XIX.
Lotte durissime ebbe a sostenere il principe erede di Ferrara prima di cedere alle insistenze del padre. E questi insisteva pel matrimonio con tanta fermezza da dichiarargli, che dovrebbe risolversi ad unirsi egli stesso con la Lucrezia ove il figlio s'ostinasse nel diniego. E quando il figlio ebbe consentito, quando l'orgoglio del duca fu ridotto al silenzio, Ercole riguardò il matrimonio puramente come un vantaggioso affare di Stato. Egli vendette l'onore della casa sua al più alto prezzo possibile. Gli agenti papali in Ferrara, spaventati dalle sue esigenze, mandarono Raimondo Romolini per darne a Roma contezza. E Alessandro impetrò la mediazione del re di Francia per ottenere condizioni più miti. Una lettera dell'ambasciatore di Ferrara in Francia è il mezzo migliore per chiarirci su questo punto:
«Illustrissimo Signor mio.
»Ieri l'ambasciatore del Papa mi disse, avergli Sua Santità scritto come Vostra Eccellenza abbia mandato un messo in Roma, domandando 200,000 ducati, l'affrancamento dall'annuo canone, la concessione del giuspatronato pel Vescovado di Ferrara mercè decisione concistoriale, e molte cose altre. Aggiunse aver il Papa offerto 100,000 ducati. Quanto al rimanente, dover Vostra Eccellenza fidare in lui, che col tempo le concederà quel che vuole e solleverà tanto alta la casa degli Este, che ciascuno dovrà riconoscere l'amor suo per la stessa. Mi disse inoltre essere stato incaricato di pregare Sua Maestà Cristianissima, perchè scriva all'Illustrissimo Cardinale, e voglia questi esortare l'Eccellenza Vostra a contentarsi di tali offerte. Qual fedel servitore di Vostra Eccellenza ricordo all'uopo, benchè sia superfluo, che dove tal matrimonio abbia a farsi, ella lo concluda in guisa tale e con tanta sicurezza, che la lunga promessa con l'attender corto non abbia poscia a farnela pentire. In altra lettera ho partecipato a Vostra Eccellenza, come il Re Cristianissimo m'abbia detto, che in questo affare egli null'altro vuole che il volere di Vostra Eccellenza. Onde, se la cosa deve farsi, ella cerchi cavarne il maggior profitto possibile; ma se non può farsi, Sua Maestà è sempre pronto a dare a Don Alfonso quella dama, la cui mano l'Eccellenza Vostra voglia per lui richiedere in Francia. — Di Vostra Ducale Eccellenza servitore Bartolomeo Cavaleri. Lione, 7 agosto 1501.»
Alessandro non voleva mandar la figlia a Ferrara a mani vuote. Ma la dote, che Ercole esigeva, era troppo; era più grossa ancora di quella che Bianca Sforza aveva portata all'imperatore Massimiliano, e ledeva troppo vivamente le leggi canoniche. Perchè, oltre l'ingente somma di danaro, il duca domandava l'esonerazione dall'annuo tributo verso la Chiesa pel feudo di Ferrara; la cessione di Cento e di Pieve, città appartenenti all'Arcivescovado di Bologna; la cessione pure di Porto Cesenatico; e gran numero di benefizii in favore della famiglia Este. Le negoziazioni fervevano; pure tanto forte era il desiderio del Papa di assicurare alla figliuola il trono del Ducato di Ferrara, che si dichiarò pronto ad annuire in massima alle esigenze di Ercole. Alla qual cosa lo indusse anche l'avviso di Cesare.[130] Lucrezia stessa non faceva meno pressa intorno al padre, perchè cedesse. Da quel tempo in poi essa fu il miglior avvocato del duca in Roma. Ed Ercole riconosceva, che principalmente alla sagacia di lei si doveva se era riuscito nelle pretensioni sue.
Le negoziazioni presero sì prospero avviamento alla fine del luglio o sui primi d'agosto. E di questo tempo sono le prime lettere del duca a Lucrezia e al Papa, conservate nell'Archivio di Stato di casa d'Este.
Il 6 agosto Ercole scrisse alla futura nuora, che le raccomandava Agostino Huet — un segretario di Cesare — come agente, che nel condurre le negoziazioni aveva mostrato il più premuroso fervore.
