§ 5.
— Ma benedetta la Patria! Benedetta nel cielo che la copre, esultanza nei giorni di gioia, consolazione in quelli della sventura Benedetta nel mare che la bagna; benedetta nelle nevi dei suoi monti e nell'erbe delle sue valli; benedetta nei suoi laghi e nei suoi rivi; benedetta nella eterna primavera, che la fa parere gemella con ogni alba che nasce; benedetta nel verde immortale dei suoi aranci, dei suoi mirti e dei suoi allori che le procaccia il titolo di sempre giovane.
— Benedetta la Patria, benedetta!
Fosse perchè tutti quelli che si trovavano a bordo così marinari come passeggieri, intenti al mesto addio, trascurassero il governo della nave, o fosse per altra cagione, essi piegarono a mano manca, onde non potendo più agguantare il vento si trovarono spinti fino in Sardegna; dopo parecchi giorni di navigazione travagliosa toccarono Portoferraio, e il 22 luglio approdarono a Livorno, termine del loro viaggio.
La nave condotta dal capitano Smittoy al contrario bordeggiò a mano destra e le riuscì schivare il vento e il mare grossi; ma per compenso si trovò tra Capo Côrso e la Capraia, appunto dove il signor Giacomo incontrava altravolta gli sciabecchi, o poco discosto. La fortuna sovente si compiace con bizzarra insistenza rinnovare i medesimi casi; almeno in questa occasione accadde così; di punto in bianco si videro venire incontro di sopravento due sciabecchi armatori, di cui uno, vedesse o no la bandiera inglese, sparò il tiro che chiamava ad obbedienza: comecchè il capitano Smittoy ci patisse e attaccasse più Dio mi danni che non occorrono santi nel calendario, pure in sequela dell'ordine del signor Boswell, calò il caicco in mare ed in compagnia di lui si recò a bordo dello sciabecco francese.
Appena messo piede sul ponte, il signor Giacomo si trovò proprio davanti la faccia porporina del capitano Torpè di Rassagnac questi di porpora diventò pavonazzo come se gli balenasse sul volto un lampo di vino; l'altro rimase tranquillo, con la sua inalterabile aria di bontà, anzi schiuse le labbra ad un mezzo sorriso e sporse verso lui la scatola profferendogli tabacco; ma il capitano Rassagnac la respinse con un gesto che aveva imparato al teatro di corte, quando Ippolito rigetta Fedra, la quale gli esibì quello che gli esibì.... e l'altro non lo volle.
— Ah! siete voi? finalmente balbuziendo proruppe il capitano Torpè.
— Proprio io, ai vostri comandi.
— A cui appartiene la nave?
— A me.
— A voi? E voi chi siete?
— Ma, gentiluomo inglese e membro del Parlamento inglese, come potete chiarirvi esaminando queste carte. E la stava appunto come la diceva; sicchè il capitano rendendogliele soggiunse con molta amarezza:
— Però non mi sembra azione da gentiluomo ingannare un ufficiale onorato ed esporlo a perdere la grazia del suo Re.
— Bene: voi dite unicamente — soggiunse il Boswell pigliando tabacco con la sua aria più ingenua: onde il capitano Rassagnac stizzito esclamò:
— Trono di Dio? e pare, che non si dica nè manco a voi.
— Innanzi tratto, capitano, salvo vostro onore, mi permetto osservarvi, che a gentiluomo, suddito di S. M. cristianissima, a soldato, massime di mare, esposto ogni minuto a molteplici maniere di morte e tutte inopinate; non istà bene profferire bestemmie come fate voi.
— Spero che vi rammenterete non correre adesso tempo di quaresima e ci risparmierete la predica.
— Stava appunto per finirla, e poi intendeva aggiungere, che se la vostra memoria vi serve bene io, altro non dissi, nè di altro vi assicurai, ch'era vera del discorso del capitano côrso quella parte che spettava alla mia persona, e vera la mantengo. Tanto bastò alla mia coscienza e deve bastare alla discretezza vostra, sul rimanente avrei dovuto farvi la spia, e se voi siete uomo onorato, e la croce che vi vedo in petto mi persuade essere voi onoratissimo e valorosissimo, penso che non immaginerete manco per ombra ch'io potessi rendervi cotesto servizio.
— Però quando si tratta dell'interesse del Re non si chiama fare la spia se riveliamo notizie in pro' dello stato.
— Può darsi; materia ardua a districarsi, signor cavaliere, materia ardua; però pregovi considerare che io sono suddito di S. M. britannica.
