VI.
Lasciamo il letto dove giace il corpo esanime dell'avvocato per visitare entro la sua carcere l'uccisore di lui. Egli avea lungamente negato, perchè gli amici e i parenti lo consigliavano a questo. Ma il giudice un giorno, dopo aver indarno esauriti tutti i soliti artifizi per istrappare la sua confessione, s'era avvisato di tentare una corda non ancor tocca. — Il giovane — disse — che rimase ferito sulla porta della famiglia M. v'accusò distintamente d'avergli dato la morte. Non potendo moversi dal suo letto, che non potrà certamente cambiare se non col sepolcro, domandò che gli siate condotto dinanzi. Domani vedremo con quanta impudenza saprete sostenere la vostra negativa in presenza della vostra vittima, in presenza di quella famiglia che, come ben sapete, non è straniera agli antecedenti che vi portarono a quell'eccesso! Andatevene: domattina alle nove tenetevi pronto al cimento. — Gregorio impallidì. Egli non era preparato a questa proposizione. L'idea sola di trovarsi dinanzi al suo nemico nella camera di Gentilina, in presenza di lei, gli fu insopportabile. Domandò la parola e confessò a parte a parte l'accaduto, senza pensare a scusarsi, senza aggiungere nessuna di quelle circostanze che dovevano attenuare la sua colpa e mitigare la sua condanna.
Gregorio sarebbe morto piuttosto che rivedere Gentilina, non aveano mancato i caritatevoli amici d'informarlo delle sue cure per Leopoldo, delle sue istanze per ritenerlo presso di sè, delle buone ragioni che il mondo le attribuiva. Nella persuasione in cui si trovava d'essergli stato posposto, non durò fatica a credere tutto questo e ancor più. Provò per qualche momento una feroce compiacenza di aver ferito due cuori con un sol colpo, d'essersi vendicato in un solo momento di tutti e due! Egli non pensava alla condanna che l'attendeva: non pensava che alla sua gelosia e al truce sentimento che assorbiva per così dire tutto il suo essere. Un giorno gli furono introdotte nell'angusta e lurida stanza dove si trovava, due persone non aspettate: un vecchio e una giovane donna coperta da un fitto velo. Il carceriere, appena accompagnati costoro, si ritrasse. Gregorio che sonnacchiava tra' sanguinosi fantasmi di vendetta, diede una specie di ruggito vedendo innanzi a sè il padre di Gentilina, e una donna che non durò fatica a riconoscere. La sorpresa da una parte e la compassione dall'altra tolse a tutti e tre l'uso della parola per pochi momenti. Gregorio fu il primo a rompere il silenzio dirigendosi alla donna, ma senza guardarla. — Vi siete ricordata di me! Segno che l'altro non è più vivo! — Gentilina si sentì gli occhi pieni di lagrime a questa crudele interpellanza, ma pure le divorò, e rispose con calma e con dignità. — Sì, Gregorio, il vostro rivale è passato a vita migliore: è morto perdonandovi, e mi comandò di annunziarvi colla mia bocca gli ultimi suoi sentimenti. — Ha scelto davvero un'interprete molto opportuna! Quando sarà proferita la mia sentenza (ora già non c'è più via di evitarla), il tribunale farà bene a farmela annunciare per mezzo vostro. — Gentilina abbassò gli occhi e fece uno sforzo per vincersi, poi traendosi dal seno un foglio piegato: — eccovi — disse — eccovi infatti la sentenza ch'io vi presento. Leggete. — Gregorio lesse la generosa dichiarazione del suo rivale, e stette per alcun tempo immobile ed avvilito. Il vecchio, che aveva taciuto fino allora, gli fece avvertire l'importanza di quel documento; narrò quante difficoltà la Gentilina doveva aver superate prima di possederlo, prima di farglielo pervenire. — No, no — interruppe la Gentilina — nessuna difficoltà ad ottenerlo: non me n'era nemmeno venuto il pensiero. Fu un'ispirazione spontanea di quel cuore che era assai migliore che.... non si credeva.
Gregorio riarse di sdegno al sentire le lodi del suo rivale sulla bocca di lei, e non potè trattenersi dal dire: — Voi avrete le vostre ragioni per lodarvi di lui! Quanto a me.... piuttosto di dovere la mia vita e la mia liberazione alla sua generosità, al suo perdono.... voglio abbandonarmi al corso naturale della giustizia. Riprendete il vostro foglio, e lasciatemi! —
Gentilina non s'aspettava una risposta così brutale: sentì che Gregorio non era capace di un sentimento generoso perchè non sapeva apprezzarlo in altrui: sentì che quell'uomo non l'amava, nè l'amerebbe mai: arrossì di se stessa e di lui, riprese il foglio, e passando dignitosamente il suo braccio sotto a quello del padre suo, calò coll'altro il suo velo, ed uscì.
Il suo cuore fu cambiato fin da quel momento. L'idea di legar la sua fede ad un uomo tale le parve assurda, e avendo perduta l'ultima illusione della sua vita, l'unico premio che sperava ai suoi sacrificii, si sentì vedova e desolata nel mondo. Il padre suo non mancò di accrescere lo stato d'abbattimento in cui si trovava, dicendole ch'egli l'aveva già preveduto, ch'ella avrebbe dovuto arrendersi anche prima alla sua esperienza, ch'era tempo di levarsi dal pensiero e il morto ed il vivo, il quale già meritava la sorte che l'attendeva.
Gentilina però non era donna da questo. Qualunque fossero i suoi sentimenti verso Gregorio, ella non poteva abbandonarlo alla inflessibilità della legge umana. Quel documento doveva dunque rimanersene ozioso ed inutile? Era dunque invano che sul momento di possederlo, ella si stimava di stringere tra le sue mani la vita e la salute d'un uomo? Leopoldo conosceva la legge: non gliel'avrebbe dato con tanta solennità, se doveva essere una cosa infruttuosa e illusoria. Ella prese dunque una coraggiosa risoluzione, e senza consigliarsi con alcuno, senza domandare l'assenso del padre, si mise in viaggio per Verona dove appunto in quei giorni doveva decidersi la sorte dello sciagurato Gregorio.
