XIII.
Dal luglio 1498 Lucrezia, ora duchessa di Bisceglie, viveva col nuovo marito, giovane appena di 17 anni; mentre essa aveva compiuto il diciottesimo. Non andarono a Napoli, ma restarono a Roma; perchè, come l'agente mantovano informava il suo signore, erasi espressamente pattuito, che Don Alfonso dovesse soggiornare un anno a Roma, e Lucrezia, durante la vita del padre, non potess'essere obbligata ad andare nel regno di Napoli.[81]
Alfonso era giovane amabile e bello; il più bel giovane che siasi mai visto in Roma, così lo chiama il Talini, cronista romano di quel tempo. Lucrezia concepì per lui un vero trasporto; ciò avvertiva l'agente di Mantova sin dall'agosto. Ma la rapida vicenda delle cose non le consentì di goder tranquillamente di una felicità domestica, se pur di felicità in genere fosse il caso di discorrere.
Forza motrice nel Vaticano era la sconfinata ambizione di Cesare, impazientissimo di diventar principe potente. Il 13 agosto 1498 egli depose la dignità cardinalizia; e apprestavasi al viaggio in Francia, ove Luigi XII, succeduto dall'aprile a Carlo VIII, avevagli promesso il titolo di Duca di Valenza (Valence — nel Delfinato) e la mano di una principessa francese. E agli apprestamenti del viaggio Alessandro provvide con profusione regale.
Accadde un giorno che una carovana di muli, carichi di sete e broccati d'oro per Cesare, fosse svaligiata dalla gente del cardinal Farnese e del cugino Pier Paolo nel bosco di Bolsena. Il Papa spiccò Brevi violentissimi al cardinale, su' cui beni, come ei lagnavasi, la preda era stata messa in salvo.[82]
Al servizio de' Farnesi eran molti Côrsi, parte mercenarii e bravi, parte lavoratori de' campi, e furon forse codesti uomini, universalmente paventati, che commisero la ruberia. Non è di fatto naturale pensare, che il cardinale Alessandro l'abbia lasciata commettere per proprio conto suo. Nondimeno sembra che allora esistesse certa tensione tra i Farnesi e i Borgia. Il cardinale passava il più del tempo su' beni di casa sua. E della sorella Giulia in quel periodo non se ne sente parlare. Non sappiamo se abitasse Roma e se le relazioni sue col Papa continuassero; benchè per indizii posteriori la cosa sembri probabile. Noi non rivediamo il cardinale e la sorella in Roma che il 2 aprile 1499, quando nel Palazzo Farnese furono stipulati gli sponsali tra Laura Orsini, figliuola di Giulia di soli sette anni, e Federico Farnese di 12 anni, figlio del defunto condottiero Raimondo Farnese, e nipote di Pier Paolo. A quest'atto fu presente Ursino Orsini, il padre putativo di Laura.[83]
Forse dovettero essere Adriana e Giulia, che cercarono riconciliare la casa degli Orsini con i Borgia. Poichè quei baroni furono usciti vincitori dalla guerra col Papa, altra ed asprissima ne intrapresero nella primavera 1498 con i Colonna, gli eterni nemici loro, la quale peraltro finì, toccando a loro la peggio. E le due case s'erano in conseguenza nel luglio riconciliate. Di che non è a dire quanta téma concepisse Alessandro. In verità nella nimicizia delle due potenti famiglie di Roma i papi videro sempre una condizione pel loro dominio temporale sulla città; e, nella unione invece di quelle, sempre il più grande de' pericoli per questo. Cercò quindi Alessandro di rompere di nuovo la lega; e gli riuscì pure tirar dalla sua gli Orsini, di che per altro quei signori dovevano ben presto pentirsi. Guadagnò tanto sull'animo loro da farli accondiscendere ad imparentarsi co' Borgia. Paolo Orsini, fratello del cardinale Giambattista, sposò l'8 settembre 1498 suo figlio Fabio con Jeronima Borgia, sorella del cardinale Giovanni Borgia iuniore. Davanti a splendida adunanza il matrimonio fu solennizzato in Vaticano, presente il Papa. Vi comparve anche come testimone officiale Don Alfonso di Bisceglie, il quale per di più tenne la spada sulla giovane coppia.[84]
Poco dopo, il primo ottobre, Cesare Borgia s'imbarcò per la Francia. Quivi divenne Duca di Valenza; e nel maggio 1499 si sposò con Carlotta d'Albret, sorella del re di Navarra. Incontrò in quella corte due uomini, che più tardi dovevano ne' destini suoi aver parte decisiva; Giorgio d'Amboise, arcivescovo di Rouen, al quale egli aveva portato il cappello cardinalizio, e Giuliano Della Rovere. Questi, sin allora nemico giurato di Alessandro, erasi lasciato vincere dal re di Francia in favore dei Borgia; si fece anzi strumento della grandezza di Cesare.
