XVIII.
In quel mentre Lucrezia col suo bambino Rodrigo era nel palazzo presso San Pietro. Se pure avesse voluto ancora rimpiangere la perdita del marito, il padre non le lasciò tempo di abbandonarsi a tali sentimenti. Egli seppe solleticarne la leggerezza e la vanità. Il morto Alfonso doveva esser sostituito da un altro Alfonso di maggior valore. Era stato appena messo da parte il duca di Bisceglie, e già s'era pensato a un nuovo matrimonio. Nel novembre del 1500 si cominciò già a dire che Lucrezia dovesse unirsi col principe erede di Ferrara, rimasto sin dal 1497 vedovo senza figliuoli, all'età di 24 anni appena. Del disegno fu primo a darne notizia Marin Gorzi, nuovo ambasciatore di Venezia a Roma, alla sua Signoria, il 26 di quel mese. Ma già molto prima, anzi indubbiamente sin da quando il marito di colei ancora viveva, s'era pensato in Vaticano al nuovo legame. È fuori di dubbio che nel Natale del 1500 si parlò pure di un matrimonio col duca di Gravina. Quest'Orsini era così poco spaventato della sorte toccata a' due mariti di Lucrezia, che nel dicembre venne a Roma per impegnarsi con lei. Probabilmente non si mirò che ad adescarlo con tale prospettiva per tenersi sicuri de' servizii degli Orsini.
Il disegno di maritar Lucrezia con Alfonso di Ferrara era stato immaginato da Alessandro. Egli desiderava questo matrimonio così pel meglio della sua diletta figliuola, come pel vantaggio di Cesare. Così assicurava a costui non solo il possesso della Romagna, che la Repubblica di Venezia poteva strappargli, ma gli slargava anche maggior campo per dar séguito alle sue mire su Bologna e Firenze. Era inoltre un mezzo per far entrare nelle vedute de' Borgia anche le dinastie di Mantova e di Urbino, imparentate con quella di Ferrara. Poteva altresì diventare punto di partenza per una più grande lega tra la Francia, il Papa, gli Stati di Cesare, Ferrara, Mantova e Urbino. E questi alleati eran forti abbastanza da assicurare Alessandro e la casa sua contro ogni nemico.
Prima di tutto il re di Francia aveva bisogno del Papa, se voleva raffermare lo stato suo in Italia. Possedeva quivi Milano, e poteva conquistare la metà del reame di Napoli, e quindi tenerlo come feudatario della Chiesa. Difatto Spagna e Francia avevano già concluso quello scellerato trattato di spartizione di quel reame, cui Alessandro VI poteva ancora prestare o rifiutare consentimento.
Per guadagnare il duca di Ferrara alla sua audace proposta, Alessandro si servì primieramente di un modenese, che gli era molto devoto, Giambattista Ferrari, antichissimo servitore di Ercole, e che egli aveva creato datario prima, poi cardinale. Il Ferrari non si peritò di fare al duca la proposta di matrimonio, in vista — così scrisse — de' grandi vantaggi che dovevano derivarne per lo Stato del duca.[116] L'imbarazzo di Ercole non fu minore di quello, in congiuntura simile, provato dal re di Napoli, Federigo. Il suo orgoglio ne fu irritato. La figlia, la nobile marchesa Isabella di Mantova, e la cognata di costei, Elisabetta di Urbino, ne furono fuori di sè. Il giovane Alfonso da parte sua manifestò la più profonda ripugnanza. V'era pure che s'aveva in animo di sposare il principe erede con una principessa della Casa reale di Francia, con Luisa, la vedova del duca di Angouleme.[117] Ercole rispose con un deciso rifiuto.
Alessandro aveva previsto la resistenza, ma non disperò di abbatterla. Con più viva insistenza fece ancora rappresentare al duca i vantaggi di quella unione e i danni del rifiuto: da una parte la sicurtà degli Stati di Ferrara e l'accrescimento loro; dall'altra la nimicizia del Papa e di Cesare, e forse anche di Francia.[118] Tanto era certo della vittoria, che non faceva mistero alcuno del divisato matrimonio, e ne parlò insino in Concistoro con soddisfazione come di cosa fatta.[119] Importava aver favorevole la Corte francese. E ciò non fu difficile, mentre appunto in quel tempo Luigi XII voleva che l'esercito suo, attraverso lo Stato della Chiesa, andasse di Toscana a Napoli, la qual cosa non era possibile, senza essere col Papa ne' termini della migliore intelligenza. Ma questi poteva soprattutto far assegnamento sull'appoggio del cardinale d'Amboise, quello, cui Cesare Borgia aveva un tempo portato in Francia il cappello rosso, e i pensieri ambiziosi del quale si levavano sino al trono papale. E a questo egli sperava poter giungere dopo la morte di Alessandro, mediante appunto l'influenza dell'amico suo Cesare e de' cardinali spagnuoli.
