IV.

Ciò che vʼha di terribile in tutte le istruzioni criminali si è che il giudice vi arriva sempre imbevuto di una convinzione, cui si sforza di realizzare, come il matematico si mette a provare il problema che si è proposto. Le mie ragioni non ebbero dunque alcun valore. Si trattava omai di strapparmi, in qualunque modo, delle confessioni, che venissero a confermare lʼopinione prestabilita dalla Commissione dello stato dʼassedio. Ecco il suo còmpito. Ora il Corpo della polizia e quello della magistratura in Russia si servono di una quantità di mezzi più o meno terribili per isciogliere lo scilinguagnolo ed anche nel senso che meglio loro aggrada. Questa procedura si riassume in una parola: la tortura.

—Vi accordo ventiquattrʼore di riflessione, mi disse il colonnello presidente. Se domani voi persistete a tacere, sappiate che noi abbiamo il potere di fare per lo meno gridare queglino che non vogliono parlare.

—Signor presidente, io parlo; ma non è colpa mia, se non posso accettare il linguaggio che mʼimponete.

Mi ricondussero alla mia secreta. Era mezzogiorno. Vi ho detto che quel buco non aveva altra apertura che un piccolo abaino praticato nella porta, pel quale filtrava unʼaria mefitica e la luce dʼuna lanterna, accesa notte e giorno allʼaltra estremità del corridojo. Restai in piedi dietro quel finestrino, onde respirare quantʼaria potessi, perocchè mi sentivo venir meno. Allora udii un lagno nel carcere, e mi accorsi che non ero solo.

—Soffoco, disse la voce; di grazia levatevi di là.

—Scusate, sclamai, non sapevo di avere acquistato un compagno.

Impossibile distinguer altra cosa che un mucchio di stracci di carne umana tritata, accovacciato in un angolo. Scambiammo i nostri nomi. Ci eravamo conosciuti in società. Tutta la Polonia conosce i suoi poemi. Era il poeta studente Zoliwski, arrestato dopo la a manifestazione del 15 ottobre, e torturato, perchè anchʼegli sospetto di appartenere al Comitato. Aveva già presi due bagni di sangue, essendo passato due volte per le verghe. Le sue ossa erano rotte, la sua carne cadeva a brani; il corpo non presentava più che una piaga putrescente. Agonizzava, senza poter morire, e si vedeva morire! Il carceriere interruppe la nostra conversazione. Ci portava il pasto: del pane, della carne salata, ed una sola brocca dʼacqua per Zoliwski.

—E la mia brocca? chiesi io.

—Lʼho dimenticata; ve la porto...

La porta si rinchiuse.

—Non toccate la carne, prima che vʼabbiano portato lʼacqua, disse Zoliwski. Questa dimenticanza è forse premeditata. Vogliono farvi fare le vostre prime armi nella tortura, provandovi colla sete.

Non toccai nè la carne, nè il pane. Il carceriere non ricomparve.

La notte era già avanzata, quando lʼispettore della prigione venne ad annunziarmi la visita di mio fratello Casimiro.

—Non ho fratello, risposi io con fermezza, quantunque il cuore mi si serrasse; non voglio riceverlo.

Mio fratello seguiva a due passi lʼispettore. Udì la mia risposta, e non rispose. Scorsero due minuti o tre. Forse ei rifletteva, esitava; poi udii il tintinnio dei suoi speroni risuonare lentamente ed allontanarsi. Piegai il capo fra le mani, ed i miei occhi si inumidirono.

