SCENA V.
FRA LOTTERINGO dal tempio, e detti.
Lotterin. Chi percuote alle porte? — Che si vuole Dalla casa di Dio? — Chi se'? — Gualfredo! Esecrata dell'empio è la preghiera; Dio la disperde irato, o la converte In maledizion, e su la testa Folgorando allo iniquo la ripiomba. — Scostati dagli altari: — un giorno Dio Ti ruggirà su l'anima, e la impronta Vi scorgendo del sangue: — Immaculata — Ei dirà — e casta ella da me partissi, Perchè l'hai sozza? Non è più mia figlia. Scostati dagli altari. — Oza protervo Un fuoco arse celeste, e Core un fuoco Terreno incese. Una fraterna guerra Pugnasti, — una fraterna alma sciogliesti; E vuoi compagno a' tuoi misfatti Iddio? Tu non se' degno ch'ei la man ti posi Grave, tremenda sul capo, e ti sperda. Miserabile! — il fulmine è serbato A più alti delitti. — Al tuo... gli orrori Bastano della notte, e lo sognate Fantasime crucianti del rimorso, E la paura del fuoco infinito. — Ma Dio t'insegue: — oh! qua ti volgi; — vedi Questa bara? sai chi racchiude? — Il tuo Nepote atrocemente assassinato. — Tra il santuario e te, frapposto ha Dio Il tuo delitto. Gualfredi Ahi! che innocente io sono. Lotterin. Sì, — come Giuda. Se tal sei, t'accosta, Vieni, e lo giura sul capo del morto... Ma temi che non scorra dalle peste Narici il sangue su le labbra; temi Non venga a ribollir spumoso... temi Fino all'inferno non si avvalli il suolo. Gualfredi Padre! non sono io reo... Lotterin. Giuralo... Gualfredi Il giuro... Lotterin. Tu tremi? Gualfredi Sì... ma di pietà... Lotterin. Si scopra Il cadavero: or vieni... Oh morte eterna! Tua figlia! Gualfredi Cristo! Lasciami...[32] O diletta! Lotterin. Scostati; — è morta! Tutti È morta! Gualfredi O Bianca!... o figlia, Nell'ora del dolor vegliami, o Dio, Che la morta ragion l'alma non stringa Al fiero passo dei martirii eterni. Manente Io non ho vena che non tremi tutta. — Rendiamci a Lui che volentier perdona; Geri... rendiamci... a... Dio. Geri Sul capo nostro Piovve commista al maledir di Dio La linfa del battesmo: eternamente Dannati... il cielo per tremar non s'apre... Gemi, codardo? — In me ti affisa... io voglio Che ben degno di lui m'abbia l'inferno.
ALLUSIONI STORICHE.
Appiè del letto
Starsi un demonio che vi guata fiso.
Questa credenza religiosa era comune a quei tempi. Nello Specchio della vera Penitenza trovasi un fatto molto somigliante all'esposto; non sia grave di leggerlo qui trascritto. — «E' fu uno cavaliere in Inghilterra prode in arme, ma di costumi vizioso, il quale gravemente infermato, fu visitato dal re che era uno santo uomo; e indotto che dovesse acconciarsi nell'anima, confessandosi come buon Cristiano, rispose, e disse: Che non era bisogno, e che non voleva mostrare di aver paura, nè essere tenuto codardo o vile. Crescendo la infermità, e il re un'altra volta venne a lui, e confortandolo, e, come aveva fatto prima, inducendolo a penitenzia e a confessare li suoi peccati, rispose: Tardi è oggimai, messer lo re; perocchè io sono già giudicato e condennato, chè male a mio uopo non vi credetti l'altro giorno quando mi visitaste, e consigliastemi della mia salute, che, misero a me! ancora era tempo di trovare misericordia. Ora, che mai non fossi io nato! m'è tolta ogni speranza; chè poco dinanzi che voi entraste, a me venneno due bellissimi giovani, e puosonsi l'uno da capo del letto, e l'altro