Il 10 agosto espose al Papa sin dove fossero procedute le pratiche, e pregavalo di non trovar eccessive le sue domande. Ripetè lo stesso in altra lettera del 21, dove, con un fare da mercatante, le metteva in risalto, mostrandole di piccolo e quasi di niun momento.
Frattanto la notizia del divisato matrimonio s'era sparsa pel mondo e divenuta motivo a riflessioni diplomatiche. Imperocchè nè alle potenze d'Italia nè alle straniere poteva far comodo che il Papato s'aggrandisse tanto. Firenze e Bologna, alla cui conquista Cesare mirava, vivevano in sospetto. La Repubblica di Venezia, in continua tensione con lo Stato di Ferrara ed agognante alle coste della Romagna, non dissimulava il suo malumore, anzi attribuiva tutto il disegno all'ambizione di Cesare.[131] Il re di Francia mostravasi contento della cosa, solo perchè non poteva stornarla; altrettanto faceva la Spagna. Ma Massimiliano ne fu così irritato, che cercò impedire il matrimonio. Ferrara cominciava appunto a toccare quell'importanza politica, che aveva avuta Firenze al tempo di Lorenzo dei Medici. E da qualsiasi parte si schierasse, era quindi cosa di troppo peso; ed all'imperatore germanico non poteva essere indifferente la stretta unione di tale Stato col Papato e con la Francia. Oltracciò moglie di Massimiliano era Bianca Sforza; e altri membri e partigiani della caduta casa, nemici accaniti de' Borgia, vivevano alla Corte tedesca.
L'imperatore mandò nell'agosto lettere a Ferrara, con le quali sconsigliava Ercole dall'imparentarsi col Papa. Questa manifestazione di Massimiliano non poteva che giungere desiderata ad Ercole. Mercè quella, poteva esercitar pressione sul Papa. E difatto ne diede a costui comunicazione, assicurandolo però di essere irremovibile nella presa determinazione. Quindi incaricò il suo consigliere Gianluca Pozzi di rispondere all'imperatore.[132] La lettera di Ercole al suo cancelliere porta la data del 25 agosto; ma, prima ancora che il contenuto di essa fosse noto a Roma, il Papa s'era affrettato ad accettare le condizioni del duca e a concludere il contratto matrimoniale. Il che ebbe luogo con atto legale stipulato in Vaticano il 26 agosto 1501.[133]
Senza ritardo il Papa lo trasmise ad Ercole per mezzo del cardinal Ferrari. Don Ramiro Romolini con altri procuratori andaron subito a Ferrara.[134] Ivi, nel Castello di Belfiore, fu il primo settembre 1501 concluso ad verba il matrimonio.
Il giorno stesso il duca scrisse a Lucrezia, che se insino allora l'aveva amata per le virtù sue e anche per riguardo al Papa e al fratello Cesare, ora invece l'amava più che figlia. In termini altrettanto espansivi scrisse pure ad Alessandro. Gli comunicò la conclusione del matrimonio, e lo ringraziò pel conferimento della dignità di Arciprete di San Pietro al cardinale Ippolito suo figlio.[135]
Meno diplomatico fu il linguaggio di Ercole nella lettera, con la quale dava partecipazione del fatto al marchese Gonzaga. Vi faceva chiaramente trasparire la sua freddezza; e scusavasi insieme di essere stato costretto a quel passo.
«Illustre Signore e fratello nostro amatissimo.
»Significammo a Vostra Eccellenza la risoluzione presa a' dì passati di acconsentire ad attendere alle pratiche pel parentado con Sua Santità, togliendo la illustrissima Donna Lucrezia Borgia, sorella dell'illustrissimo Duca di Romagna e Valenza, per moglie del nostro primogenito Don Alfonso. A ciò ci spinsero principalmente le esortazioni di Sua Maestà Cristianissima; sempre che però fossimo d'accordo con Sua Santità su tutte le particolarità spettanti al matrimonio stesso. Ora, essendosi tale affare trattato, Sua Santità e Noi siamo restati concordi; e il Re Cristianissimo ha continuato a farci istanza che si venga alla conclusione del matrimonio, per mezzo degli ambasciatori francesi e procuratori di Sua Beatitudine. E questa mattina si è fatta la pubblicazione. Di che m'è parso dare incontanente avviso all'Eccellenza Vostra, perchè l'intima unione e l'amore reciproco fa che ella prenda interesse e partecipi a tutto ciò che ci riguarda. E così al beneplacito suo ci offriamo sempre pronti.