Giunta in quella città, cercò tutti i mezzi per aver l'accesso al consigliere che avea tra le mani la causa di lui, e gli presentò la dichiarazione del moribondo Leopoldo. Non farò molte parole. Il documento fu letto dal criminalista con un certo sorriso d'incredula intelligenza: lo restituì alla bella supplicante, dicendole che il soccorso era già troppo tardi: che la condanna era sancita dal Senato, e che d'altronde una simile soscrizione non riconosciuta da nessuna autorità, non attestata dai necessari testimoni, era affatto inutile e inattendibile. — Dunque egli morrà? — chiese la poveretta fissando due occhi spaventati sulla impassibile faccia dell'impiegato. — Fra venti giorni, mia signorina, a meno che Sua Maestà non gli commuti graziosamente la pena di morte in venti anni di carcere. — Gentilina non insistette più a lungo, si congedò senza più, e prese un posto nella diligenza che partiva fra due ore per Vienna.
Tutto questo si dice in due versi. Ma per comprendere tutta la difficoltà e l'importanza del passo, bisogna riportarsi coll'immaginazione a quel tempo e a quei luoghi.
Il 1848 non era ancora venuto a spalancare un abisso tra l'Austria e l'Italia. Ma con tutto ciò gl'Italiani, e specialmente i Veneti, non ricorrevano volentieri alla Corte di Vienna per averne privilegi o favori. Regnava ancora l'imperatore Ferdinando che le circostanze non avevano esacerbato; e l'imperatrice, italiana di nascita, contribuiva più che altro a temperare quello stato di ostilità permanente che sussisteva pur sempre tra i dominatori stranieri e la Venezia.
Ora pensate di quanto coraggio avesse bisogno una giovane vissuta casalinga fino allora, ignara della lingua e degli usi della città e della Corte dove intendeva recarsi per ottenere la grazia d'un omicida, al cui delitto ella non era stata affatto straniera. Tuttavia la coraggiosa giovane non esitò. Chiese una lettera per una vecchia dama che doveva presentarla all'imperatrice. — Ella è italiana — pensava Gentilina — ella è donna, e benchè imperatrice avrà forse provato che cosa sia la sventura. Mi crederà innamorata di lui.... mi farà arrossire chiedendomi conto della mia famiglia e come io mi mettessi in viaggio senza domandarne l'assenso.... Non importa! Si tratta della vita d'un uomo: si tratta di riparare ad un fatto che non sarebbe accaduto se io fossi stata più schietta o più previdente!
Ciò diceva mentre la diligenza la traeva con sè, tutta chiusa nel suo velo, e assorta ne' suoi pensieri. Abbrevierò il racconto. Ella giunse a Vienna, fu presentata all'imperatrice, e riuscì ad ottenere la sua intercessione presso il sovrano, che solo aveva il potere di salvar quella vita.
La grazia fu domandata e concessa.
Quel giorno medesimo un rescritto di S.M. partì per Verona, e commutò la pena di Gregorio in pochi anni di carcere.
Noi dobbiamo passare di volo questo tempo che per Gregorio e per Gentilina non dovette scorrere così presto. Quando si seppe nella città la risoluzione della brava giovane, i sentimenti del paese mutarono. I maldicenti erano stati costretti al silenzio da un fatto abbastanza singolare per imporre alla società. La Gentilina cessò d'essere il soggetto delle maligne supposizioni de' tristi: ella era divenuta un personaggio da romanzo, una vera eroina, e quella lode che era stata negata alle sue private virtù, veniva spontaneamente profusa ad un'azione così brillante e così coraggiosa. — Ella se l'è ben meritato! — dicevano. — E quello scapestrato di Gregorio non sarà degno di nessuna compassione e di nessuna stima, se farà un torto manco col pensiero a quella che gli ha salvata la vita e l'onore. —
Quanto a Gregorio non si deve pensare che non sentisse la grandezza del benefizio. Egli sfidava la morte quando la credeva le mille miglia lontana: ma ricorre anche qui l'antico proverbio: altro è parlar di morte, altro è morire. Quando gli fu intimata la sentenza fatale, cadde in un abbattimento da non potersi descrivere. Allora per la prima volta gli corse al pensiero il documento di cui aveva ricusato servirsi, allora si pentì d'aver trattata così duramente la povera giovane che gli aveva presentato quell'àncora di salvezza. Ora immaginate che cosa dovette pensare, quando gli fu annunziata l'inaspettata grazia, quando seppe da chi e in qual modo ei l'avea ottenuta! Domandò di vedere la sua salvatrice, voleva caderle ai piedi e pregarla ad accettare in dono tutta quell'esistenza che a lei sola doveva oggimai, dopo Dio. Ma Gentilina non avea voluto mai presentarsi al suo carcere. Ella dissimulava i suoi sentimenti, e nessun occhio poteva leggerle in volto ciò che nascondeva nell'interno dell'animo.
