XIV.
Lucrezia non poteva che rallegrarsi della prolungata assenza del fratello. Nel Vaticano s'era fatta un po' di quiete; e, oltre di lei, solo Don Jofrè teneva corte con donna Sancia, alla quale era stato concesso di tornare.
Noi potremmo approfittare di questa pausa tranquilla per farci un'idea della vita privata di Lucrezia, dell'ordinamento della sua corte, e delle persone che l'accerchiavano. Pure la cosa è difficile. Non un contemporaneo ne discorre. Il Burkard stesso ci presenta Lucrezia solo di rado, e sempre in connessione con gli avvenimenti in Vaticano. Una volta soltanto ci conduce alla sfuggita nel palazzo di lei, il 27 febbraio 1496, quando i cardinali nuovamente eletti, Martino di Segovia, Giovanni Lopez, Giovanni Borgia e Giovanni De Castro, andarono a farle visita.
Nemmeno i diplomatici stranieri, per quanto i dispacci loro ci son noti, diedero in quel tempo informazioni sulla vita privata di Lucrezia. Di questo periodo romano non abbiamo nè lettera di lei o a lei indirizzata, nè poesia che parli di lei, non foss'altro uno di quei sanguinosi epigrammi del Sannazzaro o del Pontano, che l'hanno stigmatizzata come la più sfacciata delle cortigiane. Nulladimeno se vi fu mai giovane donna capace d'infiammare la fantasia di poeti, fu, per certo, Lucrezia, nel fiore della gioventù e bellezza sua. Le relazioni sue col Vaticano, il mistero che la circondava, i destini cui incontrò, facevan di lei la più attraente delle donne che in Roma fosse a quel tempo. In qualche biblioteca giaceranno forse ancora sepolti i versi che un tempo i poeti di Roma dovettero dedicarle. E numerosi saranno stati coloro che s'affollavano alla corte della figlia del Papa per fare omaggio alla sua bellezza e averne protezione.
Appunto in Roma Lucrezia potè vivere in contatto con molti uomini di alto ingegno, chè anche sotto la dominazione de' Borgia le muse non furon bandite dal Vaticano nè, per lo meno, da Roma. Certamente nelle corti mondane d'Italia, più che in quella di un Papa, donne d'origine principesca potevano dedicarsi con maggior fervore ai bisogni della coltura. Ed è vero che anche Lucrezia potette solo più tardi, in Ferrara, seguire l'esempio delle principesse di Mantova e di Urbino. Nel periodo romano s'aggiungeva, ch'essa era troppo giovane, e la sua vita domestica troppo legata e inceppata; onde difficilmente le fu dato spiegare influenza sui circoli letterarii e artistici di Roma. Nulladimeno per lo stato suo dovette, senza dubbio, essere in relazione con quelli.
Suo padre non era insensibile ai diletti dello spirito. Ebbe egli pure i suoi cantori e i suoi poeti di corte. Il festeggiato Aurelio Brandolini improvvisava ad alta voce ai banchetti in Vaticano, nè v'è da dubitare che si facesse sentire anche nel palazzo di Lucrezia. Egli morì nell'anno 1497. Lo stesso onore cercò il favorito di Cesare, Serafino d'Aquila, il Petrarca del tempo; morto ancora giovane a Roma nel 1500.
Cesare stesso amava la poesia e le arti, sia come qualunque uomo bene educato nella Rinascenza, sia come ogni grande signore e tiranno. Francesco Sperulo era suo poeta di corte. Serviva sotto le bandiere di lui; e fu il cantore della guerra in Romagna e Camerino.[93] Alcuni poeti romani divenuti dappoi celebri avranno recitato i loro versi innanzi a Lucrezia; così Emilio Boccabella ed Evangelista Fausto Maddaleni. Splendevano già come poeti e retori i tre fratelli Mario, Girolamo e Celso Mellini. Similmente non meno reputati erano i fratelli di casa Porcaro, Camillo, Valerio e Antonio. C'imbattemmo già in Antonio Porcaro, qual testimone agli sponsali di Girolama Borgia nell'anno 1482, e poscia qual procuratore di Lucrezia nella promessa di matrimonio di lei col Centelles nell'anno 1491. Ciò mostra come intimi fossero e si serbassero i legami de' Porcari con i Borgia.
Questa famiglia romana, per la sorte toccata a Stefano, imitatore di Cola di Rienzo, era divenuta celebre nella storia della città. I Porcari pretendevano discendere dai Catoni, e per questo si chiamavano Porcius. Stretti in amicizia con i Borgia, affermavano pure essere parenti di costoro. Perchè Isabella, madre di Alessandro VI, doveva esser derivata dai romani Porcari, che d'un qualche modo erano iti nella Spagna. La somiglianza di suono dei due nomi latinizzati Borgius e Porcius fu certo occasione al bisticcio.