Ciò non di meno è un fatto che sul principio Luigi XII era risolutamente avverso al matrimonio. Cercò pure sventarlo. Da parte sua per niun conto voleva aggrandita la potenza di Cesare e del Papa. Desiderava in quella vece consolidare durevolmente l'influenza sua su Ferrara, mediante l'unione di Alfonso con una principessa francese. Alessandro aveva nel maggio spedito in Francia un segretario per indurre il re a rendersi mediatore del matrimonio; ma questi si mostrò alieno dal farlo.[120] Egli aveva bensì messo ostacolo alla invasione di Cesare nell'Italia centrale; cosicchè i tentativi di costui su Bologna e Firenze andarono a vuoto.
Il disegno quindi di matrimonio si sarebbe risoluto in nulla, se proprio in quel tempo non fosse capitata la spedizione francese per Napoli. A noi è lecito tenere, che l'aver il Papa permessa quella dipendesse, oltre gli altri motivi, anche dall'assenso dato dal re a quel matrimonio.
Il 13 giugno 1501 Cesare in persona, nominato già dal padre Duca di Romagna, venne secretamente a Roma, ove si fermò tre settimane. E anch'egli, per quanto era in lui, pose in moto ogni arte per l'effettuazione del disegno. Poscia con i suoi soldati seguì il maresciallo francese Aubigny. Il quale, muovendo con l'esercito da' pressi di Roma, irruppe nel Napoletano per portarvi la più empia delle guerre di conquista, fra i cui orrori la casa Aragonese doveva in brevissimo tempo trovare la sua rovina.
Sin dal giugno la Corte francese cedette al desiderio del Papa, e cominciò a far valere per lui la propria influenza in Ferrara. Ciò risulta da un dispaccio dell'inviato ferrarese in Francia del 22 giugno. Egli informava Ercole di aver rappresentato al re, come il Papa minacciasse togliere al duca lo Stato, ove questi non acconsentisse al matrimonio; e il re aver risposto che Ferrara stava sotto la sua protezione, e solo insieme con la Francia poteva cadere. L'inviato esprimeva il timore che il Papa si servirebbe dell'investitura di Napoli, alla quale il re aspirava, per ottener presso costui favore al disegno. Da ultimo scriveva al duca che monsignor De Trans, il più influente uomo che fosse alla Corte del re, lo consigliava ad accettare il matrimonio a condizione del pagamento di 200,000 ducati, della remissione dell'annuo canone per Ferrara, e di certi benefizii per i membri della casa d'Este.[121]
L'Amboise mandò l'arcivescovo di Narbona e altri agenti a Ferrara, perchè persuadessero il duca. Il re stesso gli scrisse. Lo sollecitava a dare il suo assenso, e negava ora per Don Alfonso la mano di una principessa francese. Contemporaneamente con i messi di Francia, facevan ressa intorno al duca gl'inviati del Papa e gli agenti di Cesare. Egli fu avviluppato in una rete d'intrighi; e finalmente la paura lo indusse a chinare il capo.