Passarono intanto i due anni della condanna, e Gregorio scarno e molto cangiato da quel di prima, ma più bello forse per quell'aria mansueta che aveva assunto, e che faceva un singolare contrasto col suo piglio risoluto ed altiero, Gregorio diresse, come si può credere, i suoi primi passi alla casa di Gentilina. Ella lo accolse con calma, e si sottrasse ai vivi ringraziamenti di cui la colmava. — Io non sono degno di voi, — disse Gregorio prostrandosi quasi a' suoi piedi — io v'ho offesa, v'ho calunniata, v'ho respinta quando veniste a salvarmi. Ma voi non mi avete solamente liberato, voi m'avete cambiato il cuore, voi m'avete reso meno immeritevole della vostra mano. L'offrirvi la mia non è già un compenso a quanto avete fatto per me, è un bisogno per l'anima mia, è una grazia novella che imploro da voi. — Gentilina arrossì un poco ed esitò a rispondergli. — Gregorio — gli disse finalmente — la risposta che sarei per darvi tornerebbe forse inopportuna in questo momento. Godiamo insieme senza alcuna mistura di assenzio, la dolcezza di questi momenti. Nessuno certamente è più contento di me di aver cooperato alla vostra liberazione. Ringraziatene Iddio, e andate a consolare la vostra famiglia. Domani saprete la mia risoluzione sul matrimonio che mi proponete. —
L'indomani Gregorio ricevette una lettera così concepita:
«Caro Gregorio,
»Da lungo tempo noi dovevamo esser persuasi di non esser fatti l'uno per l'altro. Le cose che successero dipoi possono aver cangiati i nostri sentimenti, ma non quanto basta per essere in quella perfetta armonia che sola può rendere desiderabile lo stato matrimoniale. Se voi m'aveste amata, se m'aveste accordata la vostra stima, non avreste sacrificato un uomo innocente alla vostra gelosia, e non vi sareste esposto alle tristi conseguenze di un omicidio. Ringraziamo Iddio che non furono così funeste quanto potevano. Quello che ho fatto, io lo doveva per debito. Non pretendo dissimulare i miei torti. Ebbi torto certamente a lasciarvi travedere un amore ch'io poteva forse sentire per voi in altro tempo, ed ora non più! D'altronde io sono già troppo vecchia: voi troverete una sposa che saprà intendervi e farvi felice. Io fui sventurata nell'unico affetto che poteva consolar la mia vita: voi lo sapete. Il mondo parlò già troppo di me, e potrà parlare ancora. Ma qualunque sia il giudicio che faranno in breve di me, son certa che avrò in voi un difensore. Addio, Gregorio: non andate in collera colla vostra amica e sorella.
Gentilina.»
Non so se la chiusa di questo racconto piacerà ai miei lettori; ma io narro una storia vera, e non mi è lecito inventare una più piacevole conclusione.
Gentilina fu irremovibile nel suo proposito.
[FANNY.]
OGNI MALE NON VIEN PER NUOCERE.
Or son vent'anni, viveva in una città d'Italia una bella ragazza chiamata Francesca, o piuttosto com'ella voleva, Fanny. Il nome di Francesca le pareva così prosaico, così lungo, così insignificante! Ebbe vaghezza di mutargli terminazione e si fe' chiamare Fanny. Nulla è impossibile ad una bella fanciulla, nè pure cambiarsi il nome. Ella era modista, e aveva sperimentato quanto cresce di prezzo una stoffa nostrale quando si fa passar per francese od inglese. Volle vedere se lo stesso accadesse d'un nome: si chiamò Fanny, e le parve d'essere nobilitata, e di valer per lo meno il doppio di prima.
Bisogna aggiugnere ch'ella era bella davvero: una mingherlina bionda di quindici anni con due begli occhi color del lapislazzuli, con una carnagione di latte segnata di delicatissime vene azzurre: una di quelle figure che passano per le vie e fanno girare le teste di tutti quelli che incontrano. Aveva un difetto, chè troppo sapea d'esser bella: ma quante sono le donne che non pretendano a questo titolo a dritto o a torto?
Mi domanderete se fosse anche amabile. — Sarei molto imbarazzato a rispondervi. La bellezza ha una certa amabilità per se stessa: ma per lo più, quando s'accoppia alla vanità non conserva più quel carattere. La nostra Fanny era da questo lato un po' vanesia e impertinente. Squadrava d'alto in basso le sue compagne, le compiangeva de' loro difetti, ma con quella superba compassione che non mitiga nessuna ferita. Non c'era macchia nel sole ch'ella non discernesse e non criticasse; e dove non c'era macchia reale, la sospettava. Ella calunniava il sole: non assolveva che se medesima reputandosi un modello di virtù, di bellezza, di cortesia. Di che le sue compagne l'odiavano tanto più cordialmente, quanto erano costrette a convenire de' suoi pregi esteriori. Cogli uomini poi, vi lascio pensarlo! Ora civetta, ora villana. Riuniva e alternava queste due qualità con una originalità tutta sua. Pareva ch'ella avesse proposto a se stessa di guarir coll'una l'eccesso dell'altra. Voleva innamorare gli uomini tutti, e darsi finalmente a quell'uno che si fosse mostrato degno di lei. Figuratevi qual uomo doveva esser colui! Per lo meno un re di corona. L'imaginazione d'una ragazza di quel carattere non ha limiti, rompe tutte le barriere, conquista il suo amante in seno alla gloria, lo strappa dalle braccia della regina di Golconda!
Il ritratto ch'io vi fo di Francesca, cioè di Fanny, non è lusinghiero: ma io carico forse un po' troppo le tinte per un'antica antipatia che conservo per questo brutto difetto della civetteria. Del resto Fanny non era nè senza cuore nè senza ingegno. Con una buona educazione sarebbe divenuta un angelo: abbandonata a se stessa e alla sua vanità poteva divenire tutt'altro. Apprese in poco tempo quanto le occorreva per l'arte sua, e non avea pensato più là. Leggere, scrivere, far di conto, esser dolce, compiacente, cortese non reputava necessario per nulla. Un valzer, una quadriglia sapeva ballarla. Se il portamento de' suoi piedi non era nè grazioso nè regolare, che le importava? Non bastava il suo volto, i suoi occhi, i suoi capelli a prometterle i primi onori d'un ballo?