da piè, e dissono: Costui dee tosto morire; veggiamo se noi abbiamo nessuna ragione in lui. E l'uno si trasse di seno un piccolo libro scritto di lettere d'oro, dove, avvegnachè in prima non sapessi leggere, lessi certi piccoli beni e pochi ch'io aveva fatti nella mia giovanezza, innanzi che mortalmente peccassi: nè non me ne ricordava. E avendone grande letizia, sopravvennero due grandissimi, nerissimi e crudelissimi dimoni, e puosono innanzi a' miei occhi uno grande libro aperto, ove erano scritti tutti i miei peccati, e tutti i mali ch'io aveva mai fatti, e dissono a quelli due giovani ch'erano gli angioli di Dio: Che fate voi qui? conciossiachè in costui nulla ragione abbiate, e il vostro libro, già è molti anni, non sia valuto niente. E sguardando l'uno l'altro, gli angioli dissono: E' dicono vero. E così, partendo, mi lasciaro nelle mani dei dimoni: i quali con due coltella taglienti mi segano l'uno dal capo, l'altro da' piedi. Ecco quelli da capo mi taglia ora gli occhi, e già ho perduto il vedere. e l'altro ha segato infino al cuore, e già non posso più vivere — E dicendo queste parole, si morì.» — Dante, al XXVII dell'Inferno, tal fa parlare Guido da Montefeltro:
Francesco venne poi, com'io fu' morto,
Per me; ma un de' neri cherubini
Gli disse: Nol portar; non mi far torto.
Venir se ne dee giù tra' miei meschini,
Perchè diede il consiglio frodolente,
Dal quale in qua stato gli sono a' crini;
Ch'assolver non si può chi non si pente;
Nè pentere e volere insieme puossi,
Per la contraddizion che nol consente.
O me dolente! come mi riscossi,
Quando mi prese, dicendomi: Forse
Tu non pensavi ch'io loico fossi!
E al VI del Purgatorio, non con diversa immagine si esprime Buonconte figlio dello stesso Guido.
Il terzo giorno ciberò del pane
Nel vin temprato su l'arca del morto.
La causa di parlare siffatto è manifesta dal Commento che fa il Landino al verso del Canto XXXIII del Purgatorio, — Che vendetta di Dio non teme suppe. «Creda che Dio ne farà vendetta.»
Referisce lo Imolese che in Firenze era opinione, che chi avesse commesso omicidio, e mangiasse sopra il corpo del morto una zuppa, non potea dipoi per vendetta esser morto: e il figliuolo di Dante, il quale commentò questa Commedia, afferma che in questi tempi, quando alcuno dei grandi cittadini era stato morto nella nostra città, i propinqui guardavano la sepoltura insino a nove giorni che alcuno non vi mangiasse zuppa.
Oretta, — Oretta, non ti vedrò più!
L'eco dei monti gli risponde — più.
Questa idea fu suscitata da quel verso di Byron nella Fidanzata d'Abido, «Where is my child? an Echo answers, Where.» — Byron poi confessa di averla tolta da un manoscritto arabo citato nelle note dei Piaceri della Memoria, che dice: «I came to the place of my birth and cried, the friends of my youth, where are they? and Echo answered, Where are they?»
Mesto mesto incamminasi al piviere ec.
Da tutti i monumenti storici della età della quale trattiamo, agevol cosa è rilevare pivieri dirsi li scompartimenti dei contado oggidì chiamati cure e parrocchie; qui poi Piviere sta propriamente per la casa del Pastore, che ora intendo nominare Canonica: sere essere il titolo del sacerdoti e dei notaj, che or tuttavia questi ultimi conservano, avendolo i primi mutato col don; e mastro, o maestro, quello dei medici.
Il libro della vita è scritto.
