XIV.
Angela a Cosimo.
«Mio caro Cosimo,
»Entra, ti prego, nel mondo reale, nel mondo presente per leggere questa lettera, e per darmi chiara e netta la tua opinione intorno ai fatti e ai disegni che ti comunico.
»Non si tratta del mio giardino, nè delle mie piante, nè del piccolo mondo che nasce, cresce e si trasforma con esse. Si tratta di me stessa, si tratta di te e di un'altra persona che fu finora quasi straniera a noi due, e che può divenire o un vincolo di unione più intima, o una causa di guai per entrambi.
»Tu non t'imagini ch'io parli del conte Alberto. — Che ha egli di comune con noi? chiederai tu. Egli ebbe qualche parte, e fu occasione della mia venuta a Parigi e della cura a cui mi son sottoposto; ma non veggo che altri vincoli mi leghino a lui! —
»Sì, mio caro Cosimo, tu hai con esso rapporti strettissimi: rapporti che ignori, che forse sarebbe meglio per te l'ignorare, ma che le circostanze mi fanno un dovere di rivelarti. Volevo aspettare a manifestarti a voce un mistero che deve avere una grande influenza sulla tua vita: ma il maestro che ho consultato mi consiglia a scrivertene senza indugio, e, dopo matura riflessione, mi ci sono risolta.
»Ricorderai di avermi consegnato da parte della tua povera madre un cerchiellino d'oro che ho sempre portato in dito, ed un foglio piegato diligentemente nel mio borsellino che mi rendesti al cancello del parco. Non so se tu sappia che foglio è codesto. Tu eri troppo giovane quando rimanesti orfano, e forse tua madre, la tua prima madre, non ha creduto doverti palesare fin d'allora il secreto della tua origine. Ora sappi che quel foglio contiene una promessa di matrimonio e il riconoscimento anticipato di un figlio. Quel figlio probabilmente sei tu: il nome segnato a tutte lettere appiè di quest'atto, è quello del conte Alberto d'Andria.
»Io non vi ho fatto attenzione al momento che gittai gli occhi la prima volta su quella carta, nè potevo imaginare con qual disegno la povera moribonda mi avesse confidato quel documento. La contessa d'Andria veniva qualche rara volta a visitare mia zia, ma io sapevo appena ch'ella avesse un figlio che viaggiava da molti anni in lontani paesi. Più tardi, dopo la tua partenza, quel nome mi colpì, cercai nella mia mente dove l'avessi inteso o veduto, e mi risovvenne del foglio che mi avevi affidato. Compresi confusamente di che si trattasse, e ne feci parola a don Arnaldo, che rischiarò i miei dubbj e mi persuase allora a tacere, aspettando consiglio dal tempo e dalle circostanze.
»Ora il tempo e le circostanze m'impongono di dirti ogni cosa. Il conte d'Andria mi ha domandata in isposa. Mio padre non ha ancora risposto affermativamente, dicendo di volermi lasciar libera nella scelta: ma la zia trova convenientissimo questo partito, e fra lei e la contessa mi circondano di un vero assedio perch'io mi decida pel sì.
»Io non ho pensato mai fino ad ora al matrimonio. Le mie piante, i miei studj, le mie fantasie, l'amore che ho per mio padre e dirò ancora per te, riempirono finora il mio cuore, e non mi lasciarono nè tempo nè spazio per pensare a scegliere, come dicono, uno stato. Sono stata fino a quest'oggi felice: chi mi assicura se lo sarò in avvenire?
»Quanto al conte Alberto, pur convenendo de' suoi pregi personali e della sua varia cultura, non ebbi da prima alcuna propensione per lui. Esso è troppo facile a burlarsi di tutto e di tutti, troppo lontano dalle mie abitudini per andarmi a genio. Imaginandomi ch'egli avesse per me quella stessa indifferenza ch'io aveva per lui, ero lontana le mille miglia dal credere che le frequenti sue visite in casa nostra, e l'interesse che mostrava per te, tendessero a preparare il mio cuore a questo disegno. Dal momento ch'io seppi ch'egli aveva conosciuto ed amato la donna a cui tu devi la vita, la mia indifferenza fece luogo ad un altro sentimento ch'io non so ben definire. Talora mi sembra odiarlo come quello che potè abbandonare nella miseria la povera donna che ti fu madre: talora cerco nel mio cuore mille ragioni e mille scuse per attenuare la responsabilità di un tal fatto: l'età inesperta, l'orgoglio materno, mille altre circostanze più o meno probabili, e mi sembra ch'io potrei perdonargli ed amarlo ad una condizione che tu facilmente comprenderai.
