II.

Angela, così chiamavasi la giovanetta, era una di quelle nature piene di bontà e di giustizia che farebbero credere alle incarnazioni platoniche degli spiriti puri. Figlia unica, amata fin troppo, come accade, da' suoi genitori, aveva potuto abbandonarsi a tutta la ingenuità del suo istinto. Ma questa libertà, che in altri caratteri suole aprir l'adito a tante cattive abitudini, non avea fatto che svolgere in lei la ricchezza esuberante di un'anima generosa e gentile.

A sett'anni avea perduto la madre. La vecchia dama che abbiam veduto con lei, era una sorella del padre suo, buona donna nel fondo, ma d'un'indole assai diversa dalla nipote, ch'ella avea preso ad istruire in quei doveri e in quei modi che una damigella ricca e ben nata non può impunemente trascurare nella società de' suoi pari.

La giovanetta era docile e attenta, tanto ai consigli paterni, quanto alle ammonizioni troppo frequenti dell'amorevole zia, tutte le volte che questi consigli e queste ammonizioni non le parevano contraddire agl'invincibili istinti dell'animo suo.

Codesta inclinazione, codesto istinto che era la base del suo carattere, la chiave di tutte le sue azioni, di tutti i suoi sentimenti, la induceva a sposare la parte del debole e dell'oppresso in qualunque ordine d'esseri si trovasse. Il fatto di cui fummo testimoni non era punto nuovo nè straordinario per lei. Non poteva uscire una volta senza farsi l'avvocata e la tutrice di qualche animale maltrattato, di qualche povero respinto con troppa durezza, di qualche creatura insomma men favorita dalla nascita o dalla sorte. Angela era nata suora di carità, elemosiniera universale, raddrizzatrice dei torti di tutti i suoi simili. Era stata una fortuna per lei nascere ricca abbastanza per asciugar qualche lagrima, ed esaudire qualche preghiera. Ma guai se il padre e la zia non mettevano freno a questa tendenza, e non le misuravano il denaro di cui poteva disporre. Ella avrebbe dato fondo in un anno, nonchè alla sua dote, a tutto il patrimonio paterno.

Qui però non v'è nulla che possa fare gran meraviglia. Su dieci giovani abbandonati al loro istinto naturale, nove almeno si mostrano generosi e compassionevoli verso gli altri. Pochi sono i caratteri naturalmente avari e impassibili alle altrui sofferenze: ma bene spesso la loro bontà si direbbe frutto d'orgoglio, e le loro largizioni non hanno altro scopo che di sottrarsi all'aspetto della miseria presente.

Angela operava per un sentimento più puro e profondo. Permettetemi di scendere a qualche particolare che ho potuto osservare e studiare più da vicino.

Nata nell'agiatezza, sana ed aitante della persona, circondata fin da bambina di tutte le cure, di tutto l'affetto, il suo cuore s'era aperto alla felicità, come i suoi occhi alla luce. La vita era per lei sì dolce, sì lieta, sì facile, che ogni suo desiderio, prima quasi che nato, era pago. Ella non conobbe per lungo tempo il dolore, nè fisico, nè morale. Allontanata per cura de' suoi da tutto ciò che potesse dargliene l'impressione e l'idea, ella credeva che tutti i viventi, tutta la natura uscita dalle mani di Dio non potesse essere e non fosse che un concerto di lodi e di benedizioni al Creatore, immensamente giusto, misericordioso e benefico.

La perdita della madre, morta nel dare alla luce un bambino che non potè sopravviverle, fece uscire dal suo sogno beato la giovanetta. Come! Nel momento ch'ella si aspettava di avere un fratello, un altro oggetto dell'amor suo, la poverina s'era veduta innanzi due spoglie inanimate, due tristi trofei della morte! La morte! Ella non aveva ancora saputo che fosse morire! Quali severe lezioni ricevette la poverina ad un tratto! Aveva appreso che tutto non era nel mondo gioja, vita ed amore. Avea veduto soffrire e morire!

Questa dura esperienza non alterò punto l'indole sua, ma diede una nuova piega al suo cuore, e vi fe' nascere un sentimento di pietà che ancora non conosceva.

Più tardi le occasioni di esercitar quest'affetto si fecero più frequenti. Affidata a mani straniere, benchè amorevoli, uscita da quell'atmosfera di luce e d'amore in cui era cresciuta fino allora, venne a conoscere che il mondo è tutt'altro che una terra promessa, che gli uomini sono tutt'altro che fratelli tra loro, che il concerto che si levava d'intorno a lei non era punto un inno di lode e di benedizione all'Eterno.

