XIII.
Cosimo ad Angela.
«Voi esigete ch'io vi scriva, e intanto mi raccomandate di non abbandonarmi alle mie visioni, alle mie fantasie, alle mie stravaganze. Ma come posso io fare altrimenti? Io non ho qui un giardino a mia disposizione, nè un gabinetto di storia naturale, nè un piccolo pezzetto di terra di mia proprietà per dare un asilo alle male erbe che gli altri calpestano! M'è d'uopo adunque di rivolgere la mia attenzione su questo intricato gineprajo de' miei pensieri, e coltivare e classificare le male erbe che germogliano nel mio spirito. Voi deste asilo e conforto alla parte di me materiale e deforme: siate altrettanto indulgente alle allucinazioni strane che formano la mia vita interiore. Buone o triste che siano, non sono esse alfine la parte più nobile di me stesso? Che cosa è il mio corpo se non l'organo spesse volte inetto ad esprimerle? Voi che amate il profumo, qualunque, dei fiori che dite esser l'anima loro, e vi affaticate a interpretare il canto degli uccelli e i suoni inarticolati degli animali, non disprezzate, vi prego, o madre mia, questi vaghi sogni incoerenti che possono essere il primo balbettare di un'anima infante in cerca della verità e della giustizia. Vorreste ch'io mi limitassi a darvi conto del mio stato di salute e dei progressi che va facendo la cura? Il medico è molto soddisfatto, e mi assicura che in qualche anno di letto di Procuste io mi farò dritto e bello come un Apollo! Quanto a me, malgrado la sentenza di Foscolo che considera la bellezza come il primo de' doni e la più invidiabile prerogativa dell'uomo, non posso persuadermi che tale vantaggio meriti di essere conquistato a sì caro prezzo. Io ho le mie idee su questo argomento, e se non temessi che aveste a darmi sulla voce un'altra volta, sarei tentato a comunicarvele. Ebbene! perdonatemi, e ascoltatemi. Sarà l'ultima volta ch'io vi trascino a queste indagini stravaganti e temerarie.
»Io credo, madre mia, che non riacquisterò mai nè la forza nè l'avvenenza. La mia infermità non è effetto d'un accidente: è un vizio di conformazione che ho portato nascendo. L'anima mia non ha saputo o non ha voluto fabbricarsi un corpo più sano e più bello. Ciò non può essere un effetto del caso, nè il decreto d'una cieca fatalità. Una legge giusta, universale, severa deve presiedere a questi fenomeni. L'anima nostra sceglie forzatamente gli elementi del suo corpo, e li sigilla della propria impronta, li configura ad imagine e similitudine sua, non secondo il capriccio del caso, ma secondo un istinto di giustizia che la ritiene in quelle condizioni che ha meritato nella vita anteriore, e che potranno meglio servirla a progredire nel bene.
»Poniamo il caso. L'uomo che mi ha generato era dominato da una smisurata vanità, da un orgoglio colpevole de' suoi vantaggi personali unito a un disprezzo ingiusto delle altrui infermità sì fisiche che morali. Egli riprodusse se stesso trasmettendo il fiore dell'anima propria ad un figlio. Questa parte di lui che si stacca dal cespo, improntata di questa viziosa abitudine, si assimila e si costruisce un corpo in armonia de' suoi proprj appetiti. Il padre è punito nel figlio in quella parte di lui che soppravvive al sepolcro.
»Se la punizione fosse sterile e dettata dalla vendetta, sarebbe ingiusta. Ma quest'anima, dotata d'un istinto progressivo, ha la facoltà di migliorare le sue propensioni, espia i trascorsi paterni che sono i suoi proprj trascorsi, e impara a sue spese la pietà delle altrui sventure, meritando così di essere assunta in una condizione migliore in un'altra fase della vita individua, legata alle misteriose evoluzioni della specie umana.
»In questa ipotesi, io non sarei dunque che un abbozzo destinato a perire o a riprodursi con altri organi, e con un corpo migliore, quando lo avrò meritato colla mia rassegnazione, colla mia pietà, colla mia carità verso gli altri.
»Non so se questa opinione sia ortodossa. Sottoponetela al senno teologico di don Arnaldo, il quale troverà nelle Scritture o nei Santi Padri, o almeno nei libri degli antichi filosofi qualche traccia di queste mie fantasie. Voi sapete ch'io sono docile a' suoi responsi, e mi sottometto volentieri a' suoi buoni consigli. Nel caso ch'egli trovi che la mia opinione sia conciliabile colla dottrina cristiana, o almeno con quella di Pitagora e di Platone, vi prego a comunicarmelo per mio conforto. Questa mia ipotesi mi sembra molto consolante per quegli infelici che sono costretti a portar la pena di colpe che in apparenza non hanno commesse.
