V.

Ella posò la lucerna a tre becchi sullo sgabello di noce intagliato, che stava accanto a un pulito e candido letticciuolo. E auguratami appena la buona notte, uscì rapidamente, come avesse avuto paura di qualche apparizione diabolica.... o d'altra cosa che fosse.

Le lenzuola erano di bucato, e mandavano un delizioso odore di rosa e di spigo. Sullo sgabello stava un rituale colle antiche formule cattoliche per esorcizzare gli spiriti. Dalla parete pendeva un acquasantino di Luca della Robbia, colla sua frasca indispensabile d'ulivo benedetto.

Spinsi l'imposta della finestra rotonda. Era uno stellato magnifico. Gli astri scintillavano sopra una volta di fitto azzurro, tanto che la lor luce bastava, anche senza la luna, a illuminare di un misterioso bagliore la circostante natura. Sorgeva a levante la snella e fantastica torre del palazzo di città. Nessuna voce, nessun rumore turbava quel profondo silenzio, tranne il modulato singulto dell'assiolo. Se v'era notte in cui la fantasia d'un poeta potesse evocare gli abitatori d'un mondo diverso dal nostro, certo era quella.

Ma il vino di Chianti m'aveva infuso più volontà di dormire che ispirazione per una ballata alla Goethe. Quindi richiusi la finestrina, e mi coricai senza pensare nè ai Turchi, nè ai diavoli, nè alla rossa Marsigli, sultana cattolica di Costantinopoli e legittima sposa di Solimano II. Solamente, per l'abitudine letterata che mi persegue, presi in mano il rituale, e lessi la formula degli esorcismi. La lessi a metà, poichè il sonno mi sorprese, e passai dal mondo reale a quello stato d'oblìo ch'è un'altra pagina misteriosa della nostra esistenza.

Soddisfatto al bisogno de' sensi con alcune ore di sonno tranquillo e profondo, la fantasia cominciò a risvegliarsi, ricomponendo nel mio cervello le varie idee e le varie imagini che vi avevano lasciata una più viva impressione.

La prima apparizione ch'io vedessi sorgermi innanzi, fu la gentile fantesca che mi aveva augurata la buona notte. Io la vedeva come l'avessi presente, co' suoi occhi grigi e co' suoi capegli d'un biondo acceso, graziosamente rilevati sopra la fronte. Poi la nipote del calonaco ospitale mutava d'aspetto, e pur conservando il colore degli occhi e de' capelli, prendeva l'aspetto d'una donzella d'alto lignaggio, assisa su' suoi talloni secondo il costume orientale, in un chiosco elegante, rinfrescato da uno zampillo d'acqua sorgente, che ricadea mormorando in una vasca d'alabastro purissimo. L'odalisca raccoglieva le lunghe trecce de' suoi capelli fulvi entro una reticella azzurra tempestata di brillanti e di stellucce d'oro. Ella cantava, accompagnandosi con un liuto d'antica foggia, alcuni brevi ed arguti stornellini senesi.

Quando, tutt'ad un tratto, le porte del gineceo si spalancano. Alcuni paggi sfarzosamente vestiti si accostano alla gentil trovatrice e l'invitano a recarsi alla vicina moschea. Un magnifico personaggio, vestito di ermellino e ornato il capo d'un turbante di finissimo casimiro, la stava attendendo colle braccia aperte, porgendole un anello di squisito lavoro. Due altri personaggi stavano in piedi, l'uno a destra del Sultano e l'altro a sinistra. L'uno era il gran Muftì, primo interprete del Corano, l'altro il Patriarca di Costantinopoli. Il Muftì prese la mano del principe, il primate della Chiesa orientale prese quella della fanciulla, e tutti e due pronunciarono le parole sacramentali, l'uno invocando sui due sposi la pace di Allah, l'altro tutte le benedizioni del Dio d'Israele.

Ma alcuni uomini mascherati da diavoli se ne stavano in piedi dinanzi alla porta della moschea. Appena il Sultano ebbe passata la soglia, porgendo signorilmente la mano alla sua giovane sposa, quei manigoldi si gettarono sopra di lui e lo stesero morto sul suolo. Poi afferrando brutalmente la donna svenuta per lo spavento, la trassero al porto vicino, e l'imbarcarono sopra una nave pronta a salpare per l'Occidente.

Il mio sogno qui s'interruppe. Evidentemente la mia fantasia non aveva voluto imbarcarsi colla fanciulla per quel lungo viaggio di mare. Ma passato un certo intervallo, ch'io non ho dati per misurare, ecco di nuovo apparire dinanzi a me la rossa Marsigli. Il buon canonico la riceveva dalle mani de' suoi rapitori umiliati e confusi, e la riconduceva fra le braccia de' suoi genitori, che la piangevano da molti anni come perduta.

Io assistetti agli abbracciamenti, ai baci, alle lagrime di gioia che versavano i due vecchi e la giovane. Il sogno era così vero e parlante, ch'io ne provai una commozione reale, e risvegliandomi a un tratto, mi trovai gli occhi molli di pianto.

Il fatto sta ch'era giorno. Il canonico, avvezzo a levarsi coll'alba per andare al paretaio, era venuto a sincerarsi che i diavoli avevano rispettato le leggi dell'ospitalità.

Gli raccontai il mio sogno, tale quale mi fu dato raccapezzarlo, facendo a lui le mie scuse per non aver saputo connettere in miglior modo le fila della leggenda ch'ei m'avea raccontato la sera.

Lo stesso faccio con voi miei cortesi lettori, e con te specialmente, gentile giovanetta dalle fulve chiome, che meritavi d'ispirare sogni migliori e fantasie più leggiadre che non sono le mie.

— Del resto, monsignore, questo è in parte l'opera vostra. Perchè farmi trovare costì accanto al letto il vostro rituale degli esorcismi? Lo esorcismo chiama il diavolo, più che nol cacci, e questa è la ragione dell'episodio incoerente e ridicolo che guastò la fine della mia storia.

— Il bello sta appunto nel fine — disse il canonico. — È molto più morale l'aver ricondotto a casa e in terra cristiana la nostra eroina, che lasciarla costì nel serraglio in mezzo agl'infedeli e agli eunuchi.

— Ma quei diavoli che intervengono così a sproposito?

— Il diavolo mette sempre la sua coda dove gli piace. E se fa de' brutti tiri nel nostro mondo, può farne alcuno di buono nel mondo de' sogni e delle chimere. E badate, che forse non eran diavoli veri. Voi stesso mi dite ch'erano maschere. Lasciamo dunque la cosa come sta, e se alcuno la vuole più bella, se la rifaccia.


[UN VIAGGETTO NUZIALE.]

I.
Il mare e la terra.

— S'io fossi in voi, mia cara Claudina, vorrei proprio abbandonarne il pensiero....

— Oibò, signorino! Ponetevi in mente una cosa: io non cambio punto la mia risoluzione una volta presa. Appena sposati, in vapore, e via subito, lasciando la terra a chi l'ama.

— Loda il mare e tienti al lido....

— Proverbio da conigli: io non mi lascio allucinare da codeste ciance de' nostri bisnonni.

— Ma, Claudina mia cara, lasciatemi dire: non mancherà tempo: ma subito, appena sposati, affrontare i turbini, le tempeste, l'ira di Nettuno e di Teti.... Io per me crederei preferibile una buona camera, un soffice letto, un sonno tranquillo, e.... e....

— Perdonatemi, caro Giorgio, voi siete alquanto.... anzi troppo amico del riposo. Mi sono molto ingannata sul vostro carattere. Io speravo che un genovese, figlio di un marinaio, dovesse essere un po' più animoso, un po' più portato alla vita venturosa del navigante. Ma vi farete, vi farete!

— Mi farò, mi farò, ma un poco alla volta, colla pazienza. Cominciamo dal fare una visita ai vostri laghi, andremo all'Isola Bella....

— Che laghi, che laghi! Non mi fate arrabbiare.

— Alfine poi che differenza ci corre tra un lago e il mare?

— Che differenza! Ah! non mi fate dire....

— Dite quel che vi pare, ma già io potrò sempre rispondervi che voi parlate senza cognizione di causa. Voi non l'avete mai veduto il mare.

— Che importa questo? Appunto per ciò desidero di vederlo. Sarebbe bella che non si dovesse desiderare se non ciò che si conosce! Desiderate pure anche voi di veder Roma e Firenze che non conoscete che di nome!

— Gli è ben differente....