Lʼindomani non fui chiamato dinanzi alla Commissione dello stato dʼassedio, e ne seppi più tardi la ragione. Il granduca Costantino, il quale non era poi un diavolo così nero come lo si è voluto dipingere, era stato informato del mio interrogatorio e della spiegazione umoristica che io aveva dato sul documento principale dellʼistruzione contro di me: lo scritto in cifra! Il granduca aveva sorriso della gherminella, che io giuocava alla giustizia russa, ma aveva, in pari tempo, ordinato che una Commissione di calligrafi emettesse la sua opinione su quel curioso geroglifico. Nondimeno, mio fratello era spaventato, non della sorte finale che mi aspettava, non dubitando punto che io saprei morire, ma delle sofferenze orribili che io doveva traversare prima di annientarmi nella morte. Egli non temeva che io mi disonorassi con una confessione estorta dal dolore: sapeva che io mi sarei mozzata la lingua coʼ miei denti, e lʼavrei inghiottita piuttosto che parlare; ma egli avrebbe voluto raddolcire la mia via crucis, e presentare dinanzi ai miei occhi quellʼestasi che nascondeva ai martiri il supplizio. Implorò dal granduca che mia madre potesse visitarmi. Il granduca aveva accordato allora tale permesso alla madre del mio compagno di carcere; e consentì. Lʼispettore aveva dunque accompagnata la madre di Zoliwski, quando, sul cader della notte, accompagnò ed introdusse anche la mia nella muda.

Io mi era fatto più piccino che avevo potuto, e mi ero rannicchiato in un angolo della secreta, per non turbare il mistero sacro del colloquio, forse lʼultimo, del mio compagno con sua madre. Avrei voluto convincerli che io era cieco e sordo, per non isgomentare il loro dolore, per non soffocare i loro lamenti,—i lamenti sono di rado eroici—, per lasciare ogni libertà alle loro confidenze, allʼeffusione delle loro anime. Fui spaventato del dolore infinito di quei due esseri, dolore che non ebbe neppure un grido! La madre cadde in ginocchio presso il corpo del suo figliuolo, le loro bocche si avvicinarono, le loro lagrime si confusero. Non dissero una parola. Che cosa avevano a dirsi, del resto? La madre sapeva che il figlio doveva in breve morire sotto le verghe, in una spaventevole agonia; il figlio sapeva che la madre non gli sopravviverebbe. Mia madre arrivò.

Mia madre era donna dʼaltra tempra. Ella aveva il carattere forte, ma drammatico. Sarebbe stata grande e nobile nella ristretta cerchia della famiglia; ma sostenere una parte la seduceva: ricoprire lʼintera nazione col velo delle sue disgrazie, era il suo sogno. La sua tenerezza verso di me non aveva limiti; ma avrebbe creduto derogare al suo carattere, se lʼavesse lasciata vedere, ed ella fosse apparsa più madre che Polacca. Nullaostante mi strinse fra le sue braccia, ed io sentii per la prima volta lʼatrocità delle manette, non potendola stringere fra le mie. La mia presenza nel carcere aveva forse intimidito la madre di Zoliwski. La presenza di quei due testimonii esaltò invece mia madre. Ella respinse quanto vi poteva esser di donna nel suo cuor lacerato, e si atteggiò a cittadina.

Lo confesso, ne fui afflitto.

Io non le domandava unʼora di eroismo, ma unʼora di tenerezza materna.

—Ho veduto tuo fratello, mi dissʼella. Egli mi disse che tu non hai voluto riceverlo. Mi ha informato delle complicazioni terribili, che si sono aggravate su te.

—Io le affronto tranquillamente, madre mia, risposi io.

—Tu non sai forse ciò che ti riservano, continuò essa.

—Se lʼavessi ignorato, madre mia, ho lì, nella persona del mio compagno, Carlo Zoliwski, lʼesempio terribile del loro potere, di ciò chʼessi fanno prima di uccidere.

—Tu non hai a temere nè le verghe, nè lo knut, rispose mia madre; tu godi ancora del privilegio della nobiltà, lʼesenzione dalle pene corporali. Ma essi hanno altri mezzi per maciullare la carne vivente e colpire lʼanima.

—Lo so.

—Konarski fu quasi sul punto di confessare, nella tortura della fame.

—Ma egli resistette.

—Levitox subì tali slogamenti di membra, che preferì mettere il fuoco al suo pagliariccio ed abbruciarsi, per paura di parlare suo malgrado.

—Voi vedete dunque che vi sono dei mezzi per sottrarci allʼinfamia.

—Gorski restò quarantottʼore sospeso pei piedi, colla testa in giù, sopra un focolajo, ove si faceva ardere della paglia inumidita.

