X.

Cosimo ad Angela.

«La vostra lettera, angelo della mia vita, mi ha fatto rivivere in un mondo migliore. Voi mi parlate del rigor dell'inverno, di quel riposo fecondo della natura, di quella lotta delle piante, riunite per vincere lo strato di neve che ricopre la terra, e riuscire a respirare l'aria, a rivedere la luce del cielo. Veggo dal mio letto di dolore la povera micia ricoverata colla sua famigliuola nella capannuccia del cancello. Voi avete provveduto senza saperlo ai bisogni di una madre, come io, senza saperlo, l'ho conservata alla nuova generazione che doveva nascer da lei. Tutte le volte che obbediamo a un impulso di benevolenza verso quelli che soffrono, secondiamo una legge misteriosa in virtù della quale tutti i fatti e tutti gli accidenti si collegano con reciproca dipendenza.

»Vorrei potervi descrivere uno spettacolo altrettanto gradevole, ma io sono in un istituto speciale dove si raccolgono e si curano gli esseri più maltrattati dalla natura.

»Non so s'io dica bene accusando la natura di quello che forse è colpa dell'uomo e della società dove nasce. La natura, abbandonata a se stessa, non suol produrre nè storpi, nè gobbi, nè mostri. Codeste anomalie sono rarissime fra gli animali selvaggi, divengono men rare fra' domestici, e sono frequenti fra gli uomini, massime nelle grandi città dove fermentano i vizii che la miseria produce e alimenta. Ho letto questa osservazione nel libro del Leopardi che mi avete dato partendo. È un libro malinconico, ma pieno di sapienza. Quell'uomo doveva avere l'anima bella, quanto il corpo imperfetto e deforme, come si legge nella sua vita.

»Perdonate il disordine delle mie idee. Voi mi conoscete. Quando un pensiero mi pullula nella mente ne tira mille, ed io non riesco a raccapezzarne più il filo. Che cosa voleva io dirvi? Ora mi rammento. Faceva il confronto tra lo spettacolo che voi mi dipingete e quello ch'io devo descrivervi per obbedire al vostro comando. Se sarà tristo e malinconico, non è mia colpa. D'altronde voi non fuggite le sensazioni dolorose, anzi ne andate in traccia per bontà d'animo e per desiderio di mitigarle in altrui. Ah! quanti dolori avreste a consolar qui, quanti disinganni a raddolcire, quanti animi a raddrizzare!

»Il direttore di questo Istituto, è un uomo di un carattere aperto e benevolo. Non ha più di cinquant'anni, ma la sua bella ed ampia fronte è già calva, e tutti i capelli canuti anzi tempo. Sarebbe un bel modello per un profeta o per un apostolo co' suoi occhi profondi, col suo sguardo affascinatore, colla dolcezza severa de' suoi lineamenti. Ei mi sembra intimamente convinto dell'arte sua, e pieno di fede nei miracoli che ne attende.

»L'Ospizio dove alloggiamo ha due compartimenti, l'uno destinato alle donne, l'altro a noi uomini. Ciascun compartimento ha parecchie stanze distinte per quelli che, per la qualità della cura, preferiscono l'isolamento, ed una clinica comune per gli altri che sono sottoposti ad un regime analogo. Nel compartimento dove io mi trovo, siamo in quattordici. Ignoro quante sieno le fanciulle che aspirano nell'altro a riacquistare il dono della bellezza e di una forma migliore.

»Nella sala comune vi sono dieci letti, ed otto soltanto sono occupati. Siamo otto infelici: una galleria di sciancati, di rachitici che espiamo probabilmente non so qual peccato d'origine, e aspiriamo a correggere le ossa deviate dalla loro natural direzione, e a rendere la simmetria perduta ai muscoli del nostro corpo. Ci riusciremo noi? Non sono ancora in grado di affermarlo nè di negarlo. Il direttore ci va consolando con esempi di guarigioni meravigliose: ma per lo più si tratta di fanciulli presi a curare fin dall'infanzia, mentre io e la maggior parte de' miei compagni abbiamo tra quattordici e sedici anni. Le ossa sono dunque alquanto più dure, e la mala conformazione già inveterata. Ci vorrebbe proprio un miracolo a rifarci un corpo valido e sano.