L'8 di luglio faceva già dichiarare a Luigi XII di esser pronto ad acconciarsi al voler suo, purchè gli riuscisse d'accordarsi col Papa sulle condizioni.[122] Egli intendeva essersi inchinato solo a' comandamenti del re; ma il re a sua volta non aveva consigliato il matrimonio per altro, se non perchè aveva bisogno del Papa. Nell'atto stesso che faceva premura presso Ercole perchè acconsentisse, lo consigliava di non affrettarsi a mandare il figliuolo Don Ferrante a Roma per condurre a fine la cosa; ma di protrarla in lungo quanto più potesse, sinchè egli stesso, il re, non fosse nel settembre venuto in Lombardia. Fece bensì assicurare Ercole ch'egli stava fermo alla fitta promessa della mano di madonna d'Angouleme per Don Alfonso; e apertamente esternava il suo dispiacere per quel matrimonio.[123] Diceva all'inviato ferrarese che reputerebbe il duca uomo inetto, se volesse sposare il proprio figlio con la figlia del Papa; perchè, il giorno che il Papa fosse morto, egli non più saprebbe con chi aveva stretto questo parentado; e in modo ancora più cieco opererebbe Alfonso, accettando.[124]
E infatti anche il duca non si diede fretta punto. È vero che mandò a Roma il suo segretario Ettore Bellingeri, ma solo per dichiarare al Papa ch'egli voleva ottemperare a' desiderii di Francia, posto però che anche le domande sue fossero soddisfatte. Il Papa invece e Cesare esigevano la pronta conclusione de' patti matrimoniali, e incalzavano presso il cardinale Della Rovere, ch'era allora a Milano, per ottenere da Ercole che mandasse a lui il figlio Alfonso, affinchè, sotto gli occhi del cardinale stesso, l'affare fosse terminato. Ciò il duca negò. Innanzi a ogni altra cosa egli voleva che il Papa accettasse le condizioni poste al suo consentimento.[125]
Mentre queste pratiche umilianti per Lucrezia procedevano lentamente, Cesare era in Napoli strumento e spettatore della rapida caduta di quella casa d'Aragona, da lui tanto odiata, e sul cui trono non gli fu concesso elevarsi. Ma Alessandro approfittò dell'occasione per impadronirsi de' beni de' baroni del Lazio, specialmente di quelli de' Colonna, de' Savelli e degli Estouteville, i quali tutti la guerra di Napoli aveva privati d'ogni difesa. La confiscazione di quei beni, come presto vedremo, si collegava col disegno di matrimonio. Egli aveva fatto occupare parecchie città di quei signori già nel giugno 1501, valendosi della pressione dell'esercito francese accampato presso Roma. Il 27 luglio andò egli stesso a Sermoneta con cavalieri e fantaccini.
Fu allora, che, prima di mettersi in viaggio, pose la figlia luogotenente suo in Vaticano. Ecco le parole del Burkard: «Prima che Sua Santità, Signor Nostro, lasciasse la città, affidò tutto il palazzo e gli affari in corso a donna Lucrezia Borgia, sua figlia, e le diede facoltà di aprire le lettere indirizzate a Sua Santità; nei casi di maggior rilievo essa doveva prender consiglio dal signor cardinale di Lisbona.
»Ora occorse non so qual caso; e dicesi Lucrezia essersi rivolta al detto cardinale, esponendogli l'incarico del Papa e l'affare. E quegli le disse: ogni volta che il Papa fa delle proposte in Concistoro, il Vicecancelliere o un altro cardinale per esso suole sottoscriverle, e prendere nota delle opinioni dei votanti; così anche ora fa d'uopo che alcuno sottoscriva ciò che è stato detto. Al che Lucrezia replicò di saper benissimo scrivere. — Ov'è la vostra penna? — domandò il cardinale; Lucrezia capì lo scherzo, e sorrise; e così terminarono in modo conveniente la conferenza.»
I negozii dal Papa alla figlia affidati si riferivano realmente solo alle cose temporali, non alle ecclesiastiche. Pure procedimento così impudente non s'era visto mai. Codesta distinzione, la maggior prova di favore che il padre potesse darle, muoveva senza dubbio anche da altre ragioni. Proprio in quei giorni Alessandro era stato assicurato dell'assenso di Alfonso d'Este al matrimonio, e pel contento provatone fece Lucrezia reggente in Vaticano. Questo volle quasi significare da parte sua il riconoscimento di una persona politica nella futura duchessa di Ferrara. E imitava così l'esempio di Ercole e di molti altri principi, che, dovendo assentarsi dagli Stati loro, solevano affidarne i negozii alle mogli.
Non era stato facile al duca di vincere l'avversione del figliuolo. Perchè niente poteva tanto profondamente offendere il giovane principe, quanto il domandargli che facesse di Lucrezia Borgia la moglie sua. Non lo sgomentava già l'origine illegittima. Questa macchia non aveva gran peso in quel tempo in cui i bastardi fiorivano, ed erano per tutto in auge ne' paesi latini. Molte dinastie italiane n'erano intinte, gli Sforza, i Malatesta, i Bentivoglio, anche gli Aragonesi di Napoli. Anzi lo stesso magnifico Borso, primo duca di Ferrara, era stato fratello illegittimo di Ercole, suo successore. Se non che Lucrezia era la figlia di un Papa; era nata da un sacerdote. E in ciò, pel sentimento degli Este, stava il lato ignominoso della sua origine, forse anco uno scrupolo religioso. Nè la vita licenziosa del padre, nè i delitti di Cesare potevano far calare la bilancia della morale della corte di Ferrara. Nondimeno niuna casa principesca fu giammai così corrotta da non curarsi punto della fama di una donna, che fosse destinata a divenire uno de' suoi membri più importanti.