Non dirò per quali fatti e per quali successive esperienze ella facesse un'altra dolorosa scoperta. Vide, o le parve vedere, che la lotta e la guerra sono da per tutto; che il mondo è diviso in due campi: umili e prepotenti, oppressori ed oppressi, felici e sventurati. Perchè questa sì gran differenza, perchè questo eterno conflitto d'interessi, di desiderij, d'idee? Ella non poteva formulare, nè risolvere quest'ardua questione; ma il suo cuore la sentiva e ne serbò l'impressione la più dolorosa.

Evvi un momento nella vita in cui il cuore s'apre ad una rivelazione interiore; in cui un pensiero si leva nella notte profonda dell'anima, come un sole che illumina il mondo, e le dà l'intelligenza di tutto ciò che prima era passato dinanzi a noi, come i colori dinanzi ad un cieco, e i mille suoni della natura ad un sordo.

Una volta che la bambina ebbe l'intuizione di questa lotta tra i deboli e i forti, tra i felici ed i miseri, guardò e la vide ripetersi ad ogni momento, dovunque volgesse lo sguardo. Chiese un giorno a sua zia perchè distruggesse i bruchi che rodevano le foglie degli alberi; domandò al giardiniere perchè strappasse con tanta ferocia le piante che sorgevano spontanee fra i suoi garofani. Non hanno essi quei bruchi tanto diritto di vivere quanto gli uccelli dell'aria? E che colpa hanno codeste povere piante per esser chiamate male erbe e sterminate dal suolo, dove la mano di Dio le avea seminate?

Questo sentimento, per difetto di una risposta soddisfacente, diveniva a poco a poco un tormento per l'animo della strana fanciulla. E nella sua bizzarria credeva compiere un atto di giustizia prendendo sotto la sua special protezione i bruchi più ispidi, i ragni più mostruosi, i cardi e le ortiche del suo giardino.

Non già ch'ella non sapesse apprezzar la bellezza. I bei fiori, le variopinte farfalle, i bei cavalli che correvano per la via, tutto ciò che vedea di leggiadro, di nobile, di luminoso, la empiva di gioja e d'entusiasmo: ma quando vedeva tutti gli omaggi, tutte le ammirazioni piover su questi, e gli altri oggetti fatti segno, senza lor colpa, d'odio e disprezzo, il suo cuore si ribellava contro siffatti giudicj, e diveniva ingiusta verso le cose belle, a forza di pietà per le brutte. Quindi il padre, la zia, e le persone che frequentavano la sua casa, le avevano dato per celia il nome di giardiniera delle male erbe.

— Ogni simile ama il suo simile, — le diceva talora la zia. — Tu devi crescere come un'ortica, e innamorarti di un ragno. —

Ma la nostra amica non si adontava di questi motteggi. Rispondeva alla zia con altri proverbj, la eccitava a non disputare dei gusti, e a rispettare i bruchi per amor delle farfalle. Quanto alle male erbe, voleva persuaderla che, vedute colla lente, erano cento volte più belle delle camelie e dei rododendri che costavano tante cure e tanti quattrini.

Tutto questo vi spiegherà facilmente com'essa accorresse con tanta alacrità in difesa del povero Cosimo. La zia, come potete credere, non mancò di raccontar l'avventura, ed eccoci alle solite celie sulle sue singolari predilezioni. Angela sulle prime non vi badò, poi si mise a difendere quel poveretto con tanto fuoco, che le burle cessarono.

Ma le cose non dovevano finir lì. Un medico amico di casa, che s'era trovato presente alla mischia, recò la novella, pochi dì dopo, che la madre del povero nano era morta. Angela impallidì come si trattasse di una persona cognita e cara. Si accusò di non essere accorsa al letto dell'inferma per assisterla e consolarla. Tutta quella sera fu malinconica: la notte non potè chiudere occhio, finchè non ebbe proposto a se stessa di cercar notizie dell'orfano. — Chi sa — pensava — che la Provvidenza non me l'abbia fatto capitare sott'occhio perchè non manchi di un appoggio e di una difesa. Il dottore — soggiunse — m'ajuterà a rintracciarlo, e poi, se il Signore m'ha destinata ad essere l'istrumento della sua bontà, e' saprà bene condurmelo innanzi! —

Fatto con se stessa questo proponimento, la buona Angela potè prender sonno, e dormì tranquillamente sino a giorno.