ATTO PRIMO
Nella reggia di Babilonia.—Grande atrio in fondo.—Al di là dell'atrio vasto terrazzo, dal quale, per uno scaleo, si scende al cortile d'onore.—Il trono a destra, verso il proscenio.—Sul trono lo scettro e la corona.
SCENA I
DAÌRA e ARGIASP
(Daìra vien frettolosa dalla destra, in fondo—Argiasp l'insegue).
ARGIASP
Perchè sempre mi sfuggi?
DAÌRA
E perchè sempre
Mi segui tu?…—La figlia di Mitràne
Io sono; di colui, che fra i nemici
Fu di tuo padre.
ARG.
E n'hai tu colpa?…
(dopo averla amorosamente fissata un istante, prendendole una mano)
Vuoi
Esser mia sposa?
DAÌRA (ritraendosi)
No….
ARG.
Chi preferirmi
Dunque potresti?…—È vero, io re non sono;
Ma Nabuco, partendo, a me affidava
Il poter suo; sicchè nessun m'è eguale.
Polvere son gli umani eventi. Il soffio
Del destin li sconvolge e li rimuta!
È Nabuco lontan; per lui qui stanno
La lealtà d'Argiasp, i parassiti
Della sua stirpe, e l'eco affascinante
Delle vittorie sue.—Ma s'ei morisse?…
S'io lo tradissi?… Se, genìa mal fida,
Dei cortigiani il gregge a un re novello
Rivolgesse la fronte, e la vittoria
A lui le terga?—Qual sarebbe allora
La tua sorte, o fanciulla?…—Io sol salvarti
Potrei…. se m'ami….
DAÌRA
E s'io non t'amo?
ARG.
Ha l'odio
Ardenti impeti in me come l'amore!
DAÌRA
E sia. Dunque al tuo amor dica il tuo odio: ch'io non lo voglio; e all'odio tuo l'amore Risponda: ch'io non so temerlo.
(fa atto d'allontanarsi)
ARG.
(le prende un lembo della veste per trattenerla e, inginocchiandosi, lo bacia).
Ah…. no….
Fèrmati!
DAÌRA
Addio!
(Essa gli strappa il lembo dalle mani e scompare per lo scaleo, mentre, a destra, sopravviene Zala).
SCENA II
ARGIASP—ZALA
ARGIASP (in ginocchio)
Io maledico, o Sole,
Al tuo splendor!… Di qualche torvo incanto
La preda io son, perchè ai suoi piedi io possa
Così strisciar!
ZALA
E tu esser re dovresti!
ARG. (alzandosi)
Non l'han voluto i Numi eterni….
ZALA
I Numi
Stan coi forti soltanto! Ancor Nabuco
È lontano, fratello.
ARG.
E la mia fede
Sacra.
ZALA
No…. infame!… Poichè infame è quella
Che un figlio giura, del padre obliando
Le lagrime e la morte!
ARG.
Io non dovea
Forse giurarla; ma giurarla volli,
E, sacra o infame, la terrò.
ZALA
Stoltezza!
Satrapo di Nabuco esser non puoi
Tu, che suo re nascesti; e, re, è tuo dritto
Stringer fedi e dissolverle.—Ma spense
Adunque in te della lascivia il fango
Ogni scintilla di memoria?—Sei
Tu mio fratello?…—Fu una carne istessa
Quella che ci creò?—Perchè non io
All'armi nacqui e tu ai femminei vezzi?
(additando il trono)
Ah,… guarda…. là!—L'ultima volta il padre
Noi là vedemmo; noi, bimbi tremanti
Colle catene ai polsi!… Ei rantolava
Nell'agonia suprema, e si torceva,
Pallido come pario marmo, gli occhi
Sbarrando intorno!… E, dall'aperta gola,
Colava il sangue! Il suo prezioso sangue!…
Il sangue nostro!…—Giù colava a fiotti;
Giù, sovra il petto; giù, sui fregi d'oro;
Giù, sulle gemme, come rosso serpe;
E dilagava a terra, ove vincea
Il color delle porpore!—Ah, potessi
Viva evocar l'abbominevol scena!
