IV.

Lasciai Radziwitow il 7 agosto. Il colonnello Semenow, che mi aveva dimostrato tutta la cortesia che aveva creduta compatibile col suo grado e la sua posizione, si trovò presente alla mia partenza per darmi un tacito addio. Mi avevano poste le manette e le catene ai piedi. Nella Ribitka, un ufficiale di gendarmeria sedeva a lato a me, e due gendarmi coi facili carichi stavanmi dirimpetto. Lʼufficiale era un tedesco, grossolano, ma non cattivo, chiamato Krünn. Fumava sempre, beveva finchè aveva denari, e prendeva molto diletto a conversare, onde aver il solletico di vantarsi dei servigi che aveva resi e rendeva allo Czar per domare i Polacchi. Siccome nel mio caso eravi alcun che di straordinario, cui io non aveva voluto spiegargli, così mi trattò con molta deferenza. Forse il colonnello Semenow lʼaveva messo in guardia. Comunque si fosse, gli è che noi viaggiavamo quasi a seconda della mia volontà, cui, del resto, io dissimulava sotto la più delicata urbanità. Il colonnello gli aveva consegnata la borsa lasciatami da mia madre, ed il degno gendarme trattavami, e si trattava, da principe.

Il tempo era splendido. Un sole raggiante animava la continua monotonia delle contrade cui traversavamo, e le pozzanghere dʼacqua putrida degli stagni divenivano scintillanti, il verde nero delle foreste si smaltava di una vernice fosca, che incantava lo sguardo. Il cielo della Polonia è di un azzurro dolce e carezzevole, tra il celeste grigio del cielo di Francia ed il denso cobalto del cielo dʼItalia. Viaggiavamo notte e giorno, cangiando di tempo in tempo i gendarmi. Le notti divenivano fresche, soprattutto verso lʼalba, e quasi sempre umide. La nebbia, che cʼinvestiva il mattino, ci lasciava quasi sempre bagnati. Il capitano Krünn temeva che io ne soffrissi, vedendomi così delicato, di un aspetto quasi femmineo. Imperciocchè il cielo della Siberia non mi aveva dato la tinta virile, che mi osservate oggidì. Il bleu dei miei occhi si è addensato sotto lʼardente riverbero dei ghiacci del paese degli Zchoukos; la lanugine dorata, che copriva le mie labbra, è divenuta baffi biondi; la bianchezza diafana della pelle si è abbronzata sotto lʼalito dei venti del mare del polo; la vita snella e fine si è ingrossata e fortificata sotto le strette del lavoro. Ma, a quellʼepoca, si sarebbe detto che io fossi una amazzone, che lasciavasi andare ai capricci del viaggiare. Vestivo la tunica grigia deglʼinsorti e portavo una specie di kepì rosso orlato di nero.

Bisogna aver viaggiato in Polonia od in Russia per aver unʼidea della celerità che può raggiungere una vettura a cavalli. Avremmo potuto percorrere duecento verste (chilometri) al giorno, con una rapidità vertiginosa, se io non avessi pregato il capitano Krünn di moderare il corso del nostro leggero veicolo. Le manette e le catene mi facevano soffrire orribilmente, e risentivo nel capo i balzi prodigiosi e gli sbattimenti amorosi della kibitka. In certi momenti parevami divenir pazzo, talmente il sangue, che mi affluiva alla testa, mi dava delle allucinazioni, delle vertigini, dei miraggi fantastici. Tentavo scacciare del mio spirito lʼorrido pensiero della mia posizione, ma esso mi assediava, mi possedeva, e diveniva più pressante ad ogni versta che ci ravvicinava a Varsavia. Il pieno sole, lʼaria libera, lʼinfinito cielo, il movimento e lʼimponente linguaggio della natura, la vista dellʼuomo, dei boschi, delle città, delle acque, la vita che spirava dovunque, mi facevano però ancora illusione. Io non era ancora in faccia al mio delitto, abbaruffandomi col carnefice. Ero in faccia alla società ed alla natura. Questa scappatoia della speranza doveva ben tosto svanire. Finalmente una sera, a dieci ore, arrivammo a Varsavia.

