II.
Nel mille ed ottocento—settanta, colle chiome
Che parevano d'oro,—allegra e ben tornita
Era la nuova Lisa—la delizia e la vita
Del padre, a cui la testa—s'era fatta canuta.
Egli la contemplava—in un'estasi muta;
Le baciava la fronte;—la chiamava folletto;
Le dicea di ripetergli:—"Oh! Mio babbo diletto!"
Ai villani, recando—la solita scodella
Di vino, domandava:—"Non è vero che è bella?"
Volea che alla domenica—ogni donna, alla messa,
Mormorasse vedendola:—"Guarda com'è ben messa!"
Le aveva appreso a leggere.
—Su un libro d'orazioni
Avea di proprio pugno,—con grossi paroloni,
Scritto dei versi (ignoro—di qual poeta); questi:
Le fanciulle son angioli
Che pregan col candore;
Per esse il vecchio padre
È il loro primo amore!
* * * * *
Ma pel povero padre—vennero i giorni mesti
* * * * *
Il volto allegro e sano—della bella fanciulla
Si fe' pallido e magro
"Che hai?" Le chiese.
"Nulla!"
Ella rispose.
Il vecchio—divenne da quel giorno
Pensieroso. Le stava—ogni momento attorno;
Volea leggerle in cuore;—di notte non dormiva.
* * * * *
Una notte, fra l'altre,—(era una notte estiva)
Egli balzò dal letto—e s'affacciò inquieto
Alla finestra,
Il lume—degli astri, mansüeto
Come un guardo materno,—sulla terra piovea:
Il corteggio dei colli,—da lungi, si perdea
Dietro il caro ideale—dell'azzurro dei cieli;
Lo stormir delle fronde—parea fruscio di veli;
Le campagne riarse—dai torridi sollioni
Beveano la rugiada;—le Talli aveano suoni
Indistinti, söavi;—il villaggio dormia
Sul guancial di granito—che e il monte gli fornia.
Ei guardò gli astri, i colli,—e l'azzurro orizzonte,
E le piante, ed i campi,—ed il villaggio, e il monte
Che gli sorgea daccanto…—Parea cercar la via
Su cui stornar la mente—da una triste malia…
Ma la cercava invano!—Ei pensava a sua figlia.
* * * * *
Che è questo?
Al primo piano—s'è dischiusa una griglia,
Giù, nella via, si muove—un'ombra nera.
Dice
Una voce da basso:—"Lisa, notte felice!
"Come ti voglio bene!"
—L'altra risponde: "Anch'io!"
Allor l'ombra soggiunge:—"Domattina, amor mio,
"Voglio farmi coraggio!—Vo' chiederti in isposa
"A tuo padre…"
Ad un tratto—cordiale e fragorosa
Scoppia, come una folgore,—una risata in alto.
Già l'ombra coraggiosa—sta per spiccare un salto
E fuggire…
Ma il vecchio—le grida: "Evvia!.,. Perdiana,
"Fermati, giovinetto!—Cosa son? La befana?
"Orsù!.. Per risparmiarmi—le mille infreddature
"Fate presto! Sposatevi,—mie care crëature!"
* * * * *
O lettrice cortese,—non dir che t'ho ingannata!
È vero, troppo semplice—novella io t'ho narrata!
La colpa non è mia—ma degli umani eventi!…
Una storia monotona—han gli amori innocenti!
Nella gente volgare—(che invidio e che rispetto
Per rispettar me stesso)—si ricopia ogni affetto
Di padre in figlio.
È un calcolo—infinitesimale;
È l'acqua, che può forse—aver nome termale,
O salsa, o benedetta,—o tofana, o stagnante,
Ma s'assomiglia sempre—con ben poca variante!
E quest'acqua è il racconto.
* * * * *
—"Per farlo men meschino
(Tu mi dirai) "Poeta—ci hai messo anche del vino!
Ahi!… L'acqua guasta tutto!—Persino il vino buono!
La bevanda fu insipida—te ne chieggo perdono…
Vuoi un'altra novella?
—La leggerai fra poco.
Bada!.. Non riscaldarti!..—Ha per titolo: Fuoco!
Milano, 1875.