Far che nell'aria risonasse ancora
Quel rantolo! E, dal suolo, ove alla figlia
D'un carnefice suo tu ti inginocchi,
Raccôr potessi di quel sangue un grumo
Per gettartelo in volto!
(Acclamazioni in lontananza)
Or quali grida?
SCENA III
DAÌRA—DETTI
DAÌRA (dallo scaleo, accorrendo)
Oh, la lieta novella!… Il re è tornato!
ARGIASP
Il re?…
ZALA
Nabuco?
DAÌRA
Si…. Fa ressa, intorno
Ad un drappel di cavalieri, il popolo
Alla porta di Belo.—«Il re ci segue!»
Gridan essi, «Lasciateci alla reggia
Recar l'annunzio!»—Ma la folla chiude
A loro il passo, colle mille bocche
Mille domande a lor volgendo.
ARG.
(fra sè, osservando Daìra)
Lieta
Mai la vidi così!
ZALA
(piano ad Argiasp)
Tutto è perduto!
Va…. T'affretta…. Ti prostra!… Io, nella reggia,
Ove nacqui, l'attendo.
(s'allontana a sinistra)
SCENA IV
DAÌRA—ARGIASP
DAÌRA
(a Argiasp, che muove verso lo scaleo, andando a lui)
Teco, Argiasp,
Verrò….
ARG. (ironico)
Di non seguirti a me imponevi….
E me seguire or vuoi?
DAÌRA (scostandosi)
No…. Va tu solo!…
D'un inutil sarcasmo ebbe la pena
La mia inutil richiesta…. All'occhio mio
Nulla sfuggir potrà s'io là rimango.
(indica il terrazzo in fondo e muove ad esso)
SCENA V
DAÌRA sul terrazzo—CORTIGIANI che vengono d'ogni parte, s'incontrano, parlano fra loro con concitazione—Fra i cortigiani, BALTAZÀR, LORASP, FASKUN, TOGHRUL, GURGHIN, NUSHÈH, MAHAFERID, GERIRÈH—Voci, grida e squilli man mano più vicini.
LORASP (accompagnato da Mahaferid, venendo dalla destra, a Baltazàr, che giunge con Nushèh dal lato opposto)
Fulmineo ritorno!
BALTAZÀR
E ingrato forse
A molti.
MAHAFERID
A chi?
NUSHÈH
Meglio d'ognun tu il sai.
MAHAFERID (indicando Baltazàr)
Io so che insulti i suoi sospetti sono.
GURGHIN (incontrando Faskun)
Fulmineo ritorno!…
FASKUN
E trïonfale,
Gurghin!
GURGHIN
Nè ai canti di gloria e di gioja
Mancherà la mia voce!
FASKUN
È dessa stanca
Forse di mormorar sempre nell'ombra?
GURGHIN
(con terrore e ipocrisia)
O Faskun, tolga Belo che tu mai
Alla calunnia porga orecchio!
(si lasciano)
BALTAZÀR
(incontrando Faskun)
Muta
In pecorelle timide i mastini
L'apparir del leone!
FASKUN
È vecchia storia!
(squilli nel cortile)
DAÌRA (sul terrazzo)
Eccolo!… È desso!… Il Re!
TUTTI (accorrendo al terrazzo, mentre Daìra, pensosa, se ne allontana)
Viva Nabuco!
MAHAFERID (a Gerirèh, mentre osservano entrambe nel cortile)
Sta sulla soglia della reggia Zala….
GERIRÈH
A lei si inchina il Re, non essa a lui,…
(Acclamazioni e nuovi squilli nel cortile)
DAÌRA (fra sè)
S'ei, vedendomi, più non ricordasse
Chi son, n'avrei troppo dolor!—Nascondermi
Voglio…
(dopo aver pensato un momento, come decisa, indicando a sinistra)
Là!… Sì…. Là!… Nel giardino antico,
Ove, fanciulli, insiem stavam sovente!
(come ricordando)
Nascosto fra i cespugli, ei m'attendeva,
Su me piombava e mi ghermìa… mentr'io
Dicea ridendo: «No… bel leopardo,
«Alla gazzella tu non fai paura!…»
(Nuove acclamazioni)
Di rose gialle, a lui sì care un giorno,
Vo' mandargli un canestro… e, s'ei ricorda
Quei fiori ancora, a lui n'andrò sicura
Ch'anche Daìra non può aver scordato!