Se io non avessi lasciata questa città due mesi avanti, avrei creduto di entrare in una necropoli. Lo stato dʼassedio pesava sugli abitanti, come uno spegnitoio gigantesco, che intercetta il suono, la luce, lʼaria, limita lo spazio, sopprime la vita. Non una vettura, non un viandante nelle strade. Non si udiva che il passo delle pattuglie, ed il rombo gutturale, cadenzato delle sentinelle. Si sarebbe detto che i lampioni mandassero una fiamma a corruccio, tanto essi spandevano quella caliginosa e rossastra luce delle lucerne fumose. Nessuno strepito trapelava dalle case; non uno spiraglio, che lasciasse trapelare un raggio. Tutte le imposte e le persiane restavano chiuse. Passai dinnanzi alla mia casa: mi parve una tomba. Mi si serrò il cuore. Che faceva mia madre a quellʼora? Pregava, senza dubbio. Alcuni cani abbaiavano lontano lontano. Forse i Cosacchi li torturavano, prima di mangiarli.

La kibitka si arrestò dinanzi la cittadella. Io aveva tutte le membra intirizzite. I gendarmi mi presero nelle loro braccia, e mi portarono. Fui deposto prima in una specie di sala di cancelleria del colonnello, comandante della cittadella. Eʼ fu avvertito del mio arrivo. Infrattanto mi perquisirono, onde non perdere lʼabitudine; perocchè sapevano bene che altri avevan dovuto compiere quella formalità parecchie volte prima di loro. Il colonnello arrivò subito, ed il capitano Krünn sʼintrattenne con lui alcuni istanti, parlando a voce bassa e consegnandogli una filza voluminosa di carte.

Il colonnello mʼinterrogò. La sua voce tradiva la collera, ma egli si sforzava di conservarsi calmo. Risposi a monosillabi, ovvero mi tacqui. Il mio nome fu scritto sopra un registro. Credetti udire il colonnello chiedere al cancelliere se restasse ancor vuota una cellula. La risposta fu negativa. Si consultarono, poi fu pronunziato un numero, ed i soldati mi trasportarono attraverso un dedalo di corridoi. La domanda di essere liberato dalle manette mi corse più volte alle labbra; ma per timore di un rifiuto, mʼastenni di emetterla. Fu quindi in tale stato che mi deposero in una muda, in fondo ad un corridoio, donde lʼavevano tagliata fuori, chiudendolo fino alla vôlta con unʼimmensa porta munita di un abbaino.

È stato molto scritto e detto contro le prigioni russe. Esse non sono nè più nè meno atroci di quelle dellʼimperatore Francesco I dʼAustria, e del fu re di Napoli Ferdinando. Vi sono così orride rivelazioni da fare contro la Russia, che lʼesagerazione diviene inutile, e disonora chi se ne serve. Fui gettato sopra unʼumida pietra, e la porta si rinchiuse con rumore sopra di me. Cercai, brancolando, un angolo, in cui mi lasciai cascare, e mi addormentai. Nella kibitka, io non aveva avuto da parecchi giorni che una continua insonnia. Il sonno, che allora mi cadde sopra come piombo, fu benefico; esso mi sottrasse al supplizio di quella folla di farnetiche larve, che sʼimpadroniscono del prigioniero, e popolano di orribili immagini, le prime ore della prigione.

Allʼindomani fui risvegliato dʼimprovviso dal carceriere e dal rumore dei calci dei fucili, che percuotevano le lastre del corridoio. Venivano a cercarmi per presentarmi al Consiglio di guerra. «Tanto meglio, dissi io, lʼaffare sarà presto finito». Però non fu davanti al Consiglio di guerra che mi condussero.

Mi trovai in mezzo alla Commissione dello stato dʼassedio. Ciò mi sorprese, ma il mio stupore non durò a lungo.

Si sfiorò lʼinterrogatorio in quanto alle mie imprese militari. Pareva loro inutile sciupar tempo con un uomo che, fin dal primo istante, aveva dimostrato non voler parlare; e cercare altri elementi, quando ve ne erano già bastanti per condannarmi, sia ad esser fucilato, sia ad esser impiccato—secondo lʼumore, la fantasia, lo stato di digestione dei giudici, e lʼora del giudizio. Lʼistruzione sʼaggirò sopra altro terreno.

