ferrara mandò a Cesare congratulazioni. I Gonzaga fecero altrettanto. Isabella stessa, che aveva visto scacciar da Urbino sua cognata, e il marito di questa costretto a fuggirsi di colà una seconda volta, gli scrisse lettere piene di complimenti. I Gonzaga volevano ora effettivamente impegnar la mano del loro piccolo Federigo, principe erede, con Luisa, figliuola di Cesare. E con la mediazione di Francesco Trochio già si trattava a Roma dell'affare. Ecco una lettera d'Isabella a Cesare:

«Al Signor Duca di Valenza. — Illustrissimo, etc. — De' felici progressi di Vostra Eccellenza, ch'ella con amorevole lettera ci ha significati, abbiam preso piacere e contento, quale si conviene alla mutua amicizia e alla benevolenza, che è tra lei e il nostro illustre signor consorte. Epperò in suo e in nostro nome ci congratuliamo seco per la sicurezza e prosperità conquistate; e la ringraziamo per la partecipazione e anche per l'offerta di tenerci avvisati degli ulteriori successi. Al qual proposito la preghiamo di persistere nella bontà sua. Poichè, amandola come noi facciamo, desideriamo sentire più spesso degli andamenti suoi per poterci rallegrare con lei pel bene e per l'esaltazione di Vostra Eccellenza. Ora, credendo noi che, dopo le pene e le fatiche patite in codeste sue gloriose imprese, voglia anche trovar loco di ricrearsi, mi è parso bene mandarle 100 maschere per mezzo del nostro staffiero Giovanni. Certamente noi lo riconosciamo come vile dono rispetto alla grandezza de' meriti dell'Eccellenza Vostra e anche all'animo nostro. Nullameno valga come testimonianza che, ove in questo nostro paese fosse cosa più degna e conveniente, più volentieri gliela manderemmo. Che se inoltre le maschere mancheranno della bellezza che pur si confarebbe, piaccia a Vostra Eccellenza imputarlo ai maestri di Ferrara. I quali, per la proibizione già da molti anni di mascherarsi colà in pubblico, hanno disimparato a farne. Possa quindi supplire la sincera volontà e affezione nostra verso Vostra Eccellenza. Quanto alla pratica nostra, non accade replicare altro, finchè non intendiamo da Vostra Eccellenza la risoluzione di Sua Santità, Nostro Signore, circa il caso della sicurtà, che le abbiamo fatto esplicare a voce mediante Brognolo. Onde stiamo in aspettazione per venire alla conclusione. A lei ci raccomandiamo ed offeriamo. 15 gennaio 1503.»[224]

Cesare da Acquapendente rispose così alla marchesa:

«Illustrissima Signora Commara e Sorella nostra onorandissima. — Abbiamo ricevuto il dono di Vostra Eccellenza delle 100 maschere, che mi sono state molto accette per la multiplice varietà e singolare bellezza, e ancora più per essere sopraggiunte in tempo e luogo che più al proposito non sarebbe potuto essere, come se Vostra Eccellenza ci avesse prefissa la legge e l'ordine delle imprese nostre e della nostra tornata a Roma. In vero in quel medesimo giorno ci eravamo impadroniti della città e contado di Sinigaglia con le fortezze, e punito di santa ragione i perfidi tradimenti degli avversarii nostri, e liberato altresì da tirannia Città di Castello, Fermo, Cisterna, Montone e Perugia, e ridottele all'ubbidienza di Sua Santità, Signor Nostro. Ed ora abbiamo anche deposto dal tirannico dominio, che s'era usurpato a Siena, Pandolfo Petrucci, addimostratosi contro di noi feroce nemico. E soprattutto ci sono state accettissime le maschere, perchè venivano dalla fraterna e singolare benevolenza, ch'ella, ne siamo certissimi, con l'Illustrissimo suo Signor Consorte ci porta. E di questo ella ci dà prova con l'amorevolissima lettera, con la quale ci ha mandato quel presente. Per tutte codeste cose noi dovremmo per lettera ringraziarla infinite volte, se la grandezza de' meriti suoi e del suo consorte presso di noi non rifiutasse ogni dimostrazione di parole, ricercando invece efficacità di fatti. Noi useremo le maschere, e la loro perfetta bellezza ci sparagnerà la cura di ogni altro ornamento. Quanto alla nostra comune parentela vi perseveriamo sempre con maggior fervore. Nella nostra andata a Roma ci adopereremo in guisa che Sua Santità, Signor Nostro, le dia pienissimo effetto. Al prigioniero accorderemo la libertà, siccome l'Eccellenza Vostra da noi desidera. Assumeremo subito piena informazione, e, avutala, non ci resteremo di rispondere alla Signoria Vostra Illustrissima con sua soddisfazione, e a questa ci raccomandiamo. — Dal campo papale presso Acquapendente, il primo febbraio. Di Vostra Eccellenza compare e fratello il Duca di Romagna, etc., Cesare.»[225]

