XVII.

Alla fine del settembre 1500 Cesare mosse per la Romagna con 700 uomini d'arme, 200 cavalleggieri e 6000 fantaccini. Egli volse prima i passi verso Pesaro per scacciar di là il suo antico cognato. Giovanni Sforza, all'udire la nuova della tremenda fine del suo successore con Lucrezia, aveva potuto riputarsi felice di esser egli scampato a sorte sì dura. Un odio ardente contro tutti questi Borgia lo rodeva. Ma, in luogo di poter vendicare le patite offese, ora quasi senza via a difendersi si vedeva esposto a subirne altra più grave. Dagli agenti suoi in Roma e dall'ambasciatore di Spagna, che gli era amico, era stato avvertito degli apprestamenti del suo capital nemico, come risulta dalle lettere sue a Francesco Gonzaga, fratello della sua prima moglie Maddalena.[111]

Il primo settembre 1500 egli informò il marchese Francesco della intenzione di Cesare di metter la mano su Pesaro, e lo pregò di raccomandare l'affare suo all'imperatore Massimiliano. Il 26 scrisse, domandando premurosamente soccorso. Il marchese non glielo negò; ma non gli mandò che 100 uomini con un capitano albanese. Allora fu visto, come queste illegittime signorie italiane ad ogni colpo di vento non stavan più ferme. Solo in Faenza il popolo amava il suo signore, il giovane e bello Astorre Manfredi, e gli restò fedele. Ma in tutte le altre città di Romagna il reggimento de' tiranni era esecrato. Anche lo Sforza doveva essere prepotente e crudele; e, certo, la scuola che aveva avuto a Roma da' Borgia non era rimasta per lui sterile.

Giammai un trono non fu sì presto rovesciato come il suo, o, per dir meglio, sì presto abbandonato prima ancora che fosse abbattuto. Cesare non s'era avvicinato a Pesaro, che già un moto popolare nella città si era manifestato in favor suo. Si formò un partito ostile allo Sforza; mentre la totalità de' cittadini, paventando le conseguenze, ove la città avesse dovuto essere espugnata dallo spietato nemico, desiderava un accomodamento con costui. Indarno il poeta Giulio Postumo, tornato poco innanzi da Padova in patria, chiamava con canti guerrieri i concittadini suoi alla resistenza.[112] Il popolo insurse la domenica, 11 ottobre, prima ancora che Cesare fosse apparso avanti alla città. Quello che accadesse poi, lo racconta la lettera dello Sforza al Gonzaga:

«Illustrissimo Signore e Cognato onorandissimo: — L'Eccellenza Vostra avrà sentito come domenica mattina il popolo di Pesaro, per subornazione di quattro vagabondi, si levò in armi; e fummi forza ridurmi, il meglio che potessi, con pochi de' miei nella rôcca. Sapendo poi che i nemici s'avvicinavano e che messer Ercole Bentivoglio, il quale era a Rimini, si faceva innanzi, per non rimaner chiuso dentro lasciai di notte la rôcca, grazie al consiglio, all'opera ed al favore di Jacomo Albanese. E dopo una malissima via e pessimi passi eccomi qui giunto a salvamento. Di che io ho obbligo prima all'Eccellenza Vostra, che mi mandò il detto Jacomo, e poi a costui, che seppe sì ben condurmi. Non ho per anco deliberato cosa mi voglia fare. Ma, ove fra quattro dì non venga dall'Eccellenza Vostra, le manderò Jacomo, il quale le dirà tutto il successo e anche la mente mia. Ho voluto frattanto che ella sapesse di essere io giunto a salvamento, e raccomandarmele. — Bologna, 17 ottobre 1500. Di Vostra Eccellenza cognato e servitore, Giovanni Sforza di Aragona, conte di Cotignola e Pesaro.»[113]

Il 19 ottobre poi scrisse da Bologna che voleva andare a Ravenna e di là tornare a Pesaro, ove il castello valorosamente resisteva; e pregava il marchese di mandargli un aiuto di 300 uomini. Ma tre giorni dopo da Ravenna annunziò che il castello si era reso.