— Punto, punto, vi dico. Io il mare, vedete, non l'ho mai veduto, ma l'amo: sento che deve essere il mio elemento. I miei sogni sono tutti marini.... venti, tempeste, uragani, pirati.... Benedetto il Balzac! Egli l'ha detto in una delle sue opere: tre sono le belle cose: una nave a golfo lanciato, un cavallo alla carriera, una donna alla danza.... lasciatemi dire! voi siete sempre lì per interrompermi. Io sono affatto d'accordo col signor di Balzac. Non già ch'io ponga quelle tre cose nella stessa categoria. Si vede che il Balzac non ha scritto romanzi marinareschi. Cooper e Maryat non avrebbero messe a mazzo quelle tre cose. Oh! una nave a piene vele, una nave a tre ponti.... sublime spettacolo!

— Tutto ciò sarà vero: ma io vorrei che mi permetteste un racconto: è una storia di cui sono stato testimonio oculare.

— Sentiamo.

— Si andava appunto in uno de' nostri piroscafi fino alla Spezia: una gita di piacere e non altro, costeggiando la bella riviera. Una vera delizia finchè il mare fu piano e tranquillo. Si passeggiava sulla tolda a braccetto, cianciando, canterellando a due a due, a tre a tre senza pensare al futuro. Era fra noi una coppia d'innamorati, proprio nella luna di miele, a quel che pareva. Nel loro egoismo collettivo, non ponevano attenzione a cosa veruna, non pensavano forse che all'aria del Bellini: vieni cerchiam pe' mari, al nostro amore un porto.... con quel che segue. Come colombe dal desìo portate, pareva non dovessero mai disunirsi, e passar la vita nella più stretta comunione delle gioje e de' guai....

— Ebbene! mi sembra che la storia sia favorevole alla mia causa.

— Sin qui sì: ma adesso viene il bello.... cioè il brutto. Soffiò un po' di vento da scilocco: non mica grande da metterci in pericolo di naufragio, ma quanto bastò per torci la voglia di passeggiare sulla coperta. I più coraggiosi tennero duro, ma cominciarono a camminare a zig zag, come si dipingono le saette: le ciere diventarono pallide pallide: il capo girava a tutti, lo stomaco si disponeva a fare la sua resa di conti col mare. — Io cercavo cogli occhi i due teneri ed amorosi colombi. Che cosa credete voi che facessero?

— Oh bella! si saranno soccorsi scambievolmente....

— Voi lo credete, voi Claudina, che avete una forza di spirito e una tenerezza di cuore veramente esemplare. Ma invece que' due inseparabili s'erano separati: uno chinavasi a destra, l'altro a sinistra. Straniere mani cercavano di apprestar loro un qualche ajuto: ma essi erano divenuti affatto stranieri l'un all'altro.

— Voi siete bravissimo da inventare storielle: io non ho mai posta in dubbio la vostra facoltà poetica: ma non per questo recedo dal mio caro e vagheggiato disegno.

— Ah! Claudina, se tutt'ad un tratto voi doveste ritirarvi da un canto ed io da un altro; proprio la notte de' nostri sponsali, proprio nella nostra desiderata luna del miele, io ne sarei disperato, Claudina, e voi potreste pentirvi ma troppo tardi di non aver dato retta alle mie parole. —

Giorgio finì così la sua eloquente perorazione: guardò la sua amabile fidanzata spiando se apparisse ne' suoi sguardi un raggio di speranza: ma invano. Ella fu irremovibile. Le nozze dovevano seguire fra tre giorni, di buon mattino: una carrozza doveva aspettarli alla porta della chiesa: la sera a Genova senza indugio per imbarcarsi sopra il vapore.

II.
Claudina e Giorgio.

Da questo dialogo voi sapete presso a poco quali erano i miei personaggi.

Claudina era una ricca ereditiera milanese, orfana di padre e di madre, vissuta sotto la tutela e la sorveglianza d'una discreta parente. Giovane colta come s'accostuma a' dì nostri, sapeva sonare un po' il cembalo, ballava con grazia, cinguettava il francese, lavorava poco, e leggeva molto. Leggeva, voi già l'immaginate, tutti i nuovi romanzi che la feconda Parigi di mese in mese, di giorno in giorno, originali o tradotti, manda fuori dai suoi torchi e abbandona ai capricci della volubile moda. Milano già su questo conto della letteratura è ancora dipartimento francese, anzi ci scommetto che ci sono in Francia parecchie provincie dove le novità letterarie della capitale giungono più tardi assai che a Milano, e vi sono accolte con minor entusiasmo. Claudina dunque era tra le più appassionate divoratrici di nuovi romanzi; e in quel tempo, parecchi anni sono, i romanzi marittimi aveano preso il sopravvento grazie a' viaggi del capitano Maryat, e alle sue fantastiche scene marinaresche. La fanciulla, dotata di vivacissima immaginazione errava col romanziere sulla vasta superficie de' mari, affrontava nembi e naufragi standosi coricata sopra il suo letto, o sdraiata sopra i suoi morbidi seggioloni. Chiamava la vita di Milano una vita stagnante e monotona, aspirava al mare e si sentiva capace di dare al mondo l'esempio d'una marinaja ardita ed intrepida quanto i celebrati corsari di Cooper e di Eugenio Sue. Più volte avea pregato la vecchia zia a volerla condurre a Venezia od a Genova, non per ammirare la piazza di S. Marco, o il palazzo dei Doria, ma per vedere il mare in tempesta lanciare com'ella diceva, i suoi flutti spumanti fino alle stelle. Ma la tutrice compiacentissima in tutto il resto; non avea mai voluto appagare lo strano desiderio della nipote: al più, al più l'aveva condotta a vedere il lago di Como e s'era per la prima volta arrischiata a passarlo. Ma per disgrazia della Claudina il lago quel giorno era placido e terso come uno specchio. Non v'ebbe nulla che scuotesse la fantasia burrascosa della pazzerella; sicchè ritornata a Milano s'indispettiva col bel tempo e colla sua cattiva stella che non avea voluto procurarle il piacere di vedersi vicina al naufragio.

La ragazza era fertile di trovati. — Se questa benedetta vecchia — diceva — non mi vuol condur seco in qualche porto, io accetterò il primo marito che mi venga offerto a condizione che faccia meco un viaggio di mare. La sorte le fu questa volta propizia. Un giovane genovese, assai gentile poeta, avea pubblicato un'ode alle tempeste, e tradotto per la decima volta, come usa di fare a' dì nostri, il primo canto del Corsaro di Byron. Chiese di lui e venne a sapere ch'egli era figlio d'un capitano di nave, unico figlio, e rimasto orfano da parecchi anni per un naufragio che gli avea tolto il padre sulle rive del Baltico. Claudina non dubitò che il figlio di un marinajo non dovesse aver ereditato il genio paterno: tanto più che i primi versi che avea mandati alla luce erano versi marinareschi. Fattosi il romanzo nella immaginazione, scrisse una lettera piena d'entusiasmo al poeta, e gittò con questo le prime fondamenta d'un buon matrimonio. Giorgio Fioccardi ricevette codesta lettera colla compiacenza che è naturale ad un giovane autore; fece un viaggetto fino a Milano apparentemente per trattare d'una ristampa coll'Ubicini, ma nel fatto per conoscere la sua musa futura, e dirle a voce quelle mille e una cose che il suo lusingato amor proprio gli avrebbe dettate.

Sulle prime il contegno di Giorgio non ismentì l'opinione che la Claudina ne avea concepita; o a parlare con più precisione, ei si piegò volontieri alle idee della giovane per quell'istinto di assentazione che è naturale in un amante e in un poeta. Ma l'indole sua non era nel fatto quale appariva. Avea cantato il mare così per capriccio, con quella coscienza da umanista che oggi loda l'inverno e domani l'estate, tanto per fare de' versi: ammirabile docilità che i nostri maestri di rettorica giungono ad insegnarci a furia di temi non sentiti da chi li dà, nè tampoco da chi li tratta per obbligo di diligente discepolo. Oh bei tempi! Giorgio, scusate la digressione, era proprio uno di codesti versicolai, ma recitava con garbo, cacciava a tempo le mani ne' capelli, a tempo stralunava gli occhi da spiritato, voglio dir da ispirato, onde Claudina, senza che si possa tacciare di leggerezza, lo giudicò differente da quello ch'egli era. Ed essa medesima, chi mi sa dire se fosse quella coraggiosa giovane che voleva parere? — Lasceremo parlare la storia.

