SCENA I.
Sala interna di Damiata. Spunta il giorno.
GUALFREDI al lume di una lampada legge una nota di proscritti.
E voi morrete, — Tedici, Lazzarri, Rossi: già foste amici, or troppo grandi Siete: — io non v'odio... ma perchè importuni Ove a posare ho il piè poneste il capo? Voi perirete. — Lemmo Cancellieri! Il figlio di mio padre! Il mio fratello![8] Uno stesso alvo!... un sangue stesso!... il nome! Di mie vigilie o lampada compagna, Vinta del sole al mattutino raggio, Sembri la Vita;... scintilla di eterno Lume... di vile umor figlia, che splende Nell'ombre: — sembri il tempo, che misura I pianti lunghi, il breve gaudio, e scava Le fosse. — O tempo, o vita, e che mai siete? D'immota eternità mobili figli, Tenebra di sepolcro, ombra di morte. — Ma ed io sarò un eterno? Qui di forma Muta tutto e non muore. E il mio giudicio?.., La mano tinta di fraterno sangue Arderà nell'Inferno... io fratricida... No, — non sarò.[9] Fratello, vivi, e quando Ne dovessi esser morto, e a vituperio Per le vie tratto, e alfin gittato ai fossi, — Vivi: — ciò tu non sai, ma io ne son lieto. Dunque vero è che un oprar bello, ov'altro Manchi conforto, alto a se stesso è premio? Ma io non posso esser giusto, — non posso. Nello... Guido!