IL SECOLO DI PERICLE

(AL MAESTRO GIOVANNI RINALDI)

Sotto la ferrea—clava spartana
Isterilivasi,—schiava gemente,
La nata libera—volontà umana.
Delfo, silente,

Sull'aureo tripode—parea dormire,
Poichè le belliche—tube eran mute,
Nè più all'Oracolo—chiedevan l'ire
Senno e virtude.

Nojata e gelida—la Pitonessa
Sonar nel tempio—non intendea
Che d'una vecchia—la voce fessa
Cui, sorda, Igea

Degli anni all'ónere—curva lasciava,
O qualche timida—prece d'amore
Che su virginee—labbra mandava
L'ansia del cuore.—

Tebe era mutola;—tacea Corinto;
Messene, esangue,—nelle sue mura
Chiudeva un popolo—per sempre vinto
Dalla sciagura.

Brandían gli Ellenii—zappe e bipenni!
Di illustri ceneri—piene eran l'urne,
E le Olimpiadi—venian solenni
E taciturne

A baciar l'ampie—fronti dei saggi…
Ma, in fondo ai bigî—tempi, un fulgore
Brillava… ed erano—gli accesi raggi
Di Atene in fiore.

A TAIDE

Taide, il mondo è un'accolita
Di sciocchi e di bricconi;
A poche menti garbano
Le libere canzoni;
Gli sciocchi non camminano
Che coi piedi degli altri,
E l'armi degli scaltri
Son frasi e ipocrisia.

Il labbro, che ti predica
L'azzurro e la morale,
Beve, nell'ombra, al lurido
Nappo del baccanale;
Le donne oneste mostrano
Nudo ai teatri il seno
E chiameranno osceno
Questo povero canto!

In custodia ridicola
Ognun stringe la sposa….
E volge all'altrui talamo
La mente desïosa;
Mille impotenti giovani
Sparlan dell'altrui donne….
E delle proprie nonne
Si fanno i paladini!

È l'infanzia un miscuglio
Di lubrici misteri;
La pubertà ci innebria
D'ardenti desideri;
Ma i vecchi scaraventano
Sovra noi l'anatèma,
Se ne facciamo il tema
D'un'ode in settenari.

L'arte greca è lascivia
E l'insegna il pedante;
Porta e Goldoni estasiano
E venerato è Dante;
Ma se noi, baldi giovani,
Tessiamo un inno al Vero,
Sorge un popolo intero
A gridarci la croce!

Quadri, melodi e statue
E commedie e volumi
Tutti d'amor ci parlano
Negli umani costumi….
È una rancida nenia!
È un nojoso frastuono!
Sempre lo stesso tôno
Su una nota tenuta!…

Taide, tu pure, ingenua,
Alla nenia credesti!
Con chi primo ti piacque
Una notte giacesti….
E trovasti, togliendoti
Al convegno geniale,
L'infamia e l'ospedale
Dove morir di stenti.

Altre, di te più caute,
Si ribellano al mondo
E, odïandoli, agli uomini
Fanno il viso giocondo;
Ed, ingannate, ingannano;
E rubano, baciando;
E ridono, sputando
In fronte ai derubati!

Innanzi a lor si inchinano
Gli sciocchi riverenti,
E i poeti le ragliano
Con patetici accenti,
E le madri del popolo,
Che soffrono la fame,
Alle fanciulle grame
Le citano a modello!

Io nacqui troppo povero
Per comperarne i baci,
E non m'impiglio al vischio
Dei lor sguardi procaci;
Delle fanciulle ingenue
La ritrosia m'annoja,
Chè dell'amor la gioja
Non disgiungo dai sensi.

Le donne oneste adescano
Senza conceder mai;
Fra gli imbecilli, o Taide,
Finor non m'imbrancai!
Odio gli altari e gli idoli
A cui la turba grulla,
Senza ottener mai nulla,
Si inginocchia pregando!

Spose od amanti, il talamo
E la tomba d'amore!
La noja o l'amicizia
Lo sùrrogan nel cuore….
Il Piacer, che n'è figlio,
Come l'Ebrëo Errante,
Con ardore incessante
Cerca novelle forme!

Taide, tu sola, vittima
Degli umani disprezzi,
Ai tristi che ti insultano
Rendi lagrime e vezzi,
Chè le fanciulle povere
Dal sangue ardente e buone,
Perdendo un'illusione
Non si mutano in serpi!

Tu sola sei possibile
Per le menti severe,
Che le catene abborrono
Adorando il piacere!
Tu, che ai ricchi ed ai poveri
Mostri un egual sembiante
E accogli in un istante
Ogni filosofia!

Tu, che non rechi i triboli
D'un amore geloso;
Che non ti atteggi a vittima
D'un dolor fastidioso;
Tu, che ti serbi vergine,
Anche da lebbra infetta
Che bocca maledetta
T'infiltrò nelle carni!

Tu, con cui scorre libera
E aperta la parola;
Tu, d'ogni umana lagrima
Educata alla scuola;
Tu, che dai per un obolo
Ciò che l'altre, per anni,
Con amarezze e inganni,
Vendono a caro prezzo!

No!… L'amor non è l'unica
Gioja al mortal concessa!
Anche l'odio ha i suoi gaudî!
E la vendetta anch'essa!
E l'han le acute indagini
Note ai sapienti, e l'ore
Consacrate all'ardore
D'un ambizioso sogno!

Vieni, povera vittima,
Vieni!… Al tuo sen mi stringi!
Al par di mille ipocrite,
Taide, il delirio infingi!
A sozze man proficua
Tu stessa non comprendi
Che la merce che vendi
È una perla preziosa!

Vieni!… Svanita l'estasi
Col sol di domattina,
Ti lascerò, per correre
Dietro un'Arte Divina….
Nè subirò la nenia
Di promesse o lamenti,
Che dei versi fluënti
Potrian rompermi il filo!…

Milano, ottobre 1875.