SCENA IV

CURZIO, RUFINO, TRAPPOLINO, PRUDENZIO, MALFATTO.

CURZIO. Quanta gioia, quanto piacere io sento, pietoso Amore, nol posso dire: ché, di me non obliandoti, nel mezzo di cotante miserie, di me sei stato ricordevole; di sorte che la mia donna, mossa a pietá, con darmi speranza di futuro bene, adolcisce l'amare mie angosce. E, per questo, i' sono sforzato d'impegnarmi e gli amici e quanti cognosco per compir alla promessa della dote ch'io gli ho fatto; insino a tanto che l'infelice mia consorte mi mandi qualche danaio da casa. Cosí mi levarò pur di sospetto di quel pedantaccio ignorante: ché non mi maraviglio se non di chi gli crede a tali uomini che sono piú tosto l'infamia del mondo che no. E forsi che questi che fanno el gentiluomo non se gli cacciano in casa? Ma non curare, che gli trattono bene! ché, non che li figliuoli e le figliuole, ma le mogli ancora li vituperano; e, ancor che non sia el vero, se ne vantono, ch'è il peggio. Ma, se questo sciagurato me ssi rintoppa innanzi, gli vo' dir quattro parole a mio modo e avvertirlo che si rimanga di andargli, ogni notte, a cantar all'uscio, se non vole ch'io li armi le schiene di bosco. O Rufino! Non odi?

RUFINO. Signore, che volete?

CURZIO. Chiama qui fuori Trappolino. Spedisciti, ch'ell'è tardo. Idio, aiutami in tanta necessitá in quanta ora me trovo.

RUFINO. Ecco Trappolino, patrone.

CURZIO. Fa' che tu non eschi di casa e, se venissi persona a dimandarmi, fatti lasciare l'imbasciata. Háime inteso?

TRAPPOLINO. Signor sí.

CURZIO. Vieni con esso meco, Rufino, ch'io voglio ch'andiamo a vedere se potessimo trovare qualche danaio in presto da chi sia.

RUFINO. Io dubito che noi perderemo i passi, se andamo a speranza de altri.

CURZIO. Come! Perché?

RUFINO. Perché, oggidí, non si trova amico se non finto e a pena ve lli prestaranno sul pegno, non ch'altro.

CURZIO. Tu dici el vero; ma la necessitá mi sforza de andar alla mercé loro. Ma dimmi un poco: dove dici tu che ti aspettará colei?

RUFINO. Ve l'ho pur detto: in casa di Filippa.

CURZIO. Orsú! Si vole che, come io sia in Banchi, tu te ne vadi fino a casa sua e che gli dichi ch'io non mancarò di andarvi per ogni modo stanotte e portarogli e' dinari.

RUFINO. Cosí farò. Ah! ah! ah!

CURZIO Che hai? di che te ridi?

RUFINO. Rido, ché voi gli volete dare quelle cose che sète incerto di avere.

CURZIO. Come ch'io ne sono incerto? Anzi, el contrario.

RUFINO. Bastaria che voi li avessevo in cassa.

CURZIO. Per mia fé, che, se io fossi certo d'andargli accatando, son per trovargli. Vadi el mondo come vole, che me delibero de non gli mancare.

RUFINO. Sí, se potrete. Andate pur lá.

CURZIO. Io poterò per certo. Non sai tu che Amore fa i seguaci suoi ingeniosi e scaltriti? Ma maledetto sia el signore ch'è cagione d'ogni mio danno!

RUFINO. Patrone, è pazzia a dolersene; per ciò che di continuo ci sono nove materie da dire sui fatti loro e non trovo persona che se ne lodi.

CURZIO. Non dire cosí, ché ve nne sonno pur assai de quegli che della loro servitú godeno. E, fra gli altri, el Belo, a cui la mercé del signore Francesco Orsino de Aragona abate de Farfa gli ha donato possessione e campi: di sorte ch'egli, per quello ch'io ne intendo, l'ha fatto ritornare ai studi da' quali, per essere poco pregiati appresso dei piú, allontanato se n'era.

RUFINO. Ed io l'ho inteso molto da molti lodare; ma un fiore non fa primavera.

CURZIO. Che val dir quel menar di capo e quel maravigliarsi che tu fai?
A che pensi?

RUFINO. Penso ch'io v'ho voluto dire una cosa parecchie volte e sempre mi è uscita di mente.

