XI.

Il giorno che questa lettera fu ricevuta in casa Lanzoni, fu giorno di festa per Angela.

Quel tenero nome di madre, che il povero nano avea trovato nel fondo del suo cuore per esprimere l'immenso affetto di gratitudine che sentiva per lei, la commosse e inorgoglì al tempo stesso. Quel nome rivelò a lei medesima la natura del sentimento che provava per esso. E benchè pochi anni corressero fra l'età sua e quella del suo pupillo, ed ei sapesse sovente trovare col suo naturale ingegno e col suo istinto meditabondo certe ragioni ch'erano sfuggite a lei stessa e al suo precettore, pure si sentì degna di questo titolo, perchè aveva realmente esercitato l'ufficio di madre verso il povero trovatello diseredato dal mondo e dalla natura.

Quella bizzarra predilezione per ciò che gli altri disprezzano a torto, quell'amore per le creature meno privilegiate, trovò la sua più nobile espressione nell'affetto che sentiva per Cosimo. Da questo momento tutte le cure che soleva prodigare ai varj vegetabili ed animali men favoriti, si concentrarono in uno. Ella divenne tutto ad un tratto più seria, passò dalla puerizia all'adolescenza del cuore, assunse una gravità che, senza nulla togliere alle sue grazie native, le dava la dolce maestà della donna sollevata al grado di sposa e di madre.

La sera, quella lettera dovette essere letta nel picciolo crocchio d'amici che frequentavano casa Lanzoni. Il conte v'era presente e non mancò di congratularsi con Angela del buon esito delle sue cure verso il povero orfano.

La conversazione s'aggirò, com'è da pensarlo, sul contrasto tra un sì bello e sì pronto ingegno e una conformazione sì difettosa, sulle cause probabili del male e sull'efficacia dei mezzi adoperati alla guarigione. Il dottore non isperava molto dalla cura ortopedica a cui Cosimo si era assoggettato sì tardi. Il conte raccontava casi mirabili e stravaganti di guarigioni ottenute anche in una età più provetta. Angela stava in fra due, ma non osava abbandonarsi a troppe speranze. Del resto, ella lo avea preso a proteggere così malconcio, e pensava che se le fosse comparso dinanzi trasfigurato, certo ne avrebbe goduto, ma non le sarebbe parso più quello. Il suo ufficio di madre avrebbe fatto luogo ad altri rapporti ch'ella non potea prevedere. Nè la sua immaginazione, nè il suo cuore poteva dunque imaginarselo differente.

Le diverse opinioni che si esprimevano sul suo conto, l'interesse che tutti mostravano avere per lui, lo sviluppo precoce della sua intelligenza, la lettera singolare di cui si era fatta lettura, tutto ciò avea concentrato l'attenzione sul povero nano assente, e il conte d'Andria non potè a meno di chiedere ad Angela il tempo e il modo onde lo sfortunato avea chiesto e ottenuto asilo e protezione presso di lei.

Angela rispose senza pensare: — Orfano, abbandonato da sua madre per morte, da suo padre per colpevole incuria, bisognava bene che alcuno s'incaricasse di lui. Il Signore, diss'ella, provvede ai pulcini della rondine: ma non sempre agli orfani della razza d'Adamo. —

Il conte sorrise all'arguta e vivace risposta della fanciulla, e le augurò la forza e la costanza di adempiere a questo magnanimo ufficio. — E come probabilmente — soggiunse — il numero degli orfani sarà sempre più grande del numero dei tutori, vi prego a volermi associare all'opera degna. —

Egli non pensava, dicendo queste parole, che a farle uno de' soliti complimenti: ma Angela le prese sul serio, e si propose di mettere alla prova a suo tempo le buone disposizioni del vicino.