»Ferrara, 2 settembre 1501.»[136]
Il 4 settembre un corriere portò la nuova che il contratto di matrimonio era stato sottoscritto a Ferrara. Alessandro fece immediatamente tirare colpi di cannone da Castel Sant'Angelo e illuminare il Vaticano. Tutta Roma risuonò delle grida di gioia de' partigiani di casa Borgia.
Questo momento fu il punto culminante nella vita di Lucrezia. Se ambizione e brama di mondana grandezza albergavano nell'anima sua, oramai aveva la certezza di salire su uno de' più antichi troni principeschi d'Italia. Che se invece rimorso e avversione per tutto ciò che in Roma la circondava, ed aspirazione ad uno stato migliore erano in lei più forti di quei vanitosi sentimenti, oramai un tranquillo porto le s'apriva d'innanzi. Essa diventava moglie di un principe, che non aveva fama di uomo geniale e finamente colto, ma di pratico e amante della pace. Lo aveva visto nella sua prima gioventù, quando quegli venne a Roma ed ella era la promessa dello Sforza. Nessun sacrifizio forse le sarebbe parso troppo duro, pur di cancellare le rimembranze di quei nove anni nell'intervallo trascorsi. La vittoria ch'ella ora, grazie all'assentimento di casa d'Este, aveva riportata, andava congiunta con una profonda umiliazione. A lei non era ignoto che Alfonso, solo dopo lunga resistenza e costretto, s'era lasciato andare ad accettarne la mano. Una donna audace e di spirito intrigante sarebbe passata sopra a siffatta umiliazione, forte nella coscienza del suo genio e delle arti sue. Altra, anche meno forte, ma bella e dotata di grazia, avrebbe potuto provare grande attrattiva all'idea di disarmare un uomo ricalcitrante, mercè il fascino della sua persona. Ma la questione, se fosse dell'onor suo maritarsi con un uomo, che non l'aveva voluta per libera elezione, ovvero, se l'orgoglio di una donna nobile non dovesse respingere un matrimonio in condizioni simili; codesta questione, una donna vana come Lucrezia, forse non se la pose mai; o se lo fece, certo, nè Cesare nè il padre le consentirono di esternare un dubbio così poco diplomatico. Noi non scopriamo in lei alcuna traccia d'orgoglio morale. Vediamo soltanto i segni di una gioia fanciullescamente ingenua per la fortuna che le era toccata.
Il 5 settembre fu vista per Roma con 300 cavalieri e quattro vescovi. Andò a render grazie in Santa Maria del Popolo. E, secondo il curioso costume del tempo, quando, come ne' drammi del Calderon e dello Shakspeare, col serio s'innestava sempre il comico, Lucrezia regalò il prezioso vestito, col quale era stata a pregare, al suo giullàre di corte. Ed il buffone, giubilando per le vie di Roma, gridava: «Viva la illustrissima duchessa di Ferrara! Viva il papa Alessandro!» Il grande avvenimento fu festeggiato da' Borgia e da' partigiani loro con clamorose dimostrazioni.