Cesare s'accostava allora al sommo de' desiderii suoi, la corona reale dell'Italia centrale. Questo audace disegno però non restò che un sogno. Luigi XII gli proibì di spingersi e penetrare più in là. Gli Orsini e altri baroni dei territorii romani si levarono a lotta disperata; ond'ei dovette in fretta recarsi a Roma. Poichè Consalvo aveva abbattuto la potenza francese nel Regno di Napoli, e il 14 maggio era entrato vittorioso nella capitale, Alessandro e suo figlio cominciarono a volgersi verso Spagna. Se non che Luigi XII, per la riconquista di Napoli, mandò sotto il La Tremouille nuovo esercito, nel quale prese servizio al soldo del re anche il marchese di Mantova. Nell'agosto 1503 l'esercito s'era avanzato sin sul Patrimonio di San Pietro.

Ma ecco che in un solo e stesso giorno Alessandro e Cesare caddero malati. Il Papa morì il 18 agosto. Che entrambi siano stati in pari tempo avvelenati, è stato affermato e negato insieme. E, per quante ragioni si possa far valere in favore dell'una e dell'altra opinione, questo è sicuro che il fatto rimane incerto.

La morte del padre fu per Lucrezia, fatta astrazione da ogni sentimento personale, un avvenimento capace di mettere in forse la condizione sua in Ferrara. In realtà, la potenza di Alessandro era stata per lei saldo sostegno. Nè essa poteva dirsi ancora sicura dell'affetto duraturo del suocero nè del marito. Piuttosto Alfonso ora poteva ricordarsi di ciò che una volta gli ebbe detto Luigi XII: che, alla morte di Alessandro VI, egli non saprebbe più chi fosse la donna, la quale egli avea sposata. Il re stesso domandò un giorno all'ambasciatore di Ferrara presso la sua corte, se sapesse in che modo madonna Lucrezia aveva accolta la nuova della morte del Papa. E avendo il ministro risposto d'ignorarlo, Luigi XII gli disse: «So che non siete mai stati contenti di codesto matrimonio; questa madonna Lucrezia non è nemmeno la moglie effettiva di Don Alfonso.»[226]

Lucrezia sarebbe stata sgomenta assai, dove avesse potuto leggere la lettera che il suocero scrisse al suo ambasciatore Giangiorgio Seregni in Milano, allora in possesso de' Francesi, con la quale gli apriva l'animo suo in occasione della morte di Alessandro VI:

«Giangiorgio. — Per chiarirti di quello che da molti si è domandato, se per la morte del Papa stiamo di mala voglia, ti assicuriamo che la non ci è spiaciuta per niun capo. Piuttosto per l'onore del Nostro Signore Dio e per l'universale bene della Cristianità abbiamo già da più dì desiderato, che la divina bontà e provvidenza volesse provvedere un pastore buono ed esemplare e togliesse dalla Chiesa sua tanto scandalo. Per quel che riguarda noi peculiarmente, non potremmo altrimenti desiderare; perchè presso di noi prepondera il riguardo alla gloria di Dio e al bene dell'universale. Pure, oltre a questo, ti diciamo, che non fu mai Papa, dal quale non avessimo ricevuto grazia e piacere più che da questo, anche dopo l'affinità contratta. Avemmo da lui soltanto appena quello, cui era obbligato, mentre noi non ce ne stemmo alla fede sua. Del rimanente, in niun'altra cosa, nè grande nè mediocre nè piccola, siamo stati compiaciuti da lui. Il che crediamo in gran parte procedesse per colpa del duca di Romagna. Non avendo egli potuto fare di noi quello che avrebbe voluto, si è con noi condotto da estraneo. Giammai non si è aperto con noi; giammai non ci ha communicati gli andamenti suoi; nè noi abbiamo communicato a lui i nostri. Da ultimo, inclinando egli a Spagna, e vedendoci noi buoni francesi, non avevamo mai da sperare piacere alcuno nè dal Papa nè da Sua Signoria. Per questo tal morte non ci è dispiaciuta; mentre non avevamo ad aspettarci che male dalla possanza del nominato duca. Noi vogliamo che tu communichi puntualmente questo nostro secreto al Gran Maestro (Chaumont), al quale non vogliamo che sia celato l'animo nostro. Con altri però parlane sobriamente. Respingerai poscia la presente indietro a messer Gian Luca (Pozzi) nostro Consigliere. — Belriguardo, 24 agosto 1503.»[227]

Questo linguaggio era molto schietto. Tenuto conto de' grandi beneficii venuti allo Stato suo dall'unione con Lucrezia, si sarebbe forse potuto dare ad Ercole dell'ingrato. Se non che egli aveva sempre risguardato quel matrimonio puramente come un affare. E quanto poi alle relazioni sue con Cesare, aveva ragione di concepirle come faceva.

Sentiamo ora come scrivesse della morte del Papa un altro principe famoso e molto intimo con i Borgia. Il marchese di Mantova, al tempo dell'avvenimento, era all'esercito francese, e nel suo quartier generale in Isola Farnese, a poche miglia innanzi Roma. Di colà scrisse alla moglie Isabella il 22 settembre 1503:

«Illustre Signora, moglie nostra amatissima. — Affinchè la Signoria Vostra sia, al pari di noi, informata del decesso di papa Alessandro VI, le significhiamo quanto segue. Essendo malato, egli cominciò a parlare in forma, che chi non intendeva il suo proposito, credeva che vaneggiasse, ancorachè ragionasse con gran sentimento. Le parole sue erano: — Verrò, verrò, l'è ragionevole; aspetta ancora un po'. — Quei che intendevano il suo secreto, le spiegavano così: nel Conclave, alla morte d'Innocenzo, egli pattuì col diavolo, comprando il Papato con l'anima sua; fra gli altri patti fu che dovesse vivere sulla Santa Sede 12 anni; il che gli è stato atteso con quattro dì di giunta. V'è ancor chi afferma aver visto in camera di lui, al punto di rendere lo spirito, sette diavoli. Morto che fu, il corpo suo cominciò a bollire e la bocca a spumare, come caldaio sul fuoco; e continuò così sino a che stette sopra terra. Di più divenne oltre modo grosso, tanto che in lui non appariva più forma di corpo umano, e dalla larghezza alla lunghezza non v'era più differenza alcuna. Fu portato alla sepoltura senza molti onori; il cataletto fu trascinato da un facchino, con una corda legata al piede, sino al luogo ove fu sotterrato; e ciò perchè non si trovò alcuno che volesse toccarlo. Gli furon fatte esequie tanto misere, che la Nana moglie del zoppo le ha in Mantova più onorevoli. L'ultima fama sua rivive ogni giorno ne' più vituperosi epitaffi.»[228]

Le relazioni del Burkard, dell'ambasciatore veneto Giustinian, del ferrarese Costabili e di molti altri contengono la descrizione stessa, e quasi con identiche parole. La favola del diavolo o Babuino, venuto a prendersi Alessandro, si può, del resto, legger pure in una relazione nel Diario di Marin Sanudo. Il marchese Gonzaga, uomo di spirito tanto côlto e largo, la teneva per vera con la stessa ingenuità del popolino di Roma.