»Tornando a me stesso, io mi considero dunque come un abbozzo, come uno sgorbio del mio spirito che, per virtù de' contrasti, e per propria dolorosa esperienza, s'addestra e si affatica a rendersi degno di scegliere e scolpirsi in avvenire un corpo migliore. Lasciatemi dunque subir la mia sorte. Questo periodo della mia esistenza sarà forse destinato a compiersi in pochi anni, forse in pochi mesi, e si compierà forse tanto più presto, quanto più avrò perfezionato me stesso, e meritato di rinascere sotto forme migliori.
»Mi torna involontariamente al pensiero la povera giovane inglese che ho veduto pochi dì sono. Vi scrissi nell'altra mia ch'io non reputava la solitudine di un chiostro il miglior partito a cui potesse appigliarsi. Altre considerazioni più mature mi fanno mutar pensiero.
»Mi sono domandato: E s'ella, vivendo nel mondo e trovandosi a contatto colla società, s'innamorasse di qualche giovane, che non apprezzasse le sue qualità morali, e rifuggisse dall'idea di corrispondere all'amor suo? Se avesse una rivale più avvenente di lei, o almeno non condannata a portar sulla fronte quella specie di stigma, oggetto di compassione e di riso? Se, nel conflitto di questi eventi ella venisse a disperare di se medesima e de' suoi fratelli, e l'anima sua, invece di prendere argomento dal suo difetto ad affrettarne il riscatto, si lasciasse trascinare a passioni irose, a colpevoli invidie, ad amare e sterili recriminazioni? Forse quella buona miss avrà misurato nel suo pensiero tutta la profondità di questo abisso, e diffidando delle sue forze per lottare nel mondo contro questi pericoli, avrà preferito di passare nella solitudine questa fase effimera di una esistenza immortale, che sa per istinto dover essere riservata ad assumere forme migliori.
»Mi astengo dunque dal condannare la sua risoluzione, almeno finchè non ne conosca i motivi. Deh! perchè non potete voi conoscerla, parlarle, consolarla, consigliarla? Forse a voi confiderebbe il secreto dell'anima sua, vi confiderebbe le sue illusioni, i suoi disinganni. Domanderò al direttore il suo nome e il suo domicilio. Chi sa? Il nostro incontro medesimo potrebbe non esser fortuito. Noi forse ci ritroveremo, e potremo consolarci e consigliarci a vicenda o in questa vita o nell'altra!
»Iddio le perdoni la terribile prova di amare senza essere amata! Meglio chiudere sterilmente questa esistenza interinale, e liberarsi da un corpo che non serve ai bisogni e agli istinti dell'anima nostra, lasciarlo dissolvere, e passare, nell'ora stabilita dalla provvidenza, ad informare un'argilla migliore.
»Non fate leggere, vi prego, questi miei sogni d'infermo al vostro circolo. Leggeteli solo al maestro, che non riderà delle mie fantasie. E se credete ch'egli ne rida, non comunicatele nemmeno a lui. Leggetele da sola e sul serio. Per ridicole che possano parere, vi assicuro che non le ho meditate ridendo. Non so perchè: ma dopo la visita di quella inglese, i miei pensieri, che si svolgevano senza pena nell'animo mio, e, non riferendosi che a voi, erano impressi di quella serenità che voi portate sulla fronte e nel cuore, ora invece pigliano una tinta più scura e più dolorosa.
»Non avevo mai pensato all'amore. Ora ci penso, a proposito di quella bella e sfortunata creatura, che forse è destinata a sentirlo senza poter ispirarlo. Che dura fatalità! Ma non vo' rattristarvi di più con queste supposizioni, e fo punto per oggi.
»P.S. Il direttore ignora il nome e l'abitazione di quella giovane. Onde forse non ci vedremo più, nè voi potrete conoscerla. Vivrà e morrà ignorata in qualche convento cattolico, aspettando la sua metamorfosi. Non ci pensiamo più. La sua visita e il breve colloquio avuto con lei mi avrà almeno servito a considerare più a fondo questa pagina della vita umana, e a mettermi forse sulla via di sciogliere un problema che resta ancora insoluto. Leggete, Angela, il libro che vi spedisco. Esso vi mostrerà l'origine di queste mie fantasie, ed aprirà forse un nuovo orizzonte anche al vostro pensiero.»