(S'allontana rapidamente a sinistra.—Intanto la scena s'è nuovamente popolata.—I cortigiani fanno ala allo scalco).
SCENA VI
AFRAISAB, il gigante—KUNAREND, BERHAM, DARAB, GHEV, poi NABUCO, alla destra del quale ARGIASP, alla sinistra ZALA. Dietro ad essi Capitani, Schiavi Medi, Egizî, Sciti, Ebrei. Fra questi JEROBOÀM e EFRAIM.—Detti.
AFRAISAB (apparendo dallo scaleo, con voce tonante)
Largo a Nabuco il re!
(Gran movimento—Si lascia libero il passo—Squilli, rintocchi, canti, acclamazioni, grida in scena e fuori),
TUTTI
Gloria a Nabuco!
NABUCO
(avanzandosi, riconoscendo Faskum, poi Baltazàr)
O mio vecchio Faskum…. E tu, tu pure,
Fedele Baltazàr….
BALT.
Signor, la gioja
Mi toglie la parola….
LORASP
(avanzandosi con Mahaferid)
A noi degnate
Uno sguardo!
(indicando Mahaferid)
Mia figlia….
NABUCO
E tu?
ZALA
Lorasp
Egli è….
NABUCO
Del sangue tuo….
ZALA (superba)
Sì, il regal sangue
Di Sàrak!…
NABUCO (ironico)
È regale la bellezza
Sempre…. e la forza….
(Va al trono e vi sale.—Afraisab gli porge lo scettro, mentre Argiasp gli toglie l'elmo e gli pone sul capo la corona).
TUTTI
Gloria al Re!
NABUCO
Le spade
Or deponiam.—Di Babilonia vinti
I nemici son tutti. Egizî, e Medi,
E Sciti, e Ebrei noi le traemmo schiavi;
E quelle mani, che alla sua rovina
Volgevan l'armi, or diverranno ancelle
Della sua gloria; e innalzeranno eccelsi
Templi ai suoi Numi; e aggiogheranno l'acque
Dell'Eufrate ribelli; ed in un vasto
Giardino muteran questo soggiorno;
E a me, che stringo nel mio pugno il mondo,
Eleveran statue d'argento e d'oro,
Che culto avranno come i simulacri
D'Auramazda e d'Istàr.—Nume son io
Com'essi!… A terra!… Innanzi a me prostratevi!
JEROBOÀM
(agli Ebrei che lo circondano)
Ah, per Gèova…. no!… no!… Nessun di voi,
O fratelli, si prostri.
ARG.
(a Jeroboàm e agli Ebrei)
A terra!
TUTTI
A terra,
O schiavi!
JER.
A terra non cadrem che spenti.
AFRAISAB (ai soldati indicando Jeroboàm)
Ch'ei muoja!
NABUCO
No…. soltanto i forti atterra
Nabuco!… Ch'egli viva.
JER.
E più feroce
Così sei tu,… chè men peggior la morte
È del vivere schiavi, e vecchi, e ciechi!
NABUCO
Chi sei?
JER.