La quistione sul libero arbitrio, di cui si fa motto nella Scena presente, era la favorita dei tempi. Dante nel VII dello Inferno aveva attribuito una qualche influenza alla fortuna su le azioni umane. Cecco di Ascoli, che trasse l'oroscopo alla figlia del duca di Calabria, e per influsso di pianeta chiarì entrambi sagacissime femmine, che, come astrologo fu abbruciato a Firenze, stimando aver tolto l'Alighieri il libero arbitrio, nel suo poema l'Acerba acremente il rimprovera al passo che comincia: In ciò peccasti, o Fiorentin Poeta: il quale per esser riferito dai Tiraboschi, dal Ginguené, dal Pignotti e da molti altri, non riportiamo. Niuno però era più che Dante convinto del libero arbitrio; la sua dottrina in questo proposito è chiara pel discorso che fa tenere a Marco Lombardo al XVI Canto del Purgatorio, e più anche per li due terzetti del Canto XVII del Paradiso:
La contingenza, che fuor del quaderno
Della vostra materia non si stende.
Tutta è dipinta nel cospetto eterno.
Necessità però quindi non prende,
Se non come dal viso in che si specchia
Nave che per corrente giù discende.
Nel qual luogo dimostra come la prescienza di Dio non è contraria al libero arbitrio; la imagine della nave è stata imitata da noi, come ad ognuno è manifesto. Se poi ella sia buona ragione, a noi non istà a dire; avvertiremo solo che qualunque ama sprofondarsi per queste astrattezze, materia di ben molte meditazioni metafisiche intorno a ciò potrà rinvenire nella LXIX delle Lettres Persanes di Montesquieu.
Era un Palmiero.
Questa voce fidiamo non ci sarà rimproverata sì come obsoleta, dacchè il Grossi l'ha tante volte adoperata nei suoi Lombardi alle Crociate; pur chi amasse conoscerne la proprietà, legga questo passo di Dante tratto dalla Vita Nuova, che comenta il Sonetto Deh! peregrini, che pensosi andate. «E però è da sapersi che in vari modi si chiamano le genti che vanno al servigio dello Altissimo: chiamansi Palmieri, in quanto vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma. Chiamansi Peregrini, in quanto vanno a Galizia, perocchè la sepoltura di San Iacopo fu più lontana dalla sua patria che d'alcuno altro Apostolo; chiamansi Romei, in quanto vanno a Roma, ecc.»
D'immota eternità mobili figli.
E a me sempre giunge lieto il momento in ch'io posso fare onorevole ricordanza del Pacchiani, che tolse benevolo a scabbiarmi l'anima. Quest'uomo nato per ingrandire le menti, seguendo troppo bene il consiglio del gran cancelliere Bacone, che l'uomo che sa tutto, compendia tutto; tale definiva il tempo, scientificamente, in due parole: È la durata misurata; poeticamente: È il figlio mobile della eternità immobile. Entrambi i modi fanno disperazione di dir meglio.
Volea tenerne il cugin nostro — a forza.
Secondo l'albero della famiglia de' Cancellieri, che si trova nelle Memorie storiche del Fioravanti, Lemmo e Gualfredo erano cugini in primo grado; Dore e Vanni, o Geri, In secondo: noi, alterando la Storia, accostammo i gradi della agnazione. Chi non ne indovina il perchè, è indegno che gli sia detto.
Per trescare una danza in campo azzurro.
Questa, e ben altre frasi, come — Dar de' calci al rovaio — Mandare in Piccardia — Ballare nel paretaio del Nemi — Serrare il nottolino — Salire senza scale, ec. — adoperavano i nostri antichi a esprimere quello che più apertamente significavano coll'appiccare per la gola, come si usa cogli uomini di garbo.
O auguste mura dei miei padri.
Damiata veramente era un castello che apparteneva ai Neri; e questa è nuova alterazione della Storia. Nella cacciata dei Neri, seguita nel 1301, fu insieme con altri nobilissimi palazzi atterrato, come da tutti gli Storici.
Quindi additava l'arme.
L'arme di questa famiglia, conservata dal solo ramo dei Cancellieri del Bufalo, non era già un lione, ma sibbene un porco in campo liscio. Anche adesso quest'arme si vede in Pistoia sul palazzo di detta famiglia, estinta sul finire del secolo scorso, ed ora posseduto dal cavaliere Ganucci Cancellieri, che colla eredità ne prese il casato.
E quale ebbe Fiorenza
Vivo colore.