CURZIO. Qualche bugia deve essere, però.

RUFINO. O bugia o veritá, io vel vo' dire. Io mi sono giá imbattuto doi volte in una giovane che tutta a madonna Fulvia vostra si rassomeglia.

CURZIO. E dove l'hai tu incontrata?

RUFINO. Qua giú, che usciva de un certo monestero, e parvemi ch'ella avessi la Rita con esso lei.

CURZIO. In che luogo sta quel monestero? come se chiama?

RUFINO. Questo sí ch'io non so.

CURZIO. Sai perché ch'io tel dico? Per ciò ch'io ancora mi sono giá parecchie volte imbattuto in una che tutta alla Rita se assomiglia; e, ogni volta che l'ho incontrata, me ssi è fugita dinanzi. Ma sai che si vuol fare? che, come te ssi rimbatte piú innanzi, tu gli va di dietro; ch'io me delibero di sapere s'ell'è dessa o no.

PRUDENZIO. Impulsant campanicule.

RUFINO. Patrone, ecco il vostro rivale.

CURZIO. Guarda cera de furfante! Andiamogli incontro.

PRUDENZIO. Bonum est quod ego, bono è ch'io vada sino alla Eccellenzia della Magnificenzia del reverendo illustrissimo mio unico perpetuo domino colendissimo del Monsignor mio; e partim andarò sino al barbitonsore. Non odi, villico, stabulatio, Malfatto?

CURZIO. Stiamo a udire che dice.

PRUDENZIO. Famulo, non odi? Vien qui, ché te voglio parlare.

MALFATTO. Che volete?

PRUDENZIO. Vieni con noi sino all'emporio, ché mercaremo doi o tre oboli idest baiocchi de fercule per prandio.

CURZIO. Addio, maestro.

PRUDENZIO. Oh! Bona dies, magnifici mei patronissimi. Quomodo se habent, come stanno le Signorie Vostre?

MALFATTO. Oh mastro! Questo è quello che me dette li quatrini: neh vero, quell'uomo?

PRUDENZIO. Taci, se non che tu me farai convertire la ultrapelia in ira.

MALFATTO. E me disse ancora che voi sète un poltrone.

PRUDENZIO. Vade ad furcas, prosuntuoso.

CURZIO. Oh che piacer è questo!

PRUDENZIO. Io multum miror che la Eccellenzia Vostra abbi machinato contro di noi alcune parole ingiuriose come un seminario di mali.

CURZIO. Io non so che cosa ve abbiate.

PRUDENZIO. Dico che non convenit ad uno experto viro laniare el prossimo.

CURZIO. Voi mi parete un pazzo. Che dite?

PRUDENZIO. Benché, noi non le stimiamo; perché «esto forti animo cum sis damnatus inique».

CURZIO. Voi fate un gran sgranellare di latini, oggi!

MALFATTO. O quello! Dame un altro quatrino: vòi?

PRUDENZIO. Basta. Non è questo el rigore de l'onestá.

MALFATTO. Vo' melo dare, che te raccusarò lo mastro?

PRUDENZIO. Metue magistrum tu et fac ut sis sermone modestus.

MALFATTO. Parlate, parlate con lui che ve responderá.

PRUDENZIO. Non se fa cosí, bone vir.

CURZIO. Io credo che ve sognate. Con chi l'avete?

PRUDENZIO. Questo nostro famulo ne ha referto che voi avete detto contro a l'onor nostro molta ingiuria. Ma ambula cum bonis et cetera.

CURZIO. Che ambula? che ambula? Non ve vergognate, voi, che fate el savio, el grave, e andate tutta notte cantando, facendo le mattinate, come se fossivo un giovane de venti anni?

MALFATTO. È vero, sí, e ce porta lo…

PRUDENZIO. Non lo credi, no, che te farò cedere locum maiori?

MALFATTO. Misser no, che non lo credo.

PRUDENZIO. Bone vir, io credo che la Magnificenzia Vostra in tutto e per tutto e al tutto…

RUFINO. State a udire.

PRUDENZIO. … sia da bene, savia e morigerosa e che la Spettabilitá Sua non cogitet ch'un paro nostro, disciplinato nelle liberale arti, incumba a simile vanitá: quia «vanitas vanitatum et omnia vanitas»; ché sapete bene che, nocturno tempore, vanno li vespertilioni.

