IN MORTE DI EMILIO PRAGA[1]

Egli visse sognando e sogna ancora
Chiuso per sempre in questa negra bara;
Sogna il tripudio della nuova aurora
E il fior, che per il maggio si prepara.

Quand'ei moveva per le nostre vie
Parlava sempre del supremo giorno,
Ed un nembo di canti e d'armonie
Al grosso capo gli aleggiava intorno.

E poi che il guardo umano invan s'attenta
Di legger della Morte nei misteri,
Ei rafforzava la pupilla lenta,
Oppur tarpava il volo ai suoi pensieri.

E, spaventato dal fatal problema,
Triste amatore d'un'estasi arcana,
Cantava a sè medesimo un pöema
Inebbrïando la sua forma umana!

Or, ditemi, fu in lui colpa o sventura
Questo dispregio dei nostri costumi?
Dobbiamo noi su questa sepoltura
Rammentar la sua vita o i suoi volumi?

È vero!…. È vero!…. Ei calpestò un affetto,
Che men compianta potea far sua vita!….
È vero!…. È vero!…. Al domestico tetto
Per lui la mensa fu di duol condita!….

Ma chi di noi, sovra il proprio cammino,
Non calpestò, rimpiangendolo, un fiore?…
Nascer pöeta è orribile destino!
Il cérebro talor soffoca il cuore!

Oh! guai nascer pöeta ove la Musa
Non trova il pane per nudrire i figli!
Ove ogni sciocco delle labbra abusa
Per esser largo solo di consigli!

Oh! guai nascer pöeta ove il sol splende
Ed infervora i cantici ispirati,
Ma dove l'uomo allori e culto rende
Soltanto ai pensatori trapassati!

Costui vivrà da pochi consolato,
Fra il bivio orrendo d'essere un buon padre,
O di spezzar la cetera indignato,
Per altre voluttà meno leggiadre!

Costui vivrà la famiglia cantando,
La famiglia idëal,—cui dritto avea—
E ch'egli dovè perder lagrimando….
Chè, coi versi, nudrir non la potea.

Noi, cui sorride l'italo orizzonte,
Siamo un popol di bimbi analfabeti!
Da qualche lustro appena alziam la fronte….
Siam troppo grami per pagar pöeti!

Non turbi adunque questo popol gramo
Il sepolcro d'un povero cantore….
Meditiam la sua vita e confessiamo
L'ignoranza d'un secolo e l'errore!

Emilio! Emilio!… Son le tue parole
Ch'io ripeto commosso… e (lo rammento)
Da te un giorno le udii che le vïole
Dicean l'april con profumato accento.

E tu piangevi per le tue sventure,
Antiveggendo questo estremo istante,
Senza sentirne le viete päure
E mentre il viso tuo parea raggiante!

Poi soggiungesti sorridendo: "Amico,
"Quando mi porteranno al cimitero
"Verrai tu pure, com'è l'uso antico,
"A far dei versi sul mio drappo nero;

"Ma ti ricorda degli accenti miei,
"Ed agli astanti, quel dì, li ripeti….
"Se tu prima morissi, io li vorrei
"Ripetere fra i mille sepolcreti.

"E là, dove la Morte i ricchi accoglie
"E i poveri del par, tutti eguagliando,
"Mi parria che dovrebber le tue spoglie
"Ascoltare i miei versi giubilando!"

…………………………

Quest'oggi, in cui la legge di Natura
Te primo, Emilio, al dì fatal condusse,
D'ogni giogo servil la mente pura,
Pieno il cor delle mie fedi inconcusse,

Io vengo a replicar su questa bara
Le tue parole; io compio il tuo desìo….
E sento, amico, che mi è meno amara
L'ultima volta che ti dico: Addio!

[1] Questi versi vennero letti dall'autore il giorno 28 dicembre 1875 sul feretro del poeta delle Penombre.