Jeroboàm, figlio d'Elia,
Degli Esseni di Kyriat.¹
¹ Kyriat Sefor (la città dei libri) mutò il nome in quello di Debir, non meno significante, perchè vuol dire «seggio della parola e dell'oracolo.»—La si chiamava Città dei libri, fin dall'epoca di Giosuè.—Un passo del Talmud dice: «Vuoi fare acquisto di sapere? Va presso i dottori del mezzodì» cioè in quel paese, che sta al sud di Gerusalemme ed è limitato a levante dal lago Asfaltide, e fu per la Giudea quel che l'Attica per la Grecia e la Toscana per l'Italia.—Ivi abitavano gli Esseni, che incarnavano il tipo migliore dei migliori repubblicani d'ogni tempo, perchè amanti della libertà, odiatori dell'accentramento e dell'ipocrisia, miti e forti. Filone nel suo libro «Ogni uomo probo è libero» dice, che si chiamavano Esseni o Essei da una voce siriaca, che vale pio, santo, benigno, o parla a lungo della loro abilità medica, della loro longevità in causa del vivere temperato e operoso, delle facoltà profetiche che venivan loro attribuite, della loro morale, che condannava la schiavitù obbligandoli a servirsi l'un l'altro, ad esser proclivi al perdono, e poggiava sulla triplice base: l'amor di Dio, della virtù e degli uomini.—Il Talmud parla pure d'una scienza segreta degli Esseni, per meritare d'esser iniziati alla quale, condizione precipua era di saper vincere l'ira.—Il volgo credeva che deducessero l'avvenire dai sogni.—Non priva di fondamento è l'opinione che Gesù Cristo facesse parte di questa nobilissima setta. Conferma appieno questa opinione il modo allegorico, figurato (e quasi sempre con figure desunte dalla vita campestre) che Cristo ha comune cogli Esseni; i quali, com'egli ripete tante volte, solevan dire: «I precetti fanno il corpo della Scrittura, l'allegoria lo spirito.»—Gli Esseni prendevan parte alla vita pubblica, poichè essi non eran asceti, ma uomini che accoppiavano il pensiero all'azione.—Flavio e lo stesso Alessandro Severo tessono le loro lodi per l'invincibile coraggio che mostrarono nell'opporsi all'invasione romana; dice il Benamozegh, Storia degli Esseni (Firenze 1865): «Patirono il ferro, il fuoco e la mutilazione dei membri e la morte stessa, senza che una sola lagrima venisse a implorare la pietà del carnefice.»
Chi volesse conoscere meglio gli Esseni legga il bellissimo libro di G. De-Castro, Fratellanze segrete, cui attinsi queste brevi notizie.
NABUCO
Il tuo nome
Rammento.—Un dì, quando la prima volta
Soggiogai la Giudea, chiedendo pace
Con altri di tua setta a me venisti.
Quì schiavi, fin da allor, trarvi potevo;
Ma, affascinato dalla luce arcana
Dell'intelletto vostro, a voi lasciai
E vita e libertà, tenue tributo
Imponendovi ogni anno. Indi all'Egitto
Rivolsi l'armi.—Or ben qual fu la fede
Che mi serbaste?—Voi poneste a morte
Chi, in nome mio, raccogliere dovea
Il tributo promesso, e me assaliste
Alle terga. Ma invan!… Vinti gli Egizî,
A voi tornai;… e, allor, pietà non ebbi.
JER.
Noi trucidammo il messo tuo, che insulti
Lanciava al Tempio; e i tuoi guerrieri, a mille,
Trucidarono a noi donne e fanciulli!
Ascolta!… Ascolta!… A me crescea d'intorno,
Come campo di spiche rigoglioso,
Una vasta famiglia. Eran canzoni
Di robusti pastori; erano nenie
Di belle madri dal rigonfio seno;
Eran trilli di bimbi, a me avvinghiati
Nell'impeto talor di affettuosa
Festività infantil, sì ch'io sembravo
Grappolo enorme dagli acini lieti
Riboccanti di succo!…—Io non li vidi
Perir pugnando i miei gagliardi figli,
Ma, morti, a me furon recati!… Vidi,
Ahi, vidi, sì, sotto ai miei occhi, preda
Dei tuoi soldati, le mie donne, urlando,
Invocare la morte, e benedirla
Quando, dal petto lor, col sangue e il latte,
Dalle larghe ferite uscia la vita
E l'ignominia era compiuta!… E vidi
I miei bambini palpitar sbranati
A me dinnanzi…. E udii l'orrendo schianto
Delle piccole teste alle pareti
Fra le risate…. E mi sentii sul volto,
Sangue del sangue mio, mia carne istessa,
I cerebri schizzarne!… Ah, tanto io piansi
Da quel tremendo dì, che gli occhi miei
Più lagrime non han,… non han più luce!
NABUCO (ironico)
Dio vendicò quel dì gli Amaleciti!
JER.
(con grande impeto)
Sul capo tuo cada il lor sangue e il nostro!
Iddio giudicherà!
NABUCO
Non più!… Nabuco
Responsi attende dalla propria spada
Soltanto….
(pausa)
Alle sue cure ognuno ritorni.
Alla pena gli schiavi; ai vezzi loro
Le donne; ai riti i sacerdoti; ai balli
Ed ai conviti chi il piacere adora;…
E ai suoi pensier Nabuco.