La leggenda diabolica di Faust e di Don Giovanni, che venne istantaneamente a collegarsi con la morte di Alessandro VI — e non mancò neppure il cane nero, che irrequieto e senza mai posare correva in San Pietro — quella leggenda, dico, esprimeva il giudizio de' contemporanei sull'abominevole natura del Borgia e sulla sconfinata fortuna toccatagli in vita. Nulladimeno la figura morale di Alessandro VI è così enigmatica da rimanere un mistero, anche per lo sguardo del più acuto psicologo.

In lui, come radice de' delitti suoi, non scopriamo ambizione nè sete di dominio, donde è mai sempre scaturita la massima parte delle colpe de' regi. In lui non odio del simile, nè crudeltà, nè piacere nel male; ma sensualità e la più nobile delle forme, che valgano a spiritualizzarla: l'amore pe' figliuoli. Tutte le osservazioni della psicologia disporrebbero l'animo a credere che l'enorme carico di colpe abbia fatto di Alessandro un uomo oppresso, come Tiberio e Luigi XI, dalla paura e dalla demenza. In quella vece innanzi a noi sta un uomo sempre pronto ai godimenti mondani, che sin nella più tarda età non sente l'esaurimento della vita: «Il Papa ogni dì si ringiovanisce; i suoi pensieri non passano mai una notte; è di natura allegra e fa quello che gli torna utile; e tutto il suo pensiero è di far grandi i suoi figliuoli; nè d'altro si cura.» Così l'ambasciatore veneto Capello nel 1500, due anni prima che quegli morisse.

Il lato inesplicabile della natura sua non eran già le passioni, cui abbandonossi, nè le azioni commesse. Delitti pari, e anche più gravi, consumarono molti principi, prima e dopo di lui. L'inconcepibile è che le commettesse come Papa. Come è possibile che Alessandro VI congiungesse insieme quel delirio de' sensi e quelle spietate azioni con la coscienza continua di essere, qual ei si teneva, sacerdote supremo della religione, e rappresentante di Dio in terra? Abissi dell'anima umana! Non v'ha occhio capace di penetrarli e scrutarli. In che modo mai riduceva egli al silenzio i rimorsi e i palpiti della coscienza; come riusciva a nasconderli sotto quell'aspetto sempre franco e sereno? E poteva egli credere all'immortalità dell'anima e all'esistenza di un Dio?

Ove si guardi alla gioconda e festosa spensieratezza, che in ogni azione sua poneva, si potrebbe affermare che Alessandro VI sia stato ateo e materialista per convinzione. Per spiriti profondamente filosofici e infelici vi può essere un punto di vista, dal quale tutto questo dibattersi del mondo umano apparisca come privo di scopo, come miserabile giuoco di fantocci. Più di un papa e di un imperatore poteva ripetere il noto motto: Vanitas, omnia vanitas, se nella coscienza della propria effimera esistenza osservava questa fragile gabbia di matti e l'insipidezza delle gioie e de' dolori loro, e le illusioni e i timori e l'egoismo e le idolatrie dell'uomo. Ma in Alessandro VI non v'ha traccia dello spirito di un Faust; nulla di un sottilizzante disprezzo del mondo; nulla di uno scetticismo titanico. Piuttosto una straordinaria ingenuità di fede sembra essersi in lui disposata con l'attitudine ad ogni enormezza. Lo stesso Papa, che all'effigie della Madre di Gesù faceva improntare i tratti dell'adultera Giulia Farnese, credeva di essere sotto il patrocinio speciale della Madonna.

La vita di Alessandro VI è il più acuto contrapposto dell'ideale di Cristo. Questa è verità tanto incontrastabile, che non ha bisogno di altra prova se non del semplice confronto del procedere di colui con le dottrine dell'Evangelio. Si confronti soltanto con i dieci Comandamenti: non fornicare — non ammazzare — non far falsa testimonianza....