Intanto io dirò solamente che Giorgio amava la terra, adorava la calma, benediva la quiete de' campi, la luna argentea, l'ozio, il ritiro, la felicità dell'idillio, le otto beatitudini dell'Arcadia. Piacevagli la Claudina, ma non già ne' momenti d'entusiasmo quando lanciavasi come cometa fuor della sfera ch'egli credeva segnata alle affettuose e calme consuetudini della donna: piacevagli perchè la sentiva appassionata della poesia, perchè era la prima incarnazione della sua giovanile e poetica idea, perchè sperava poterla dire un giorno sua sposa e dominare i suoi capriccetti. Figuratevi qual albergo egli architettava nella sua mente per se stesso e per lei! Una palazzina sul pendìo de' monti, mezzo nascosta tra gli ulivi e gli aranci, fresca la state, tiepida nell'inverno, adorna di tutti gli agi che il proprio patrimonio, e la ricca dote di lei rendevano agevoli ad ottenere: una serie di giorni tranquilli, uno copiato dall'altro, tutti sereni, tutti abbelliti dalla poesia e dall'amore. Ma era destino che non dovessero intendersi che troppo tardi, come accade il più delle volte nel mondo; e il matrimonio era già stabilito, già prefisso il dì delle nozze, quando il dialogo da cui comincia il racconto venne a rivelar l'uno all'altro i due diversi caratteri.

III.
Il romanzo dimenticato.

Io non son punto amico di quell'indiscreto tripudio onde in altri tempi si profanava il santo giorno del matrimonio. Quel banchetto nuziale, quelle cerimonie di parenti e d'amici, quelle allusioni aperte o semiaperte ad un fatto che la veneranda antichità copriva di tanto mistero, quei balli protratti alla sera, quei brindisi e quei canti epitalamici che la sposa doveva sentirsi recitare coronata della sua ghirlanda di fior d'arancio, col pensiero e col cuore volti naturalmente a qualche altra cosa. Tutto ciò mi è parso sempre un controsenso e un assurdo, non dirò tanto grande quanto il convito che si faceva subire alla giovane monaca nella vigilia della sua vestizione, ma poco meno. Il vincolo conjugale è cosa troppo seria per esser fatta segno di tante frivolezze il dì che ci stringe per sempre; e le prime emozioni di due cuori innamorati, nel punto che vengono consecrate dalla società e dalla religione, sono troppo elette e troppo intime per essere esposte alle ciancie degli invitati, ed ai madrigali de' begli spiriti.

Ma, ammesse senza esame queste buone ragioni, ammessa la necessità di divezzare il mondo da' banchetti nuziali, e i poeti da' sonetti epitalamici, si deve egli credere che il miglior espediente sia quello di correr le poste appena proferita la parola sacramentale? — Io ne dubito molto, ancorchè tra l'uno e l'altro costume non si possa esitar nella preferenza. Claudina e Giorgio sposati la mattina in albis, e stretta la mano ai pochi amici e congiunti che ne furono fatti consapevoli, si misero in una carrozza da posta, e presero la via di Genova. Il postiglione forse saprà i dolci colloqui coi quali s'aperse la loro luna di miele: io non posso riferirveli, e quand'anche potessi immaginarmeli per l'appunto, non li direi per quelle ragioni medesime che m'indussero a disapprovare l'antico baccano in cui seppellivasi per tanto tempo il primo dì delle nozze. Vi dirò solo che non fu dimenticato un libro da leggersi in compagnia, quando il brandire della carrozza l'avesse permesso, e quando i due nuovi sposi non avessero avuto qualche cosa di più interessante a comunicarsi. Questo libro era un romanzo, un romanzo come potete credere, marinaresco, Le vaisseau fantôme del capitano Maryat. Quanto leggessero quel giorno non saprei dirvi, massime pensando a quel verso di Dante:

Quel giorno più non vi leggemmo avante.

Ma certo la Claudina ne avea scorso tanta parte da sentirsene tutta entusiastata. Giorgio benchè letterato e amico de' libri quanto un letterato può esserlo, n'avea spesse volte mossa querela durante il giorno. Non mi date così presto un rivale, mia cara — diceva egli celiando. — Potreste temerne, se si trattasse non del libro ma dell'autore — rispose Claudina. — Chi scrisse questo libro è certo un uomo di mare, un vero pirata che potrebbe far la conquista d'una corvetta....

— E anche d'un cuore — interruppe Giorgio ridendo: ma in questo videro svolgersi dinanzi indorato dal crepuscolo della sera l'imponente spettacolo del Mediterraneo. Claudina volle lasciar la carrozza, salire la vetta d'un colle e salutare co' primi versi del Corsaro di Byron l'azzurra immensa superficie del mare. Giorgio partecipò all'entusiasmo, perchè quel giorno Claudina aveva speciali diritti alla sua compiacenza, perchè quei versi da lei proferiti erano stati da lui tradotti, perchè spesse volte, anche indipendentemente da sì forti motivi, la natura ci sembra più bella veduta attraverso il prisma dell'altrui entusiasmo. Infatti Giorgio che era nato sul mare, ch'era figlio, come dissi, d'un marinaio, ch'era alla sua maniera poeta, non avea mai prima d'allora sentita tutta la magnificenza di quella vista. Claudina non mancò di approfittare di quel trionfo per vincere con una sola parola le ultime ritrosie del marito circa al viaggio da intraprendersi quella notte medesima sul battello a vapore. Non ci fu tempo da perdere. Appena reficiato lo stomaco e disposto il bagaglio opportuno alla gita, montarono sullo schifo, e in un attimo furono sulla tolda del Carlomagno, vapor francese che fa per ordinario il tragitto da Genova a Livorno. Salpava quella sera anche il Dante, altro vapor genovese, ma Claudina aveva prescelto l'altro come più capace e più imperatorio. Stavano per levar l'àncora quando la giovane entusiasta che fino allora era restata attonita e fuor di se stessa ammirando la notte stellata riflettuta nel bruno specchio dell'acque, discesa nella sua camera e guardando le sue robe, s'accorse che mancavale il romanzo prediletto che avea lasciato all'albergo, e che doveva occuparla piacevolmente nell'ore più solitarie. Diede in un accesso di stizza che teneva della disperazione. Il marito accorse per saper la cagione di tanto scalpore, e come la seppe, aggiunse freddamente che l'avrebbe letto al ritorno. — Che importa a me del ritorno! — gridò indispettita Claudina. — Fareste meglio, giacchè ne abbiamo il tempo, di andarmelo a prendere. Giorgio voleva replicare, ma temette una scena drammatica, e chiesto al capitano quanto rimanesse prima di levar l'àncora, ritornò correndo all'albergo. Cerca in un luogo, cerca nell'altro, il libro non si trovò. Corse ad acquistarne un altro esemplare dal primo librajo in cui s'abbattè e appena l'ebbe tra le mani, si pose la via tra le gambe, e corse al molo. Appena giunto udì da lungi il fischio della partenza. Il vapore era già lontano. Appena scoccata l'ora, con una scortese puntualità, malgrado le preghiere della desolata Claudina, il capitano salpò per non essere prevenuto dal Dante, suo formidabile rivale.

Giorgio rimase sul molo agitando il suo fazzoletto per l'aria: nè gli rimase miglior partito che quello di tener dietro al Carlomagno imbarcandosi sull'emulo suo.

IV.
Altro è parlar di morte, altro è morire.

Che ne dite voi, cortesi lettori, di quei poeti i quali trovano tanto piacere a contemplare il mare in burrasca standosi alle finestre del loro palazzo, o almeno in un angolo ben difeso della sicura spiaggia? Io per me li tenni sempre per egoisti, e non ho mai simpatizzato con essi. Non sono molti giorni che se ne parlava tra una brigatella d'amici, i quali ammiravano invece una di quelle calme serene che infondono nell'animo di chi le mira una tranquilla voluttà, un interno riposo non turbato da alcun sinistro pensiero. Il mare era limpido come uno specchio, rifletteva capovolta la selva di navi che popola il nostro porto, e da lungi le barchette de' pescatori, che tenevano spiegata la dipinta vela non altro che per accogliere i lievi zeffiri della sera che vagano senza increspare la cheta superficie dell'onda. Da lontano le montagne del Friuli e della Carnia mostravano spiccato nell'orizzonte il variato contorno delle lor cime e gli ineguali piani de' loro declivi, là tinti d'un bell'azzurro, costà bianchi per la neve caduta, dove illuminati dagli ultimi raggi del crepuscolo, dove oscuri per lo sbattimento dell'ombre. Era veramente una scena da contemplarsi in silenzio, e da benedirne l'autore della natura. Bel piacere invero quello d'immaginare il pericolo altrui, congratulandosi seco di non esservi esposto! Io non ricuso a chi l'ama il godimento d'una sublime tempesta, purchè egli l'affronti cogli altri.