E anche questa riconciliazione doveva esser suggellata con la parentela delle due famiglie. E difatti il 2 settembre 1500 il Prefetto della città, Giovanni Della Rovere, fratello di Giuliano, sposava il figlio di otto anni, Francesco Maria, con Angela Borgia.
Il padre di Angela, Jofrè, era un figlio di Giovanna, sorella di Alessandro VI, e di Guglielmo Lançol. Fratelli di lui erano Giovanni Borgia iuniore, il cardinale Ludovico, e Rodrigo, il capitano della guardia papale. La sorella sua, Jeronima, come s'è detto, s'era maritata con Fabio Orsini. Gli sponsali di Angela ebbero luogo in Vaticano, alla presenza degli ambasciatori di Francia.[85]
Luigi XII erasi collegato con Venezia allo scopo di scacciare Ludovico il Moro da Milano. Ed il Papa vi si unì a condizione che la Francia aiutasse il figlio Cesare alla conquista della Romagna.
Ascanio, cui non era dato stornare la rovina di Milano, e vedevasi in Roma minacciato nella vita, fuggì il 13 luglio 1499 a Genazzano, e di lì a Genova.
Se non che l'esempio di lui fu seguito anche dal giovane sposo di Lucrezia. Non sappiamo quali eventi nel Vaticano abbiano determinato Don Alfonso ad allontanarsi di nascosto da Roma, dopo un anno di vita con Lucrezia. Però può dirsi in generale, che la decisione sua fu il risultato della piega che la politica del Papa aveva presa. La spedizione di Luigi XII non mirava solo alla caduta dello Sforza in Milano, ma altresì alla conquista di Napoli. Essa doveva essere la continuazione dell'impresa di Carlo VIII, fallita innanzi alla opposizione della grande Lega. Pel giovane principe non erano un mistero le intenzioni del Papa di rovinare lo zio Federico, il quale, ricusando la mano di Carlotta pel figlio Cesare, aveva recato a colui atroce offesa. Dopo ciò naturalmente anche le relazioni del marito di Lucrezia, rispetto al Papa, dovevano essere mutate affatto.
Ascanio era quasi l'unico amico che l'infelice principe avesse in Roma. Ed è molto probabile che colui lo avesse consigliato a schivare, con la fuga, una morte immancabile, come già aveva altra volta fatto il predecessore di lui nel matrimonio con Lucrezia. Alfonso fuggì il 2 agosto 1499. Il Papa gli mandò dietro gente a cavallo; ma nol raggiunsero. È incerto se Lucrezia fosse a parte della fuga. Una lettera veneziana da Roma del 4 agosto dice soltanto: «Il duca di Biseglia, il marito di madonna Lucrezia, se n'è fuggito alla macchia e ito presso i Colonna a Genazzano; ha lasciato la moglie incinta di sei mesi, la quale non fa che piangere.»[86]
Questa restava in potere del padre, il quale era su tutte le furie per la fuga del principe. Ora egli esiliò a Napoli anche la sorella di Don Alfonso, donna Sancia.
In tali circostanze lo stato di Lucrezia divenne penoso assai. Le sue lagrime mostrarono che aveva un cuore. Il padre dovette forse coprirla di rimproveri, tenendola complice del marito. Alfonso la sollecitava premurosamente da Genazzano a seguirla. La lettera venne nelle mani del Papa. Egli la obbligò a scrivergli per esortarlo a tornare. Furono senza dubbio i lamenti della figlia che indussero Alessandro ad allontanare anche lei da Roma. L'8 d'agosto la nominò reggente di Spoleto. Sino allora codesta città e il territorio erano stati governati da Legati papali, la più parte cardinali. Ora invece il Papa affidava quell'ufficio ad una giovane di 19 anni; e questa donna era sua propria figlia! Colà mandò Lucrezia.
