I.
Chi di voi, cari amici, non è stato testimonio d'alcuno di quegli atti di spensierata crudeltà onde i fanciulli sogliono aggravar la disgrazia di un loro compagno maltrattato dalla sorte o dalla natura?
Non sono molti anni mi accadde di trovarmi presente ad una di queste scene. Un povero nanino contraffatto della persona, mentre passava per la via frettoloso, s'imbattè in uno stormo di scolarucci che, come uccelli fuggiti di gabbia, scorrazzavano per la via. Urtato non so se a caso o per beffa da alcuno di quegli storditi, si lasciò cadere di mano un boccettino ch'era ito a cercare alla farmacia. Il dolore e la collera che ne provò si manifestarono con modi così grotteschi, che i monelli, anzichè prenderne compassione, cominciarono a riderne e a motteggiarlo. Non era la prima volta che si divertivano alle sue spalle, poichè alcuno di que' tristarelli lo interpellò come una vecchia sua conoscenza. — Che hai, Squasimo'? — disse questi, storpiando per ischerno il nome del gobbino, che, come seppi, era Cosimo. — Gran disgrazia per guaire sì alto! O che c'era nell'orcio? — Nulla, nulla: — soggiunse un altro — t'aiuteremo a raccogliere i cocci: — e così dicendo, l'urtava e gittava a terra.
— La mia medicina! — strillava il misero — la mia medicina!
— Ci vuole altro che una medicina per raddrizzarti le reni! — E qui uno scroscio di risa generali, quasi a nessuno potesse venire in mente il vero motivo di quella disperazione.
— Consolati, Cosimodo! Tanto e tanto morresti gobbo. —
Il povero tribolatello, avvezzo senza dubbio a quegli scherni, guardava immobile, trasognato la boccia infranta senza badare alle beffe crescenti di quegli sgarbati. Ma tutt'ad un tratto perdè la pazienza, e mutando attitudine ed espressione: — Bene! — esclamò: — l'avete rotta: affè di Dio, la pagherete. Fuori tutti i quattrini che avete in tasca! Voi siete ricchi, voi. Datemi il denaro per prenderne un'altra, e presto; se no, vi mostrerò che le mie mani son sane. —
L'improvviso mutamento e la strana pretesa del nano furono accolti, come è da credere, con nuove risa.
— Piglia, Cosimo. Quanto vuoi? — disse il più mariuolo, e sporgendogli il pugno chiuso come per dargli alcun che, gli assestò un sorgozzone di sotto al mento. Fu il segno di una mischia inuguale fra cinque o sei de' più scapestrati, e il povero Cosimo che, tra per la perdita fatta, tra per l'ingiustizia di quegli oltraggi, era venuto una furia.
Un pittore ch'era con me, dilettante di quelle scene m'aveva trattenuto dall'intervenire a tempo fra que' monelli. Qui però l'istinto la vinse, e mi mossi in aiuto del povero gobbino mal capitato.
Era troppo tardi. Egli aveva già trovato una difesa più pronta e migliore in un'amabile giovanetta che passava di là in quel momento. Rapida come un lampo, si era staccata da una vecchia dama che l'accompagnava, e slanciata fra la mischia. D'un colpo d'occhio il suo cuore aveva giudicato da qual parte stava la ragione, da quale il torto. Prendendo la mano del meschinello, e coprendolo fieramente della sua persona, colla sola attitudine e colla nobile espressione del volto impose silenzio a que' mariuoli, e li volse in fuga. Il mio amico pittore se avesse il dono di percepir l'ideale della bellezza, come ha quello di cogliere la brutta realtà, avrebbe avuto costì l'argomento di un magnifico quadro. Ma egli tirava a far denari e adulava il gusto corrente.
Quella giovanetta poteva avere tutt'al più quindici anni. I capelli biondi, gli occhi azzurri, e più l'espressione morale della fisionomia la faceva somigliante ad un angelo: ad uno di quegli angeli costodi che i pittori toscani immaginarono così divini.
Il povero Cosimo, tutto stupefatto di questo ajuto, dovette prenderla anch'egli per una apparizione celeste, poichè si lasciò cadere in ginocchio, e pallido ancora per le diverse emozioni che aveva provato, la fissava cogli occhi brillanti di lagrime, con un sentimento ineffabile di adorazione e di gratitudine.
La vecchia signora richiamava a sè la fanciulla con aria severa, e volgendosi a' circostanti, pareva volesse scusare l'atto indecoroso a cui s'era lasciata indurre dal suo buon cuore. Ma la giovinetta non badava nè al crocchio che s'era fatto d'intorno a lei, nè ai rimproveri della zia. Fatto alzare il suo protetto, gli asciugava la fronte col suo fazzoletto ricamato, e gli domandava la causa della contesa. Il garzoncello le additò la boccetta infranta, e le spiegò tutto, dicendo che conteneva una medicina per sua madre ammalata, nè aveva più denaro per riparare alla perdita. C'era nella sua voce e nel gesto un dolore sì vero che nessuno, nè anche il mio amico pittore, potè pensare al pretesto. Più di uno pose la mano in tasca, ma anche in questo la giovanetta fu più pronta di noi lasciando in mano al poveretto il suo borsellino.
Intanto la vecchia dama, sempre più malcontenta del contegno della fanciulla a lei confidata, era riuscita ad afferrarla per un braccio e a strascinarsela via borbottando.
— Un'altra delle tue! — le diceva. — Quante volte te l'ho a ripetere! Codeste cose si lasciano fare agli uomini. —
La giovanetta intanto aveva ripreso il suo contegno mansueto, e si scusava arrossendo dell'atto generoso, come altri si scuserebbe di un'azione imprudente e degna di biasimo.
Il suo cuore però le diceva che aveva compiuto un dovere.