XII.
Cosimo ad Angela.
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«Giorni sono una famiglia inglese venne a visitare lo stabilimento, non per semplice curiosità, come sogliono, ma per esaminare la realtà di certe cure maravigliose.
»La famiglia era composta di un vecchio gentiluomo, di un giovanetto vispo e ben disposto, e di due giovani misses alte e snelle della persona, come la gentile levriera che le seguiva legata al guinzaglio.
»Una di esse, che parea la più giovane, portava il viso scoperto, uno di quei visi britannici che somigliano alle camelie. L'altra copriva la faccia di un denso velo azzurro che ne celava interamente le forme. Mi corse tosto al pensiero che quella bella damina celasse sotto il suo velo qualche deformità, e non andò guari ch'io potei sincerarmene. Passando vicino al mio letto di Procuste, quella bella e nobile giovanetta si fermò per guardarmi, e parve prendere il più vivo interesse alla mia posizione. Mi chiese di qual paese fossi, e inteso ch'io era italiano, mi domandò con puro accento toscano, e con un tuono di voce soavissimo, da quanto tempo io fossi sottoposto a quella cura, se provassi molto disagio a quella postura, e se ne sperassi un buon risultato. Risposi che la cura era men dolorosa che non paresse, poichè l'attitudine forzata in cui mi vedeva non durava molto, ed anche in questo intervallo, la lettura e il pensare temperava la noja di quella dura immobilità. Quanto all'esito, non lo sperava molto felice, nè me ne preoccupavo gran fatto. Dissi che mi trovavo lì più per altrui volere che per il mio, e che non credevo di tanta importanza la forma del corpo, da doverle sacrificare a lungo l'attività dello spirito e l'aria libera della campagna.
»La mia visitatrice chinò il capo a queste parole, e mi parve che sospirasse sotto il suo velo. Dopo qualche istante di silenzio e di esitazione, prese il partito di scoprirsi il volto, e compresi la ragione di quel sospiro. La povera signorina avea deturpata la guancia sinistra d'un enorme macchia bruna che avea portata nascendo. — Siamo stati — mi disse — assai maltrattati entrambi dalla natura. Non so quale de' due sia più da compiangere. Tu almeno puoi lusingarti, di risanare, ed hai libera da ogni deformità quella parte dell'uomo dove l'anima ha impresso il suo sigillo divino: io non potrò mai guardare alcuno, ed esser veduta, senza eccitare il riso o la pietà. Tutti i medici di Londra e di Parigi mi dichiararono essere affatto impossibile levare dal volto questa macchia originale che mi deforma. —
»Io la guardava fisso, senza poter trovarmi una parola di consolazione che credessi efficace. Ella riprese: — Addio, mio caro compagno d'infortunio: intendo che cosa vuoi tu dirmi con quella lacrima che brilla ne' tuoi occhi. Mi ricorderò sempre di quanto m'hai detto intorno all'efficacia del pensiero e della lettura. Sarà una consolazione nella mia solitudine.
»Detto questo calò rapidamente il suo velo, mi strinse forte la mano ch'io le porsi, e raggiunse la sua famiglia che intrattenevasi col direttore all'altra estremità della sala.
»La vista di quella sfortunata giovane, e le sue meste parole mi lasciarono nell'anima una grande tristezza. Ho sempre dinanzi agli occhi l'espressione malinconica del suo sguardo; mi sembra d'udire la sua voce affettuosa e la grazia ineffabile delle sue parole.
»Intesi dire ch'ella era venuta a Parigi per consultare i più celebri medici della Francia intorno alla possibilità di una cura; e che, nel caso probabile di una risposta negativa, si proponeva di farsi cattolica e prendere il velo in un monastero. Il padre e la sorella n'erano desolati, ma la risoluzione della sfortunata parea irrevocabile. Compresi allora che cosa aveva inteso di dirmi accennandomi la consolazione della solitudine, e ne fui più che mai rattristato. Non è la solitudine e il perpetuo riflettere sopra se stessa che potrà consolarla: ma la vita attiva e l'esercizio di qualche arte che le sollevi il pensiero, e lo storni dalla propria infermità.
»Ora intendo, mia cara amica, il pregio della bellezza, massime in una donna. Povera giovane! Ella dovette provare ben duro lo scherno, e ben crudele la compassione del mondo! Troverà ella un'anima angelica, come la vostra, per offerirle quelle consolazioni che partono dal cuore, e scendono ad esso?