— È giusto, — riprese il cavaliere Rassagnac tutto addolcito, perchè quel buffo calido di lode aveva avuto possanza di far salire dieci gradi in su il mercurio nel termometro della sua buona grazia: — tuttavolta, soggiunse, mi permetterete ch'io possa visitare la vostra nave.
— Sentite bene: come inglese io scerrei mille volte mandare per occhio la nave, che permettere di visitarla a voi se presumeste farlo con violenza: come amico e voglioso di compiacere vostra signoria, io vi pregherò di venire co' vostri ufficiali al mio bordo; molto più che mi corre l'obbligo di ricambiarvi le vostre finezze, e in questa occasione voi rovisterete a beneplacito ogni cosa.
— È affare conchiuso.
E si toccarono le mani.
Andarono e misero sottosopra ogni cassa, ogni ripostiglio sul ponte e nelle stanze; nello entrare in dispensa si fermarono dinanzi due botti sopra una delle quali era scritto rum, sull'altra porter; sotto la cannella ad entrambe stava posto un boccale per impedire lo stillicidio imbrattasse il pavimento.
— Adesso, incominciò il Boswell, è ragione che beviate alla salute del nostro re Giorgio, com'io bevvi a quella del vostro re Luigi: questo è liquore nazionale, e del meglio che si possa trovare; gustatelo e poi me ne direte le novità.
E data volta alla chiave della cannella ne proruppe una maniera di minestra mora che levò nel bocale un flagello di schiuma rossiccia, ne superò gli orli e si precipitò di fuori allagando il tavolato: distribuito tosto il liquore nei bicchieri, lo ministrarono al capitano Rassagnac e ai suoi degni ufficiali. Non ci si poteva trovare eccezione; birra era e della perfetta, chiamata appunto porter perchè a cagione della sua forza sogliono berla i facchini; i Francesi non assueti a cotesta dannata bevanda torcevano la bocca e strabuzzavano gli occhi come se avessero il diavolo in corpo pure sopportavano in pace cotesta cortese tortura, finchè il capitano Rassagnac con una specie di mugolio depose il bicchiere mezzo vuoto su la tavola, esclamando:
— Ouf! Io non ne posso più; signore, non potremmo bere alla salute di S. M. britannica con altro liquore meno che con la birra, eccellentissima come inglese, ma che a noi altri che non abbiamo l'onore di essere sudditi di S. M. britannica scortica il palato? per esempio questo rum farebbe il caso, ed osservo che si può considerare anch'egli inglese, perchè vi viene dalle vostre colonie.
— Benissimo, come vi garba, signor cavaliere.
E come dissero fecero: della birra non si tenne altramente discorso: del rum poi bevvero in tanta copia, che nè anco la metà di quella avrebbono trovato nella botte di birra, quantunque in apparenza più capace, imperciocchè il signor Boswell nella sua previdenza l'avesse fatta fabbricare col doppio fondo, e presso alla cannella contenesse circa un barile di birra della più gagliarda che avesse saputo rinvenire: ogni altra rimanenza era vuota, e aveva un coperchio che per via di congegni combaciava con le doghe, mentre uno dei cerchi di ferro ne nascondeva ai riguardanti le commettiture. Qui dentro stette celato Pasquale Paoli: il caso è sicuro, e tradizioni e ricordi manoscritti e stampati lo accertano del pari: merita non lo dimentichi la storia, affinchè per esso si comprenda come novanta anni fa avesse a scampare dalle mani dei Francesi l'uomo che sarebbe stato il Washington della Italia, se come lui avesse avuto non solo la libertà a difendere, ma un popolo altresì più numeroso sparso per terre sterminate, meno povero e tutto di un cuore.
Nel primo capitolo di questa storia ho promesso far toccare con mano come circa un secolo addietro i miei concittadini Livornesi si mostrassero zelatori della libertà: adesso cade il luogo acconcio di mantenere la promessa. Riporto scritture, se non isciatte del tutto, almeno rozze; non importa; avvertesi al fatto, non al modo col quale lo raccontano.
L'abate Giovacchino Cambiagi nel suo libro chiamato (Dio lo perdoni) storia, IV, pag. 209 scrive: «la nave poi che aveva a bordo il Generale era approdata a Livorno il 16. Siccome gli uomini di sommo merito sanno cattivarsi l'amore ancora di chi non li conosce, così il Paoli appena giunto a Livorno talmente trovò gli animi di quelli abitanti in favor suo prevenuti, che tanto mi sia permesso il dire non esigerebbe un nuovo sovrano dai suoi sudditi, correndo il popolo quali frenetici or qua ora là per dove doveva passare non mai saziandosi di vederlo, venendo acclamato dai più sensibili e ammirato dai più riflessivi e finalmente da altri compianto per la sua poca buona fortuna in questi ultimi incontri, avendo dato bastantemente a conoscere le di lui operazioni quanto aveva saputo adoperarsi per rendere libera e alta una nazione stata per lo addietro serva e ignorante.»