A diciott'anni più d'uno se n'era invaghito: più d'uno avea sentito per lei una di quelle passioni nutrite e ingigantite dall'ostacolo d'una negata corrispondenza: passioni effimere ma terribili che occupano intera la fantasia e traggono spesso l'incauto che vi si abbandona, ai più deplorabili eccessi. Ella non era priva di colpa: perchè codeste passioni, se non eccitate, le aveva almen lusingate a pro della sua vanità. Una donna non suole farsi alcuno scrupolo di qualche ingannevole compiacenza, della quale nel suo stato d'indifferenza non può prevedere gli effetti. Ma non sempre resta impunita codesta civetteria, e la punizione più grande che incolga la lusinghiera è quella di rimaner vittima alfine delle altrui seduzioni. Contratta una volta la sua infelice abitudine, ella non sa più distinguere l'affetto vero dalla lusinga: ella trascura l'uomo che l'avrebbe amata tutta la vita, per darsi in braccio ad un vagheggino che sarà infastidito di lei non appena avrà espugnata la sua ritrosia.
Un giovane farmacista di buona famiglia, venuto colà per fare i suoi anni di pratica, d'un carattere dolce e tranquillo, ma che sotto un'apparenza un po' fredda copriva una forza di sentimento tanto più grande quanto meno patente; uno di quelli che non fanno all'amore, ma amano, la vedeva passare dinanzi a sè tutti i giorni ad un'ora medesima. Senza avvedersene cominciò ad aspettare quest'ora; e terminò col non pensare che a quella per tutte le ventitrè che correvano fra l'uno e l'altro momento in cui poteva veder la Fanny. Egli non le avea parlato e l'amava. Ella se n'era accorta sino da' primi giorni, e non mancò d'aggiugnerlo nella sua mente al numero di quelli che spasimavano del fatto suo: ed ora con uno sguardo soave, ora con uno sgarbo, ora con un sorriso a fior di labbra, ora con una affettata severità non mancò di tener vivo nel giovane Filippo il fuoco nascosto che ben presto dovea divampare.
Divampò: ma invano. Il giovane s'accorse che la civettuola non sentiva per lui più che non sentisse per dieci altri o più, che la vagheggiavano senza amarla. Cauto e riflessivo, dopo aver parlato due volte con lei, la conobbe; e se non potè disamarla del tutto, certo lasciò la speranza di guadagnarne l'affetto. Uomini tali non sono fatti per le passioni d'un giorno. Fece uno sforzo e si persuase di averla scordata.
Una donna del carattere di Fanny in simile congiuntura non manca per ordinario di riguadagnare con nuove lusinghe il terreno perduto; e spesso ella sente alla sua volta l'amore che l'altro non sente più. Ma era serbata ad un castigo ancora più duro. Ella dovea perdere ad un tratto quella bellezza alla quale avea sacrificato la pace di tanti. Fu colta dal vajuolo e rimase deforme.
Il giovane farmacista lo seppe dal medico che la curava e gliene prese una compassione così profonda e sincera come se ancora l'amasse. Volle vederla; e non gli mancò il mezzo di recarsi a quel letto in compagnia del medico amico suo. La povera Fanny provò uno di quei dolori che la parola non può descrivere, e Filippo s'avvide d'aver commesso un atto crudele senza saperlo. Procurò consolarla, ma i suoi conforti produssero un effetto affatto contrario. Oh! se avesse potuto trovar tra' suoi farmachi alcuno che le restituisse la perduta bellezza! Egli sarebbe stato l'uomo più felice che fosse mai! Ma le cicatrici erano troppo profonde, nè l'arte umana poteva rimarginarle. Ella era condannata a rimanere un oggetto di compassione per tutta la vita! Se non fosse stata lusingata da una secreta speranza di risanare, io credo che, vana come era, avrebbe preferita la morte ad una esistenza che oggimai non sembrava dover prometterle alcun trionfo.
Il medico aveva ordinato che le fosse tolto ogni specchio, e dissimulava alla giovane disgraziata la gravezza del male, almeno fino a tanto che, rimessa in forze, potesse lottare contro il dispiacere d'aver perduto per sempre l'attributo della bellezza. Ella risanò. Le sordide scaglie abbandonarono la sua pelle, gli occhi s'aprirono, rivide la luce, si sentì rivivere alla natura: ma un tremendo sospetto la tormentava, un sospetto più insopportabile della certezza. Contro il divieto del medico, ella ebbe tra le mani uno specchio: vi si guardò, e sentì mancarsi!
La disperazione e l'abbattimento in cui cadde la povera giovane quando si vide spogliata di quella bellezza ch'era suo unico vanto, non mancò di aggravare la sua malattia, e render più incerta e più tarda la guarigione. Ella s'era chiusa in abituale silenzio, che interrompeva soltanto quando era sola prorompendo in dirotte lagrime. Ai conforti del medico, ai gioviali colloquii delle compagne, che pur talora venivano a visitarla, mai non fu vista sorridere. Riprese a poco a poco i suoi lavori, e li eseguiva indefessa quasi coll'opera assidua volesse assopire il doloroso pensiero che la pungeva. Ella non era più bella! Nessuno l'avrebbe più guardata se non per compiangerla! Condannata ad essere spettatrice dei trionfi delle amiche sue, già tanto inferiori a lei per bellezza! — Ogni donna comprenderà facilmente più ch'io non dico, la qualità del suo cruccio.
Ma qui non doveva limitarsi la sua sventura. Richiamandosi alla mente i passati trionfi, l'imagine del giovane Filippo le si presentava sempre più cara: comprese la differenza che correva tra l'affetto di lui e quello che gli altri le dimostravano: le parve ch'egli solo l'avesse amata davvero, e a poco a poco si pentì di averlo sprezzato, e l'amò! L'amò in un momento in cui reputava impossibile averne ricambio. Avrebbe desiderato vederlo, e nello stesso tempo paventava l'effetto che le sue fattezze alterate doveano produrre sopra di lui. Egli dal canto suo non osava ritornare da lei, perchè non sapeva trovar parole valevoli a consolarla. D'altronde che cosa avrebbe più amato in quella donna, che avea perduto il solo pregio che possedesse? Ma la onesta cortesia ch'ei non cessava di usarle aumentava intanto l'amore e il martirio della sventurata Fanny. Ella perdeva lunghe ore dinanzi allo specchio tentando tutti i mezzi per riparare coll'arte ai guasti che il suo volto delicato aveva sofferti, e illudevasi, la meschina, e sperava! Spesso per ore ed ore ella accomodava i suoi capelli, unico tesoro che le fosse restato pressochè illeso; e disponendoli quando ad un modo quando ad un altro, tormentava se stessa e la sua immaginazione, finchè malcontenta dell'esito e indispettita, vi cacciava dentro le mani, scompigliava l'opera lunga, e dava in lagrime di sconforto e di vera disperazione.