Oltre Antonio, anche Jeronimo Porcius era uno dei più ardenti partigiani de' Borgia. Assunto appena alla sede papale, Alessandro lo fece Auditore di Rota. Egli scrisse un lavoro, pubblicato in Roma nel settembre 1493, col titolo Commentarius Porcius, che dedicò ai Reali di Spagna. Descrive l'elezione e incoronazione di Alessandro VI, e raccoglie, liberamente compendiandoli, i discorsi di obbedienza rivolti al Papa dagli oratori italiani. È impossibile spingere l'adulazione cortigiana più in là di quel che abbia fatto lui, Jeronimo, affettato pedante, vanitoso chiacchierone e papista fanatico. Alessandro lo fece vescovo di Andria e governatore di Romagna. E quivi, a Cesena, egli compose nel 1497 un dialogo, che ha per soggetto Savonarola e gli errori di lui intorno al potere del Papa. Sostanza intima del tutto è il principio fondamentale degl'infallibilisti, che è cristiano solo chi al Papa obbedisce ciecamente.[94]
Porcius volle provarsi anche nella poesia. Ne' versi al Bove Borgia magnificò il Papa e il cardinal Cesare, che chiamava massimo benefattore suo.[95] Fu puranco lui che probabilmente scrisse l'elegia in morte del duca di Gandia, che s'è conservata sino a noi.[96]
Mediante i Porcari, anche il giovane Fedro Inghirami dovette entrare in relazione con Lucrezia. Questi è quel ciceroniano ammirato da Erasmo, e che Raffaello, ritraendolo, ha reso immortale. Sin d'allora aveva richiamata su di sè l'attenzione di Roma. Ai funerali, che l'ambasciatore di Spagna fece solennizzare il 16 gennaio 1498 in San Giacomo a Piazza Navona per la morte dell'infante Don Giovanni, Inghirami pronunziò un'ammirabile orazione. Egli distinguevasi anche come attore sul teatro del cardinale Raffaele Riario.
Il dramma cominciava allora a spiccare il primo volo, non solo alla corte dei Gonzaga e degli Este, ma anche in Roma. Alessandro stesso n'era tenero, non fosse che per l'inclinazione sua alla sensualità. In ogni festa di famiglia al Vaticano faceva dare commedie e balli. Attori probabilmente dovevano essere giovani accademici della scuola di Pomponio Leto, e nulla c'impedisce di ammettere che l'Inghirami, i Mellini, i Porcari si mostrassero sulla scena in Vaticano ogni volta che di farlo se ne porgesse l'occasione. A tali rappresentazioni potè anche cooperare Carlo Canale, il marito di Vannozza, che sin da Mantova aveva pratica col teatro. E non meno di lui lo potè pure Pandolfo Collenuccio, che più volte fu a Roma come agente di Ferrara, e v'entrò in personali relazioni co' Borgia.
Il celebre Pomponio, al quale Roma andava debitrice della rinascenza del teatro, visse gl'ultimi anni suoi sotto il governo di Alessandro, circondato da grande reputazione. Forse questi era pure stato discepolo suo, come indubbiamente lo fu il cardinal Farnese. Pomponio morì il 6 giugno 1498; e il Papa medesimo, che allora appunto aveva fatto ardere vivo il Savonarola, mandò la sua Corte nella chiesa d'Aracoeli all'esequie di quel maestro dell'antico paganesimo. Questa estrema dimostrazione d'onore basterebbe a provare, che Pomponio era conosciuto personalmente da' Borgia. Oltreacciò uno dei discepoli più fervorosi di lui, Michele Ferno, era già da lunga pezza partigiano entusiasta di Alessandro. Ancorchè questo Papa avesse nel 1501 emanato il primo editto di censura, pure ei non fu nemico della coltura scientifica. Favoreggiava l'Università Romana, ove al tempo suo insegnavano uomini di gran valore, quali Pietro Sabino e Giovanni Argyropulos. Similmente uno dei più grandi genii, che diede all'umanità intera onore e lume, fu per un anno l'ornamento di quella Università e del regno di quel Papa. Nell'anno del Giubileo 1500, dalla terra lontana di Prussia Copernico venne a Roma e vi tenne pubbliche lezioni di matematica ed astronomia.