Il buono abate aggiunge che lo accolse anco benignamente S. A. R. Pietro Leopoldo, il quale generosamente concesse agli esuli côrsi asilo nei suoi felicissimi Stati, a patto però che Pasquale lasciasse loro un assegnamento per mantenersi onestamente. Il che suona che il Granduca non gli mandò via purchè si facessero le spese co' proprii danari: la qual cosa se non arriva alla carità di Don Tubero che biasciava lo zucchero agli ammalati, ci corre poco. Ma a quei tempi i principi, quando non portavano via, parevano donare.
Il Paoli fece come ordinò l'ottimo principe, lasciando il fratello Clemente ad amministrare le relique della fortuna pubblica; e questi per assottigliare le spese si ridusse a vivere nel monastero di Vallombrosa compiacendo alla sua severa natura: gli altri Côrsi per la medesima causa si sparsero nei piccoli castelli della Toscana. Come vi stessero, quali memorie vi lasciassero si ricava dal libro di un altro abate chiamato Francesco Ottavio Renuccini: egli nel libro V del tomo I della sua Storia (Dio perdoni anco lui) di Corsica, narrando come Pasquale Paoli dopo lunghi anni di esilio ritornasse in patria, ci chiarisce; «come buon numero di Toscani, che trovandosi a Bastia gli presentarno i loro omaggi appalesandogli in nome della patria la più profonda venerazione, ringraziando nel tempo stesso gl'illustri esuli così per lo esempio delle virtù che avevano dato alla Toscana durante il loro soggiorno in quella. Paoli graziosamente rispose loro, e tra le altre cose disse: che la Corsica, non mai dimentica dello asilo accordato dalla Etruria ai suoi figliuoli, avrebbe riguardato sempre i Toscani come suoi concittadini ed anche con maggior predilezione».
Ai giorni nostri i Toscani non lo avrebbero ringraziato di nulla, perchè delle virtù ne hanno da vendere, almeno così ci porgono i discorsi, gli scritti, i manifesti, gli avvisi, le leggi e i moniti delle pubbliche magistrature; la civiltà poi possiedono in copia maggiore che non l'Australia l'oro; onde ne fanno uno spreco che è una passione. Comunque ora ciò avvenga, mettiamo in sodo anco questa, che i Toscani novanta anni fa sentivano gratitudine a cui porgesse loro esempio imitabile di valore, e avevano la modestia di manifestarglielo.
Il nostro Pasquale in compagnia del conte Gentili s'incamminò alla volta di Londra, togliendosi il carico di essere la provvidenza dei suoi compagni di esilio: passando in Germania lo vide e gli fe' vezzi Giuseppe II; dietro lo esempio del Sovrano grosso glieli fece tutta la varia gradazione dei principi alemanni, che salvo il rispetto, arieggiano assai alle canne di un organo dove la demenza prova le sue sinfonie pel di delle feste.
.... e trasportatolo presso al procoio di Santa Colomba lo esponessero alla pubblica strada; perchè la gente lo stimasse il corpo di Altobello. (Cap. IX.)
Allora correva l'andazzo fra i principi di dilettarsi della libertà come dei mostricini di bronzo che ai dì nostri usano tenere sopra le tavole per calca-lettere; certa volta parve loro si movesse e veramente si moveva; allora gl'invase una sconcia paura e corsero a pigliare le molle per agguantarla e buttarla sul fuoco come si costuma agli scorpioni: senonchè voltando le spalle essi se la trovarono addosso così ad un tratto gigante che col capo toccava il soffitto minacciando salire anche più in su: si attentarono mostrarle la porta perchè uscisse, ed ella mostrò loro la finestra perchè la saltassero; staremo a vedere come l'andrà finire, perchè per ora nè ella è salita dove voleva andare, nè i principi saltati dove li voleva scaraventare: staremo a vedere.