Questi però apparteneva al numero di quegli uomini che, larghi a parole, sono difficili a confermarle co' fatti, e trovano sempre una ragione o un pretesto per trarsi d'impaccio. Egli aveva adottato un'ammirabile scappatoja per ischermirsi dall'incommodo d'esser coerente a se stesso: la morale. Guardate dove andava a cacciarsi l'ipocrisia! Un tempo fa, un uomo che avesse viaggiato l'Europa si piccava d'aver lasciato qua e là i pregiudizi nativi. Ora i viaggi sogliono dare un'altra piega allo spirito. L'uso del mondo, il conversare con ogni genere di persone, la necessità di non cozzare con le opinioni divergenti del prossimo sparge le parole del viaggiatore d'una tinta di pedanteria che innamora. A forza d'approvar tutto e tutti, ei perde la propria opinione individuale, e dissimula questo pratico scetticismo con una vernice di moralità che serve di condimento ad ogni genere di discorsi. Il conte d'Andria lasciò l'Italia stordito, e vi tornò moralista. Ei s'era posto nella categoria di quelli che si professano i salvatori della morale, della religione, della famiglia. Non vo' dire che fosse profondamente corrotto e pensatamente ipocrita come i creatori di questa formula; ma la ripeteva così per bon-ton, e la trovava assai comoda per darsi un'aria d'importanza e di singolarità fra' suoi concittadini. Era una specie di diplomazia sociale, divenuta alla moda fra i nobili, un argot delle persone distinte.

Dopo aver data dunque un'approvazione la più cordiale alle generose parole di Angela, trovò il modo, parlando agli altri, di versare un po' d'acqua sul fuoco e di elevarsi di un grado, spacciando le solite topiche sulla miseria crescente, sulla cancrena che divorava la società, sulla corruzione de' costumi presenti, sulla immoralità che corre le vie e si predica su' teatri, ec., ec. — Se si volesse — diss'egli — prendere sotto la propria tutela tutte le femmine di mal affare e tutti i trovatelli della città, quale posto rimarrebbe ai poveri virtuosi ed onesti? Quanto più si studia la società — conchiuse il nostro filosofo — tanto più si divien fatalista. Bisogna avere il coraggio di applicare alle miserie umane il famoso adagio degli economisti: lasciar correre, lasciar fare. Chi muore a vent'anni e chi nasce colla spina dorsale fuor d'equilibrio, certamente aveva ad espiare qualche peccato d'origine. Io dico che, in massima, gli uomini di senno hanno a pensare ai sani e agli onesti, lasciando alle anime eroiche, ai cuori angelici, come il vostro, madamigella, la virtù evangelica di correr dietro all'agnella errante, e di raddrizzare le gambe ai cani. —

Angela non era donna da lasciarsi allucinare dalle forme più o meno garbate di questo ragionamento. Ella sentì come per istinto l'egoismo che si copriva sotto questo mantello d'ipocrisia, e non mancò di replicare al signor moralista: — Ma quando la miseria e l'infermità non dipendono da vizio originale, ma da vizio effettivo di qualche padre, dimentico dei propri doveri e della propria parola? —

Il conte era ben lontano dall'immaginare che questa fosse un'allusione a lui stesso. Rispose dunque senza esitare, che in questo caso chi era l'autore del male dovea ripararvi. E qui giù un altro squarcio di morale sulla responsabilità personale e sulla santità del dovere. Questo però non distolse la giovanetta dal suo proposito, e tornato il discorso sul povero Cosimo, trovò modo di dire al conte che il nome della madre era Teresa: una povera guantaja morta probabilmente d'inedia e di crepacuore pochi anni prima.

Il conte arrossì, ma si ricompose all'istante. I viaggi sono eccellenti per dare una certa disinvoltura nei casi difficili. E la contessa d'Andria, che fino allora avea badato all'arazzo che trapungeva, venne in soccorso del figlio, chiamando Angela a sè per consultare il suo gusto sopra una tinta delle sue lane.

Così destramente fu rimessa ad altro momento una rivelazione di cui Angela sola avea il segreto, e che un oscuro presentimento la persuase a rimettere a migliore occasione.

Intanto passavano i giorni ed i mesi, senza che nulla venisse a portare la luce in questo mistero. Le lettere che Angela inviava al prigioniero dell'istituto ortopedico erano sempre affettuose, lettere di sorella e di madre ad un tempo. Ci duole non poter offerire alle nostre lettrici tutta questa corrispondenza come fu scritta. Ciò prolungherebbe di troppo il nostro racconto, e ne muterebbe il carattere. Non resistiamo però alla tentazione di riportare due lunghi frammenti del giornale di Cosimo, che servono mirabilmente a indicare lo sviluppo della sua intelligenza, e per quali gradazioni insensibili la sua fantasia lo traeva a dare al problema della sua esistenza una soluzione che ognuno apprezzerà colla indulgenza che merita un organismo imperfetto e lottante contro una dura fatalità.