Erano passati due mesi dacchè il medico le avea concesso d'uscire, ed ella non s'era mai risolta ad affrontare la vista degli uomini. Alfine dopo una lunga lotta parve superasse la sua avversione. Si ornò nella più squisita maniera che seppe. Due folte ciocche di biondi ricci cadenti dissimulavano in modo elegante metà della guancia. Un denso velo gittato sopra il grazioso cappello adombrava i suoi lineamenti. Consultò per oltre a mezz'ora lo specchio, si pentì dieci volte della sua risoluzione, poi facendo un ultimo sforzo, uscì di casa per recarsi alla chiesa, e quindi al suo negozio di mode.
Passò, come ognuno può credere, dinanzi alla farmacia. Vide Filippo senza ch'egli mostrasse vederla. Egli non l'avea di fatti riconosciuta; ma come persuadere alla poverina ch'egli non l'avesse fatto a bello studio per toglierle ogni speranza? Seguitò la sua via frettolosa con l'inferno nell'animo: giunse al negozio, ricevette le accoglienze ambigue e crudelmente gentili delle compagne, le quali si vendicarono in cinque minuti dei cinque anni anteriori durante i quali ella le avea tenute, per dir così, sotto a' piedi. Fece tutti i suoi sforzi per conservare un contegno apparentemente tranquillo, ma le pareva mille anni di trovarsi sola nella sua stanza fuori di quegli sguardi perfidamente pietosi. Giunta a casa, respirò nella solitudine; pianse, si gettò in ginocchio, pregò il Cielo a darle la forza di vincersi e ad ispirarle il partito migliore.
Ella aveva una vecchia zia in un convento vicino, alla quale, per dire il vero, non avea pensato a' giorni della sua gloria: ma nella presente umiliazione la buona parente e la solitudine in cui viveva si associarono alle tristi sue idee, e per la prima volta la vita secreta e monotona d'un chiostro le parve cosa invidiabile. Pensò di scrivere alla zia, poichè non s'attentava a farle una visita così improvvisa: ma come scriverle? chi scegliere per confidente di questa nuova risoluzione? Nessuno meglio di Filippo. Lo fece pregare a voler recarsi da lei ad un'ora determinata e l'aspettò — non senza aver prima quasi per consuetudine, ed ora per necessità, curato la sua toilette. Non già ch'ella avesse alcuna seconda intenzione. L'anima sua s'era già rassegnata; se pure nello sceglierlo a depositario de' suoi progetti era stata mossa da un secreto pensiero, non era che il desiderio di vedere quale impressione avrebbe egli ricevuto dal passo ch'ella intendeva di fare.
Egli venne premuroso, e procurò co' suoi modi affettuosi darle quella consolazione che parevagli più delicata: ma ella rimase fredda e severa. Gli spiegò la ragione perchè avea desiderato vederlo; notò, non senza piacere, la meraviglia ch'ei ne mostrò. — Caro amico — diss'ella — il mondo non è più per me: questa malattia mi fece veder le cose sotto un aspetto molto diverso: io non potrei più sperare un collocamento..... no, non m'illudo, Filippo..... io non potrei far più felice un compagno. Voglio ritirarmi colla mia buona parente. In quella solitudine imparerò a leggere, a scrivere, a disegnare, a sopportare pazientemente la mia disgrazia. Scrivete ciò che credete opportuno; voi non avete bisogno d'altre parole. — Filippo le scrisse la lettera. Egli volea sulle prime stornarla dal suo proposito: ma soddisfatto a ciò che riteneva fosse obbligo di cortesia, lasciò correre. Pensò anch'egli che una tale risoluzione poteva tornar utile per ogni conto alla disgraziata fanciulla, e risparmiarle molte amarezze che non le sarebbero risparmiate nel mondo. Sicchè Fanny rimase nella prima incertezza; anzi ne trasse la conseguenza che nella gentilezza del giovane non entrasse oggimai più nulla del primo affetto. Lo ringraziò del servigio prestato, e si congedò con brevi e secche parole da lui. Ah! la poveretta avea perduto un'ultima secreta speranza che avea conservata nel cuore!
Dopo otto giorni venne a cercarla una vecchia pinzochera da parte della zia, e le disse in nome di lei ch'ella era molto contenta della sua risoluzione, che l'aspettava al convento dove le avrebbe tenuta compagnia e cominciato subito il suo noviziato. Aggiunse che ella stessa l'avrebbe accompagnata, perchè non s'indugiasse aspettando una buona occasione. La fanciulla non fu troppo sodisfatta di un così pronto adempimento alla sua domanda. Avrebbe voluto guadagnar tempo.... ma non l'osò. Presa alle strette fece uno sforzo per far tacere tutti i suoi dubbi; e il giorno dopo partì colla vecchia. Quando vide la città che fuggiva, una tetra malinconia s'impadronì del suo cuore. I bei giorni passati le ricorrevano alla memoria; i castelli in aria sfumati come la nebbia al vento; gli amori offerti, provocati, respinti. Le pareva che ogni svolta della strada allontanandola dal campo delle sue glorie e delle sue speranze, l'allontanasse da tutto ciò che la vita aveva di più desiderabile e caro. Il guardar fuori dallo sportello le divenne insopportabile angoscia. Si chiuse il viso fra i lembi dello scialle, e mentre la sua compagna girava fra le dita i grani del suo rosario, ella piangeva tacitamente, in tale amaro alternarsi di pensieri e di imagini che lasceremo indovinare a quelli che si sono fatti un'idea del suo carattere e della situazione in cui si trovava il cuore di Fanny.