Ora è di mestieri raccontare due fatti degni di commemorazione successi uno poco prima della partenza del Paoli, l'altro il giorno dopo. Comincierò dal primo: quando si sparse la fama del prossimo arrivo dei francesi a Corte i Côrsi che sapevano come quantunque un popolo butti in faccia ad altro popolo gli omicidi, le rapine e gli stupri, sull'entrare dentro terre vinte, pure in verità la batte tra il galeotto e il marinaio, eccetto gli Austriaci che in fatto di bestialità stanno in cima dalla scala senza dire al calcagno viemmi dietro, uomini e donne vecchi e fanciulli presero a fuggire alla rinfusa verso il Monterotondo.
Lettore mio, per poco il cielo ti abbia largito immaginativa, fingi un monte altissimo perpetuamente incoronato di neve, orrido per selve e per dirupi di gioghi moltiplici, dove occorrono laghi e cascate di acqua, e in mezzo a questi orrori ti rappresenta una donna giovane di severa bellezza col grembo grave di crescente prole salire affannata di greppo in greppo sotto la sferza dei raggi solari; ella dissimula così la interna ambascia, che di tratto in tratto muove parole di conforto al suo compagno sbigottito; e qualche volta presa da pietà per la stanchezza di lui, ostentando forze che non ha, gli porge il braccio soccorrevole. Cotesta è Letizia Ramolina che porta in seno il castigo di Francia, l'uomo è Carlo Bonaparte, quell'avventato giovane che udimmo sul poggiolo di casa Gafforia favellare al popolo gagliarde parole.
Ora, Lettore mio, non immaginare più nulla, bensì pensa come l'uomo per virtù propria condotto in alto, se è primo ad essere rischiarato dai raggi del sole e della gloria, per compensare si trova esposto a tutti gli strali di offesa e d'ingiuria che gl'indirizza il volgo senza nome, non però senz'astio, che vede rappresentata in lui una ingiustizia tanto più aborrita quanto meno facile a ripararsi; per la quale cosa tra molti e meritati biasimi contro Napoleone, fatto tiranno del mondo, i rigattieri delle sconcie parole ve ne mescolarono altre così turpi come bugiarde. Di vero in parecchi libri Napoleone trovasi infamato come figliuolo adulterino del conte di Marbeuf, ed è falso; la Letizia Ramolina era da sette mesi incinta di lui mentre si arrampicava sui gioghi di Monterotondo fuggendo l'ira francese. Carlo Bonaparte si mantenne fedele alla causa della libertà, anzi mordeva gli apostati, e condendo tuttavia il vezzo di aombrare gli eventi con le allegorie pastorali, ripigliò la Corsica della sua voltabilità con la canzone satirica: Pastorella infida sei; ma durò poco; povero e vanitoso di breve cesse ai tempi. I Francesi a cui stende la mano non rifiutano il tozzo, ed ei se l'ebbe: morì lungi della famiglia a Montepellier sempre male in arnese. Più tardi quando la destra della fortuna agguantò pei capelli Napoleone, il municipio di Montepellier propose erigergli uno sbardellato monumento composto delle statue della città di Montepellier, della religione e di altre parecchie; la città di Montepellier con una mano aveva da alzare il coperchio della tomba, e con l'altra additare la base dove si dovevano leggere le parole «esci dalla tomba; il tuo figliuolo ti leva alla immortalità».
Napoleone allora console rispose: «non turbiamo la quiete ai defunti; alle ossa loro pace; anche mio nonno è morto e il mio bisnonno altresì; perchè dovrebbonsi essi trascurare? Ciò andrebbe per le lunghe. Se avessi perduto ieri mio padre, la cosa potrebbe andare che il mio dolore si manifestasse con qualche segno di onoranza: ma ora corrono venti anni dacchè è morto; il pubblico pertanto non ha parte in questo caso: non ne parliamo più.»
Questo fatto dimostra tre cose almeno: che il pecorume municipale a un di presso in ogni tempo e dappertutto si rassomiglia; che Napoleone forse non volle al padre quel bene che portò sempre alla madre sua; per ultimo che l'adorazione di sè non era per anco in lui diventata tanta, che la troppa vampa dell'adulazione non gli facesse aggrinzare il naso: e in vero, non anco tolto il titolo di padrone assoluto, come Console la trinciava tuttavia di popolesco.