Alfonso doveva essere il marito di una giovane, che, ancora in età di 21 anno, aveva già corso tante vicende. Due volte promessa legalmente sposa, due volte maritata, due volte per vie criminose rimasta vedova. La riputazione di Lucrezia ispirava veramente ripugnanza. E non era possibile che Alfonso, tuttochè uomo galante e mondano, credesse alla virtù sua, anche negando fede a' più turpi rumori che sul conto di lei correvano. La cronaca scandalosa di ciò che accadeva in una corte si diffondeva allora rapida, come oggidì, di corte in corte. Mercè gli agenti suoi il duca, e con lui il figlio, erano appuntino informati di quanto realmente succedeva nella famiglia Borgia, e anche di ciò che s'inventava sul conto della stessa. Gli abominevoli motivi, che l'oltraggiato Sforza aveva attribuiti al padre di Lucrezia per lo scioglimento del suo matrimonio, erano stati immediatamente riferiti al duca a Ferrara. Un anno dopo l'agente di costui in Venezia gli aveva partecipato, accertarsi da Roma che la figlia del Papa aveva partorito un bambino illegittimo.[126] Oltracciò tutte quelle satire, con le quali i nemici de' Borgia non risparmiavano nemmeno Lucrezia, erano ben note alla corte di Ferrara, e sicuramente v'erano state gustate con maligno riso. Converrà egli ora credere che gli Este reputassero quei rumori e quelle satire come appieno fondate, e che, malgrado di ciò, passando sopra all'onor loro, si fossero contentati d'introdursi in casa una Taide, invece di seguire, con pericoli di gran lunga minori, l'esempio di Federigo di Napoli, che costantemente ricusò la mano di sua figlia a Cesare Borgia?
Qui è il caso di sottoporre le imputazioni di Lucrezia ad un esame, il quale per avventura sarà breve, dopo quel che con tanto successo n'è stato già detto dal Roscoe e da altri. La serie de' suoi accusatori tra i contemporanei non è piccola. Per non citare che i più notevoli, d'incesto l'hanno accusata in modo esplicito o per allusione i poeti Sannazzaro e Pontano; gli storici e politici Matarazzo, Marco Attilio Alessio, Pietro Martire, Priuli, Machiavelli e Guicciardini. Da costoro presero in prestito il giudizio loro i posteri, a venire giù giù sino al tempo nostro. Dall'altro canto stanno i lodatori di Lucrezia, contemporanei e loro successori sino al presente.
Fissiamo bene primieramente questo punto. Gli accusatori e le accuse contro Lucrezia non possono riferirsi che al periodo di sua vita in Roma; e gli ammiratori non si mostrano che nel secondo periodo, quando essa era duchessa di Ferrara. Tra questi ultimi non sono uomini meno celebri che tra gli accusatori: Tito ed Ercole Strozzi, il Bembo, Aldo Manuzio, il Tebaldeo, l'Ariosto, tutti i cronisti di Ferrara e il biografo francese del Bayard. Essi fan tutti testimonianza dell'onoratezza di quella durante il periodo di Ferrara, ma non del suo passato in Roma. Epperò il difensore di Lucrezia non può attingere da loro che prove negative. A lui convien dire che personaggi nobili, come l'Aldo, il Bembo, l'Ariosto, malgrado della loro tendenza all'adulazione cortigiana, non potevano esser mai tanto impudenti da magnificare una donna come l'ideale delle donne del tempo loro, dove l'avessero stimata colpevole o anche capace soltanto di quelle turpitudini, nelle quali poco innanzi era incorsa. In tal caso l'Ariosto stesso diventerebbe per noi un uomo abominevole.
Che se ora interroghiamo gli accusatori di Lucrezia, solo i testimoni di Roma possono avere un valore reale. Il più accanito de' nemici di quella, il Guicciardini, non appartiene al novero di costoro. Ciò ch'egli riferisce sul conto di lei non ha altrimenti determinato il giudizio dei posteri, se non perchè egli era uomo di Stato e storico famoso. Egli stesso attinse la sua opinione o alle voci che correvano o alle satire del Pontano e del Sannazzaro. E ambo questi poeti vivevano a Napoli, non a Roma. I loro epigrammi non provano che l'odio ben fondato contro Alessandro e Cesare, istrumenti della caduta degli Aragonesi, e mostrano di quanta atrocità uomini perversi come quelli potessero esser tenuti capaci.