Le consegnò pe' Priori di Spoleto un Breve in questi termini:
«Amati figliuoli, salute e benedizione apostolica. — Noi abbiamo affidato l'incarico della conservazione del castello come del governo delle nostre città di Spoleto e Fuligno e della loro Contea e Distretto, all'amata figliuola in Cristo, la gentildonna Lucrezia di Borgia, duchessa di Biseglia, per la prosperità e pel pacifico reggimento di codesti luoghi. Fiduciosi nella singolare prudenza ed eminente fedeltà e onestà della stessa, come abbiamo più ampiamente chiarito in altri nostri Brevi, e facendo anche assegnamento sulla vostra abituale ubbidienza verso di noi e verso questa Santa Sede, noi speriamo che voi, come di dovere, accoglierete con ogni dimostrazione d'onore la duchessa Lucrezia qual vostra Reggente, e in ogni cosa la ubbidirete. Ma, mentre noi desideriamo che la stessa sia con particolare onoranza e riverenza da voi accolta e ricevuta, vi comandiamo col presente, per quanto tenete cara la grazia nostra e volete schivare la nostra disgrazia, di obbedire alla duchessa Lucrezia, vostra Reggente, in tutte e singole cose, che si riferiscono per ragion di diritto o di consuetudine all'indicato governo, e in tutto ciò che essa crederà bene di ordinarvi, come alla nostra persona stessa; e di eseguire con ogni fervore e diligenza i comandamenti di lei, affinchè possiate guadagnarvi la meritata approvazione per la officiosità vostra. Dato a Roma presso San Pietro sotto l'anello del Pescatore, gli 8 agosto 1499. — Adriano (Secretario).»[87]
Lucrezia lasciò Roma il giorno stesso per recarsi al suo nuovo destino. Tolse seco numeroso seguito e la sua corte; ebbe pure la scorta di suo fratello Don Jofrè e di Fabio Orsini, ora, qual marito della Jeronima Borgia, suo parente, i quali conducevano una compagnia d'arcieri. Uscendo dal Vaticano a cavallo, l'accompagnarono, per farle onore, il governatore della città, l'ambasciatore di Napoli e molti altri signori. Il padre se ne stava invece ad un terrazzino sulla porta del Palazzo Vaticano per vedere la partenza della figlia e della cavalcata.
Era la prima volta ch'egli trovavasi in Roma solo, senz'alcuno de' figli suoi.
Lucrezia continuò il viaggio parte a cavallo, parte in lettiga. Non vi vollero meno di sei giorni per percorrere la distanza tra Roma e Spoleto. A Porcaria, nell'Umbria, una deputazione di Spoletini fu a salutarla. E accompagnarono poscia sino alla residenza la Reggente della loro città, celebre sino da' tempi d'Annibale, e ove in passato dominarono potenti duchi longobardi. Il castello di Spoleto è d'antica origine; e la sua primitiva costruzione si deve, di certo, a uno di quei duchi, Faroaldo o Grimoaldo. Nel XIV secolo fu riedificato dal grande Gil d'Albornoz, il contemporaneo di Cola di Rienzo, e compiuto poi da Niccolò V. È un superbo edifizio della Rinascenza, di stile elegante, posto al di sopra dell'antica città su profondo burrone, che lo separa dal Monte Luco. Dalle sue alte finestre si domina la valle del Clitumno e quella del Tevere, la fertile pianura umbra e la maestosa catena degli Appennini spoletini.
Colà Lucrezia il 15 agosto accolse i Priori della città, a' quali consegnò la nomina papale. E quelli a loro volta le fecero omaggio; e la Comunità per onorarla diede un banchetto.
La dimora di Lucrezia a Spoleto fu di breve durata. La sua reggenza non ebbe altro significato che di prendere possesso di fatto di quel territorio, che il padre Alessandro voleva costituirle in dote.
Intanto il marito Alfonso erasi pur deciso, per sciagura sua, ad ubbidire al comando del Papa e recarsi di nuovo dalla moglie, forse perchè egli effettivamente l'amava. Il Papa gli ordinò d'andare a Spoleto per Foligno, e di condursi poscia con la moglie a Nepi, ove anch'egli si sarebbe trovato. Scopo dell'incontro era d'investire la figlia come signora anche di quel luogo.