Claudina era tra questi, o almeno credeva di esserlo, finchè non avea veduto burrasca se non sulle pagine de' suoi romanzi marittimi. Ella voleva davvero provar qualche cosa di vero, voleva temprare la sua anima, come diceva, tra le scosse della paura. Era forse un desiderio da pazzerella, ma non da egoista, e per questa considerazione supplico i lettori a menarglielo buono. —

Noi l'abbiamo lasciata sulla coperta del Carlomagno, sola tra gente straniera, la prima volta che assaggiava il mare, vedova il primo dì delle nozze per quel capriccio del romanzo dimenticato. Vedeva o le pareva vedere sventolare da lungi il fazzoletto del suo Giorgio; udiva o le sembrava d'udire la sua voce chiamare indietro l'inesorato piroscafo. Il capitano che avea resistito alle sue preghiere, l'andava gentilmente racconsolando, dicendole che il signore sarebbe di certo partito coll'altro legno, e che la mattina seguente, permettendolo il tempo, si sarebbero riveduti a Livorno. Intanto si ritirasse nella sua cabina, non s'abbandonasse a inutili escandescenze che la predisporrebbero troppo a sentire il disagio del mare; non v'essere alcuna cosa a temere, ancorchè il viaggio non avesse l'apparenza d'essere così tranquillo: si coricasse, e stesse cheta ed immobile. La Claudina a questi consigli del capitano che avrebbero messo paura ad un altro, sentì risvegliarsi la sua suscettibilità di coraggio: rispose tra la stizza e l'alterezza che badasse a lui, e non se ne prendesse pensiero. Il capitano pensò che le sgarbate frasi provenissero dal contrattempo di trovarsi così derelitta, e non proferì più parola, perchè non aveva altro a soggiugnere. La Claudina avvolta nel suo mantello montò sul cassero, si collocò vicino al piloto, e stava osservando l'oscillazione dell'ago magnetico. Importunava il buon uomo con mille domande alle quali egli rispondeva sbadatamente, rozzo com'era, e intento a ben governare il timone. La donna si consolò presto dell'accidente seguitole, dimenticò il romanzo di Maryat e si rassegnò alla breve vedovanza d'una notte, giacchè poteva consecrarla allo studio pratico dell'arte nautica. Solamente dolevasi che il mare rimanesse tranquillo, che il viaggiar colla forza del fuoco fosse troppo sicuro, e invocava un po' di burrasca!

La burrasca invocata non si mostrò scortese alla voce della coraggiosa Claudina: anzi il destino preparava più forti godimenti alla sua fantasia.

Dopo due ore di tranquilla navigazione un vento di tramontana si diede a soffiare con forza sempre crescente, sicchè il vapore cominciò a declinar dalla linea e ad essere dal vento e dalla corrente respinto in alto. I passeggeri che prima andavano a diporto sulla tolda si trassero sotto, e Claudina dopo aver tenuto duro un buon quarto d'ora, dovette imitarli. Il suo volto s'era improvvisamente fatto pallido, le mani e i piedi le s'irrigidivano come sciolti nelle giunture, e un nuovo intronamento dallo stomaco le andava salendo alla testa, e di là rifluiva sopra lo stomaco rimescolandolo e travagliandolo sempre più. Claudina si ricordò allora il discorso di Giorgio e ringraziò quasi il cielo ch'egli non fosse presente, tanto ne paventava i rimproveri, e le sarebbe parso grave giustificare col fatto le previsioni di lui. Coll'ajuto del cameriere discese nella sua cameretta, si gittò sdrajata sopra il lettuccio, e non pensò più nè a romanzi marittimi, nè a simili cose. Una dramma di realtà l'avea guarita delle sue fantasie. Non insisto a descrivere il suo stato, perchè i miei lettori qual più qual meno avranno provato codesto disagio, e chi non l'ha provato, ringrazi Dio, chè nel fatto è una brutta faccenda, massime la prima volta che se ne fa l'esperienza.

Il tramontano durò tutta la notte, e scemò di forza solamente sull'alba. Ma il vapore era già molto lungi dalla sua mèta: la macchina non avea potuto resistere contro all'onde grosse e irritate: spesso una sola ruota lo sospingeva, e il governarlo era cosa incerta e difficile. Sicchè quando il sole salutò de' primi suoi raggi l'azzurra superficie del mare, nè il porto di Livorno, nè alcun'altra terra si poteva scorgere ad occhio nudo. Claudina non fu l'ultima a risentirsi da quella specie di torpore ch'era succeduto al travaglio; ricompose in fretta le scompigliate vesti e i capelli, e salì sulla tolda. Bello e maestoso spettacolo! Quello spazio senza limite e senza riva; quel cielo sottoposto come a specchio dell'altro; di sopra l'unico sole che rischiarava l'immensità, di sotto quel fragile legno, come un punto impercettibile, come un atomo perduto tra l'aria e l'onda! Claudina ritrovò a quella vista tutta la sua forza, tutta la sua poesia: si vergognò d'essersi lasciata così sopraffare durante la notte, ma poi consolossi alquanto ricordando aver letto che Napoleone medesimo per ben quattro giorni fu travagliato dal mare quando s'avviava sulla fregata inglese a S. Elena. — Il capitano avea fatto intanto i suoi calcoli, il piloto avea dirizzata la prua verso il N.O. e si sperava tra cinque o sei ore raggiugnere la Toscana. Già la bassa cresta degli Appennini appariva sul limite estremo dell'orizzonte.

V.
Il contrattempo.

Ma qui non era finita la storia. Non andò molto che apparve a vista d'occhio un punto nero che tosto si riconobbe per un altro battello a vapore alla sottile colonna di fumo che s'alzava dal centro di esso. Si pensò tosto che potesse essere il Dante, il quale dal furore dell'uragano, fosse stato gittato più al largo. Ma il capitano si disingannò presto, com'ebbe rivolto a quella volta il suo cannocchiale. Era un altro vapor francese, il quale lo chiamava a bordo e coi segnali spiegati sull'albero, e col cannone che da lì a non molto si sentì rimbombare da lungi. Claudina avea sperato che fosse il Dante, avea sperato riabbracciare in esso il marito; che le pareva un'ora mille anni di fare con esso la pace, e domandargli perdono de' proprj capricci. Quando intese che non era altrimenti il legno che si credeva, sentì una stretta al cuore, e per la prima volta pensò al pericolo in cui Giorgio s'era trovato per lei; pensò che forse, non sorretto dalla forza di spirito di cui si teneva fornita, avrebbe sofferto una notte d'inferno. Ed ora sopravveniva questo nuovo ritardo, e sa Iddio che ne doveva seguire!


Intanto i due vapori si raccostavano, il Carlomagno con molta alacrità, l'altro assai lentamente, cosicchè non ci volle molto a indovinare che doveva far acqua, o aver guasta la macchina e la manovra difficile. Era l'Hirondelle che due giorni prima salpava da Marsiglia per la nuova colonia francese, incaricata di pressanti dispacci del suo governo per l'Algeria. Ma volendo di troppo affrettare il viaggio, e non ben misurando la forza delle sue macchine, avea dovuto desistere dall'usar la sinistra, e procedeva zoppicando più a forza di vele che di fuoco verso la mèta. Il forte tramontano della notte l'avea pur molestata, e il capitano prevedendo che il suo viaggio sarebbe stato men sicuro e men pronto che i suoi ordini non portavano, aspettava il momento d'abbattersi in qualche piroscafo della sua bandiera per imporgli a nome dell'Imperatore d'incaricarsi de' suoi mandati, e recarli in Algeri senza ritardo in luogo di lui. Al Carlomagno toccò la sorte. Venuti a parlamento i due capitani, si concertarono fra loro sui modi di una tale misura: l'Hirondelle prenderebbe a bordo i passeggeri del Carlomagno e li recherebbe come potesse meglio a Livorno, mentre questi coll'incaricato d'affari e coi rispettivi dispacci, avuto dall'altro quel di più che gli potesse occorrere di munizioni, dovrebbe immantinenti virare per l'Africa. Potete credere se i passeggeri del Carlomagno non reclamassero contro tal contrattempo! Tutti erano già annojati della burrasca notturna; or come doveano rinunciare al loro diritto, per montare sopra un legno malconcio, affrontare certo un novello indugio, e forse anche nuovi pericoli, e tutto ciò per far piacere ad uno straniero, e per deferenza ad un governo cui non erano astretti da nessun obbligo? Sopratutto la Claudina n'era dolente e sfoderando tutto il francese che sapeva si mise a gridare contro all'arbitrio e all'inaudita angheria. Ma e' fu un predicare a' porri. I marinai senza badare a ciance travasavano a bordo del Carlomagno il carbone e le vittuaglie dell'altro vapore, e aspettavano i passeggieri per tragittarli nell'Hirondelle. Quando si vide che erano vani i reclami, si fece tra loro una breve consulta, e quasi tutti ricusarono andarvi. Erano pronti piuttosto a fare il viaggio d'Algeri sopra un legno sicuro, che esporsi all'eventualità di nuovi pericoli sulla Rondinella, che e' non potevano sapere in quanto fosse stata danneggiata dal fuoco e dal mare. Tranne alcuni negozianti cui troppo importava esser presto a Livorno, tutti gli altri, come dissi, accompagnarono in Africa l'inviato. Fra questi Claudina, la quale da questo accidente fu presa in fra due contrari affetti. Rincuorata dalla novità della cosa, ella lasciava vagar volontieri la sua fantasia fra i rischi e le avventure probabili del protratto viaggio, dall'altra non sapeva darsi pace del dispiacere che Giorgio n'avrebbe provato. Ma a questo era facile recar sollievo con una lettera ch'ella scrisse in un attimo e consegnò al comandante dell'Hirondelle, il quale galantemente incaricossi di farla pervenire a bordo del Dante, come prima avesse toccato terra. Questa lettera diceva:

«Caro il mio Giorgio. Non ho che due minuti per domandarvi perdono del mio capriccio di donna che ci ha così disuniti. Saprete dagli altri per quali accidenti io devo recarmi nell'Africa. Non so quanto dovrò rimanere in Algeri, aspettando un imbarco per Livorno o per Genova. Fareste meglio a venirmi a trovar là, e così vedremo assieme quella fertile costa stata già nido de' barbareschi, e così celebre nelle storie marittime. Da bravo, giacchè siamo in ballo, balliamo. Dolentissima per vedermi disgiunta da voi, non posso non adorare la provvidenza che per vie così strane volle favorire la mia vocazione. Io v'attendo a Costantina.... e non già sotto la tenda d'Abd-el-Cader.

«La vostra Claudia.»

VI.
A gatta cieca.

Il Dante aveva anch'egli provato la forza del vento, ma governato da comandante più esperto di que' mari, più acconciamente costrutto per superare la traversia, o, come sosteneva Giorgio, protetto dal nome e dalla influenza del primo poeta italiano, avea meglio serbata la linea, nè se n'era dipartito quanto il suo borioso rivale. A mezzogiorno del dì seguente avea già guadagnato il porto e salutata Livorno mentre non s'era ancora saputa novella nè del Carlomagno nè d'altro. Giorgio cominciò ad inquietarsene, come potete ben figurarvelo. Spostato com'era dalle sue tranquille abitudini, in un paese straniero per lui, giacchè ad un giovane dell'indole sua poco tratto di mare dovea sembrare un intervallo grandissimo, con pochi denari in tasca, chè il corpo del capitale disposto per quella gita era restato a bordo del Carlomagno, senza conoscenti, senza lettera di raccomandazione e di credito, senza la sposa, che con tutti i suoi capricci era, come di dovere, il più prezioso de' suoi tesori, travagliato dal burrascoso viaggio, inquieto della sorte di lei, vi lascio pensare in quale stato ei passeggiasse lungo il molo di Livorno, aspettando l'arrivo del sospirato vapore. Ma aspetta, aspetta, quella benedetta colonna di fumo non si vedeva mai comparire nell'orizzonte. Interrogava tutti i bastimenti che di tratto in tratto prendevano terra, ma invano. Finalmente sul far del vespro s'ebbe notizia che un vapor francese era in vista, ma pareva malconcio, nè sarebbe giunto in tempo per aver pratica quella sera. Egli non dubitò più che fosse quello ov'era imbarcata Claudina; ma stanco com'era, e rassegnato a non vederla prima della mattina vegnente, se ne andò a letto. Non vi dico se vegliò, se dormì, se sognò burrasche, naufragi e pirati. Salto a piè pari la notte, e lo accompagno sul molo. Qui viene ad intendere che il vapor francese non è altrimenti il Carlomagno, ma l'Hirondelle. Impensierito del cambio, andò pur difilato a bordo colla speranza di ritrovarci la sua capricciosa metà. Trovò invece una lettera — quella lettera che leggeste, molto concisa, la quale lo invitava in Africa, come se l'Africa fosse ad un miglio di distanza, come se si trattasse di una giterella lungo la sua riviera. In Africa, eterni Dei! in Algeri, dove sono i pirati, dove l'insurrezione de' beduini tiene in continuo allarme le truppe francesi! Immaginare la sua Claudina in mezzo a tanti rischi, a tanta lontananza da' suoi, era una cosa da darne il capo nelle muraglie. Il povero Giorgio non sapeva a qual partito appigliarsi. Per un momento pensò, tanto il timore ci rende talora egoisti, pensò, dico, fino ad abbandonare la capricciosa fanciulla, fino a lasciarla viaggiare a sua posta in cerca di nuovi mondi, e tornarsene a casa a scrivere un romanzo storico sulla curiosa avventura di quella gita. Ma poi il suo carattere onorato lo punse: l'amor di Claudina gli si risvegliò più vivo che mai: pensò che il suo illustre concittadino Colombo aveva scoperta l'America senza avere uno scopo così sentimentale, nè una via così definita; — s'arrese al più generoso consiglio d'imbarcarsi sul primo legno che salpasse per l'Africa, e andare a consumare il suo matrimonio in un oasi del deserto di Sahara.

Salpava quel giorno appunto un legno mercantile austriaco per l'Africa, e tirando ancora il vento da maestro, prometteva in cinque o sei giorni di felice navigazione raggiungere il porto d'Algeri. Non era la rapidità d'un vapore, ma l'occasione era buona, il capitano amico al padre di Giorgio, sicchè il nostro tribolato raccomandandosi alla glauca Anfitrite, pose il piede sulla Concordia, così chiamavasi quella nave, che non avendo trovato da caricare a Livorno, andava a cercar fortuna in Algeri. Ma anche la Concordia avea fatto male i suoi conti. Dopo due giorni di prospera navigazione, quando si trovò ne' paraggi delle Baleari e della Sardegna, il vento improvvisamente cambiò, e tirò uno scilocco così ostinato e indomabile che il capitano dovette declinare a S.O., e prendere il porto di Valenza con un tempo che teneva del fortunale. Giorgio che ne' due primi giorni s'era riconciliato coi venti del Nord, questa volta sarebbe stato tentato di fare una invettiva poetica contro gli Australi, se travagliato continuamente dal mal di mare avesse potuto raccapezzare pur una rima. Al più, al più, in qualche lucido intervallo borbottava i versi di Orazio dove il terribile Africo si trova fatto segno di paure o di preci.

Questo fatto venne attestato dal capitano d'un brik, che veleggiava in que' giorni dalle coste di Spagna per la Sicilia. Dopo questo nè i Giornali del Lloyd, nè alcun'altra gazzetta commerciale parlarono più della Concordia per il corso d'oltre a otto mesi. Questo si sa di certo che in tutto questo tempo non s'era mai veduta in Algeri.

VII.
Il Convegno.

Nel punto in cui siamo, il povero narratore di questa veridica storia deve domandar perdono a' benigni lettori della lunga lacuna che è costretto a lasciare. Se si trattasse di un romanzo, ei potrebbe assai facilmente inventare naufragi, tempeste, accidenti a sua posta, e riempiere di fantastiche scene tutto questo lungo intervallo. Ma come non si tratta già d'un romanzo, ma d'una storia, egli non vuole esporsi al pericolo d'essere smentito dalle notizie documentate che potrebbero in seguito pervenirci su questa singolare Odissea de' due fidanzati. Egli si limita dunque a dire ciò che ne sa, ed anche quel poco lo dà come cosa probabile, non come cosa perfettamente verificata. Si tratta d'avvenimenti quasi contemporanei; e troppi esempi, assai vicini, dimostrano, quanto si deve andar cauti nell'ammettere certe voci che corrono senza provarle al crogiuolo dell'esperienza.