»Quanto a me, voi sapete che venni per obbedire alla vostra volontà, e per non essere ingrato al nuovo tratto di benevolenza del padre vostro. Mi sottometto pazientemente alla cura lunga e dolorosa che mi è prescritta, non tanto perch'io speri approfittarne in me stesso, quanto perchè l'esperienza, buona o trista che sia, torni utile all'arte e profittevole agli altri.

»Figuratevi come io debbo trovarmi, avvezzo com'era alla vita attiva e varia della vostra casa, disteso, per lunghi tratti di cinque o sei ore, sopra un letto, che è un vero letto di Procuste, senza poter muovermi nè a dritta nè a manca. Sono precisamente nello stato di quelle povere piante che Giacinto sforza per mezzo di pali e di vinchi a prendere una forma per cui non son nate. Oggi mi si permette l'uso libero delle braccia, onde posso consacrare una parte della giornata a scrivere e a disegnare. È dunque un giorno di vita attiva: mentre i dì scorsi non vivevo se non col pensiero, e mi nutriva di non so quali strane fantasie, che a voler dirvele tutte vi farebbero ridere e piangere. Sapete che tante volte io m'immergo così profondamente in una idea, che mi par di vedere e di toccare la cosa che immagino! Temo qualche volta di divenire un visionario ed un pazzo! Non vi mettete però in apprensione. Ho il mio talismano sicuro e infallibile contro le divagazioni del mio cervello. Basta ch'io pensi a voi, e mi richiami il vostro bel nome. Così continuate ad essere l'angelo della mia mente, anche a tanta distanza. La vostra graziosa immagine sorride a miei pensieri, come la candida stella polare al navigante smarrito nelle immense solitudini dell'oceano. A voi devo la vita dell'intelletto, a voi quelle serene fantasie che mi trasportano in un mondo migliore! Mia madre mi ha dato un corpo imperfetto e deforme; voi mi avete spirato un'anima giovane e forte, e lieta e magnifica nelle sue idee. Il mondo dove ella vive e si spazia è altrettanto bello e perfetto, quanto la società degli uomini che vivono sulla terra è ingrata ed amara. Grazie a voi che mi svegliaste alla vita del pensiero! Quind'innanzi non vi chiamerò più sorella come mi avete comandato di fare. Voglio chiamarvi madre. Sorella non esprime che l'affetto reciproco. Ho bisogno di un nome che indichi meglio i nostri veri rapporti. Voi siete la madre dell'anima mia.

»Non mi domandate dunque quali progressi abbia fatto la cura, e di quanti pollici si sia raddrizzata la mia persona. Parliamo d'altro. Parliamo dello spirito che ha meno ostacoli a superare. In questi quattro mesi mi sono un po' esercitato nella lingua francese. A forza di sentirla parlare, m'ingegno di spiegarmi alla meglio tanto che già cominciano a intendermi. Finora ho sempre letto il Leopardi sul quale ho fatto un mondo di riflessioni, che mi riservo a comunicarvi a voce. Ora assisto alla lettura di qualche libro francese che il direttore medesimo o un assistente ci vien facendo per occupare e divertire il nostro spirito durante l'inerzia forzata e l'attitudine disagevole del nostro corpo.

»Da otto giorni ci vien letto un libro nuovo scritto da un sansimonista chiamato Giovanni Reynaud. È un libro nuovo davvero, almeno per me, e credo anche per voi. Il suo titolo è: Terre et ciel; e, contro il vezzo moderno che impone alle opere i titoli più stravaganti, quest'opera parla davvero del cielo e della terra, ma sotto un punto di vista affatto straordinario. Non posso dire d'intender tutto, perchè il libro è molto scientifico, ed è scritto in uno stile molto sublime: ma quello che non intendo, a forza di pensarci, riesco a intravederlo e a indovinarlo da me medesimo nel silenzio della notte.

»Questo libro mi dà la chiave di molti dubbi che hanno finora tormentato e affaticato il mio spirito; e mi pone in grado di soddisfare assai meglio ai nostri perchè. Non ardisco ancora entrare nell'argomento, perchè tante idee nuove e meravigliose mi fanno come nuotare in un'atmosfera insolita e sconosciuta. Sono come abbagliato da una luce più forte che gli occhi non valgono a sopportare. Ma appena mi sarò avvezzato a questo nuovo elemento, vi scriverò una lunga lettera che vi aprirà un nuovo mondo.

»Per oggi restiamo ancora nel vecchio, che la vostra bontà mi renderà sempre più caro d'ogni altro.»