Nepi non era stata mai feudo baronale, abbenchè i Prefetti di Vico e gli Orsini se ne fossero temporaneamente impadroniti. La Chiesa amministrava la città e il territorio per mezzo di rettori. Alessandro stesso, come cardinale, n'era stato governatore, nominatovi dallo zio Callisto, ed era stato tale sino alla sua assunzione al trono papale. La diede quindi in feudo al cardinale Ascanio Sforza. Nell'Archivio della città si conservano ancora le nitide pergamene, contenenti gli statuti comunali, che Ascanio sanzionava il primo gennaio 1495. Ma sugl'inizii del 1499 Alessandro s'impadroniva di nuovo di Nepi, e costringeva il castellano, comandante dell'arce a nome del fuggiasco Ascanio, a consegnarla a lui. E della città, del castello e territorio di Nepi investiva la figlia.[88] Il 4 settembre 1499 Francesco Borgia, tesoriere del Papa e vescovo di Teano, ne prendeva possesso in nome di quella.
Alessandro andò colà il 25 settembre, accompagnato da quattro cardinali. Nel castello, fatto tempo innanzi da lui stesso edificare, ebbe luogo il convegno con Lucrezia, che aveva seco il marito e il fratello Jofrè. Il primo d'ottobre era già di ritorno al Vaticano. Di qui indirizzò il 10 un Breve alla città di Nepi, col quale comandava di obbedire, qual signora, a donna Lucrezia, duchessa di Biseglia. Il 12 mandò pure lettera alla figlia, con la quale le permetteva di sgravare i Nepesini di alcuni balzelli.[89]
Per tal guisa Lucrezia era divenuta signora di due grandi terre. Il che mostra quanto stésse nella grazia del padre. Pure ella non tornò più a Spoleto, il cui governo affidò ad un luogotenente. Tuttocchè Alessandro su' primi d'ottobre avesse nominato il cardinale Gurk legato per Perugia e Todi, escluse nullameno dalla legazione Spoleto, per far cosa grata alla figliuola. Più tardi, il 10 agosto 1500, nominò governatore colà Ludovico Borgia, arcivescovo di Valenza, senza per questo ledere i diritti della figlia, consistenti nelle ragguardevoli entrate di quel territorio.
Il 14 ottobre Lucrezia già tornava di nuovo a Roma. Il primo novembre 1499 diede alla luce un bambino. Gli fu posto il nome del Papa, Rodrigo. Il battesimo di questo primo figlio venne solennizzato con gran pompa nella Cappella Sistina, che non era allora quella d'oggi, ma una cappella che Sisto IV aveva fatta edificare in San Pietro. Il neonato fu portato da Giovanni Cervillon; accanto a lui andavano il governatore di Roma e l'ambasciatore dell'imperatore Massimiliano. Assistettero alla cerimonia tutti i cardinali e gli ambasciatori d'Inghilterra, di Napoli, di Savoia, della Repubblica di Venezia e di Siena. Il bambino fu tenuto al fonte battesimale dal governatore della città. Furono padrini Podocatharo, vescovo di Caputaqua, e il vescovo Ferrari di Modena. Il corteo lasciò la cappella fra i suoni delle trombette.
In quel mentre Luigi XII, il 6 ottobre, erasi impossessato di Milano; e Ludovico Sforza, all'avvicinarsi delle armi francesi, aveva riparato presso l'imperatore Massimiliano. In conformità del trattato con Alessandro il re fornì truppe a Cesare Borgia per la conquista di Romagna. Ed i vassalli e vicarii della Chiesa colà, i Malatesta di Rimini, gli Sforza di Pesaro, i Riario d'Imola e Forlì, i Varano di Camerino, i Manfredi di Faenza furono a un tratto dichiarati dal Papa decaduti dalle loro investiture.
Cesare venne a Roma il 18 novembre 1499. Non si fermò in Vaticano che tre giorni, e poscia fece ritorno all'esercito, che assediava Imola. Egli voleva prender prima questa città, e poi assalir Forlì, nel cui castello la signora di quelle due terre s'apparecchiava alle difese.