La città di Pesaro aveva accolto Cesare non solo senza resistenza, ma volenterosa. Ed egli entrò con pubbliche dimostrazioni d'onore nel palazzo degli Sforza, in quel palazzo, ove la sorella, quattro anni innanzi, aveva abitato quale signora. Visitò pure il castello il 28 ottobre. Fece chiamare un pittore, e gli ordinò di fargliene un disegno su carta, che voleva mandare al Papa. Da' merli del castello degli Sforza 12 trombetti fecero risuonare all'intorno le note della vittoria, ed araldi gridarono Cesare Signore di Pesaro. Il 29 ottobre s'indirizzò al Castello Gradara.[114]

Pandolfo Collenuccio fu testimone dell'ingresso di Cesare in Pesaro. Quest'uomo bandito da Pesaro dallo Sforza e ricoverato a Ferrara fu dal duca Ercole mandato a Cesare alla nuova della caduta della città, per presentargli le congratulazioni sue. Lo spinse a ciò non solo il timore, ma anche un importante negozio intavolato tra lui e il Papa, e del quale avremo presto a parlare. Il Collenuccio riferì al duca della sua missione il 29 ottobre con questa importante lettera:

«Illustrissimo Signor mio: — Poichè partii da Vostra Signoria, fui in Pesaro in due giorni e mezzo. Vi giunsi di fatto martedì circa le 24. E in quell'ora appunto il duca Valentino faceva la sua entrata. Tutto il popolo era alla porta. Fu ricevuto sotto una gran piova e gli vennero presentate le chiavi della Terra. Il Duca andò ad alloggiare in Corte, nella camera che era stata del signor Giovanni. L'entrata, a quanto mi riferiscono i miei che v'erano, fu solenne, con grande ordine e numeroso di cavalli e di fanti della guardia sua. La sera medesima io gli feci sapere della mia venuta, e che aspettavo udienza, quando a Sua Signoria ne facesse comodo. Verso due ore di notte mandò il signor Ramiro e il maggiordomo a farmi visitare e domandarmi con parole molto onorevoli, se fossi bene alloggiato e se in tanta folla non mancassi per avventura d'alcuna cosa. Mi fece pur dire che riposassi, e che mi darebbe udienza il dì seguente. Mercoldì mattino di buon'ora mi mandò un presente di un gran sacco d'orzo, una soma di vino, un castrone, otto paia di capponi e galline, due grandi torce, due mazzi di candelette e due scatole di confetti, con parole molto cortesi. Non mi dètte però udienza, tuttochè mandasse le sue scuse, e a dirmi di non volermene meravigliare. Cagione di ciò fu che si levò di letto a 20 ore, e appena levatosi desinò. Andò poi al castello e lì stette sino a notte, e ne tornò stracco per un tincone ch'egli ha.

»Oggi, com'ebbe desinato, ch'eran circa le 22 ore, mi fece introdurre per mezzo del signor Ramiro, e con molta dimestichezza e ottima cera cominciò Sua Signoria per la prima a scusarsi di non aver potuto darmi udienza ieri, essendo occupato nel castello e anche indisposto per quel suo tincone. Dopo questi primi ragionamenti, avendo io espresso lo scopo proprio della mia ambasceria, che era di visitare, congratularmi, ringraziare, presentare omaggi e offrir servigii, il Duca, il quale veramente sa comporre molto bene i discorsi suoi, mi rispose parte per parte con grandissima tranquillità. In sostanza disse che, conosciuta la prudenza e bontà di Vostra Signoria, egli ha sempre amato e desiderato di aver con lei pratica. Che quando fu a Milano ebbe voglia di conoscerla; ma i tempi e le faccende, che allora correvano, nol permisero. E ora, venuto in queste parti, seguitando quel suo desiderio e volendo dar prova dell'animo suo e dimostrarle il suo filiale affetto, s'era messo a scrivere questa lettera intorno a' progressi da lui fatti nella certezza che la Signoria Sua n'avesse ad aver piacere. E per l'avvenire farebbe il simile, perchè desiderava aver con lei più intrinseca amicizia. E offrivale ogni facoltà sua e quanto era in suo potere; di che in ogni occorrenza la Signoria Vostra ne vedrebbe le prove. E mi disse di raccomandarlo assai, perchè egli avrebbe lei come fratello. Ringraziò anche Vostra Signoria per la risposta mandatagli per lettera e per aver spedito a posta persona, dicendo che veramente non bisognava; che anche senza questo teneva per certissimo, che la Signoria Sua avrebbe gran piacere d'ogni suo bene. In breve nè migliori nè più acconce parole avrebbe potuto usare; e sempre nominò lei fratello e sè figliuolo suo.

