VI.

E non è solo ne' numerosi esempii che si potrebbero alla Divina Commedia attingere che ben chiara si manifesta l'influenza de' confronti biblici e talmudici fatti coll'Immanuel dal nostro sommo italiano[[10]], ma perfino dirò così, nello aver in molti punti modificate le proprie opinioni e accostatosi ad un alto grado di stima verso gli ebrei che per quei tempi sarebbe davvero incredibile, ove non si ammettesse l'ascendente che esercitava sull'animo suo l'amico carissimo ch'era ebreo e d'esser tale ovunque e sempre si vantava.

Così mentre il cristianesimo inesorabile rifiuta il Paradiso a chi non è battezzato, credenza che riporta anche Dante (Inferno c. IV, v. 35), nel Paradiso (canto XIX, v. 70-78) torna direbbesi a resipiscenza e fa capire (con molt'arte sì, ma lo fa capire) che non c'è colpa quando non si crede, stupenda professione di libertà di coscienza per chi viveva nel medio evo. Ma il genio s'impone anche nei tempi più barbari e s'inspira a giustizia e divina il futuro. Riportiamo quelle belle parole:

. . . . Un uom nasce alla riva

Dell'Indo, e quivi non è chi ragioni

Di Cristo, nè chi legga, nè chi scriva,

E tutti i suoi voleri e atti, buoni

Sono quanto ragione umana vede,

Senza peccato in vita od in sermoni.

Muore non battezzato, e senza fede;

Ov'è questa giustizia che 'l condanna

Ov'è la colpa sua sed'ei non crede?

Del potere temporale dei Papi, si sa qual concetto avesse l'Alighieri, ma non a tutti è nota la fonte a cui attinse ed è la Bibbia. Leggasi al canto XVI del Purgatorio i versi

Ed or discerno perchè dal retaggio

Li figli di Levì furono esenti.

I Leviti infatti, lo dice chiaramente il Pentateuco in più luoghi (V. Num. XVIII, v. 20; Deut. X, 9), dovendo occuparsi esclusivamente del servizio del culto, non potevano possedere e nella distribuzione della terra promessa non ebbero infatti parte alcuna.

Il canto XXVI del Paradiso è pieno d'immagini non solo, ma di cognizioni bibliche e giudaiche. Basterà il verso 134 che va letto

J. s'appellava in terra il sommo bene.

Afferma il Lampredi (V. il Comento del Costa), secondo un codice da lui veduto in Napoli « che Dante con quell'J. volle significare il nome ebraico Jehovah con cui era invocato il nome di Dio, e fece uso della sola iniziale J. per denotare che la predetta sacrosanta parola non si poteva scrivere interamente non che proferire dai profani ». Proprio come si legge nella Misnà e nel Talmud.

Ora come si può concepire che senza l'aiuto d'Immanuel, Dante conoscesse certe cose? E come spiegare il tanto bistrattato verso

Rafèl mai amech zabi almi

che trovasi nell'Inferno canto XXXI, se non si ricorre all'ebraica lingua o meglio alla talmudica, ch'è un misto di ebraico e caldaico, come adoperò spesso anche l'Immanuele nelle Mechaberod? E quello che è più interessante — lo diremo alla moderna — è l'osservare come il poeta cristiano pur volendo adoprar parole suggeritegli di certo dal poeta ebreo, poco pratico com'era nel trascriverle, si trovò come un pesce fuor d'acqua e ne storpiò più d'una, siccome fatto avea nel Pape Satan.

Leggete infatti come volete il verso « Rafèl mai amech zabi almi » e ci troverete sempre una sillaba di meno. Ma non ce la troverete più se lo leggete come vuole l'ebraico: Refa el mai amech zebai almi, e che vale — come giustamente osserva l'amico nostro Jona — « Lascia o Dio! Perchè annientare la mia potenza nel mio mondo? » esclamazione di Nembrotte il superbo, accasciato in veder la sua potestà ridotta ad un bel nulla.

In questo modesto studio non facciamo (e il lettore deve averlo capito) un commento filologico, nè possiamo quindi dar tutte le ragioni che militano in favor nostro, ragioni che stringeremo in una sola, anzi in due: È egli possibile che Dante abbia messo insieme quelle parole, come vogliono molti, per non dir niente? O è possibile che siano siriache od arabiche, mentre Nembrotte — e tanto meno Dante — non conoscean quelle lingue, e l'ebraico, Nembrotte certo conosceva e coll'aiuto d'Immanuele potea conoscer un tantino anche Dante?[[11]].