XV.
Non è difficile imaginare l'impressione che questa lettera ebbe a fare sull'animo mobile e sui nervi delicati di Cosimo. Le rivelazioni ch'essa conteneva erano tali da scuotere fortemente anche il carattere più tetragono. L'orfano, il trovatello ritrovava impensatamente l'autor de' suoi giorni: il povero paria si risvegliava figlio di un uomo ricco, nobile, ragguardevole. Dinanzi alla natura, se non dinanzi alla legge, egli era Cosimo d'Andria!
Una fiamma d'orgoglio e di gioia balenò ne' suoi occhi, e suffuse d'improvviso rossore le sue guance e la fronte. Steso sul suo letto di clinica, si trovò tutto bagnato di sudore, e così fuor di sè che non sentiva e non ricordava nè manco la steccatura e la posizione forzata e violenta in cui era.
Rilesse più volte la lettera del suo angelo tutelare, e il documento importante che vi era unito. Ad ogni lettura nuovi lumi sprizzavano e nuove idee germogliavano nel suo cervello. Tutto ad un tratto, chi fosse stato presente, avrebbe veduto quel vivo colore far luogo ad una subita e mortal pallidezza. Alla gioia di aver trovato un padre, succedeva il timore che quest'uomo potesse ricusare di riconoscerlo. Non aveva egli abbandonata la madre, non l'aveva lasciata morire d'inedia e di vergogna sul suo letto di dolore? Non s'era egli forse allontanato dal paese per isfuggire alle conseguenze di questo legame? Ora qual probabilità che, reduce da sì lunghi viaggi, e seccatoglisi il cuore fra tante avventure e fra lo spettacolo de' vizj umani, fosse per venire a migliori sentimenti, e volesse abbracciar come figlio in faccia alla società un povero gobbo, ludibrio della natura e della fortuna?
E tuttavia ei non poteva metter in dubbio nè pur un istante d'essergli figlio. Tutto ad un tratto gli tornavano in mente certe tronche parole udite di tempo in tempo dalla sua povera madre. Quando l'aveva mandato all'asilo perchè imparasse a leggere, gli aveva detto che a suo tempo gli avrebbe fatto conoscere una scritta da cui poteva dipendere il suo destino. Evidentemente la carta di cui la povera donna intendeva parlare era quella che gli stava allora dinanzi agli occhi. E non gliel'aveva mostrata prima, poichè all'età in cui trovavasi quando morì, non aveva notizia alcuna del conte, e non lo credeva ancora maturo per comprenderne l'importanza. La buona donna, consegnandola ad Angela, era stata ispirata da un istinto quasi divino.
Un animo portato a risalire sempre alle cause misteriose dei più piccoli fatti, non poteva non ravvisare in questa catena di eventi l'azione d'una provvidenza suprema. — Mi farò ben riconoscere, — gridò egli — mi farò ben riconoscere! Egli troverà, se non nelle mie fattezze, certo nell'anima mia la traccia di un'origine non volgare. —
Ma qui un'altra serie di pensieri si avvicendava nella sua mente. Ricordava sua madre ridotta alla miseria, alla solitudine, obbligata a sopportare l'insulto della gente onesta per aver creduto alla lealtà di un alto personaggio, per averlo amato, per essere divenuta la madre del figlio di lui! E il suo viso cominciò a rinfiammarsi, ma questa volta di collera e d'indignazione. — Io lo condurrò — diss'egli — sulla fossa dove riposa la benedetta spoglia della madre mia, ve lo farò inginocchiare, l'obbligherò a domandarle perdono e a dichiarare su quella croce d'averla sposata dinanzi a Dio. E vi scriverò sopra una pietra: «Qui giace la contessa Teresa d'Andria, morta di dolore sul fior dell'età!» —
Poi tornava alla lettera d'Angela, la rileggeva e cercava d'indovinare quello che non v'era espresso abbastanza chiaro: cioè la maniera con cui considerava quest'uomo. — L'amava ella? Poteva ella amarlo e dargli amnistia del passato, quand'anche egli avesse voluto e potuto mitigarne le conseguenze? Ma egli era sì grande e sì bello! Aveva un'aria di dignità e di bontà che comandava il rispetto e l'amore. Egli è fatto, pensava Cosimo, per non temere, per non trovare rivali nel mondo. —
Ma qui un sentimento ancora più amaro, un sentimento ch'egli provava per la prima volta, s'impadroniva di tutto lui. Era un sentimento che teneva dell'avversione, dell'odio, un sentimento d'invidia e di gelosia. Non ch'egli potesse qualificarlo per tale, non che fosse in grado di confessarlo nè pure a se stesso. No. Il povero Cosimo non aveva ancora coscienza di aver per Angela altro affetto che quello di fratello e di figlio. Or come avrebbe potuto riconoscere e odiare un rivale nell'uomo che tutto ad un tratto gli si presentava qual padre? Tuttavia, chi volesse dare un nome a quel misto di sospetto e di ripulsione che sentiva nell'animo e turbava la sua imaginazione, non potrebbe chiamarlo altrimenti che gelosia. L'unione possibile di suo padre con quella che nominava con sì soave espressione d'affetto la madre dell'anima sua, doveva parergli il sommo della sua felicità, la suprema delle sue speranze: eppure questa combinazione non gli era mai venuta alla mente. Egli odiava l'uomo che stava per usurpare nell'animo di Angela un affetto al quale s'era abituato per modo da considerarlo come un suo dritto. Quel vago sentimento di simpatia che aveva risentito per quella bella straniera che gli era apparsa, trovava ora il suo compimento. L'imagine di quella giovanetta e quella di Angela si confondevano in uno come il profumo di due fiori diversi in una sola fragranza. Gli è che tutta la sua natura si era risentita a questa subita rivelazione, e tutti gli affetti, fino allora confusi e come nuotanti in un'atmosfera ideale, aveano acquistato nome e realtà. Egli usciva dal mondo dei sogni per urtarsi contro le scabrosità della vita effettiva: era come un ente fantastico che prendesse ad un tratto consistenza e figura, moto e passione.
Questa trasformazione di Cosimo, preparata lentamente dalle sue letture, dalle sue riflessioni, dal progresso medesimo dell'età, doveva compiersi e manifestarsi alla lettura di quei fogli, come al tocco d'un magico talismano. Egli era, un'ora prima, fanciullo: ora si sentiva già uomo. Domandò che gli fossero tolte le fasciature: balzò dal letto, gli parve d'essere cresciuto d'un palmo, d'esser forte e robusto, e capace di difendere i suoi diritti e le sue ragioni. I suoi compagni di clinica furono tutti maravigliati di codesta insolita vivacità che mostrava. Lo credettero sulle prime in preda al delirio, perchè parlava ad alta voce, in italiano, come avesse presente qualche persona. Il sorvegliante della sala ne avvisò il direttore che accorse e gli chiese perchè avesse abbandonato il letto più presto del solito. Cosimo rientrò allora in se stesso e rispose con calma che certe notizie che aveva ricevute d'Italia l'avevano commosso e turbato, sì che avea sentito il bisogno di levarsi e di muoversi.
Si pose allora alla sua scrivania per rispondere alla lettera d'Angela. Ma credendo di ravviare il filo de' suoi pensieri, la febbre sopita si ravvivò. Non fu possibile che trovasse parola da mettere in carta. Si levò da sedere, si pose a misurare a gran passi la camera, e tutto ad un tratto, come avesse preso una risoluzione, esclamò: — Bisogna andare! Che scrivere? che scrivere? Bisogna andare. —