Famosi furono i Fiorentini per conciare i panni: principale artificio appo loro era la tintura. Formavano i tintori un corpo separato dalla lana, ma erano tenuti a mallevarla di 300 fiorini d'oro. Un ufficiale particolare, chiamato dalle magagne, aveva cura d'invigilare alla buona tintura; laddove si fossero trovati i colori falsi, o meno buoni di quello che dovevano essere, i tintori erano puniti come falsarii. Ognuno poi sa lo scarlatto essere il panno a que' tempi maggiormente usitato. Vedi Pignotti, Comm. dei Toscani.
Sua dimora ha tolto
Fra Lotteringo.
Questo frate gaudente vivea a Pistoia, e si chiamava Bertacca, ed era de' Cancellieri. Noi abbiamo variato il nome di Bertacca in Lotteringo, siccome poco poetico. Chi vorrà leggere il passo seguente delle Storie Pistoiesi, potrà conoscere quanta sia la confusione de' fatti del Landino e del Machiavelli, che riportammo a principio dell'Opera. «Veggendo li figliuoli di messer Rinieri Canceglieri e gli altri Bianchi di Pistoia che la parte Nera salía, e la loro scendea, pensarono di voler vendicare la morte di messer Bertino, e uccidere uno dei maggiori caporali della casa de' Canceglieri della parte Nera, e ordinarono col Focaccia e col Fredduccio di messer Lippo, che era uno nipote di messer Bertino, che lo dovessino fare; e quando ebbono ciò ordinato, ebbono loro fanti, e stavano in posta che messer Detto di messer Sinibaldo de' Canceglieri Neri venisse alla piazza de' Lazzari; e perocchè alcune volte vi soleva venire, non guardandosi da' consorti suoi, che non credea che volessero fare le vendette altrui nel sangue loro medesimo. Onde, un dì venendo messer Detto alla detta piazza, e entrando in una bottega di uno che gli facea un farsetto di zendado, presso a casa de' figliuoli di messer Ranieri, lo Focaccia e Fredduccio, con certa quantità di fanti, entrarono nella detta bottega, e quivi lo uccisono, e partironsi. Lo romore si levò per la terra, e grande gente trasse da una parte e dall'altra: molto fue tenuto danno di lui, perocchè era lo più gagliardo della casa. Onde seguitarono tra loro aspre e forti battaglie, e fue l'una parte e l'altra mandata ai confini, salvo che rimase messer Bertacca padre del Focaccia, perchè era cavaglieri Gaudente, vestito a modo di frate.» — Qual poi bramasse saper chi questi Gaudenti si fossero, dove si adoperassero, e come vestissero, poche linee del Fioravanti il chiariranno: «Quest'ordine di cavalieri, confermato da Urbano IV, fu creato per pacificare le fazioni guelfe e ghibelline, e quelli che vestivano l'abito di questo ordine si chiamavano cavalieri di Santa Maria, e come altri vogliono, i cavalieri Mariani, o frati della Madonna. I quali portavano un abito bianco, ed un mantello bigio, entrovi una croce rossa con due stelle rosse in campo bianco, e vivevano nelle loro case con mogli e figliuoli esenti dalle comuni imposizioni; e chi non era nobile, non poteva essere di quest'ordine, e vivevano assai esemplarmente.» — Dante ne caccia due nell'Inferno.
Ma temi che non scorra dalle peste
Narici il sangue.