»Ed io, per mia parte, raccogliendo la cosa e il senso di tutte le sue parole, comprendo che gli sarebbe caro aver qualche pratica e buona amicizia con Vostra Signoria. Credo certamente a' propositi suoi; tuttavia non so desumere altro che bene. — Questo aver inviato la Signoria Vostra persona sua qui, è stata cosa immensamente accetta; e sono informato che il Duca n'ha scritto al Papa, e n'ha parlato qui co' suoi in modo da mostrare di averne fatto gran caso e di estimarla assai. — Dopo alcune brevi risposte e repliche dall'una parte e dall'altra, per le quali io gli dicevo di non sapere, se non commendare la prudenza del Duca nel tenere siffatta via con Vostra Eccellenza, rispetto alle condizioni nostre e al nostro Stato, le quali cose non potevano essere che a vantaggio di lui stesso; egli confermò il mio dire con grande efficacia. Dimostrò in effetti d'intenderlo molto bene. E così, d'uno in un altro ragionamento, entrammo a parlare di Faenza. Il Duca disse: — Io non so quello che vorrà fare Faenza; se vorrà darci poca fatica, come queste altre città, o se vorrà far prova di resistere. — Gli dissi che credevo farebbe come le altre. Pure, ove nol facesse, non era che ad onore di lui, chè avrebbegli, nell'espugnarla, porta occasione di mostrare là propria virtù e valore. Rispose avere ciò a caro, e che pensava combatterla aspramente. Di Bologna non accadde ragionare. Gli furon grate le ambasciate di raccomandazioni che gli feci per parte de' vostri, del signor Don Alfonso e del cardinale; e soprattutto di quest'ultimo, del quale disse tanto bene e mostrò amarlo tanto, che non poteva saziarsi mai di dirne.

»Stati così insieme una buona mezz'ora, tolsi licenza, e il Duca montò a cavallo e partì di qui. Questa sera sarà a Gradara: domani andrà a Rimini; e quindi seguiterà il suo viaggio. Egli ha con sè tutta la gente di artiglieria. E per altro non va così lento — la qual cosa mi disse egli stesso, — se non perchè non vuol dividersi dall'artiglieria.

»In questa Terra sono alloggiate 2000 persone o più: non han fatto alcun danno notevole. Il contado è stato tutto pieno di soldati; ancora non sappiamo, se abbiano arrecato gran danno. Alla Terra non è concesso privilegio nè esenzioni di sorta. Il Duca vi lascia per luogotenente un dottor Forlivese. Dalla rôcca ha tolto 70 pezzi d'artiglieria; nè la guardia, che v'ha lasciata, è gran fatto numerosa.

»Dirò a Vostra Signoria una cosa, della quale ho più riscontri; ma mi è stata espressamente detta da un cavalier portoghese, soldato del duca Valentino, ch'è alloggiato qui, ove son io, in casa di mio genero, con 15 cavalli, ed è uomo molto dabbene ed amico del signor duca Ferrando nostro, perchè stette col re Carlo. Si dice adunque che questa Terra il Papa l'assegna in dote a madonna Lucrezia; alla quale dà per marito un Italiano, che sarà sempre amico di Valenza. Se ciò sia vero non so: si ritiene così.