Mentr'egli guerreggiava in Romagna, il padre tentò di togliere ai baroni romani i loro beni aviti. Prima di tutto pose la mano su' Gaetani. Questa celebre stirpe era sin dalla fine del XIII secolo divenuta padrona di esteso territorio in Campagna e Marittima. Erasi divisa in parecchi rami, uno de' quali viveva nel Napoletano. Colà difatti i Gaetani erano duchi di Traetto, conti di Fondi e Caserta, e quindi feudatarii e grandi dignitarii della corona di Napoli.
Centro delle terre de' Gaetani nella Campagna romana era Sermoneta, antico paese con castello baronale sulle prime pendici de' Volsci. Di lato, verso il di sopra, stanno gli avanzi della città ciclopica Norma; e verso il basso le incantevoli rovine di Ninfa. Giù, a' piedi, gli si distende, insino al mare, la palude pontina. La più gran parte di quel territorio, attraversato dalla via Appia, e che includeva anche il Capo Circèo, era, ed è ancora oggidì, proprietà di quella famiglia.
Al tempo di cui parliamo v'erano signori i figli di Onorato II, uomo eminente, che aveva risollevato la casa sua all'altezza, donde era caduta. Egli morì l'anno 1490, lasciando la vedova Caterina Orsini, e i figliuoli Niccola, il protonotario Giacomo e Guglielmo. Sua figlia Giovannella era moglie di Pierluigi Farnese e madre di Giulia. Niccola erasi sposato con Eleonora Orsini, e morì nell'anno 1494; cosicchè, oltre il protonotario Giacomo, Guglielmo Gaetani era il capo della casa di Sermoneta.
Alessandro adescò il protonotario a venire a Roma. Ivi, come ribelle, lo fece rinchiudere in Castel Sant'Angelo, e iniziare un processo contro di lui. A Guglielmo riuscì fuggire a Mantova. Ma Bernardino, figliuolino di Niccola, fu sgozzato da' mercenarii de' Borgia. Questi presero Sermoneta con la forza; mentre la popolazione non si arrese senza resistenza.
Il 9 marzo 1499 Alessandro aveva già dato facoltà alla Camera Apostolica di vendere alla figlia i beni de' Gaetani pel prezzo di 80,000 ducati. In questo atto, sottoscritto da 18 cardinali, diceva che le gravose spese dovute fare poco innanzi per la Chiesa, lo obbligavano ad alienare alcuni beni della Santa Sede. A tale scopo si offrivano Sermoneta, Bassiano, Ninfa e Norma, Tivera, Cisterna, San Felice (il Capo di Circe) e San Donato, confiscati ai Gaetani per motivo di ribellione. La vendita fu stipulata in febbraio 1500; e Lucrezia, ch'era già signora di Spoleto e Nepi, divenne anche signora di Sermoneta.[90] Indarno l'infelice Jacopo Gaetani dal suo carcere levò proteste. Egli morì di veleno il 5 luglio 1500.[91] La madre e la sorella lo seppellirono in San Bartolomeo all'Isola Tiberina, ove da lungo tempo i Gaetani possedevano un palazzo.
A Giulia Farnese adunque non era riuscito salvare i proprii zii. Si ricorderà che Giacomo e Niccola nel 1489 erano stati presenti agli sponsali di lei col giovane Orsini nel palazzo Borgia. Non sappiamo neppure se ora la Giulia vivesse in Roma. Solo qualche volta la troviamo nominata in epigrammi. Così il suo nome apparisce in una satira: Dialogo della morte e del Papa ammalato di febbre. Il Papa chiama in aiuto la Giulia; ma la morte accenna che la sua amante gli ha partorito tre o quattro figliuoli. La satira è dell'estate 1500, quando Alessandro era in effetto malato di febbre. Ed è quindi da tenere, che in quel tempo la sua relazione con Giulia durasse ancora.[92]
Cesare, che il primo dicembre 1499 aveva conquistato Imola, vide con molto mal animo la sorella sua arricchirsi delle molte terre de' Gaetani, i redditi delle quali avrebbero potuto meglio servire a lui. Non meno a contraggenio vedeva la crescente influenza di colei in Vaticano, ove voleva dominare solo sulla volontà del padre. Egli concepì propositi tenebrosi, e presto doveva arrivare il tempo di metterli in atto.