Alessandro raccolse un Concistoro, quasi questa faccenda di famiglia fosse un importante affare della Chiesa. Lodò con ostentazione infantile il duca Ercole, chiamandolo il più grande e il più savio principe d'Italia; lodò anche Don Alfonso, uomo più bello e più possente di suo figlio Cesare, e che per prima moglie aveva avuto la sorella dell'imperatore. Disse Ferrara essere uno Stato prospero, e la casa d'Este antica. Disse anche verrebbe ben presto a Roma un corteo nuziale di signori a prendere la sposa, e che questa sarebbe accompagnata dalla duchessa di Urbino.[137]
Cesare Borgia il 14 settembre ritornò da Napoli, dove Federigo, ultimo re di quel paese della casa d'Aragona, aveva dovuto arrendersi alla Francia. Con soddisfazione rivide la Lucrezia già qual futura duchessa di Ferrara. Il 15 giunsero gl'inviati di Ercole, Saraceni e Bellingeri. Essi dovevano adoperarsi, perchè gli obblighi dal Papa assunti fossero adempiuti il più presto possibile. Il duca non si fidava di lui: egli era uomo pratico. Non intendeva mandare il corteo per la sposa prima di aver nelle mani le Bolle. Lucrezia appoggiava gl'inviati con tanto calore, che il Saraceni scriveva al suo signore, quella parergli già essere ottima ferrarese.[138] Ella assisteva alle negoziazioni in Vaticano, nelle quali Alessandro, a dimostrare la sua abilità linguistica, a volte si serviva senza intoppo del latino. Un giorno, per riguardo alla figlia, comandò di adoperare l'italiano. Il che prova che Lucrezia nel latino non era forte abbastanza.
Da' dispacci degl'inviati risulta che in Vaticano si era di molto buon umore. Colà canti, suoni e balli ogni sera. Uno de' più grandi diletti per Alessandro era assistere alla danza di belle donne. E quando Lucrezia e le dame di corte ballavano, ei soleva introdurre gl'inviati di Ferrara perchè ammirassero la bellezza di sua figlia. Sorridendo, diceva loro una sera, che voleva avessero visto la duchessa non essere zoppa.[139]
Fu instancabile nel passare così le notti; mentre insino Cesare, giovane e rigoglioso, ne fu stanco. Quando questi si degnò concedere udienza agl'inviati, grazia che, come scrivevano a Ferrara, appena i cardinali potevano ottenere, gli ricevette vestito, ma stando a letto. E al proposito il Saraceni notava nel suo dispaccio: «Temevo ch'ei fosse malato, avendo iersera ballato senza smetter mai; e anche oggi farà altrettanto dal Papa, presso il quale l'illustrissima Duchessa va a cena.»[140] Fu per Lucrezia un sollievo, che il Papa per alcuni giorni andasse a Civitacastellana e Nepi. Il 25 settembre gl'inviati scrivevano a Ferrara: «Questa illustrissima Madonna continua ad essere un po' indisposta e a sentirsi molto debole. Malgrado di ciò, non prende medicine, nè tralascia la trattazione degli affari, e dà udienza come di solito. Noi crediamo che l'indisposizione non avrà altra conseguenza, perchè sua Eccellenza si riguarda. Anche la quiete in questi giorni, in cui Sua Santità sarà assente, le farà bene; perchè sin qui, ogni volta che Sua Eccellenza andò dal Papa, si fece musica e ballo sin verso le 2 o le 3 della notte, e questo le ha fatto molto danno.»[141]
Un affare penoso, di cui il Papa ebbe allora ad occuparsi con gl'inviati, riguardava Giovanni Sforza, l'espulso e divorziato marito di Lucrezia. Che cosa si temesse da lui, lo dice questo dispaccio ad Ercole:
«Illustrissimo Principe ed eccellentissimo Signor nostro. — Poichè Sua Santità il Papa prende in debita considerazione le cose che potrebbero cagionare dispiacere all'animo non solo di Vostra Eccellenza e dell'illustrissimo Don Alfonso, ma altresì della signora Duchessa e anche al suo proprio, così ci ha incaricati di scrivere a Vostra Eccellenza e avvertirla a fare in guisa, che il signor Giovanni di Pesaro, che, come all'Eccellenza Vostra è stato riferito, è in Mantova, non abbia a ritrovarsi in Ferrara al tempo delle nozze. Imperocchè, comunque la separazione di lui dalla nominata signora Duchessa sia assolutamente legittima e compiuta conforme alla pura verità, come pubblicamente consta non solo pel processo fatto in questa causa, ma anche per la libera confessione di esso Don Giovanni; nulladimeno un residuo di mal animo potrebbe pur forse essergli sempre addentro rimasto. Per il che, trovandosi in luogo, ove la detta Signora potesse essere da lui veduta, Sua Eccellenza sarebbe perciò costretta a sequestrarsi in qualche camera, onde le cose passate non abbiano a tornarle in mente. Egli quindi esorta Vostra Eccellenza a voler provvedere a ciò con la solita sua prudenza. Poscia Sua Santità entrò a parlare degli affari del signor marchese di Mantova, rimproverando acremente a Sua Eccellenza che soltanto essa désse asilo e spettacolo di gente fallita e bandita non solo dal Papa, ma anche dal Re Cristianissimo. Per verità, noi ci sforzammo di scusare il signor Marchese, dicendo che, liberalissimo com'egli è, si sarebbe vergognato di negare adito nelle terre sue a quei che vi riparavano, massime a signori. E per corroborare la nostra tèsi ci servimmo di tutte le parole più accomodate al caso. Nulladimeno Sua Santità non parve restar ben soddisfatta delle nostre scuse. Per conseguenza l'Eccellenza Vostra intenda il tutto, e nella prudenza sua impartisca gli ordini che stimerà espedienti e al proposito. E così umilmente ci raccomandiamo alla grazia di Vostra Eccellenza.