Di molto maggior peso dovrebb'essere la parola del Burkard, osservatore quotidiano degli avvenimenti in Vaticano. Contro di lui s'è particolarmente rivolto il furore dei papisti, pe' quali egli è ancora oggi la fonte velenosa, cui i nemici del Papato, soprattutto i protestanti, avrebbero attinto le loro calunnie sul conto di Alessandro VI. Il furore si spiega. Il Diario del Burkard, oltre il giornale dell'Infessura, che già sino dagl'inizii del 1494 rimane interrotto, è l'unico scritto composto in Roma intorno alla Corte di Alessandro, ed ha al tempo stesso un carattere officiale. Ma quei, che sono usi a palliare ogni azione papale, avrebbero frenato il loro odio contro il Burkard, dove avessero conosciuto le relazioni degli ambasciatori veneti e i dispacci di tanti altri inviati, di cui qui s'è fatto tesoro.
Il Burkard è così poco malevolo da tacere tutte le relazioni intime di Alessandro. Egli nota soltanto fatti, non voci vaghe; ed anche quelli attenua o diplomaticamente vi stende sopra un velo. Non egli, ma l'ambasciatore veneto, Polo Capello, informa come Cesare Borgia pugnalasse il cameriere Perotto, che s'era rifugiato sotto il manto del Pontefice. Che Cesare avesse ammazzato il fratello Gandia, lo dice apertamente lo stesso ambasciatore, e lo dice pure un agente ferrarese: il Burkard non ne fa motto.[127] Egli non parla neppure del fatto di aver Cesare spedito all'altro mondo il cognato Alfonso. Le relazioni de' membri della famiglia Borgia tra loro o con persone estranee, come i Farnesi, i Pucci e gli Orsini; tutta quella immensa rete d'intrighi nella Corte del Papa; la lunga serie di delitti commessi; le estorsioni di danaro; il mercato di cappelli cardinalizii; e tante altre cose, delle quali i dispacci degl'inviati son pieni; tutto ciò non lo apprendiamo dal Burkard. Vannozza stessa egli non nomina che una volta sola, e nemmeno sotto il suo nome esatto. Nulla di meno due luoghi soltanto di quel Diario hanno principalmente suscitata la massima irritazione: la notizia dell'orgia delle 50 cortigiane in Vaticano, e l'accusa contro i Borgia nella lettera anonima a Silvio Savelli. Questi due luoghi si trovano riprodotti in tutte le copie conosciute, e, senza dubbio, derivano dall'originale del Diario. Che la lettera a Silvio non sia invenzione del Burkard nè di protestanti male intenzionati, lo mostra il fatto, che anche Marin Sanuto l'ha inserita nel suo Diario. Che similmente nè il Burkard nè altri venuti più tardi abbiano escogitata la favola del baccanale in Vaticano, lo mostra appunto quella lettera, il cui autore vi si riferisce come a fatto conosciuto. E lo prova anche il Matarazzo da Perugia. Perchè anch'egli lo racconta, non dietro le parole del Burkard, il cui manoscritto difficilmente potè mai vedere; ma dietro notizie da lui direttamente attinte. Egli osserva di più, che a queste dava piena fede, perchè l'accaduto — dic'egli — è stato conosciuto per ogni dove, e io n'ho scritto, perchè le persone che me lo hanno assicurato non sono soltanto il popolo romano, ma l'italiano.
Questa osservazione fa chiaramente scoprire la fonte dello scandaloso racconto: la tradizione popolare. Forse dovette formarsi in occasione di qualche festa data realmente da Cesare nell'abitazione sua in Vaticano. Colà un'orgia di quella natura o qualcosa di simile può bene aver avuto luogo. Pure chi oserà credere che Lucrezia stessa, già legalmente moglie di Alfonso d'Este, e in procinto di partirsi per Ferrara, abbia potuto assistervi come spettatrice col sorriso sulle labbra?