»Quanto a Fano, il Duca non l'ha avuta. V'è stato dentro cinque giorni; ma nè lui l'ha domandata, nè i cittadini gliel'han resa. Sua è, e sua sarà, se lo vorrà. Loro dicono che il Papa gli ordinasse di non impacciarsi di Fano, se i cittadini proprii non lo dimandassero; e così sono rimasti nello stato ch'erano.

»Omissis.

»La vita del Duca è questa: va a letto a 8, 9 e 10 ore di notte. Il giorno appresso poi a 18 ore è l'alba, a 19 sorge il sole, e a 20 è giorno fatto. Levatosi, subito va a tavola, e lì sbriga dappoi le faccende. Lo si tiene animoso e gagliardo e liberale, e si pensa che faccia buon conto degli uomini dabbene. Aspro nelle vendette: così dicono le informazioni di molti. Animo vasto e cupido di grandezza e fama, par che curi più lo acquistar di Stati che stabilirli e ordinarli. — Pesaro, giovedì 29 ottobre, ora 6ª della notte, 1500. Di Vostra Illustrissima Eccellenza Ducale servo Pandulphus.

»Seguito del Duca: — Bartolomeo di Capranica, maestro del Campo. — Piero Santa Croce. — Giulio Alberino. — Mario Don Marian de Stephano. — Un suo fratello. — Menico Sanguigni. — Giovan Battista Mancini. — Dorio Savello. (Tutti gentiluomini romani.)

»In casa del Duca uomini di conto: — Vescovo di Elna. — Vescovo di Santa Sista. (Spagnuoli.) — Vescovo di Trani, italiano. — Un Abate napoletano. — Il signor Ramiro dell'Orca, governatore: questo fa tutto. — Don Hieronymo, portoghese. — Messer Agabito da Amelia, segretario. — Messer Alessandro Spannocchia, tesoriere, il quale ha detto che il Duca, poichè partì da Roma, ha sin qui di spesa ordinaria 1800 ducati il giorno.»[115]

Nella sua lettera il Collenuccio non fece menzione di questo, che egli stesso rivolse a Cesare, al nuovo padrone di Pesaro, un richiamo contro il suo antico signore, Giovanni Sforza, e che fu da colui rimesso in possesso di tutti i suoi beni confiscati. Pochi anni appresso egli ebbe a pentirsi amaramente del passo fatto. Guido Postumo invece, i cui beni furono tolti da Cesare, erasi rifugiato presso i Rangoni a Modena. Lo Sforza era il 2 novembre a Venezia, ove, stando all'asserzione del Malipiero, voleva vendere alla Repubblica il suo paese; ma le sue proposte furon respinte. Di là andò a Mantova. Le due città erano allora l'asilo de' tiranni detronizzati. Specialmente il bel castello de' Gonzaga in Mantova, protetta dalle gore che attorno vi forma il Mincio, dava, e diede ancora per lungo tempo dappoi, ospitalità a quella specie di fuggiaschi.

Caduta Pesaro, anche Rimini scacciò i suoi odiati tiranni, i fratelli Pandolfo e Carlo Malatesta. Quindi Cesare andò ad assediar Faenza. Il giovane signore, Astorre, s'arrese finalmente all'avversario il 25 aprile 1501, dietro solenne promessa di libertà. Malgrado di ciò Cesare mandò l'infelice a Roma, ove col fratello Ottaviano e con altre vittime fu cacciato prigione in Castel Sant'Angelo. Era questi Astorre, che un tempo il cardinale Alessandro Farnese avrebbe voluto sposare con la figliuola della sorella Giulia. Ed ora forse lo sventurato dovette deplorare che l'unione non si fosse effettuata.