(Tutti si allontanano.—Scende la sera.—Presso lo scaleo viene accesa una lampada)
SCENA VII
NABUCO solo, sul trono.
NABUCO (cupamente)
E di Nabuco
Sono i pensieri, ahimè, i nemici soli
Ch'egli teme!…—La terra e il mar son vasti;
Ma, ad averne l'imper, basta una spada!
Oro, gloria, poter:… facili prede
Di volgari nature! Io li posseggo,
E non son lieto!…—Anch'io ringhio ed addento,
Come il mastin, se alcun li tocca…. Il suo
Brandel di carne esso difende, ed io
Il mio frusto d'impero…. Eppur, s'accheta
Il mastino satollo;… ed io non trovo
Riposo invece!… Un mendico, che geme
Agonizzante per eterna fame,
Sta in me Nabuco onnipossente: e invano,
Per sazïarlo, io gli gettai finora.
Cento vittorie, e cento regni, e il mondo!…
Ei sempre grida: «No! Non questo cibo
Mi sazia!…»
(Depone la corona e lo scettro—A poco a poco notte completa)
Ora vediam: Tutte le cose
Hanno una forma ed un mister: mutare
Noi la forma possiam; ghermir l'arcano
Mistero…. forse!….—Ogni volgar natura
Della forma si sazia; ogni divina
Sazierebbe il mistero?… Io del mistero
La conquista tentar dunque dovrei?
Oh, l'immane fatica!… In suo confronto
Gioco mi par di cerretani quella
Che già compii….
(alzandosi, come allucinato e come parlasse a un fantasma che sta in lui)
Ma, orsù, rispondi: «È questo
Forse il cibo che chiedi?»
(come dando ascolto e come ripetendo parole che gli giungono vagamente)
È questo!… È questo!
(con un grido, ergendosi della persona)
All'opra, dunque!… All'opra!
(ricade accasciato sul trono, momento di pausa)
Ahi, quante volte
Io fin qui giunsi…. e poi caddi spossato!
Non dell'armi il valor quì la vittoria
Può darmi! E, lo potesse, ad ogni cosa
Dovrei muovere battaglia; poichè ognuna
Ha il suo mistero!… E, li vincessi tutti
Della terra i misteri, in alto io volgo
Lo sguardo….
(fissa lo sguardo in fondo, dove appare il cielo stellato)
Il ciel tutto si ingemma d'astri….
Ed ogni astro è una sfida.
(alzandosi, con impeto)
E sia!… Degli astri
Alla conquista!
(ricadendo accasciato)
E come?… Son lontani….
E ignota è a me la forza, che potrebbe
Fino ad essi sospingermi!—La forza?
Che è dessa mai?…. Quella d'Afraïsàb,
Che cento affronta e uccide o fuga; o quella
D'Jeroboàm, che, vinto, parla…. e vince
Me, Nabuco? È la mia, che il mondo doma;
O quella dei sapienti di Giudea,
Che affascinò la mia?
(scende dal trono e passeggia)
Popolo grande
Dagli ermetici libri e dai profeti
Che leggono nei cieli….
(come stanco va a sedere sui gradini del trono)
«A re Nabuco
«Gloria!»… E Nabuco è un bimbo che si affanna
Per un balocco che gli vien negato,
E quei che ha già farebbe in pezzi!
(si copre il volto colle mani.—Pausa.—La luna sorge; un suo raggio penetra dal fondo).
VOCE DI DAÌRA
(che s'avvicina, a destra, cantando)
La rosa gialla come l'or risplende;
Essa alla pesca il profumo involò;
Sicchè del frutto il desiderio accende,
E pesche vuol chi rose gialle amò!
NABUCO
(fra sè, sollevando il volto)
E canta
Costei!
SCENA VIII
DAÌRA e NABUCO.
DAÌRA (viene dalla destra e fa per attraversare il terrazzo —Ha un lembo della veste rimboccato,—Canta.)
O rose gialle, o belle rose gialle!
(essa giunge dove cade ti raggio di luna)
NABUCO (riconoscendola, accorrendo a lei)
Daìra!….
(l'afferra la porta sul trono, e poscia siede ai suoi piedi).