Il fatto che Rodrigo Borgia sia stato Papa, apparirà a tutti i seguaci della Chiesa come il più miserando degli avvenimenti, come quello che dovrebbe essere deplorato più amaramente di ogni altra opposizione ostile, anche di ogni aperta ribellione alla Chiesa stessa. Certo è un fatto che non può distruggere la venerabilità dovuta alla Chiesa, a questo secolare ed elevatissimo prodotto dello spirito umano. Ma non distrugge forse tutta una serie di concetti mistici, che con l'idea del Papato si eran connessi?

Le maledizioni contro il padre suo, che a un tratto rimbombarono per tutta Italia, difficilmente arrivarono all'orecchio di Lucrezia. Pure n'ebbe in sè qualche sentore, e dovette esserne terribilmente commossa. Tutto il passato in Roma le tornò ancora una volta vivo nella coscienza, ed oppresse l'anima sua. Suo padre, che primo l'aveva fatta infelice, era poscia stato l'artefice della fortuna sua. Pietà infantile e religioso timore dovettero a un tempo assalirla. Il Bembo ha descritto il suo dolore e la sua angoscia. Quest'uomo, dipoi tanto celebre, era venuto il 1503 alla corte di Ferrara, ov'egli, giovane nobile veneto della più fine coltura e di bellissimo aspetto, fu accolto con gioia, e s'era preso d'ardente passione per Lucrezia. Il perfetto cortigiano le scrisse questa lettera di condoglianza:

«Io venni bene ieri a Vostra Signoria parte per farle intendere di quanto affanno e cordoglio m'erano le sue disavventure e parte per confortarnela, come io potessi il meglio, e pregarla a darsene pace, intendendo io che voi ve ne affliggevate oltra modo. Ma non m'è venuto fatto potermi in ciò soddisfare nè nell'una cosa, nè nell'altra. Chè, tosto che io vidi voi in quelle tenebre e in quel nero drappo mesta e lagrimosa giacere, ogni senso mi si ristrinse nel cuore, e stetti buona pezza senza poter niente dire, o almeno senza sapere ciò che io mi dicessi. E più tosto bisognoso io di conforto, che possente a darne altrui, confusa l'anima dalla pietà di quella vista, tra mutolo e scilinguato mi dipartii, siccome vedeste o poteste vedere. La qual cosa se forse m'è avvenuta perciò, che a voi non facesse nè di mia doglianza nè di mio conforto mestiero, siccome a colei, la quale e conoscendo la mia verso lei osservanza e fede, conosce parimente il mio dolore per lo suo, alla consolazione piglia per se stessa dalla sua infinita sapienza conforto senza altronde attendernelo, meno mi doglio di me stesso e della poca mia virtù, che intanto m'abbandonasse a quel tempo. Ma se pure e in questo e in quello ho a farne a voi parevole segno: dico che in quanto alla noia, senza fallo alcuno nessun'altra via avea la fortuna da potermi compiutamente far tristo e doloroso, che questa, dando a voi di dolervi e di attristarvi cagione: nè poteva suo strale alcuno passarmi tanto nell'anima quanto quello che mi veniva dalle vostre lagrime bagnato a ferire. In quanto poi alla consolazione e conforto, altro non so che dirvi, se non che vi ricordiate che ogni vostro dolore ammollisce e fa minore il tempo, il qual tempo indugiare e non prevenir col consiglio tanto più a voi si disdice, quanto da voi maggior prudenza è aspettata, la quale per le cotidiane pruove delle vostre virtù s'aspetta sommissima in ogni avvenimento e caso. Che se bene ora voi quel vostro così gran padre avete perduto, che maggiore la fortuna medesima dare nol vi potea, non è perciò questo il primo colpo che avete dalla vostra nemica e maligna disavventura ricevuto. Anzi dee oggimai l'animo vostro aver fatto il callo alle percosse degli avversi casi, tante e sì gravi n'avete voi sofferte per lo addietro. Oltra che, perciò che così portano per avventura le presenti condizioni che si faccia, non è da commettere, che alcuno creder possa che voi non tanto la caduta, quanto ancora la stante vostra fortuna piagniate. Ma per avventura io sono poco prudente, che a voi queste cose scrivo. Perchè farò fine umilmente raccomandandomivi. State sana. A' 2 d'agosto 1503. In Ostellato.»[229]