Fra i cortigiani di Alessandro erano uomini notabili, che Lucrezia dovette necessariamente avere in pratica. Il maestro di cerimonie, Burkard, in ogni solennità, nella quale la figlia del Papa doveva intervenire in Vaticano, regolava la forma prescritta. Frequenti quindi le visite che quegli dovette farle. Ed essa, di certo, non ebbe mai presentimento alcuno, che, dopo secoli, le note di codesto Alsaziano sarebbero state quale specchio, che innanzi alla posterità avrebbe riflettuto le figure de' Borgia. Nondimeno il Diario di lui non getta nemmeno uno spiraglio di luce sulla vita privata di Lucrezia. E, per verità, dar contezza di questa non entrava nell'ufficio suo.
Giammai scrittore di diario non fu, al pari di lui, rapido e conciso altrettanto, tranquillo ed impassibile nel descrivere gli avvenimenti a lui presenti, capaci di offrire materia ad un Tacito. Che il Burkard non fosse amico dei Borgia, lo mostra il modo in che ha compilato le sue notizie; le quali, del resto, sono tutt'altro che falsificazioni. Pure quest'uomo sapeva nascondere i sentimenti suoi, se pure non erano già da tempo come pietrificati sotto quella farragine tutta formalistica inerente al suo ufficio. Quotidianamente era sempre in moto nel Vaticano, quasi macchina del cerimoniale, il quale incarico vi tenne sotto il regno di cinque papi. Ai Borgia dev'esser sembrato un pedante al tutto inoffensivo; altrimenti non gli avrebbero permesso di osservare, di scrivere, e nemmeno di vivere. Anche quel poco che aveva registrato nel suo Diario sarebbe bastato a farlo morire, se Alessandro o Cesare ne avessero avuto sentore. Ma sembra che i diarii dei maestri di cerimonie non soggiacessero ad alcuna ispezione officiale. Senza ciò Cesare, di certo, non l'avrebbe risparmiato, egli, che pugnalò Pedro Calderon Perotto, benchè favorito di suo padre, e fece anche trucidare quel cavalier Cervillon, che alle feste in Vaticano incontrammo già più volte incaricato delle più cospicue funzioni.
Egli non rispettò nemmanco lo scrittore secreto Francesco Troche, del quale Alessandro VI s'era spesso servito in faccende diplomatiche. Il Troche, che una notizia veneziana dice spagnuolo, era un colto umanista come Canale, e, al pari di questo, in amichevoli relazioni co' Gonzaga. Leggiamo ancora lettere di lui alla marchesa Isabella, con le quali la richiedeva di certi sonetti.[97] E quella si rivolgeva a lui nelle sue faccende domestiche. Lo incaricò una volta di far per lei ricerca in Roma di un Cupido antico. Senza dubbio, egli fu nel novero de' più intimi conoscenti di Lucrezia. Nel giugno 1503 Cesare fece anche scannare quest'altro favorito del padre.
Pari al Burkard e a Lorenzo Behaim un terzo tedesco fu anche ben addentro nelle faccende familiari de' Borgia, Gorizio di Lussemburgo, festeggiato più tardi, sotto Giulio II e Leon X, come il prediletto di tutti gli Accademici. Ma sin dal tempo di Alessandro raccoglieva nella casa sua, al Foro Traiano, il mondo dotto ad accademici trattenimenti. Tutti i Tedeschi erano in cerca di lui. In casa sua ricevette indubbiamente il Reuchlin, venuto a Roma nel 1498; poi Copernico; quindi Erasmo e Ulrico di Hutten, che con grato animo se ne sovviene. E sotto quel tetto ospitale deve aver visto anche Lutero. Gorizio era referendario per le suppliche. Come tale conosceva Lucrezia personalmente, perchè molti rivolgevano le domande loro alla influentissima figlia del Papa. Anch'egli ebbe frequenti occasioni di studio e di osservazioni nel Vaticano. Ma de' fatti osservati non prese nota alcuna; ovvero i suoi diarii sparvero col sacco di Roma nel 1527, nel quale Gorizio perdette ogni cosa.
