SCENA V
MINIO, REPETITORE, LUZIO.
MINIO. Valete.
REPETITORE. Andate savi.
LUZIO. Valete.
REPETITORE. Non fate stultizie.
LUZIO. Alla fé, che lo mastro m'ha fatto molto male.
MINIO. E che vo' dire che non me ha dato a mi?
LUZIO. Non te ha dato: che ne so io?
MINIO. Te vorria dir una cosa; ma non vorria che me raccusassi.
LUZIO. Non te raccuso, alla fé.
MINIO. Sí! sí! Non te lo credo.
LUZIO. E dimmelo, de grazia: vòi?
MINIO. O giurame prima, per la croce de Dio benedetta, de non me raccusare.
LUZIO. Vedi, per questa croce, che non dirò niente.
MINIO. Sai che me ha ditto lo mastro? che dica a mia sorella che lui li vole essere marito.
LUZIO. E halla vista sòreta, esso?
MINIO. Sí, che l'ha vista. E che li vol dare certe cose bone, ch'esso ce vorria venir a dormire stanotte.
LUZIO. E tu vo' gnelo dire?
MINIO. Ma se gnello voglio dire? Lo credo! ché m'ha promesso de non me dar delli cavalli, se io gnello dico, veh!
LUZIO. Ed è bella sòreta?
MINIO. Sí, ch'è bella; e tutta notte ioca con meco.
LUZIO. E a che iocate?
MINIO. Iocamo alle sculacciate. E madonna grida.
LUZIO. Quanto vòi stare a tornare alla scola, tu?
MINIO. Come averò pranzato. Non me vòi venir a chiamare?
LUZIO. Sí, voglio. Aspettame, sai?
MINIO. Son contento. Addio.
LUZIO. Addio. Bon dí.