VII.

E qui vorremmo sfiorare appena il soggetto sulle idee che il divino poeta nutriva intorno agli ebrei. Se non che la tela è lunga nè basta un opuscoletto a svolgerla anche in tutta fretta.

Che concetto avesse Dante degli antichi israeliti non è facil cosa il provare, perchè taluni mette a cielo, altri piomba nell'inferno. E — siamo logici — ben a ragione. Quelli che mal oprarono doveano essere puniti, ebrei o cristiani non importa; quelli che fecero bene dovean pur avere il premio meritato.

Vediamo quindi Beatrice, la sua diletta Beatrice, sedersi coll'antica Rachele (Inferno, canto II, v. 102); vediamo starsi fra i beati Adamo, Abele, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe co' figli, Moisè, Davide ed altri molti, come dice nel canto IV, v. 55-61; e ci vediamo perfino Raab

Perch'ella favorò la prima gloria

Di Josuè in sulla terra santa.

(Canto IX).

Ci troviamo al canto XII il profeta Natan, e ci troviamo (canto XVIII) Giosuè e l'alto Maccabeo.

Parlando di Salomone (canto X), egli dice colla stessa frase della Bibbia (Re I, cap. 3, v. 12):

Entro v'è l'alta luce, u' sì profondo

Saver fu messo che, se 'l vero è vero

A veder tanto non surse il secondo.

Nè si scorda il nostro gentile poeta delle donne bibliche. Otre Rachele, come detto abbiamo, pone il poeta nel più alto seggio in Paradiso (canto XXXII, v. 10-11) Sara, Rebecca, Judith e colei

Che fu bisava al cantar che per doglia

Del fallo disse: Miserere mei

cioè Ruth bisavola di Davide, autore del salmo LI che incomincia Miserere.

Nè voglio andar oltre in citazioni che seccherebbero il lettore, solo mi permetto domandare: C'è in tutta la Divina Commedia — come qualche spirito partigiano potrebbe supporre — una sola frase, una sola parola che suoni disprezzo, odio agli ebrei? No, e no. Dante amava troppo il suo Immanuele per potere — cristiano convinto com'era — sfogare la bile che allora nutrivano le teste piccine — e ce ne son purtroppo anche adesso — contro di essi. Egli non espresse mai un concetto che potesse in qualsivoglia modo ferirne la suscettibilità. Dante — lo si può dire altamente — amava gli ebrei, nè di odiarli aveva ragione alcuna.

Ci si vorrà chiuder la bocca col verso (Paradiso, XXXII, v. 132) in cui li chiama:

La gente ingrata, mobile e ritrosa?

Ma qui, come osserva a proposito l'Andreoli, Dante non fa che ripetere i rimproveri dello stesso Dio ai tempi di Mosè

Quel duca sotto cui visse di manna

il popolo ebreo.

Qui Dante narra, non giudica.

O ci si verrà fuori colla terzina famosa

Se mala cupidigia altro vi grida

Uomini siate e non pecore matte

Sì che il Giudeo tra voi, di voi non rida?

(Parad. c. V, v. 79-81).

Davvero che si cascherebbe dalle nuvole. O qual maggior lode volete per gli ebrei? Sono dessi che riderebbero — secondo afferma il poeta — ove la mala cupidigia spingesse i cristiani ad opere men che oneste. E chi ride è segno che opera rettamente, avvegnachè non può beffarsi d'altrui chi è macchiato della stessa pece.

E qui, voglio avventurare un'ipotesi — badate, non dico altro che ipotesi — nuova, originale certo. Che Dante nel Giudeo abbia voluto indicare non già gli ebrei in generale, — come credono tutti — ma solo l'amico suo Immanuele, che appunto con quel nome era chiamato, siccome ne fa fede il già citato Bosone da Gubbio nel suo celebre sonetto ove scrive: « Et pianga dunque Manoel Giudeo? »

Non è, ci pare, tra le cose impossibili. Immanuele, spirito sarcastico e bizzarro[[12]] viveva volentieri tra gli amici suoi cristiani e non conosceva cupidigia. Anzi — e lo nota fra gli altri il Tedesco[[13]] — per la sua generosità e buona fede, da condizione agiata divenne povero, e perseguitato dai nemici della sua fama dovette esulare dalla sua patria e andare ramingo per le itale contrade.

A lui appunto Dante avrà pensato, a lui forse per antonomasia riferì il verso: Sì che 'l Giudeo tra voi di voi non rida.

Ma sia da riferirsi al solo Immanuele, sia agli ebrei in generale, maggior lode ad essi non poteva uscire dalla bocca di Dante che voleva i costumi de' cristiani irreprensibili, che avea per mira in tutti gli scritti suoi — ed in ispecie nell'immortale poema — l'umano perfezionamento, la civiltà nel più alto significato di questa parola di cui tanto ora si abusa e che tanto è in mille modi bistrattata.