V'era pure un altro uomo conosciutissimo personalmente da Lucrezia, il quale, forse meglio di chiunque altro, avrebbe potuto scrivere le memorie de' Borgia. Era questi il Nestore de' notai romani, il vecchio Camillo Beneimbene, la persona di fiducia per i negozii legali di Alessandro e di quasi tutti i cardinali e nobili di Roma. Egli era a notizia degli affari privati e pubblici de' Borgia. Aveva conosciuto Lucrezia ancora bambina. Tutti i contratti nuziali di costei furono da lui ricevuti. Teneva studio sulla Piazza de' Lombardi, oggi San Luigi de' Francesi. Durò colà nell'ufficio suo sino al 1505, mentre solo con quest'anno finiscono i contratti da lui rogati.[98] Un uomo che da sì lungo tempo era testimone d'ufficio e assistente legale de' Borgia nelle più importanti faccende familiari, e che perciò stesso doveva essere intimamente informato dei secreti loro, prese sicuramente nella casa, e soprattutto rispetto a Lucrezia, il posto di un amico pieno di paterno affetto. Il Beneimbene non c'ha lasciato scritto nulla delle sue osservazioni. Ma nell'Archivio de' notai al Campidoglio si conserva ancora il suo protocollo, ch'è davvero della più alta importanza.
Molto intimo co' Borgia era un dottissimo umanista, Adriano Castelli di Corneto, scrittore secreto di Alessandro, il quale più tardi lo fece cardinale. Come secretario del Papa è naturale che fosse anche in relazione con Lucrezia. Nel novero de' più prossimi conoscenti di quelli sono, senza dubbio, da porre anche i celebri latinisti Cortesi, il giovane Sadoleto, familiare del cardinale Cibo, il giovane Aldo Manuzio, i fratelli Raffaele e Mario Maffei da Volterra, insigni pel loro spirito, ed Egidio da Viterbo. Questi, che fu più tardi predicatore famoso e cardinale, ebbe sempre intimità con Lucrezia, anche divenuta duchessa di Ferrara. Esercitò anzi efficacia grande sulle tendenze alla pietà, cui ella cedette in quel secondo periodo di sua vita.
E non c'inganneremo neppure pensando la giovane duchessa di Bisceglie in frequenti relazioni co' cardinali più notevoli, raffinati nella coltura o nella galanteria, quali il Medici, il Riario, Orsini, Cesarini e Farnese, per non dire de' Borgia e di tutti gli Spagnuoli. Noi potremmo anche cercarla alle feste ne' palazzi de' signori romani, come dei Massimi e degli Orsini, de' Santa Croce, Altieri e Valle; ovvero nelle case de' ricchi banchieri, come degli Altoviti e Spanocchi e di Mariano Chigi, i cui figli Lorenzo e Agostino, quest'ultimo di lì a poco famoso, erano intimi confidenti de' Borgia.
Amore vivo e speciale potette prendere Lucrezia alle creazioni delle belle arti in Roma. Anche Alessandro teneva occupati grandi maestri nel Vaticano, ove il Perugino dipingeva per lui. Suo pittore di Corte fu il Pinturicchio. Nel Palazzo del Vaticano — così il Vasari — questi ritrasse, sopra la porta di una camera, la signora Giulia Farnese nel volto d'una Nostra Donna; e nel medesimo quadro la testa di esso papa Alessandro che l'adora. E in Castel Sant'Angelo fece il ritratto di molti membri della famiglia Borgia.
«In Castel Sant'Angelo — aggiunge il Vasari stesso — egli dipinse infinite stanze a grottesche; ma nel torrione da basso nel giardino fece istorie di papa Alessandro; e vi ritrasse Isabella regina cattolica, Niccolò Orsino conte di Pitigliano, Giangiacomo Trivulzi con molti altri parenti ed amici di detto Papa, ed in particolare Cesare Borgia, il fratello e le sorelle, e molti virtuosi di que' tempi.» Lorenzo Behaim ha copiato gli epigrammi che si leggevano sotto sei di tali quadri, in Castel Sant'Angelo, giù nel giardino papale. Tutti rappresentavano gli avvenimenti di quell'epoca critica dell'invasione di Carlo VIII, e tutti esaltavano Alessandro come trionfatore di costui. Si vedeva dipinto il re in atto d'inginocchiarsi innanzi al Papa nel giardino stesso di Castel Sant'Angelo; in altro quadro Carlo prestando obbedienza nel Concistoro; in un terzo Filippo di Sens e Guglielmo di San Malò in atto di ricevere la dignità cardinalizia; poi la Messa in San Pietro, alla quale Carlo faceva da ministro; quindi la processione a San Paolo, ove il re teneva la staffa al Papa; da ultimo la partenza di Carlo per Napoli, il quale conduceva seco Cesare Borgia e il sultano Djem.[99]
Le pitture, e con esse anche i ritratti della famiglia Borgia, andaron tutte perdute. Più volte lo stesso Pinturicchio deve aver ritratto la bella Lucrezia. Alcune figure nei quadri di questo maestro riproducevano forse, senza ch'il sappiamo, le immagini de' Borgia. E così pure in qualche bottega di antiquario o tra i molti ritratti antichi, che nei palazzi di Roma e ne' castelli della campagna pendono in fila dalle pareti polverose, ancora oggi forse, senza che il curioso visitatore nemmanco lo sospetti, si troveranno ritratti di Lucrezia, di Cesare e de' fratelli.