Superstizione. Tommaso Tomai, fisico da Ravenna, a p. 222 del suo Giardino del mondo, queste cose riferisce. «Fra le rose memorabili del sangue, non resterò di dire, come il sangue del morto per ferite, venuto alla presenza del malfattore, lo scopre, uscendo fuori dello ferite; e oltre i moltissimi esempi ch'io potrei addurre, ne dirò uno notabile, narratomi dal signor Biagio dell'Orso da Ravenna, dottore illustre e grandissimo pratico nelle cose criminali; ed à che ritrovandosi egli al servizio del serenissimo signor duca di Mantova in Mombello, casale in Monferrato, avendo uno di notte ammazzato uno frate di Santa Maria delle Grazie di Trino, che non si sapeva, dopo l'essere il frate sei ore morto, e trovato la mattina cadavero secco e agghiadato, essendo ivi concorso molto popolo, non si vide alcuna mutazione, ma fatto chiamare uno che si trovava in qualche sospetto, subito giunto alla presenza del morto, il sangue uscì fresco talmente dalle ferite, che trapassando il letto mortorio, arrivò fino a terra, non senza grandissimo stupore di quelli che v'erano presenti. Laonde preso e condotto alle carceri, dopo alcuni tormenti datogli, avendo confessato il delitto, fu condannato a morte dal suddetto signor Biagio.» — In fine di certa difesa fatta per un accusato di perduellione, da Carlo Antonio Rosa marchese di Villarosa, innanzi il marchese di Vigliena duca d'Ascalona, vicereggente del Regno di Napoli del serenissimo duca d'Angiò, la quale comincia «Eccellentissimo Signore, l'infelice Ferdinando Ballati, a cui l'avvocato fiscale a guisa di Marte minaccia la morte, ricorre oggi a Giove, qual è l'Eccellenza Vostra, ec.» si leggono le presenti parole: «Ciò nonostante fu condannato a morte; contro la qual sentenza furono da me proposte le nullità, ma nondimeno fu confermata. Avvenne poi che per un giorno intero si vide sgorgar vivo sangue dalla bocca e dalle narici del suo cadavero: il che diè motivo a molti d'intingere i fazzoletti in quel sangue, e di credere ch'egli fosse innocente.»
CONCLUSIONE.
Addio, libro. Senza me tu vai alla bella Firenze. Uscito dai domestici lari, adesso come nave testè varata ti aspettano i flutti e le procelle del pubblico. Dio ti preservi dal sinistro! Ma dove mai ti sorprendesse l'uragano, rammenta che se favellasti parole forse acerbe, tu non sapesti dirle mai codarde, nè sleali. — Il padre tuo può errare inconsultamente, ma errare e nuocere con deliberato animo non mai: e quante volte egli non potè usare la libertà del parlare intera, comprese tutta la dignità del tacere.
Adesso poi mi assicurano giunta la felicità dei tempi nei quali ti è concesso manifestare quello che senti con fronte liberal che l'alma pinge;[33] adesso mi accertano il Supremo Correttore essersi persuaso che la Storia
Plaude a re che apparecchia appoggio e strada
A legge che menzogna in volto accenna
All'uom, che meno è accorto, e men vi bada:
A quei, che franca agli Scrittor la penna,
E va per prova di arte al lido amico.
Accerta il corso, e poi muove l'antenna.[34]
Onde io sperimenterò i tempi scrivendo più spesso che io non soleva, me consultando e il mio genio, però che poco mi talenti procedere in compagnia, e mi abbia giovato assumere per divisa quel motto di Michelangiolo:
Io vo per vie più disusate e solo.
E quando le cose (il che non piaccia a Dio) camminassero diversamente da quello che io aveva immaginato, tornerò a tacermi o a stampare fuori di paese, aborrendo per istituto e per carattere la stampa clandestina.