Pareva loro straordinario che un giovane, della mia famiglia, coʼ miei principii e le mie relazioni, fosse restato a Varsavia, quasi per due anni, in una specie di febbrile indifferenza, in una calma irrequieta, mentre i miei compatriotti, i giovani della mia età e della mia nascita si battevano per la causa nazionale. Si sapeva lʼostilità che regnava fra mio fratello e me. Non sʼignorava il mio odio contro i Russi. Perchè dunque mi ero deciso così tardi ad entrare in campagna?

—Voi siete membro del Comitato, mi disse il colonnello presidente.

—Voi mi fate troppo onore, signore, sclamai, fremendo internamente.

Il colonnello fissò sopra di me il suo sguardo grigio, petulante, e ripetè:

—Voi siete membro del Comitato, e latore dei suoi ordini.

—Voi leggete dunque nella coscienza, signore, poichè vi permettete simili accuse!

—Leggerò ben tosto in questa carte, rispose il colonnello con un sorriso trionfante.

Allora ei frugò nel quaderno del mio processo, compilato a Radzewilow, e ne tirò fuori un pezzo di carta, sul quale correvano dallʼovest al sud, di traverso, a zig-zag, degli sgorbi, delle strisce, delle piccole chiazze di inchiostro, delle zampette di mosca, ed ogni sorta di segni grotteschi. Ei me lo presentò, e mi disse:

—Leggete un poʼ codesto.

Io guardai, e proruppi in un omerico scroscio di riso.

Ecco di che si trattava.

La sera avanti la mia partenza per la Volinia, io era andato a far visita ad una signora, che aveva suo figlio tra glʼinsorti di quel paese. Mentre noi conversavamo, seduti intorno ad un tavolo su cui cʼera carta e calamaio, una bambina di quattro anni sʼera divertita a scarabocchiare sopra un foglio, che poi mi aveva presentato, dicendo: «Ho scritto al mio piccolo marito che lo amo tanto!» La ragazzina aveva quindi rotolato la parte scritta della carta a foggia di zigaretto, e lʼaveva, a mia insaputa, cacciata nella tasca della mia tunica, ove era rimasta sotto la pezzuola. Dopo la mia ferita, frugando nelle mie tasche, quello stoppino era stato trovato, era stato svolto, ed avevan veduto lo strano geroglifico. «È uno scritto in cifra!» aveva probabilmente esclamato il commissario incaricato dellʼistruzione del mio processo. E come tale, ei lʼaveva inviato fra le carte a mio carico. Da uno scritto in cifra allʼesser membro del Comitato, ci correva certo un vasto spazio. Ma vi è nulla di comparabile alla miracolosa velocità dʼimmaginazione dʼun giudice dʼistruzione che ha già un partito preso?

La mia ilarità sconcertò ed offese il colonnello.

—Si può conoscere la causa di codesta gaiezza? disse egli lentamente.

—Ma non vedete, signore, che codesti sono gli sgorbi dʼun bimbo, che vuole scimmiottar la scrittura?

—E chi è il bimbo che lʼha fatti?

Tacqui. Ero preso. Dovevo io nominare la figliuola della mia amica? Avrei scatenato la tempesta su quella povera famiglia, già tanto provata dalla sventura, poichè due dei suoi giovani erano morti, uno era prigioniero, e il quarto si batteva ancora. Il mio silenzio cangiò il dubbio in convinzione: io era membro o emissario del Comitato! Io era dunque la prima luce che poteva guidarli, onde scandagliare quellʼabisso di tenebre che metteva in iscompiglio il Governo dello Czar.

Lʼonnipotenza di quel Comitato, cui tutta una nazione conosceva forse e nessuno tradiva, al quale tutti obbedivano, che agiva come la folgore, e maneggiava a suo grado lʼanima nazionale, stordiva lʼimperatore Alessandro, irritava il granduca Costantino, costernava la burocrazia moscovita. Potete immaginarvi quindi se dovessero rassegnarsi alla mia risposta ed al mio silenzio. Tutto quello che io potei soggiungere per confermare la mia spiegazione, non valse che a consolidare il sospetto. Occorreva quindi trovare il mezzo di farmi parlare a mio malgrado.