CURZIO. Ve possino venire a voi queste biasteme!

MALFATTO. Ámenne. El cancaro ancora!

PRUDENZIO. Odite. «Nulli tacuisse nocet, nocet esse locutum».

CURZIO. Oh! che bestia è questa?

PRUDENZIO. E sí ve dico che «litem ferre cave».

CURZIO. Che volete che cavi? che volete che cavi?

MALFATTO. Dice lo vero. Non ce è da cavare qua.

CURZIO. Sapete che dico a voi? che, se non sète savio, ve farò vedere che voi non sapete la santa croce.

MALFATTO. Non è vero, misser. La sa; e me ha imparato a me sino al «be a ba, be e be».

CURZIO. Voi non respondete? Molto state sí cheto.

PRUDENZIO. Non rispondo quia «contra verbosus noli contendere verbis». Ma non crediate ch'io sia tanto aspernato o reietto perché portamo la toga, ché me resolvo che non me farete fuori del debito della iustizia e di quanto comandano le municipali leggi sacrosante iustiniane imperatorie per ciò che siamo in una delle inclite cittá del mondo.

CURZIO. Voi fate un gran bravare.

PRUDENZIO. Et in casu necessitatis me ne andarò ad osculare i piedi al clavigero portitore cellicolo, idest del beatissimo pontifex maximus, in nel suo proprio solio, quando pur me farete fuori del debito; bench'io non multi facio le parole vostre degne di reprensione.

MALFATTO. O quello! Addio. Fit!

PRUDENZIO. Ché noi non siamo per comportarci alcun dedeco, idest mancamento.

MALFATTO. Mastro, volete far alle pugna con lui, che ve terrò la cappa?
Voi me guardate? Dico da vero, alla fé.

CURZIO. De grazia, mastro, avertite ai casi vostri.

PRUDENZIO. Non bisogna minarci per essere catrafatto con l'ense ferreo e col pugione e col famulo satellito. Ma voi non sapete ancora quanto conato abino le umane lettere appresso i buoni discipuli concivi e munifici che sono copiosi di famuli e di gladiatori.

CURZIO. Questa pecora gridará tutt'oggi.

MALFATTO. O quello delli quatrini! che fai?

PRUDENZIO. Testor Deum ch'io voglio andare nunc nunc al tribunale della Reverenzia dil Monsignor Governatore e dechiarargli pedetentim tutte le superfluitá che se fanno in questa terra alli omini del Gimnasio romano.

RUFINO. Leviamocelli dinanzi, patrone.

MALFATTO. Olá! Ve ne andate? non volete che venga, eh?

CURZIO. Sí: ché non camini?

PRUDENZIO. Per corpum meum…

MALFATTO. Ché non dite a misser che me lassi venire?

PRUDENZIO. Ah lingue viperee, defloratore de l'onor nostro!

CURZIO. Non li respondere. Lassalo gridare.

PRUDENZIO. Vien qua tu, sciagurato, insolentissimo. Vattene un poco dereto a coloro e vedi ove entrano e viennimelo subito a referire e guarda che tu non gli sperda.

MALFATTO. Non me sperderò, no. Ma dove dite che vanno?

PRUDENZIO. Lá giú per quel trivio.

MALFATTO. Non erano se non doi, recordatevene bene, e non tre.

PRUDENZIO. L'è vero. O camina, adunque; e torna tosto.

MALFATTO. Quanto tosto volete ch'io venga? com'un sasso?

PRUDENZIO. E camina, poltronee! ch'in questo mezzo voglio andare ad informandum curiam.

MALFATTO. Oh mastro! oh mastro! Io non li veggio.

PRUDENZIO. Va' correndo giú per quella via.

MALFATTO. Per quale? per questa?

PRUDENZIO. Per quella, sí.

MALFATTO. Be', io voglio andar da quest'altra, io.

PRUDENZIO. S'io vengo lá, te farò… Aspetta!

MALFATTO. Ecco ch'io vo, sú.

PRUDENZIO. Corri, che te rompi el collo!

MALFATTO. Olá! Aspettateme, ché lo mastro vole che ve venga dereto.
Mastro, caminano troppo forte. Io non li posso agiognere.

PRUDENZIO. E va', sciagurato! E io partim andarò al bibliotecario ancora a riscuotere un chirografo, idest un libellulo scritto de nostra mano repleto d'ingeniosi e acuti e morali detti.