Nei primi giorni il convento le parve veramente un luogo d'asilo contro le amarezze paventate nel mondo. Accolta dalla buona parente con non infinta pietà, faceva nella sua mente il confronto tra quest'accoglienza e quella che avea ricevuta dalle compagne. Quivi almeno non v'era chi l'avesse veduta prima della sua malattia. I lavori, i discorsi, le pratiche religiose che si tenevano là dentro, impedivano al suo pensiero di fisarsi sopra il suo stato. Passava la sua giornata in compagnia di suor Angela, ed insegnava alcuni punti, alcuni ricami a parecchie fanciullette educande, le quali cominciarono ad amarla teneramente, sentendosi amate da lei. Depose i suoi vestiti galanti, e ne prese uno semplice e modesto; onde perdute le abitudini antiche, si venne facendo di giorno in giorno men trista.
Non pensate però che anche qui non avesse qualche momento amaro. Doveva udire di tratto in tratto i consigli della zia e di qualche altra religiosa, le quali s'erano fitte in pensiero di compiere, come dicevano, la sua conversione, e ritenerla definitivamente là dentro. Volevano persuaderle, le pie monache, come ella dovesse ringraziare il Signore d'averla tolta dalla strada della vanità e della perdizione. — Che cosa è la bellezza del corpo, dicevano, appetto alla bellezza dell'anima? Questa dovesse apprezzare, questa accrescere più che potesse. Con quella poteva piacere agli uomini: con questa avrebbe piaciuto a Dio. V'erano state molte sante che s'erano svisate a bella posta per togliersi ad ogni pericolo: perciò le religiose facevano il sacrificio de' loro capelli; sacrificio ch'ella stessa avrebbe dovuto fare. — Erano buoni e santi consigli, ma ancora intempestivi per la giovane crestaia. Ella non n'era punto capacitata nel suo interno, benchè si guardasse bene dall'opporvisi apertamente. Quanto a' suoi capelli li avrebbe recisi quando fosse appieno sicura di restar lì. E la priora ch'era donna erudita, osservando l'ingegno pronto della novizia, prese ad ammaestrarla nelle lettere, nelle quali fece progressi sì rapidi da trasecolar quelle religiose donne, che cominciarono a trovar pascolo alla loro innocente vanità nell'insegnare a Fanny tutti quei lavori e quelle galanterie da convento che fanno ammirar la pazienza di chi le fa. La giovane che avea l'istinto della grazia e del buon gusto in poco tempo superava le maestre, e cominciò ad imitar colla seta e colle carte i più bei fiori che raccogliesse nell'orto. Quelle occupazioni, quegli studii spandevano una quiete ineffabile nel suo cuore. Le parole delle buone suore facevano maggior presa nell'animo preparato. Cominciava a pregare con maggior raccoglimento. Quella vita operosa e monotona cominciava a piacerle. Le monache non dubitavano più ch'ella avesse a proferire i suoi voti. Ma la buona parente, già vecchia e infermiccia, trascorsi appena dieci mesi dalla venuta di lei, passava a vita migliore, lasciando la povera giovane orfana e straniera in quel luogo. Chiamatala al suo letto di morte, le replicò i consigli che cento volte le aveva dati, e si fece dar parola dinanzi ad alcuna di quelle madri, che non avrebbe pensato ad abbandonare il convento. La povera Fanny versando larghe lagrime promise tutto, e la vecchia benedicendola spirò consolata.
La nipote però non tardò molto a pentirsi della promessa, o per dir meglio, non si tenne più obbligata ad adempierla. La zia sentiva per essa un affetto vero, e sapeva cogliere il momento opportuno per far breccia co' suoi consigli nell'animo suo. Codesta discrezione, codesto discernimento mancava alle altre, e pressandola ad ogni ora, le fecero venir in uggia uno stato, che a poco a poco avrebbe forse abbracciato spontaneamente. Cominciò a indispettirsi di quel fervore. Cominciò a dubitare del disinteresse di quelle donne; e convivendo con esse, vide anche là molti interessi e molte cure mondane. Educata in questi mesi di ritiro, imaginò un metodo di vita ch'ella poteva condurre anche al secolo, senza essere men virtuosa e meno tranquilla. Gli scherni delle compagne, la noncuranza del mondo le facevano meno paura. — Io mi renderò amabile, diceva fra sè, colla coltura del mio spirito, colle mie maniere, con mille modi indipendenti dalla bellezza. — Questi pensieri e i consigli importuni che riceveva, non mancarono di produrre il loro effetto. La giovane, quando manco se l'aspettavano, dichiarò alle monache e al padre direttore ch'ella non si sentiva alcuna vocazione per lo stato monastico; e che pensava di ritornarsene al secolo. Potete imaginare che ne seguisse! I consigli raddoppiarono, e men dolci di prima. La vita del convento fin allora indifferente, e sulle prime piacevole, le divenne un'orribile prigionia. Contava i giorni e l'ore che terminasse l'anno di prova, e appena terminato, fece il suo fardello ed uscì.
Il padre direttore, uomo di rara discrezione che s'era adoperato perchè non fosse fatta violenza alcuna a' suoi desiderii, le trovò una buona occasione per tornare alla patria, e la raccomandò ad un'ottima donna che l'avrebbe ricevuta in sua casa. Fanny baciò, piangendo, la mano al buon sacerdote, e l'indomani, dopo un anno d'assenza rivide la città che le parve più bella che mai e sorridente quasi d'amore. Quell'anno di reclusione, le non poche letture fatte, l'educazione interna che meditando s'era in lei compiuta, tuttociò le aveva aperto gli occhi ed ampliata l'immaginazione. La vista del mare non mai l'era parsa così bella, così imponente. Lo salutò come imagine della sua libertà, e questo momento fu il primo di vera gioia ch'ella provasse dopo la sua guarigione: perchè non era nata per quelle ascetiche e solitarie aspirazioni del chiostro. Ella era nata per amar qualcheduno nel mondo.