Un nostro corrispondente, un triestino che da poco trovavasi per affari commerciali in Algeri, ci scrive d'una bella milanese che avea fatto parlare tutti que' crocchi del suo spirito, del suo coraggio, e del viaggio involontario che avea dovuto affrontare la prima notte de' suoi sponsali. Questa non può essere che Claudina. Ma ciò non era più che un poscritto della sua lettera, e per lungo tempo ignorammo che ne seguisse. Pregato da noi a darci qualche notizia più circostanziata su quella giovane, egli non ci seppe dir altro se non che stette costì più d'un mese aspettando sempre il marito, che mai non veniva. È ben vero che i venti soffiarono lungamente contrarj: ma qui, soggiunse egli, si tiene per certo che la signora non abbia punto marito, ma sia venuta a cercarselo nella colonia francese, sa il cielo con quali disegni. Non avendolo trovato, era partita per Genova sul legno: Les deux frères.

Il discreto lettore sa bene che il nostro corrispondente calunnia qui la Claudina senza saperlo.

Temevamo dover restarcene qui: ma ci pervenne a questi giorni un giornale inglese il quale in data di Malta reca il seguente costituto sanitario:

«Jer l'altro, alle 4 e mezzo pomeridiane un Brik francese denominato Les deux frères appariva in questi paraggi colla bandiera sanitaria e convogliato da un nostro Scooner al più prossimo lazzaretto. Parlamentò con una nave a palo austriaca, la Concordia, ad istanza d'un passeggero che v'era a bordo. Furono osservate tutte le norme prescritte dai nostri regolamenti: ma sulla fine di un lungo colloquio che seguì tra il passeggiero suddetto, e una signora che viaggiava sul legno infetto, ebbe luogo un ricambio di carte scagliate reciprocamente da un bordo all'altro, senza che i guardiani potessero impedirnelo a tempo. Il comandante dello Scooner credette quindi dover imporre anche alla Concordia di raggiugnere il lazzaretto, e vi compiono entrambe la quarantina legale.»

I nostri lettori indovineranno senza fatica come i due passeggeri non erano altri che Giorgio e Claudina, i quali dopo un anno di vicende s'erano alfine scontrati vicino a Malta, ma senza poter abbracciarsi. Per l'infrazione sovraccennata delle regole sanitarie dovettero rimaner sequestrati nel lazzaretto dove si saranno consolati reciprocamente del loro viaggetto nuziale. Le carte ricambiate erano le loro memorie, che varrebbero tant'oro per noi, e ci darebbero di che riempire la lunga lacuna lasciata nel nostro racconto. — Ma questo còmpito è confidato a mani migliori. Claudina, essendosi persuasa che lo scrivere un romanzo marittimo, è assai più piacevole ch'esserne l'eroina, si occupa presentemente di mettere in ordine quelle note e quelle impressioni, e non andrà molto che l'Italia potrà vantare un racconto di un genere nuovo, che ancora ci manca.


[L'ORA DEGLI SPIRITI.]

FANTASIE NOTTURNE.

I.
La chiave di casa.

Aveva un bel frugarmi in tutte le tasche: la mia chiave non c'era. O l'avevo lasciata a casa, o l'avevo perduta per via.

Era la mezzanotte. Mi trovavo dinanzi a un forte cancello di ferro, a guardia del quale non c'era nè cane nè portinaio. Nei tre piani della casa tutto taceva. Nessun lume appariva dalle finestre. Io conosceva per esperienza le abitudini de' casigliani. Avrei potuto picchiare e suonare per un'ora, senza riuscire a farmi sentire, o senza indurre quelle donne a lasciare le coltrici. I monelli del quartiere che si divertono spesso a suonare per celia, le avevano rese incredule ed impassibili a chi facesse appello per vera urgenza al loro buon cuore.

Dunque io restava escluso per tutta la notte dalla mia camera e dal mio letto.

Aveva due espedienti dinanzi a me: o passeggiare le vie di Firenze per altre sei o sette ore, o cercar ricovero in un albergo. Nè l'una cosa nè l'altra mi garbava gran fatto. Passeggiavo da due ore, e non sono più nell'età che la posizione verticale della persona mi sembri la più naturale.

Cercare un albergo.... avendo casa a Firenze, mi pareva un espediente da riservarsi per ultimo, quando avessi perduta ogni speranza di stendere le mie membra sul proprio letto. Ora ogni speranza non era del tutto perduta. Ogni zio possiede qualche nipote più o meno randagio: ed io ne ho uno che sento per ordinario salir le scale dopo di me. In quel momento desiderai ch'egli fosse ancora a qualche veglia, o al caffè, moltiplicando le partite di biliardo o di dominò. La sua finestra era ancora aperta, nè vi si scorgeva alcun lume. Era dunque fuori, e presto o tardi sarebbe tornato colle sue chiavi. Mi rassegnai ad aspettarlo a piè fermo, facendo la sentinella sulla mia porta.

Il tempo, dissi fra me, non sarà lungo, e ad ogni modo troverò maniera di abbreviarlo, osservando l'eterne stelle ed evocando gli spiriti che dalla mezzanotte fino al tocco hanno facoltà di rispondere alla chiamata de' vivi.

II.
La scena.

La parte di Firenze ch'io aveva dinanzi, era una cantonata nel sesto di San Miniato al monte.

Il quartiere, in quell'ora, era perfettamente silenzioso e deserto. Gli spiriti avrebbero potuto apparire senza timore di testimoni indiscreti. Le mie vicine avean chiuso ermeticamente le finestre. Le due tessitore così indefesse al telaio, non facevano più andare la spola, che comincia la mattina alle quattro il suo monotono via vai. Anche le due fioraine, dopo aver messi in istrettoio i loro riccioli, aveano detto addio al mondo esterno, che guardano dall'alto al basso aspettando di vederlo più da vicino.

Non erano ancora quindici minuti che una frotta di giovanotti avevano fatta la loro ronda, camminando col piè di feltro, per non turbare un concerto di chitarra e di armonica, ai quali si alternava uno stornello paesano cantato da una voce argentina, a cui gli altri tenevano bordone a labbri chiusi, perchè la voce sola salisse in alto e andasse al suo indirizzo coi suoi intendimenti. Quella serenata era passata due volte, senza che alcuna finestra si aprisse come per rispondere: grazie.

Dopo la poesia, la prosa. Due guardie di città perticavano gravemente la via, alias fondaccio. Codesti vigili del municipio non mancano mai quando non c'è bisogno di loro. Mi guardarono con occhio discreto, senza darsi pensiero d'indovinare perch'io mi restassi ritto dinanzi a quella porta inflessibile. Avrei potuto essere un ladro, senza essere molestato, come segue il più delle volte.

Dopo le guardie municipali, passò l'ispettore dei fanali. Non passò già per accendere quelli che si trovassero spenti, ma per ispegnere quelli che a suo credere brillavano inutilmente. Io ne abbracciava prima collo sguardo otto o dieci: dopo la visita dell'ispettore, dovetti contentarmi di due.

Tanto meglio, dissi fra me. Ora verranno gli spiriti che amano l'ombra e il mistero.

Ma la prosa continuava. Un passo si avvicinava lentamente alla mia destra. Si avvicinava monotono e regolare, come il passo di una sentinella tedesca. Giunto a trenta metri da me, mise la chiave nella toppa d'una porta, e sparì.

Fortunato te! esclamai fra me stesso. Tu almeno non hai dimenticato la chiave. Non so chi fosse, nè se in quella casa avesse il suo domicilio legale. Capite bene che non me ne sono curato, per non parere più indiscreto degli altri.

Di quando in quando un altro passo si udiva avvicinarsi or da una parte or dall'altra. Erano operai che avevano protratto il loro lavoro, o ne avevano scialato il guadagno al caffè. Di altre cause dell'indugio non vo' parlare, perchè quella sera, trovandomi in una posizione che poteva parere equivoca, non era disposto a commettere giudizii temerarii sul conto del prossimo. Anche questi ultimi sintomi della vita e del lavoro umano diventavano sempre più radi, e finalmente cessarono.

E mio nipote non ritornava. Dove trovavasi egli mai a quell'ora? Se avessi potuto immaginare da qual parte venisse, gli sarei mosso incontro. Ma la fortuna e i nipoti girovaghi non si sa da qual parte ci vengano.

Rimasi solo.... aspettando. Non mai mi ricorse al pensiero con più dispetto il proverbio veneziano:

Aspetar e no vegnir
Xe una cossa da morir.

III.
Gli spiriti delle tenebre.

Chi non ha avuto alcuna volta la curiosità di trovarsi a contatto del mondo secreto? Io l'ebbi questo desiderio più o meno peccaminoso. Ma per quanti libri di magìa bianca e negra mi avvenisse di scorrere, per quante tavole facessi girare, per quante invocazioni facessi, non dirò al diavolo in persona, ma agli dei pagani che dovrebbero essere un quid simile, non mi avvenne mai di vederne nè coda nè corno. Anzi la mia stimabile amica Aretusa avendo evocato per me con tutta l'intensità della fede lo spirito di Felice Orsini, si udì rispondere ch'io non era degno ancora di entrare in communicazione colle anime sciolte dal corpo. E la causa è chiara per sè: io non ho fede che basti per forzar la natura.