Del rimanente, quello è l'unico luogo nel Diario del Burkard, ove Lucrezia apparisca sotto luce sì brutta. In niun altro ha detto di lei nulla di disonorevole. Non si può dunque in quello cercar la conferma delle accuse dei Napoletani e del Guicciardini. E come non nel Diario, così la non si trova neppure altrove; quando non si attribuisca al Matarazzo un'autorità, cui non può pretendere. Egli racconta che Giovanni Sforza scoprisse le criminose relazioni di sua moglie con Cesare e con Don Juan; e a questa scoperta si aggiungesse un sospetto anche più orrendo; ond'egli, lo Sforza, avrebbe perciò ammazzato il Gandia e sarebbe quindi fuggito da Roma; ed in conseguenza Alessandro avrebbe fatto sciogliere il matrimonio di lui. Anche a prescindere da sì mostruosa opinione, stando alla quale la stessa donna nel tempo medesimo si sarebbe resa colpevole di un triplice incesto, il racconto del Matarazzo contiene un'inesattezza storica, perchè lo Sforza aveva abbandonato Roma già due mesi innanzi la morte del Gandia.
Il dispaccio autentico dell'inviato ferrarese in Milano, del 23 giugno 1497, ha chiarito in modo incontrastabile che l'autore vero di quelle voci su Lucrezia fu il marito ignominiosamente ripudiato. Di certo, niuno meglio di colui poteva allora conoscere il carattere e la maniera di vivere di Lucrezia. Nondimeno avanti a qualunque tribunale, in ogni tempo, lo Sforza sarebbe l'ultimo de' testimoni, il deposto del quale meritasse fede. Acceso d'odio e di vendetta, attribuì all'indegno Papa quei turpissimi motivi allo scioglimento del matrimonio. E il sospetto da lui manifestato si diffuse e prese le proporzioni di una voce; e di voce in voce divenne opinione. Ma è pur singolare che Guido Postumo, il fedele partigiano dello Sforza, che vendicava l'oltraggio del suo signore con epigrammi contro Alessandro, nè abbia espresso quel sospetto, nè in generale fatto mai menzione di Lucrezia.[128]
Sospetto simile non trasparisce da alcuno de' molti dispacci contemporanei. Solo in una lettera privata presso il Malipiero da Roma del 17 giugno 1497 e nella Relazione di Polo Capello si accenna alle voci dell'oscena relazione della sorella col fratello Don Juan.[129] Sarebbero forse stati solo codesti rumori cagione, che niuno abbia giammai riferito di relazioni amorose di Lucrezia con altra persona conosciuta non fosse che di nome; tuttochè in Roma tanti cortigiani, tanti giovani baroni e cardinali licenziosi fossero quotidianamente in contatto con lei? Difatto sul conto di questa bella e giovane donna non è dato scoprire una traccia sola di un vero intrigo amoroso. Anche la voce di quell'ambasciatore, che non da Roma, ma da Venezia mandava a Ferrara la nuova, aver Lucrezia partorito un bambino, non è che una voce solitaria, che non trova riscontro di sorta. Lucrezia era allora separata già da un anno dal marito Giovanni Sforza. Si ammetta pure che la voce fosse fondata, e che Lucrezia si fosse stretta in relazione d'amore con qualcuno in Roma, la cui persona ci è rimasta sconosciuta. Ma, e che forse relazioni e passi falsi di tal natura non sono frequenti abbastanza nella società di ogni tempo? Anche oggi siam facili a perdonarli soprattutto nelle classi elevate.
Niuno può indursi a credere che Lucrezia Borgia, in mezzo alla corruzione romana e in quella cerchia di persone cui apparteneva, potesse mantenersi immacolata. Ma dall'altra parte niun uomo spregiudicato avrà animo di affermare che siasi resa colpevole di quelle turpitudini senza nome. Se si suppone possibile nella natura di una giovane l'inconcepibile forza, di cui l'uomo più dissoluto e più rotto al vizio appena è capace, di saper, cioè, nascondere l'intimo disfacimento morale, che in tutto l'essere spirituale il più infame dei delitti non può non generare, di nasconderlo, dico, sotto la maschera di una grazia sorridente; bisognerebbe allora dire che Lucrezia Borgia nel magistero della ipocrisia abbia posseduto potenza trascendente ogni limite dell'umano. Ma nulla entusiasmava tanto i Ferraresi quanto la grazia sempre serena e gioviale della sposa di Alfonso. Ogni donna sensibile può giudicare se fosse Lucrezia in grado di manifestarsi in tal guisa, posto che covasse nell'animo tanta colpa; e se il viso della moglie di Alfonso d'Este, nell'effigie del 1502, potesse esser quello della inumana furia nell'epigramma del Sannazzaro.