La stampa clandestina accenna sempre due cose: o suprema necessità o suprema codardia. Suprema necessità, quando dovere cittadino o carità di patria o altro qualunque affetto magnanimo ti costringono ad aprire l'animo tuo, e tu non puoi farlo senza grave pericolo. Allora se le tue parole non suoneranno vili, non ingiuriose o procaci, ma dignitosamente libere, ove non te ne venga lode sfuggirai il biasimo certamente; o se biasimo alcuno sarà da compartirsi, ne terranno meritevole non te, ma quello che avvezzo a unire il fulmine ai suoi voleri ti costrinse. Fuori di questo caso parmi che colui che si tiene celato sia degno di riprovazione. Dicesse anche il vero, poichè adoperava, dicendolo, le arti della menzogna e della frode, ha da portare le pene dei fraudolenti. Le cose sincere voglionsi rivelare sinceramente, perchè dobbiamo sperare che vi sieno orecchie disposte a intenderle e animi pronti ad approvarle. Quando mai alcun danno incogliesse al franco parlatore, egli otterrà nella sentenza che lo condanna un arnese di ferro col quale arroventato marcare in fronte chi osò giudicarlo. La esperienza insegna due essere Tribunali, uno nella curia, l'altro nel fôro, e inique le sentenze di quella dove non ratificate e confermate dalla libera coscienza di questo. Poco, a vero dire, conforto nelle cause ov'è lite di averi: grandissimo e supremo quando si contende di fama. Nel 20 febbraio 1774, mentre il Parlamento Meaupou condannava Beaumarchais a fare ammenda onorevole in ginocchioni, ed ordinava che le sue Memorie fossero lacérés et brûlés au pied du grand escalier du Palais par l'exécuteur de la haute justice, comme contenant des expressions et imputations téméraires ec., si stampavano e vendevano 10,000 copie di coteste Memorie. La cour et la ville si recarono a casa sua per salutarlo, e il principe di Conti lo conduceva seco a pranzo dicendo: «sentirsi nato da famiglia abbastanza illustre per dare lo esempio del come dovessero onorarsi i grandi cittadini.» Insomma, chiunque è vago della lode di onesto, o taccia od abbia il coraggio della condizione in cui favellando si pose.
Corrono adesso molti anni che a me, preposto alla direzione del Giornale lo Indicatore Livornese, pervenne lettera anonima di preghiera a stampare gravissimi addebiti contra diversi scrittori del Giornale, e più specialmente contro uno. Mandai subito la lettera a questo uomo, il quale accorse premuroso interrogando se intendessi pubblicare cotesta diatriba in suo vituperio. Risposi: avergli mandato lo scritto perchè se mai alcuna cosa vera contenesse, con la debita ammenda la riparasse; se falsa, stesse con tranquillo animo e disprezzasse.
Io poi, dato alle fiamme lo scritto, così ammoniva severamente l'anonimo scrittore nel nº 28 del Giornale, 7 settembre 1829:
AVVISO
Dixerunt ei: — Quid venit insanus iste ad te?
Qui ait eis: Nostis hominem.
Regum IV, 9.
Con la posta del 30 agosto pervenne alla direzione dell'Indicatore Livornese uno scritto anonimo intorno diversi articoli di questo Giornale. — Noi siamo dolenti d'impiegare alcun verso del nostro Foglio onde fargli convenevole risposta; ma dacchè in altro modo non sapremmo come manifestare le nostre intenzioni all'ignoto scrittore, così è pur forza che i nostri Associati se ne chiamino contenti. — Ora dunque, e sia qualsivoglia l'Anonimo, apprenda che male dimostra conoscere la indole nostra se crede con perfida lusinga indurre noi a collegarci seco in altrui vituperio. Per quanto serba dominio la volontà sopra le azioni umane, ci serberemo incontaminati da ogni bassa voglia, da ogni vile talento, dalle invidie, dalle ire solite a turbare gl'ingegni che muoiono in un punto stesso alle memorie e alla vita. Finchè lo consentono i cieli (e sempre spero il consentiranno), la mano che verga questo scritto si manterrà degna di stringere qualunque altra mano Italiana. Sono le lettere un sacerdozio morale, e guai a colui che sotto aspetto diverso le considerasse! — Gli tornerebbe in danno la sua stessa dottrina, e la sua fama sarebbe quella di Erostrato! — L'attitudine a bene scrivere largita a pochi avventurosi, se volta a ritrarre le immagini di una calda fantasia, ossivvero ad esporre sentenze di utili dottrine, feconda fiori immortali a quegli avventurosi; — adoperata in turpi litigi, vuolsi paragonare alle spade della patria affidate ai suoi figliuoli per la propria salvezza, e che nell'ira del vino si cacciano forsennati nelle viscere.