»Roma, 23 settembre 1501.»[142]
Dietro le premure di Ercole il 17 settembre fu portata innanzi al Concistoro la quistione circa la diminuzione del canone di Ferrara da 400 ducati a 100 fiorini. Si temeva una vigorosa opposizione. Alessandro espose tutto quello che Ercole aveva fatto per Ferrara: la fondazione di chiese e monasteri, e soprattutto l'aver fortificato la città; cosicchè quella era diventata un baluardo dello Stato della Chiesa. I cardinali erano stati favorevolmente predisposti dal cardinale di Cosenza, creatura di Lucrezia, e da messer Troche, il confidente di Cesare. Consentirono alla diminuzione; e il Papa gli ringraziò, lodando specialmente i più anziani, mentre i più giovani, sue proprie creature, si eran pure mostrati più renitenti.[143]
Il giorno stesso fu presa una decisione intorno a' possedimenti strappati ai baroni da lui proscritti il 20 agosto. Questi beni, che comprendevano una gran parte della Campagna Romana, furono divisi in due territorii. L'uno ebbe per centro Nepi; l'altro Sermoneta: luoghi, a' quali Lucrezia, che n'era signora, quindi innanzi rinunziava. Alessandro investì de' due ducati i due bambini Giovanni Borgia e Rodrigo. Del primo di questi egli aveva innanzi attribuito la paternità al figlio Cesare; ma poi apertamente dichiarò esserne padre egli stesso.
Quasi non si presterebbe fede a tanta impudenza senza esempio. Pure i documenti stan lì: due Bolle indirizzate all'amato figliuolo, il Nobile Giovanni De Borgia e Infante romano: entrambi sotto la data del primo settembre 1501. Nel primo Alessandro dichiarava Giovanni, bambino di tre anni, esser figlio illegittimo di Cesare Borgia, di uomo celibe (e celibe difatti era ancora alla nascita di quello) e di donna celibe del pari. Per potestà apostolica lo legittimava e investiva di tutti i diritti de' suoi parenti. Nel secondo poi, riferendosi alla legittimazione concessa al bambino qual figliuolo di Cesare, diceva esplicitamente: «Poichè tu porti questa mancanza (di origine legittima) non dal detto duca (Cesare), ma da noi e dalla indicata donna celibe, ciò che noi per buone ragioni non abbiamo voluto esprimere nello scritto precedente, così volendo che giammai quello scritto non sia notato di difetto d'intenzione e di vizio di nullità, volendo provvedere che nel corso del tempo tu non abbia ad esser molestato, e volendo anche mostrarti speciale favore; non per istanza che tu n'abbia fatta, ma per nostra spontanea risoluzione e liberalità, e nella coscienza della piena potestà ed autorità nostra, confermiamo e ratifichiamo mercè il presente tutto quanto in quell'altro scritto è contenuto.» Rinnovava quindi la legittimazione, dichiarando che ove il bambino suo, legittimato come figliuolo di Cesare, fosse in avvenire in scritture o atti di qualunque natura nominato anche e designato come tale, e si servisse altresì dell'arme di Cesare, non avrebbe da ciò a venirgli pregiudizio d'alcuna sorta; che invece tutti simili atti dovrebbero avere la stessa forza giuridica come se il bambino fosse designato nella scritta di legittimazione qual proprio figlio suo e non di Cesare.[144]
Sembrerà strano che i due documenti siano stati emanati lo stesso giorno. Ma si spiega. Le leggi canoniche proibivano al Papa di riconoscere un suo proprio figlio. Alessandro quindi cercò cavarsi d'imbarazzo, asserendo una menzogna nella prima Bolla. Per tal mezzo rendevasi possibile la legittimazione del bambino, ovvero l'investirlo di diritti legittimi. Data poi una volta alla bugia la forza di documento, potè il Papa, senza ulteriore riserva, per riguardo al figliuolo, dire la verità e sostituirla in luogo di quella.