E finchè visse la sua buona parente, l'amava di cuore, e questo affetto bastava all'animo suo. E se avesse potuto sperare pur un ricambio di sentimenti da Filippo, se avesse portato nel convento la persuasione d'esserne amata, io credo che quella solitudine le sarebbe parsa men dura. Amare non basta per una donna. Bisogna ch'ella creda, o almeno s'illuda d'essere amata: bisogna ch'ella abbia provato almeno un momento nell'animo quello stato d'intima soddisfazione che vien da un affetto reciproco. Questo secreto, indistinto desiderio ora la riconduceva nel mondo, la riconduceva a soffrire.
Quella prima battaglia, la battaglia della vanità e dell'orgoglio mortificato, non la spaventava più. Oggimai aveva rinunciato al titolo di bella per sempre: aveva imparato a scherzare con grazia sulle sue fisiche imperfezioni. Ella non lasciava tempo agli altri di dirigerle un frizzo: si canzonava da sè, senza affettazione, e senza il secreto desiderio d'essere smentita dagli altri: sciocca abitudine di molte donne di fare certi atti di umiltà per provocare un alimento alla celata superbia che le divora. Fanny non diceva d'essere brutta, perchè l'altrui gentilezza dicesse il contrario: ma tutte le volte che ella era posta ad un confronto pericoloso, sapeva con un tratto di spirito richiamar l'attenzione di chi era presente a qualche cosa di più nobile della materiale bellezza. Così lasciando alle sue rivali gli effimeri trionfi di quella, si facea perdonare il vantaggio ch'ella aveva sopra di loro.
Per alcun tratto di tempo le cose procedettero bene. Rassegnata, dolce, insinuante, destra in ogni genere di lavori, ornata lo spirito di non poche cognizioni che le sue letture le procuravano, era giunta a guadagnare da un lato quella superiorità che avea perduto dall'altro. Ma non le bastava. Tutte le volte che era testimonio alle facili adorazioni che i giovani profondono alla più bella, tutte le volte che alcuna delle compagne le teneva discorso de' propri amori, uno sconforto amaro, una secreta e invincibile invidia la sorprendeva. Buona com'era, non avrebbe già tolto alle compagne l'ambita felicità: ma non le pareva giustizia che mentre era a tutte sì facile amare ed essere amate, non ci fosse un cuor solo che battesse per lei, un cuor solo che sapesse comprendere il suo! Talora gli uomini le parevano portenti di stoltezza e di crudeltà. Prodigavano le loro idolatrie alla materia incapace d'intenderli, e lei lasciavano sola, negletta, come un paria, come un essere degradato e privo di sentimento e di affetto. Eppure, con quali tesori d'affezione, con quai liberi sacrifizi la povera Fanny avrebbe ricompensato uno sguardo cortese, un cordiale saluto, una stretta di mano! Nessuno forse ha letto questa pagina degli umani dolori, questa continua violenza per reprimere dentro al cuore le ricchezze d'un affetto che non ha una metà a cui consacrarsi! Per queste anime desolate non c'è che la fede nella vita futura: ma se non riescono sante, c'è molta probabilità che convertano in odio quell'amore che non fu da nessuno curato.
Ma Fanny non era destinata a bere fino al fondo questo calice amaro. Ella non si credeva amata dal giovane farmacista: ma e' l'amava davvero. E reduce a que' giorni dall'Università, dove era stato matricolato, non mancò di chieder conto di lei, e seppe con sorpresa e con vero piacere il suo ritorno.
Era una bella sera di maggio. Egli l'aspettò nell'ora in cui usciva dal suo negozio, e le propose di accompagnarla fino a casa. Ella conosceva sì bene i costumi del giovane, aveva tanto desiderato di rivederlo, che senza alcuna opposizione passò il suo braccio sotto quello di lui, e tutti e due poco parlando, ma dolcemente commossi, s'incamminarono verso l'abitazione della fanciulla; e lì dovevano separarsi. Ma troppe cose lor rimanevano a dire, e il desiderio d'espandersi reciprocamente si faceva maggiore ad ogni momento. Onde una buona mezz'ora restarono appoggiati agli stipiti della porta, colle mani congiunte, perduti in uno di quei colloquii deliziosi che sono una felicità per tutti — e che si può pensare se erano una beatitudine per Fanny. Povera fanciulla! Ella aveva per anni ed anni desiderato un momento simile a quello, e quando meno se l'aspettava, Iddio glielo aveva concesso! Senza dirselo, senza pensarlo, invece di salire le scale, essi staccaronsi dalla porta e ripresero il sentiero della collina. E su, e su, senza guardarsi d'attorno, senz'accorgersi dell'andare, senza far attenzione alle magnifiche scene del cielo stellato, del mare immenso che lo rifletteva da lungi, degli alberi che spandevano in seno alla notte i loro divini profumi. Forse il loro cuore sentiva queste armonie della natura; forse nell'estasi loro, negli affettuosi colloquii c'entrava tutto codesto: ma erano troppo profondamente commossi per avvertirlo e per dirselo.
Quando furono ad una svolta del sentiero che taglia a sghembo il declivio della collina, sedettero sotto una quercia, e stettero muti sempre colle mani strette a vicenda. Molte cose s'erano dette, ma più assai che la parola non può definire, spiegava quel delicato e cordiale contatto. E nessuno avea fino allora parlato d'amore; nessuno di matrimonio. Filippo fu il primo a dare una tale direzione alle idee, e confidò alla fanciulla come a Padova gli era stato offerto un partito assai vantaggioso: una giovane avvenente, che aveva mostrata una decisa inclinazione per lui. Aggiunse ch'egli avea pigliato tempo a risolvere, ma ora....