—Ciò avveniva al tempo di quel mostro che si chiamò lo czar Nicolò; ora non si commettono più di tali atrocità.

—Se ne commettono sempre, se ne commettono delle altre.... tu lo vedrai domani.

—Sì, mi hanno minacciato di ciò. Ma io voglio vederlo. Io son preparato.

—Ebbene! io non voglio che tu soffra, io. Se fosse almeno per salvarti la vita! Ma no. Tu sei condannato, avvenga che vuolsi. Ti si tormenterà per istrapparti delle confessioni; e ti si manderà al patibolo perchè ti sei battuto. Oh no! ho veduto impiccare tuo padre, mi basta.

—Ma che possiamo noi fare, madre mia? Quandʼanche avessi qualcosa a dire, e non ho nulla, io non posso parlare.

—Ma, disgraziato figliuolo, gli è appunto quello che io temo. Tu potresti parlare, perchè non sai nulla. Il dolore potrebbe strapparti dei gemiti, che essi prenderebbero per parole. Puoi divagare. Il delirio potrebbe impossessarsi di te nello spaventevole turbamento che essi gettano nel tuo sangue. Chi può esser sicuro di sè? Chi conosce appuntino la tempera dei propri nervi? Ora, figliuolo mio, un solo sospiro, che può esser interpretato come una confessione, è il disonore.

—Oh! Dio mio, madre mia, perchè venite voi a mettere questa costernazione nellʼanima mia, sclamai io in una suprema angoscia. Ho io mostrato qualche segno che vʼispiri codesti dubbii?

—Io voglio prevenire, voglio risparmiarti il dolore. Voglio strapparti al supplizio. Ah! se tu potessi vivere. Ma la tua sentenza è segnata. Il tuo patibolo è rizzato. La sorte che ti destino, del resto, sarà anche la mia. Io non posso sopravvivere alla tua morte, avendo lʼaltro nel partito figlio dei carnefici. Sono stanca di piangere, di sperare, di pregar Dio che non ci ascolta, di credere ad uomini che ci tradiscono. Vuoi tu che io divenga russa alla mia volta, e che io solleciti lo Czar onde castighi codesta Germania, codesta Francia, per le quali noi abbiamo versato tanto sangue e che non hanno per noi neppure una fiera parola?...

—Madre mia, voi parlate come mio fratello. Rassegnatevi.

—Io preferisco non più vederti, anzi che perdonare ai nostri nemici. Dunque, figlio mio, la mia risoluzione è presa. Io non voglio che tu subisca la tortura; non voglio che tu sii esposto al pericolo di una confessione per debolezza nervosa; non voglio che tu muoia per mano del carnefice. Poichè tu devi morire, muori di mia mano; poichè tu devi passare per unʼagonia spaventevole e lunga, abbreviala. Schiaccia sotto i tuoi denti questo lampone di vetro: ho anchʼio il mio.

—Che cosʼè ciò, madre mia?

—Dellʼacido prussico. Essi verranno a cercarti or ora per trascinarti dinanzi ai giudici: troveranno due cadaveri. LʼEuropa ne sarà atterrita, e avrà forse un rimorso.

—Mai più, madre mia, gridai io. Io non mi ritraggo dinanzi al mio destino, qualunque possa essere. Non più una parola su ciò. Voi mi fate arrossire. Guardate dunque quel giovane, in quellʼangolo della segreta, ridotto un gruppo di carne marcita. Sono io a quel punto forse, perchè mi proponiate di suicidarmi nel fondo di un carcere? Sono io più vile, che debba spaventarmi di soffrire almeno quanto lui? No, madre mia, io voglio andare fino alla fine; io non sono ancora esaurito.

—Ma io lo sono, disse allora Zoliwski con una voce sì affranta, sì spenta, che parve mandasse lʼultimo anelito. Di grazia, o signora, datemi la salvezza che vostro figlio rifiuta, senza sapere ciò che rifiuta.

Essi avevano udito la nostra conversazione, benchè tenuta a voce bassa. La madre di Zoliwski si trascinò ai piedi di mia madre, senza aprir bocca, e li abbracciò. Io era annientato. Mia madre tremava in tutta la persona.

