IV.
— Ma voi non mi lascerete a quest'ora — disse il buon canonico della Torre de' Diavoli. — Ho ancora molte cose a mostrarvi, che sono degne della vostra attenzione. —
Io accennai la notte ch'era già scura, e aggiunsi non so quali ragioni per andarmene a casa.
— A casa? — diss'egli: — è già molto tardi. Malgrado la scritta incisa colà sul frontone, Siena non apre a quest'ora nè le porte nè il cuore.
— Dite il vero — soggiunse con una cert'aria di beffa — voi non avete fegato che vi basti per passare la notte nel palazzo de' Diavoli.
— Voi mi sfidate — diss'io.
— Vi sfido — rispose col miglior garbo del mondo. — Mostratemi col fatto che siete quello spirito forte che vi vantate. C'è una cameruccia per voi appunto nella torricciuola che ho ristaurato. L'avevo destinata alla mia nipote che avete veduta: ma non ci fu caso che volesse dormire costì tutta sola. Tocca a voi romper l'incanto, e mostrare alla scioccherella che non c'è Turchi nè diavoli a' tempi nostri.
— E se vi fossero? — diss'io sorridendo.
— Allora, non ve ne saranno più domattina, perchè voi li avrete ridotti al dovere o gittati dalla finestra. —
Che avresti risposto, o lettore? — Io accettai di passare la notte dove avevo trovata una sì lepida cena.
La bionda fantesca, che il reverendo m'avea designata per sua nipote, a un cenno di lui si assentò, e dopo poco ricomparve con una lucerna a tre becchi offerendosi d'indicarmi la camera a me destinata.
Io strinsi la mano al mio ospite, e la seguii.