— Ma ora.... che volete voi dire? — domandava Fanny.
— Ora — diss'egli — sarei meno che prima disposto ad accettare l'offerta. Voi sapete da quanto tempo ho consecrato i miei affetti ad un'altra persona. Molte cose sono avvenute dappoi....
— Oh sì molte cose! — rispose rapidamente Fanny. — Per carità, Filippo, non pigliate sopra di me la crudele vendetta di lusingarmi! Voi ricordate un tempo molto diverso: una persona che è già tanto mutata! Uditemi: uno dei miei più vivi desiderii era quello di rivedervi, era quello.... di udire dalla vostra bocca che voi sentite per me qualche cosa più che una sterile compassione. Ora io sono contenta.... voi potreste offerirmi la vostra mano: io mi sentirei, Filippo, il coraggio di rinunciarvi.
— Ma perchè? Mi sarei io dunque nuovamente ingannato?
— Non c'illudiamo, Filippo! La vostra amica non potrebbe sempre avere a' suoi comandi quest'ora tenebrosa e le dolci emozioni di questo momento.... no! Io non m'esporrò mai a farvi pesare come un sacrificio il dono che potreste farmi della vostra mano. Pensate, amico mio, ch'io sono gelosa; ch'io so d'aver perduta quella infelice bellezza di cui ero troppo superba: vedrei una rivale in ogni femmina che vi si appressasse.
— Avresti torto, Fanny; poche donne certamente potrebbero gareggiare con te di sentimenti sì nobili e delicati. Oh! mi stimi tu così stolto da credere la bellezza il pregio più importante della donna ch'io volessi far mia compagna per tutta la vita? La bellezza è così effimera e passeggera — tu stessa l'hai sperimentato — ma quali doti più intime, quali grazie più apprezzabili non hai tu saputo acquistare! Oh Fanny! questo non è nè il tempo nè il luogo più conveniente per farti una proposizione sì seria quale è quella di unire i nostri destini. Potresti credere ch'io volessi approfittare d'un momento d'ebbrezza. Scendiamo, mia buona amica: ripiglieremo questo discorso a miglior occasione. —
La povera Fanny era rapita in un'estasi deliziosa. Le parea di sognare ancora queste parole, come più volte le avea sognate senza sperare che s'avverassero mai! Scese a braccio di lui tutto il pendìo senza sentir sotto a' piedi la terra. Le acacie mosse dal vento spargevano di bianchi e odorosi fiori la via. Giunti sul limitare della sua casa, si strinsero più strettamente la mano. Le labbra ardenti del giovane sfiorarono le chiome di lei dalla notturna rugiada inumidite e disciolte. Stettero alcuni momenti in quella affettuosa attitudine, e si separarono.
La fanciulla, oppressa dal peso della sua stessa felicità, non tardò a coricarsi; ma non dormì, come ognuno si può figurare. I suoi pensieri erano una preghiera, un ringraziamento, un dubbio consolato dalla certezza, un trionfo dell'anima che poteva finalmente aspirare alle più sublimi gioie della vita. — Ma la mattina seguente pensandovi a mente più riposata tornò seriamente al primo proposito; e presa la penna cominciò a scrivere al buon Filippo una lettera in cui gli veniva esponendo i suoi dubbi, e la sua risoluzione di non legarsi con lui. «D'una cosa — diceva ella — io poveretta avevo bisogno per non darmi alla disperazione: di sapermi non disprezzata, amata un poco da voi! Senza di questo la mia vita mi sarebbe parsa una notte perpetua, e non avrei saputo affrontarla. Ora che voi avete detto d'amarmi.... io sono contenta.... La vostra mano riposò nella mia, il mio cuore ha sentito il battito del vostro cuore: io posso ringraziare il Signore di un tal benefizio. Questo pensiero mi sarà sempre presente: questa rimembranza mi basterà. — Andate, caro Filippo, andate a Padova, date la vostra mano a quella d'una donna che unisca ai pregi dell'animo, quelli ancora del corpo. Dio vi guardi dallo stringere un vincolo di cui abbiate a pentirvi! Io ho pensato a questo nel monastero dove stetti un anno rinchiusa, e vi parlo per esperienza. Andate, Filippo, e se è possibile, senza ch'io vi rivegga. Ora io posso ancora darvi questo consiglio: più tardi forse non lo potrei. — Se sarete felice, pensate che una vostra parola bastò a far conoscere anche al mio cuore la felicità. Se sarete sventurato, ricordatevi che avete un'amica nella vostra — Francesca.»
Quando Filippo ricevette questa lettera, ne aveva già scritta un'altra al padre della fanciulla che gli era stata proposta — colla qual lettera, nella miglior maniera che seppe, procurò di svincolarsi da ogni trattativa ulteriore. Impostata questa, corse dalla Francesca, e le disse abbracciandola che il suo foglio gli era giunto un po' troppo tardi: che l'affare di Padova era già sciolto; ch'ella sola doveva essere la sua sposa. Aveva già fatto alcuni passi per avere un posto di direttore nella farmacia dove aveva fatto la pratica. Intanto pensava di recarsi a visitare la sua famiglia per ottenere l'assenso al suo matrimonio. Fra due mesi sarebbe di ritorno.
Lascio qui la mia storia.... perchè mi mancano i documenti necessarii a continuarla. Ma tutti quelli che s'interessano alla felicità della buona Francesca possono dormir tranquilli sul conto suo, ch'ella non si lagna più del vaiuolo che, alterando la purità de' suoi lineamenti, l'avea preservata da molti inganni e le aveva insegnato che v'è qualche cosa di più durabile e di più possente della bellezza esteriore nei pregi dello spirito e nei delicati sentimenti del cuore.