DAÌRA
(dando un grido, poi ravvisando Nabuco e ridendo)
No, bel leopardo
Alla gazzella tu non fai paura!
NABUCO (contemplandola)
Sempre la stessa!
DAÌRA
Me Nabuco, adunque,
Il gran re, ravvisò si tosto?
NABUCO (sorridendo)
Errai….
Tu Daìra non sei:… quella Daìra
Ch'io conobbi bambina…. Tua sorella
Certo ella fu!…
DAÌRA
Di lei men bella io sono
Forse?
NABUCO
Oh…. molto dippiù!
DAÌRA
Tu pur non sei
Il Nabuco d'allora!… Egli era forte,
È vero, come te;… ma il volto avea
Pallido e delicato.—Oggi di bronzo
Quel volto par….
NABUCO
Di quel Nabuco io sono
Men grato a te?…
DAÌRA
(abbandonando il lembo della veste e lasciando cadere su Nabuco le rose gialle che vi teneva raccolte.)
Prendi!
NABUCO (con grande allegrezza)
Ah…. Le rose gialle!…
Le mie rose!…
DAÌRA
Ed è ancor l'istesso cespo
Che le fiorì!
NABUCO (sorridendo)
Fra l'ultime, ch'io vidi,
E queste…. quanti eventi per Nabuco!
E per te?…
DAÌRA
Nulla…. Ah, si…. Le rose!… Avvolta
Nel mio mantello, ad esse, nell'inverno,
Io ne andavo ogni giorno, a preservarle
Dall'insulto dei venti e delle brine;
Poscia, al tornar di primavera, quante
Assidue cure per toglierne i bruchi
Delle piante carnefici!—Giungea
L'estate…. Oh, allora, il mio trionfo!…—Sola
Colle mie rose dall'alba al tramonto
Sempre restavo, corone e ghirlande
Tessendo all'ombra.—Sovente la notte
Ad esse ne venia.—Oh, come acuti
Son gli olezzi dei fiori nella cheta
Oscurità notturna!… Io, per arcana
Voluttà, ne fremevo!…—Ahimè, l'autunno
Tutto spogliava il mio roseto…. ed io
Cader vidi talor, calda rugiada,
Sulle foglie disperse a me dinnanzi,
Qualche lagrima,… ch'io non comprendea
Quale dagli occhi mi spremesse vaga
Ineffabil mestizia!
NABUCO (sfogliando delle rose)
Il mio rosajo
Era la guerra; e a sorvegliare il campo,
Chiuso nel mio mantello, anch'io ne andavo
Nel verno; io pur temer dovea gli assalti
Coi novi soli; ed a me pur l'estate
Apportava trionfi, e tetri giorni
L'autunno!… Dunque hanno vicende eguali
Rose e battaglie!—Ami tu ancor le rose,
O mia Daìra.
DAÌRA
Sempre!
NABUCO
Io le battaglie,
Ahimè, non amo più.
DAÌRA
Lieta ne sono….
Così qui resterai…. E, se la brama,
Te ne riprende,… ebben…. t'offro le mie!
I bruchi ucciderai!…
NABUCO (ridendo)
Ah…. Ah…. Nabuco
Debellator di bruchi!…—E sia!… Mutato
Non sarà forse il mio destin sì tanto
Come appar sulle prime! Bruchi anch'essi,
Inver, gli uomini son!… Poter, ricchezza,
O voluttà,… ciascun vuol la sua rosa!
DAÌRA
Or dunque, vieni.—Del giardino antico,
Quando la luna vi piovea, ricordi
Gli incanti?—Or vedi: alta è la luna, e, sovra
I cespi, a mille s'aprono le rose.
Io di là vengo, nè mi parve mai
Così pieno di fascini!… La luna
Vuol che le rose d'or sembrin d'argento;
Ed esse a lei rimandano indorati
I raggi suoi….
NABUCO
È una battaglia!
DAÌRA
Quello,
Dunque, è il tuo posto!… Vieni….
NABUCO (baciandola)
Oh, la gioconda
Mia Daìra d'un tempo!
DAÌRA
Io la sorella
Ne sono….
NABUCO
(allacciandole d'un braccio la persona)
Ebben tu come lei mi piaci!
(s'allontanano per lo scaleo).