»Dacchè vidi quella povera damina, mi torna in mente quella celebre questione agitata fra il dottore e l'abate, intorno al passo di Foscolo che, classificando i beni della terra, attribuiva alla bellezza il primato sopra la virtù e le ricchezze. La virtù infatti dipende da noi, la ricchezza non è sempre necessaria per esser felici, e ad ogni modo la fortuna può essere il frutto della perseveranza: ma la bellezza è un dono gratuito di Dio che possiamo perdere ed abusare, ma non potremmo mai procurarci con tutti i tesori di Creso e tutti gli sforzi dell'ingegno e dell'arte. La bellezza è proprio un raggio della divinità. Io me ne accorsi quando vi vidi, o madre mia; quando quel vostro divino sentimento di compassione e d'affetto era così bene espresso e significato dalla soavità delle vostre sembianze!
»Ringraziate Dio, madre mia, di quella perfetta corrispondenza che passa tra le doti del vostro spirito e le forme del vostro corpo. Non veggo perchè gli uomini e le donne ne vadano tanto orgogliose. È un dono gratuito della natura, al quale non ebbero alcuna parte, come non hanno colpa i deformi dei difetti che hanno portato nascendo....
»Povera miss! qual colpa d'origine, o qual dura fatalità la condannava, prima che nascesse, a portare quella stimmata obbrobriosa! Ecco un altro di quei perchè che ci tormentano senza pro! Ho letto qualche libro per sapere la causa di queste macchie mostruose, ma le mille ragioni che ne danno non mi sembrano concludenti.
»È caso, dicono i medici: ma questo non è rispondere. La mente umana insiste a voler trovare la causa di ogni effetto e il fine d'ogni cosa. E dove la ragione e l'esperienza non danno una soluzione plausibile, è lecito domandarla alla tradizione, alla fantasia, e creare un'ipotesi.
»Sarebbe ella condannata quella povera inglese ad espiare una colpa de' suoi genitori? Qual colpa? E che giustizia è codesta che punisce i figli per la colpa de' padri?
»Il libro che vanno leggendoci, e di cui vi ho parlato altre volte, ha una risposta soddisfacente, ammessa che sia la sua dottrina della trasmigrazione. L'autore di Terre et Ciel pretende che la vita de' nostri maggiori si riproduca in noi stessi, e che le anime umane passino per differenti corpi, modificate dai meriti e dai demeriti della vita anteriore. Non so se si possa ammettere questa ipotesi in buona coscienza: ma quanto al caso presente, si dee confessare che si avrebbe una base per conciliarla colla provvidenza e colla giustizia suprema.
»Il male che uno sopporta non sarebbe da considerarsi come un vero male, ma come un'occasione e uno stimolo al bene. Per esempio, la giovane di cui parlo, potrebbe espiare in questa vita la colpa della vanità e dell'orgoglio a cui l'anima sua sarà soggiaciuta nelle fasi precedenti, per cui passò. La espia imparando a sue spese, come le altrui sventure e gli altrui difetti si devono compatire, non dileggiare. Questo sentimento di pietà che prima le mancava, perfeziona ora l'anima sua e la rende degna di riprendere, dopo questo periodo di prova e di educazione, la bellezza di prima, resa più pregevole per la nobiltà de' pensieri e la bontà degli affetti.
»Compiango il Leopardi di non aver considerato le miserie umane sotto questo aspetto, certo più consolante, e forse più vero. Se vi è un Dio, non può essere certamente autore del male. Infinitamente giusto e infinitamente buono, non potrebbe permettere il male nè pur come pena dei tristi, se questa pena non tende e non giova a farli migliori. Il male dunque non è che un ostacolo al bene ed uno stimolo a conseguirlo, un appoggio a procedere innanzi nella via della perfezione. È come l'acqua che resiste più o meno alla barca che la va solcando: ma senza la resistenza che oppone, il remo non avrebbe appoggio, nè la barca medesima l'equilibrio. Io considero il male come un'inerzia. Bisogna vincerla: e per questo è necessario di agire, di muoversi, di combattere e svolgere nella lotta continua, le nostre facoltà naturali che, senza questo esercizio, languirebbero inerti.
»Mi spiace che non potrò più rivedere quella bella giovane. Vorrei farle parte di queste riflessioni e persuaderla a levare il suo velo, ad affrontare arditamente lo scherno del mondo, a porgere consolazione e soccorso a tutti quelli che sono più disgraziati di lei, a farsi un'anima bella e perfetta per l'abito della carità, onde rivivere in seguito felice di doppio merito e di doppia virtù!» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .