I.

Sopra una delle porte di Siena sta scolpita questa bella iscrizione:

COR MAGIS TIBI SENA PANDIT

ch'io tradurrei a chi non sa di latino:

Più largo t'apre il cor l'ospite Siena.

L'invito, come ognun vede, era seducente: ma, a pochi passi di là, avevo letto un'altra iscrizione, che tentava ancor più la mia fantasia di poeta:

PALATIUM TURCARUM.

Io vado pazzo per le iscrizioni, massime per quelle che non intendo: onde lasciai da parte la prima, che non presentava alcun problema alla mia immaginazione, e fui preso da una indomabile curiosità d'investigare l'origine della seconda: Palazzo de' Turchi! I Turchi alle porte di Siena, città della Vergine! Civitas Virginis, come sta scritto sulle antiche monete della città ghibellina!

Mentre ruminava nella mia mente una plausibile soluzione a questo quesito, fui sopraggiunto, da un carbonaio, che guidava le sue mule cariche di carbone verso la porta ospitale. — Amico carbonaio — diss'io col miglior garbo che seppi. Parlavo a un terrazzano del più garbato paese del mondo. — Amico carbonaio, sapreste dirmi a chi appartenga questo palazzo?

— Codesto è il palazzo de' Diavoli, signore.

— De' Diavoli?

— Gnorsì, ed ora ci sta un canonico.

— Scusatemi, ma costì veggo scritto: Palazzo de' Turchi, Palatium Turcarum.

— Sarà benissimo come dice vossignoria. Io non so di lettera, e mi rimetto. Già Turchi e Diavoli fa lo stesso!

— E canonici — diss'io sottovoce.

Il carbonaio rispose con un certo sorriso senese, che voleva dir tutto e nulla.

— Il canonico, signore, ci sta per convertire i Turchi e per esorcizzare i diavoli. Gli è la più buona pasta d'uomo che si conosca. Vede quella torre? Era mezzo ruinata, non so se da' Turchi o dai diavoli, ed è lui che l'ha fatta ristaurare a sue spese, sì che par nuova di getto. Ci dee avere speso di be' quattrini!

— E come bene spesi! — diss'io, dissimulando pure il mio pensiero su tutti i restauri in genere, e su codesto in ispecie.

La mia cara amica, Leopoldina Zanetti Barzino, ha disegnato per uso mio, e vorrei per vostro, o lettori, una parte del palazzo anzidetto e la torricciuola che il buon calonaco avea fatto tappare e intonacare di nuovo. Badate che la valente disegnatrice ha indovinato l'antico sotto il belletto canonicale, di che tutti gli amici dell'arte le saranno tenuti.

Ma queste non erano osservazioni da farsi al buon carbonaio. Onde ringraziandolo della sua cortesia, lo lasciai proseguire colle sue mule. Rimasto solo, ricominciai a guardare l'iscrizione, il palazzo, la torre rimpiastricciata, e andava almanaccando fra me per raccapezzare un legame, un rapporto qualunque fra l'epigrafe, la tradizione ed il fatto. Mentre io me ne stavo così col mento all'aria, mi venne veduta la faccia rubizza e benevola del canonico ristauratore. Vedendomi così assorto, gli venne, credo, l'idea ch'io fossi edificato dell'opera sua, e mi fece un cotal sorriso che equivaleva a un invito. Risposi io pure sorridendo e accettando.

Il canonico mandò la fante ad aprirmi la porta, e quasi senza pensarci, mi trovai nel suo salotto dinanzi a lui.