Cesare il primo settembre 1501 non era in Roma. Anche forse un uomo par suo avrebbe arrossito di suo padre, che faceva del figlio un rivale nel diritto di proprietà su un bastardo. Il piccolo Giovanni Borgia passò difatto più tardi, dopo la morte di Alessandro, per figliuolo di Cesare; ma anche il Papa lo designò come tale in alcuni Brevi.[145]
È ignoto chi fosse la madre del misterioso bambino. Il Burkard dice solo: una certa romana. Se Alessandro, che la chiamava donna celibe, dicesse la verità, il pensiero di Giulia Farnese sarebbe escluso. Ma potrebbe anch'essere che la seconda asserzione del Papa fosse similmente una menzogna, e che il romano Infante non fosse figlio di lui, ma fosse un bambino illegittimo di Lucrezia. Si ricorderà che nel marzo 1498 un inviato ferrarese informava il duca Ercole, assicurarsi in Roma che la figliuola del Papa aveva partorito un bambino. Questa data concorda pienamente con l'età dell'infante Giovanni nel settembre 1501. I due documenti relativi alla legittimazione di lui, serbati oggi nell'Archivio d'Este, provenivano dalla Cancelleria di Lucrezia, o perchè la stessa gli portò seco da Roma a Ferrara, o perchè più tardi se ne impossessò. L'Infante infine noi lo incontreremo alla corte di quella in Ferrara, però come suo fratello. Tutti questi fatti potrebbero indurre a pensare, che il misterioso Giovanni Borgia sia stato un figlio di Lucrezia. Pure questa opinione non ha che la forza di una mera ipotesi.
Codesto fanciullo adunque ricevette la città di Nepi come ducato, con altri 36 paesi.
L'altro territorio, col Ducato di Sermoneta e con 28 castella, fu assegnato al piccolo Rodrigo, unico figlio di Lucrezia con Alfonso d'Aragona. L'esistenza di questo bambino in mezzo alle nuove condizioni era per lei, la madre, un manifesto imbarazzo, non volendo o non potendo condurre a Ferrara un figliastro. Ad onor suo ci piace credere ch'ella fosse costretta ad affidare in mani estranee il suo legittimo figliuolo. Pare però che l'obbligo non le sia stato imposto da Ferrara. Difatto l'inviato Gerardi, dando notizia il 28 settembre al suo signore di una visita a madonna Lucrezia, scriveva: «Poichè il figliuolo di lei era presente, colsi abilmente l'occasione per domandarle che cosa n'avrebbe fatto; ed ella mi rispose: resterà a Roma, e avrà la sua rendita di 15,000 ducati.»[146] E in realtà si provvide al piccolo Rodrigo largamente. Fu messo sotto la tutela di due cardinali, del patriarca di Alessandria e di Francesco Borgia, arcivescovo di Cosenza. Venivano a lui le entrate di Sermoneta, e anche quelle di Bisceglie, eredità del suo infelice padre. Perchè il 7 gennaio 1502 il re Ferdinando e la regina Isabella di Castiglia diedero facoltà al loro ambasciatore in Roma, Francesco de Roxas, di confermare in persona di Rodrigo il possesso del Ducato di Bisceglie e della città di Quadrata. E, secondo questo atto, i titoli suoi erano: Don Rodrigo Borgia di Aragona, duca di Biselli e Sermoneta e signore di Quadrata.[147]