Ma questa sera, chi sa? Fosse il dispetto del mondo visibile, fosse quello stato di stanchezza e di sonnolenza in cui mi trovavo, ebbi un lampo, se non di fede, almeno di speranza. Non feci soffumigi di zolfo, non segnai sul terreno il magico segno di Salomone. Codeste sono cose da ciarlatani. Raccolsi tutta la forza della mia volontà, e comandai mentalmente: venite! venite! venite!

Guardai intorno: tesi l'orecchie. Nessuno strepito, nessun fenomeno che mi avvisasse d'essere stato obbedito. Che è che non è, veggo uscire da un'apertura a fior di terra, ch'io non avevo punto avvertita, un non so che di semovente, nero nero, che allungando silenziosamente il passo e quasi strisciando se ne veniva alla mia volta. Aveva due occhi fiammanti che lucevano nell'ombra come due topazi fosforici. Quei due occhi si affisavano nei miei, quasi volessero magnetizzarmi. Non era un cane, non era un gatto, o almeno mi pareva d'una struttura diversa. Era lungo, magro, smilzo come una donnola, ma quattro volte più grande di quelle che mai vedessi. Si avvicinava cauto, incerto, come tentasse il terreno, come volesse assicurarsi ch'io l'avessi veramente chiamato.

Fosse anche quella la forma di una gatto, pensai fra me, il diavolo non ha corpo, e per darmi prova della sua condiscendenza dee pur prendere la sembianza di un animale. E aspettai di piè fermo, benchè a dir vero mi sentissi scorrere per le vene un involontario ribrezzo.

E lo spirito si appressava, prendendo ad ora ad ora una figura più simile a quella di un gatto, ma di un gatto straordinario, stravagante, infernale. Ci siamo! dissi fra me. E feci uno sforzo sopra me stesso per presentare allo spirito un contegno fermo e degno di un uomo.

Tutto ad un tratto dai tegoli della casa di rimpetto si fece udire un miagolìo di vero gatto: al quale rispose un altro miagolìo più acuto, che pareva uscir dalla gola di un animale della medesima razza, ma di sesso diverso. I due miagolii s'incontrarono come due sospiri d'amor felino e felice, e si alternavano e crescevano a grado a grado, come due squilli di corde, come un cànone di musica classica e sacra.

Mi rivolsi istintivamente al luogo donde scendeva quel mirabile duetto: ma non appena ebbi stornato lo sguardo dagli occhi della mia misteriosa visione, questa immediatamente disparve e si rimpiattò sotto terra.

Ebbi un bell'evocarla di nuovo: non venne più. Forse l'accordo udito dall'alto la spaventò: forse temette il paragone del vero: forse volle punirmi perchè m'ero lasciato distrarre da quell'incidente d'ordine naturale e mondano. Il fatto sta che anche in quest'occasione lo spirito evitò il contatto dei corpi, e mi lasciò smagato e più diffidente ch'io non fossi prima, di potere mai entrare in communicazione cogli spiriti elementari.

IV.
Le nozze sui tegoli.

La coppia innamorata continuava intanto il suo classico duetto sui tegoli. All'andante era succeduta la stretta, e la melodia si spezzava in certi suoni imitativi da mandare in visibilio il Wagner, e tutti i musicaroli della scuola.

I suoni separati da intervalli sempre più lunghi, a poco a poco si perdettero in un silenzio espressivo, e l'assiuolo della sovrastante collina intuonò il peana di nozze con quella sua voce fluida, che sembra un gemito misterioso d'amore. Virgilio intendeva certo di questo gemito, quando disse nel suo latino: et ulularunt summo de vertice nymphæ.

Ulularunt non è la parola: ma si sa bene che la lingua di Virgilio non è obbligata ad esprimere per lo appunto quella qualità di suono che manda l'assiuolo toscano, nelle placide notti d'estate. Chiu! chiu! Quasi voglia dire: basta così: sat prata biberunt!

Intanto io mi era staccato dalla soglia di casa, e mi accostava istintivamente a quella parte da cui pareva venire quel gemito amoroso e felice. L'avete voi mai veduto l'assiuolo? Io no certamente, e dubito molto che nessuno l'abbia mai sorpreso nell'esercizio delle sue funzioni. Tuttavia ne farò domanda al mio amico Antinori, il più sapiente ornitologo dell'Europa, dell'Asia e dell'Affrica.

Io non conosco dell'assiuolo che la voce, la quale non s'inalza che al chiaro della luna e nel più alto silenzio della notte, specialmente lungo la salita di Poggio imperiale, ovvero dagli ombrosi declivi di pian de' Giullari.

Vi sono di quelli che lo confondono col rauco grido della civetta e del barbagianni. Tanto varrebbe confondere il flauto col clarino. Vi sono a questo mondo organizzazioni così infelici, che sono condannate a preferire lo squittire del pappagallo ai melodiosi accordi dell'usignuolo.

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Ed io infatti passavo, passavo innanzi. Quando tutt'ad un tratto mi trovai circondato da un'atmosfera di fragranze indistinte e soavi, come quelle che annunziavano ai poeti antichi la presenza di un nume.

Era un odore di olea fragrans. Pensai a Minerva o a Venere Urania; e queste soavi fragranze e le fantasie greche che mi svegliarono nella mente, mi allontanarono come per incanto delle tetre visioni de' negromanti, e mi levarono gli occhi e il pensiero agli spazi sereni del cielo.

V.
Le stelle.

Non c'è che dire. Quando la notte errando per le vie di Firenze, tu ti trovi in mezzo ad una di codeste nuvole olezzanti, dimentichi le memorie e le impressioni diverse e sgradite, per salutarla regina dei fiori. E quando inalzi lo sguardo e lo affisi sul suo cielo azzurro e sereno, riconosci la patria di Galileo, e ti rendi ragione delle meravigliose scoperte ch'ei fece nei campi dell'aria.

Compresi allora quanto io fossi male avvisato, pensando di evocare gli spiriti dal fondo della terra.

Essi devono essersi ricoverati nel centro di qualche stella o di qualche pianeta, inaccessibili all'umana curiosità.

Una volta entrato in questo pensiero, compresi ch'io dovevo rivolgermi all'alto. D'altronde nella mia qualità di poeta, si sa ch'io devo esser più abituato a guardare le stelle del cielo, che quelle della terra. Quel verso d'Ovidio: Os homini sublime dedit, cœlumque tueri Jussit, mi sta sempre impresso nella memoria; e quando non ho a far meglio, guardo il cielo e mi gratto il capo col dito mignolo.

Le stelle brillavano al loro posto, sopra un bel cielo turchino, tanto più lontano da noi quanto era più pura l'atmosfera.

Come tutti i poeti, ho anch'io la mia stella. Non so come si chiami nella lingua moderna. Gli antichi la chiamavano stella mira variabilis; perchè varia meravigliosamente di grandezza e di aspetto. Ora è rossa come Marte, ora bianca come Venere, ora verdognola come Sirio. Non so se il padre Secchi l'abbia ancora sottoposta al suo prisma. Poco m'importa di quali elementi chimici consti la sua sostanza. Preferisco chiamarla la stella d'Italia, o la stella di Beatrice, perchè alterna ai nostri occhi quei tre colori che tanto amiamo, e ci costano tanto.

Chiunque tu sia, bella stella tricolore, io ti professo un culto particolare, e quando non posso salutarti prima di chiuder l'imposta, mi sembra che mi manchi qualche cosa, come in quel tempo che non poteva dormire senza aver ricevuto il bacio materno.

Mi sono innamorato d'una stella!...

So bene che questo verso d'uno de' miei stornelli ricevette una diversa interpretazione per piegarsi alla natura beffarda dei benigni lettori: ma posso assicurarvi, così a quattr'occhi, che quando io feci quel verso, guardava dalla finestra la mia stella mira variabilis.