Percorrendo la storia delle sepolte generazioni, gemiamo di sdegno per le risse letterarie del Poggio, del Filelfo, di Giorgio da Trebisonda, del Valla e degli altri uomini dotti del quattrocento. Nel sesto secolo vediamo un Castelvetro comprare da un sicario l'anima di Alberigo Longo colpevole di averlo biasimato, e Castelvetro fuggirsi nudo per la notte dalle case che gli aveano incendiato gli offesi dalla sua penna mordace: — prostituire Annibal Caro i sacri studi, e le onorate scuole, onde è simile a Dio la nostra mente,[35] in turpi motteggi contro quel veglio, di cui lo stil, l'inchiostro, e le parole, son la rabbia, il veleno, il ferro e il dente.[36] Insaniscono vituperati l'uno contro l'altro l'Aretino e il Berni. Sacrilego Bettinelli abate si accosta alla venerata urna di Dante, e ne conturba le ossa; altri ardisce angustiare l'anima grande di Vittorio. — Ma perchè non paia che noi, siccome ne avemmo rampogna, più che non convenga ci dilettiamo a cercare per le colpe umane, ci rimanghiamo dal noverarle più oltre. — Forse vorrà alcuno gittarci sul volto il nostro stesso esempio, e ci dirà: Tu pure trascorresti alla ingiuria vergognosa. — Altri coll'altrui esempio si difenda, non già noi: peccavi!.... Ma se alcuna notte vegliammo su i volumi del vero, se di qualche speranza facemmo lieta la patria, ci sia rimesso il peccato. Non si conti quel giorno nei giorni dei nostri anni:[37] noi ne daremmo cento perchè fosse obbliato.
Dunque non saremo migliori mai dei padri defunti? Andrà perduto il tesoro della esperienza, e dalle passate sventure non ritrarremo nè anche il retaggio del sapere? Nello spazio brevissimo in cui viviamo enti pensanti tra polvere e polvere, non ci ameremo mai?
Certo comparvero nel nostro Giornale alcuni scritti immeritevoli di lode: — basti il rifiutargliela; ma si vorranno biasimare gli animi pronti, la voglia amorosa che indusse quei cortesi ad adoperarsi in prò di questo patrio instituto, mentre altri poltriva in ozio neghittoso? — Dovranno incontrar male per bene? — Forse distesero un cattivo scritto, ma fecero una buona azione; e se intendiamo biasimare le buone azioni, noi non vediamo cosa altro ci rimanga ad operare se non che commendare le pessime.
Imitino questi oscuri Scrittori la modestia dell'Indicatore Livornese: — quale è il libro che sia stato da noi con parole amare ripreso? — Il tempo vuole le sue giustizie sopra le triste scritture, e noi lasciamo adoperare a questo unico riparatore dei torti la sua potenza. Le discipline gentili non si promuovono con gli esempi del pessimo; la mente e il cuore si scaldano davanti ai simulacri di eterna bellezza, nè Longino e gli altri retori innamorarono le genti del sublime con i falli di Omero.
L'anonimo Scrittore, forse classico abbastanza da aver letto le male arti delle Sirene nella Odissea, stimò col suono della lusinga assopir noi onde gli offrissimo mezzo di avvilire la lama di un individuo. — Anonimo, anonimo, rammentati che Ulisse si turò le orecchie, e passò illeso dal canto pericoloso, come noi dalle tue adulazioni. — Ogni uomo rende pur troppo, e più che non crede, strettissimo conto davanti la pubblica opinione delle opere sue; ma te chi fece, anonimo, giudice di morale? — Forse la fama candidissima, forse il retto costume? — Mostrati allora a viso aperto, e vediamo se tu sarai quegli che devi scagliare la prima pietra.
Ora dunque io voglio che sappiano, che per anni e per vicende non mutato in nulla, molto meno avrei saputo o voluto mutarmi in queste norme di onesto vivere civile, e che io respingo da me con disprezzo il sospetto di potermi tanto avvilire da scoccare dalla corda di pelo di volpe dardi velenosi riparato dietro l'anonimo. Io ho detto sempre a viso aperto, a mio rischio e pericolo, quanto mi parve dover dire; e Dio consentendo, la mia giovanezza non avrà a vergognarsi della mia virilità.