—Guardatemi, signora, continuò Zoliwski. Non ho un pollice della mia pelle che non sia lacerato. Non ho un muscolo che non sia straziato; non ho più un osso al suo posto; non ho più un organo che funzioni altrimenti che per darmi gli spasimi più atroci. Le ore della mia spaventevole agonia sono contate. Abbiate pietà di un cristiano, signora; abbreviate, poichè lo potete, il mio terrore: io assisto alla mia distruzione.

La madre non diceva nulla. Ella abbracciava sempre i piedi della mia. E mia madre, profondamente scossa, pareva convinta, benchè esitasse.

—Sarebbe un omicidio! esclamai io.

—No, riprese Zoliwski, è una liberazione, forse una redenzione. Io sento che non resisterei più. La prossima volta parlerei forse.... Orrore! lʼinfamia per me, la morte per chi sa quanti altri! Oh grazia, signora, grazia! Voi avete nelle vostre mani lʼonore e la vita di un uomo, che non è stato figlio indegno della patria.... Pietà per il vinto! mercè pel debole! abbiate carità di me.

—Prendete, gridò mia madre, non resistendo più. Dio mi giudicherà.

Non fu che un lampo. Prima che avessi raggiunto il braccio di mia madre per arrestarla, la madre di Zoliwski aveva abbrancato il lampone di acido prussico, e se lʼera cacciato in bocca.

—Lʼaltro per mio figlio, dissʼella alzandosi: Dio onnipotente non mi strapperebbe più questo.

Non posso descrivervi il terrore, che sʼimpadronì di noi. Chiamare i carcerieri era un tradire mia madre. Lasciar compiere il suicidio di quella donna era un assassinio. Tentare di strapparle la capsula fatale, le cui pareti avevano lo spessore di una pellicola di cipolla, era forse affrettare la catastrofe. Aggiungere al martirio di Zoliwski lo spettacolo della morte di sua madre era unʼesecrabile atrocità. Le preghiere, le ragioni, le minaccie, le promesse non servirono a nulla. La madre supplicò che la si lasciasse morire nelle braccia del figlio. La disperazione tranquilla di quei due infelici era irresistibile. Lʼeloquenza del figlio avrebbe intenerito lo Czar Niccolò. Io non sapeva più che dire. Io non trovava più una sola ragione seria.—Mia madre tremava come una foglia, ma era intenerita. La madre di Zoliwski si gettò di nuovo ai suoi piedi, e pianse, supplicò.... Mia madre cedette. Volse il capo, nascose il suo viso nel mio seno, allungò la mano, abbandonò la capsula, e compì lʼomicidio. La madre di Zoliwski gettò un grido di gioia selvaggia, baciò la mano di mia madre, e si precipitò sul suo figlio.

Si fece silenzio. I nostri cuori non battevano più. I nostri petti non respiravano. Tutto ad un tratto lʼabaino della segreta si rischiarò. Udimmo dei passi nel corritoio, poi il rumore dei fucili, poi lo stridere delle chiavi. Lʼispettore delle prigioni entrò. Lʼora del colloquio era scorsa, egli veniva per far escire le due signore.—La cellula era rischiarata dalla lucerna del carceriere. Ci volgemmo verso il gruppo delle due creature, che avevamo fulminate. La madre ed il figlio si tenevano allacciati nelle braccia lʼuno dellʼaltra, bocca a bocca, cuore su cuore. Lʼispettore li scorse, e non ricevette risposta... Dio nella sua misericordia infinita avrà perdonato a mia madre! Fu un grido di terrore, che scappò da tutte le bocche.

Tre giorni dopo, io partiva per la Siberia, «la terra dalla quale non si ritorna più!»

La Commissione dei calligrafi avendo constatata la verità del mio racconto, mio fratello aveva ottenuto dal granduca Costantino la commutazione della pena di morte, pronunziata dal Consiglio di guerra, in quella della deportazione a perpetuità e cinque anni di lavori forzati in Siberia.