Il poeta Ponsard dovette avere qualche ubbia del mio genere quando pose quest'aspirazione in bocca alla figlia di Galileo:

«Cerchiamo un cheto asilo
In quelle sfere luminose ed alte
Dove l'occhio di Sirio
Splende d'azzurra luce, dove suona
La lira d'oro, dove nuota il bianco
Cigno sull'onde della Lattea via.
Di quei lucidi mondi ospiti arcani,
Accoglieteci amici in mezzo a voi!
Quante cose mirabili vedremo
Che appena in sogno intraveder c'è dato.
Anelli di rubino
Cerchiano i nostri lucidi orizzonti,
Cantano nuovi augei sui vostri monti.
Un'aura fresca nelle notti estive
Scote i cespugli ombrosi,
Albergo delle fate. Ivi la luna
Sempre piena e rotonda
Rischiara ed inargenta
Sui laghi azzurri il palpitar dell'onda.
Scende dai dolci clivi
Un effluvio soave e dilettoso,
E il silenzio notturno ha mille suoni
Che pajono sospiri
D'anime erranti pegli eterei giri.»

Non so se questi versi sieno drammatici, e non so come saranno accolti dalla nostra platea e dalle eleganti capinere dei nostri palchetti. Il soffitto dei nostri teatri ci toglie la vista del cielo, e ci rende insensibili a certe idee. Ma se il Galileo fosse mai recitato a ciel sereno, chi sa che codesta escursione pei campi del cielo trovasse miglior accoglienza, come certo dovea trovarla l'apostrofe al sole di Fedra nella tragedia di Euripide, nel teatro aperto d'Atene.

Mentre assorto in questi pensieri aveva dimenticato la stanchezza, il letto e la chiave, sentii suonar il tocco dal torrione del Palazzo Vecchio.

Addio spiriti, dissi! Addio spiriti dell'abisso e del cielo! Minerva e Venere Urania, stella mira e variabile, degna di rappresentare l'Italia!

Un passo regolare e affrettato mi venne nel medesimo tempo agli orecchi ad una certa distanza. Il passo si accostava ognor più, e suonava più distinto e più forte negli aprichi silenzii della notte.

Mi avviai dal mio lato verso la porta, mentre l'altra persona si avvicinava dal lato opposto alla medesima direzione.

Era il mio caro nipote, al quale, come potete ben credere, non feci rimprovero alcuno di non essere tornato a casa prima di me.

— Che v'è di nuovo? — gli chiesi.

— I fondi italiani si sono alzati di un punto e 17 centesimi.

— Oh! vero figlio del secolo — gli dissi! — Vieni ch'io ti abbracci! Anzi da questo momento, dacchè ti mostri così bene informato della nostra situazione economica e finanziaria, scambiamo nome ed officio.

Tu sarai lo zio: studierai il listino della borsa, provvederai ai bisogni della famiglia, mentre io potrò dedicarmi a guardare le stelle, e ad evocare i ridenti spiriti che aleggiano intorno!

FINE.


[INDICE DEL VOLUME.]

A chi legge[Pag. I]
La Donna bianca dei Collalto[1]
I complimenti di Ceppo[33]
I due castelli in aria[48]
Il Diritto e il Torto[80]
Il berretto di pel di lupo[143]
La valle di Resia[157]
Istoria di una casa[185]
La giardiniera delle male erbe[200]
La fidanzata del Montenegro[300]
Gentilina[340]
Fanny[368]
Il palazzo de' Diavoli[386]
Un viaggetto nuziale[399]
L'ora degli Spiriti[421]

NOTE DI TRASCRIZIONE:

- Ovvi errori di punteggiatura sono stati riparati;

- Sono mantenute entrambe le forme per la voce «bon ton» e «bon-ton»;

- Sono state conservate le voci «communicazione» e «comunicazione» oltre ai termini da essi composti e derivati;

- Sono mantenute entrambe le forme per la voce «danno» e «dànno»;

- Sono mantenute entrambe le forme per la voce «inseguito» ed «inseguìto»;

- Sono mantenute entrambe le forme per la voce «ritrosia» e «ritrosìa»;

- È mantenuto l'uso pratico editoriale del pronome «sè» senza l'accento quando seguito da stesso/a/i/e o da medesimo/a/i/e in molti dei casi;

- La nota a piè di pagina di pag. 19 è stata rimossa essendo semplicemente un rimando alle note di chiusura presenti al termine del racconto «La Donna bianca dei Collalto»;

- L'errore di stampa «UN' PO» nel titolo di sezione di pag. 185 del racconto «Istoria di una casa» è stato corretto;

- Pag. 29, l'errore di stampa «Secondolui» è stato corretto (Secondo lui);

- Pag. 30, l'errore di stampa «piacessse» è stato corretto (piacesse);

- Pag. 44, il nome «Amelia» è stato cambiato con quello di «Amalia» indicato per il personaggio del racconto negli altri casi riscontrati;

- Pag. 58, l'errore di stampa «villannella» è stato corretto (villanella);

- Pag. 62, l'errore di stampa «Ma e saprei» è stato corretto con l'aggiunta dell'apostrofo al pronome alla prima persona «eo» (Ma e' saprei allora se egli accettasse);

- Pag. 88, l'errore di stampa «che che» è stato corretto con il pronome relativo «che» (era nipote di un barbiere che non gli aveva lasciato);

- Pag. 93, l'errore di stampa «gia» è stato corretto (già);

- Pag. 116, l'unico caso di pronome interrogativo con utilizzo dell'elisione «Qual'è» è stato corretto (Qual è quella donna che ami);

- Pag. 121, l'errore di stampa «da se» è stato corretto tenendo conto dell'uso dell'accento grave uniforme (scacciò da sè l'imbecille);

- Pag. 138, la grafia «dì» per l'imperativo del verbo «dire» è stata conservata (Chi ci ha fatto conoscere, dì, quel tuo Signor B.);

- Pag. 164, l'errore di stampa «al conte a alla contessa» è stato corretto con la congiunzione «e» (al conte e alla contessa);

- Pag. 172, l'errore di stampa «nella lingua nel paese» è stato corretto con la preposizione «del» (nella lingua del paese);

- Pag. 178, l'errore di stampa «campagnia» è stato corretto (Un paio di giorni che tu passi in nostra compagnia, basteranno a convincertene);

- Pag. 180, l'errore di stampa «mi da il prurito» è stato corretto (mi dà il prurito di por mano alla tavolozza);

- Pag. 217, l'errore di stampa «le ajuole dei giardinuccio» è stato corretto con la preposizione «del» (ripulite le ajuole del giardinuccio);

- Pag. 235, la voce «naque» è stata conservata (Ne naque infatti un aborto);

- Pag. 237, la congiunzione «e» erroneamente ripetuta nell'originale è stata cancellata (dentro al suo duro guscio e alle sue molte membrane);

- Pag. 242, la congiunzione «e» è stata aggiunta nel rispetto dello stile dell'autore (in un istituto speciale dove si raccolgono e si curano gli esseri più maltrattati);

- Pag. 253, i puntini di sospensione sono adeguati numericamente nel rispetto dello stile del racconto (3 puntini oltre al punto finale);

- Pag. 304, il termine «auto-da-fe» è stato accentato (auto-da-fé);

- Pag. 317, il termine incompleto nel finale di riga «atti-*» è completato con la voce del verbo «attirare» (e una bella fanciulla che ve lo attirava colle sue pericolose lusinghe);

- Pag. 322, la voce «cadavare» è stata conservata (Yella, bianca come un cadavare cadde al suolo);

- Pag. 324, l'errore di stampa «ricondurre presse» è stato corretto (s'incaricò di ricondurre presso alla madre la disgraziata fanciulla);

- Pag. 378, il termine arcaico «imaginò» viene conservato (Educata in questi mesi di ritiro, imaginò un metodo di vita);

- Pag. 381, l'aggettivo interrogativo arcaico «quai» è stato mantenuto (Eppure, con quali tesori d'affezione, con quai liberi sacrifizi la povera Fanny avrebbe ricompensato uno sguardo cortese);

- Pag. 381, il termine «meta» è stato accentato (per reprimere dentro al cuore le ricchezze d'un affetto che non ha una metà a cui consacrarsi);

- Pag. 398, l'articolo «lo» davanti a vocale è stato mantenuto senza l'uso dell'elisione (Lo esorcismo chiama il diavolo);

- Pag. 398, l'errore di stampa «stà» è stato corretto (Lasciamo dunque la cosa come sta);

- Pag. 411, in correzione si è aggiunto l'accento alla voce del verbo «cominciare» (sicchè il vapore cominciò a declinar dalla linea);

- Pag. 421, l'errore di stampa «Fireuze» è stato corretto (Firenze);

- Pag. 423, il termine «pie» seguito da apostrofo è stato corretto ad indicare troncamento (camminando col piè di feltro).

- Le rimanenti note sono indicate dalle linee puntinate sotto le correzioni. Scorri il mouse sopra la parola ed il testo originale apparirà.