»Sa egli che tu sei figlio della donna che amò, sa egli d'essere autore de' giorni tuoi? E in questo caso, è egli disposto a mantenere la sua parola e a riconoscerti per figliuolo? Il documento ch'io tengo in deposito non avrebbe gran forza, giacchè essendo fatto in età minore, il maestro sostiene che non sarebbe considerato come valido innanzi alla legge. Ma innanzi all'onore, innanzi alla coscienza, innanzi alla croce che cuopre il sepolcro della povera derelitta? Dinanzi a te finalmente, che con quel foglio in mano potresti chiedergli un nome, uno stato, una posizione nel mondo?
»Mio caro Cosimo, eccoti informato di tutto. Tu sei ora in grado di riflettere su questo fatto, ed è perciò che mi sono determinata a mandarti il documento che è divenuto un prezioso retaggio per te. Pensaci seriamente, e fammi sapere il partito che pensi di prendere.
»Io avrò la forza di resistere al doppio assedio che mi hanno posto d'attorno e domanderò tempo a risolvere. Terrò in guardia il mio cuore contro ogni avversione ed ogni affetto, finchè non sappia che cosa tu abbia risolto di fare. Senza il consiglio del maestro, alla cui prudenza ho creduto dover conformarmi, saprei a quest'ora che cosa pensare del conte Alberto. Gli avrei mostrato quel foglio, e gli avrei letto in volto, se il suo cuore è onesto e degno d'amarmi. Una sera che la conversazione era caduta sulla misera sorte di certe persone, egli si lasciò andare ad un giudizio, che mi parve troppo duro e crudele verso le donne. Presa da un sentimento d'indignazione, io pronunciai il nome di tua madre, e gli chiesi che opinione avesse di lei. Egli impallidì e rimase un poco perplesso. Ma si rimise ben tosto e mutò discorso. Sua madre, che se n'era avveduta, colse il momento opportuno e si alzò per andarsene. Le cose restarono lì. Ma non rimarrò certo a lungo con questo dubbio sul cuore. Non aspetto che la tua risposta per domandargli una spiegazione sul tuo conto, e saprò allora qual giudizio potrò formare di quei sentimenti di probità che ha sempre sul labbro.
»Quante novità, caro Cosimo! Tu puoi diventare fra pochi giorni il figlio, ed io la moglie del conte d'Andria. Quel dolce nome di madre che tu sei solito a darmi, ti sarebbe egli stato ispirato da un sentimento profetico dell'avvenire? Non ti pare che in tutto questo risplenda la mano della provvidenza? Non basterebbero questi fatti per convincer d'errore il nostro medico che attribuisce quasi tutti gli avvenimenti al caso e ad una cieca fatalità? — M'incontro fortuitamente in un povero bimbo maltrattato da' suoi compagni: mi pongo in sua difesa, gli do i mezzi per soccorrere la sua povera madre ammalata. Questa muore, e mi fa depositaria del povero orfano e del documento che ne attesta l'origine. Il babbo ti riceve in casa, tu cresci con me, ed una singolar simpatia ci rende l'uno all'altro sì cari. Più tardi tuo padre, guidato da un intento che lascio ad altri l'incarico di qualificare, ci capita in casa, ti vede, e senza chieder conto di te, senza saper chi tu sia, contribuisce forse a renderti la salute, e certo a svolgere la tua intelligenza in codesto istituto. Un progetto di matrimonio sta per legare per sempre i nostri destini: e tutto ciò dipende da te, da una tua parola, dal modo onde sarà ricevuta! Ci sarebbe da perdere la ragione, se non vedessimo in questo concorso di circostanze una mano invisibile che conduce gli umani destini, e li subordina ad un fine benefico.
»Ad ogni modo, qualunque sia per essere la soluzione di questo nodo, vi è una cosa che resterà: l'affetto ch'io ho per te, e il conforto di aver obbedito all'istinto che mi parlò in tuo favore.
»Tu mi hai dato il nome di madre, e tua madre io sarò, quand'anche il sentimento di padre mancasse in colui che te lo deve per obbligo di natura. Sì, Cosimo mio, tu mi sarai fratello, amico e figliuolo, come vorrai, sotto qualunque nome ti piacerà di chiamarmi.
»Prendi dunque la tua risoluzione senza preoccuparti del tuo avvenire. Sia che tu risani, sia che resti nella situazione di prima, io ti ho posto nel numero degli esseri sfortunati ai quali ho consacrato le mie più tenere cure; e questo solo titolo, ancorchè altri tu non ne avessi, mi ti farà sempre caro sopra gli uomini più ricchi e più accarezzati dal mondo.»