Degli artisti allora celebri Lucrezia dovette anche conoscere Antonio di Sangallo, l'architetto di suo padre. Conobbe similmente Antonio del Pollaiolo, il più reputato scultore della Scuola fiorentina in Roma, negl'ultimi decennii del XV secolo. Ed ivi egli morì nell'anno 1498.
Pure la più notevole figura artistica di quel tempo in Roma era Michelangelo. Egli v'andò la prima volta nel 1496, nella giovane età di 23 anni, quando sforzavasi a pigliare il suo primo volo. La città di Roma era allora un mondo incantevole e magico per ogni geniale natura artistica. Quella solenne concentrazione nel suo grande passato, che da' monumenti dell'antichità e del Cristianesimo parlava un sì potente linguaggio; quella sua maestà e quella solenne quiete, interrotta a un tratto dall'esplodere di passioni furiose: tutto quel mondo oggidì noi non siamo più in grado di rappresentarcelo vivamente. Non sappiamo rappresentarci quello, come non possiamo nemmeno rappresentarci l'aura spirituale della Rinascenza, che aleggiava su quelle rovine, nè la terribile natura profana del Papato, nè la totalità delle disposizioni interiori e morali di una generazione dotata di forza creatrice e distruggitrice, che spesso portò in sè l'impronta della grandezza. In vero, quella tendenza medesima, che produceva titanici delitti, generò le opere non meno titaniche della Rinascenza. Sotto forme e caratteri grandiosi si manifestarono allora il bene e il male insieme. Proprio al pari di Nerone, sfacciato e audace, si mostrò un Alessandro VI innanzi al mondo, disprezzandone il giudizio.
La Rinascenza resterà eternamente uno de' più ardui problemi psicologici della civiltà: causa le profonde contradizioni che nel seno suo accoglie, parte con spontaneità affatto ingenua, parte con piena consapevolezza della incompatibilità loro; e causa pure quel certo elemento demoniaco, onde le individualità sono in quel periodo invasate.
Tutte le forze, tutte le virtù e i vizii furono allora messi in moto dal desìo febbrile di goder della potenza, della gloria e dello spirito. La Rinascenza è stata paragonata ad un baccanale della civiltà. Si penetri addentro nelle figure di quei baccanti, e si vedranno in se stesse scontorcersi, come quelle degli amanti in Omero, che hanno il presentimento della ruina loro. Quella società, quella Chiesa, quelle città e quegli Stati, tutta quella civiltà umanistica, ebbri di piacere, barcollano sull'abisso, che irreparabilmente gl'ingoierà.
Fa meraviglia il pensare come in questa Roma insieme, e in un solo e stesso momento, vivessero e si muovessero uomini come Copernico, Michelangiolo e Bramante, Alessandro VI e Cesare Borgia.
Vide Lucrezia il giovane artista, più tardi amico della insigne Vittoria Colonna, di quella che doveva essere la più bella antitesi di lei? Lo ignoriamo; ma non ne dubitiamo. Con la curiosità dell'artista e dell'uomo, Michelangiolo avrà cercato veder la più avvenente donna di Roma. Tuttochè esordiente, egli era già noto per ingegno eminente. E, quando ricevette le prime commissioni dal romano Dal Gallo e dal cardinale La Grolaye, forse a sua volta anch'egli suscitò la curiosità di Lucrezia.
Sotto l'impressione delle tragedie di casa Borgia e dell'assassinio di Gandia, accaduto essendo egli a Roma, Michelangiolo lavorava a quell'opera speciosa, la prima che richiamò su di lui l'attenzione della città. Lavorava al gruppo della Pietà, statogli commesso dal nominato cardinale. Vi diè l'ultima mano nel 1499, quando il gran Bramante anch'egli venne a Roma. Codesto gruppo bisogna considerarlo nel bel mezzo del tempo borgiano, come sul suo vero fondo. Allora la Pietà spicca in tutta la sua significazione ideale. In quelle tenebre morali apparisce qual purissima fiamma di sacrifizio, accesa da un grande e serio spirito nel profanato santuario della Chiesa. Anche Lucrezia si trovò innanzi alla Pietà. Quest'opera d'arte potette svegliare nell'animo dell'infelice figlia d'un peccaminoso Papa più profondi sentimenti che non fossero in grado di comunicarle i discorsi di un confessore o i suggerimenti della badessa di San Sisto.