L'altro fatto, che si congiunge dolorosamente al fine della nostra storia, merita di essere riportato proprio nel vero modo in che avvenne. — Domenico Leca, o da Leca, curato di Guagno, il giorno dopo la partenza di Pasquale Paoli, che fu il 14 giugno 1769, la mattina a mezzogiorno raccolto nella chiesa di Sovrinsù quanti erano rimasti di là dai monti fedeli fino alla morte alla causa della Libertà, celebrando la messa, quando fu sul punto di comunicarsi, lasciata l'ostia su la patena si volse agli assistenti e con piglio truce, così prese a parlare:
— Dilecti in Cristo fratres. — «Quando i peccati degli uomini sforzano la bontà divina, Dio memore del patto non manda più il diluvio, bensì manda i tiranni. Ora a questi parrebbe quasi essere felici se Dio gli segnasse su la fronte della stimata di Caino; Caini senza segno ogni uomo può ucciderli senza incorrere nell'ira del Signore; ecco la paura e l'omicidio come due vipere mettono il nido nel cuore del tiranno; egli educa metà del genere umano negl'istinti del mastino, le dà denti, le dà collare di spunzoni e l'avventa contro l'altra metà; egli piglia il ferro, e fattene due parti, quella che tocca a lui foggia in arme da punta e da taglio per tormentare, e in ceppi per incatenare; l'altra che tocca al popolo lavora in vomeri e in badili, e gli dice: con questi arnesi apri la terra per seminarvi il grano per me ed anco per te, o seppellirvi i tuoi corpi; e non pertanto il terrore gli dura: allora chiama un sacerdote (non più sacerdote, che tale non rendono la veste e il rito, bensì l'anima conservata tempio degno della divinità) e gli sussurra dentro gli orecchi: mettimi a parte del cielo, ed io spartirò teco i beni della terra, circondami di spavento, distendi intorno a me l'inferno a modo di vallo come lo mettesti intorno a Dio; fammi terribile, sbigottisci le anime, e persuadile che sono parte di Dio, che egli mi impose con le sue sante mani sopra la terra, chi tocca me tocca lui; il medesimo fuoco immortale arderà chi ardisce levare non che altro un pensiero ostile contro la sua divinità e la mia. Il sacerdote non sapeva, o non volle rammentarsi delle parole del Redentore: Satana, è scritto che tu non mi tenterai. Strinsero insieme il patto, e quando il tiranno salì su l'altare, Dio lo disertò. — Ma la paura durava, se il tiranno vestiva la corazza la paura s'immetteva fra la sua carne e le piastre di ferro; nella notte sul letto solitario atterrito dai sogni stendeva la mano sotto il guanciale per tema di un ferro; paventò prima il ferro in mano al barbiere, e barba e capelli si fece accortare co' tizzi ardenti; gli mise ombra lo spillo della moglie, e orribile a dirsi! volle che ella si nudasse prima di entrare nella stanza del talamo: e nè anche questo bastando a quietare la febbre dell'apprensione, mandò per un dottore; voi sapete, o diletti fratelli in Cristo, come i dottori in ogni tempo abbiano sostenuto coi sofismi loro il tiranno; uno ne visse il quale richiesto dallo imperatore di giustificare in senato la strage del fratello, rispose: «è più facile commettere il fratricidio, che difenderlo[39]», e basta; dicono di tratto in tratto ve ne fosse degli altri buoni, e sarà; però tutti insieme e' si possono contare su le dita. Il tiranno dunque disse al dottore: io ti metterò a parte della mia potestà di uccidere e spogliare, a patto che tu la dimostri intangibile; il dottore scese agli accordi e scrisse: «il bene del consorzio umano volere, che si ubbidisse ai principi accettati col consenso espresso o tacito dei popoli (consenso tacito è la paura del boia); occorrendo certi casi (e li dicevano); stare nella comunanza dei sudditi il diritto di muovere rimostranze al Principe ed anco di bandirlo; ammazzarlo mai; il singolo in verun caso potere levare la voce e molto meno la mano, dacchè la volontà altrui non s'interpreta, e bisognerebbe ad uno ad uno farsi conferire il mandato. Chi opera altrimenti, il consorzio umano deve giudicarlo perturbatore dell'ordinato vivere civile, e degno così del supplizio in questa vita come d'infamia eterna nell'altra.» — Ipocriti! In qual modo potrebbero profferire siffatto consenso labbra sigillate dalla paura? Come andare in giro a raccogliere i voti l'uomo cacciato dai segugi del tiranno peggio che belva in bosco? In questo modo, come poterono, hanno creduto provedere alla propria sicurezza i tiranni; alla forza aperta contrappongo centuplice forza e ordinata; alla violenza segreta lo spavento religioso, il clamore dell'interesse, il sofisma dello intelletto pervertito o confuso; e nondimanco il pallore regna su la faccia dei re; e ciò che ormai non valgono ad ottenere giustizia o pietà, la paura vale. Nel naufragio del diritto, quando il tiranno aveva comune con l'uccello di rapina il nido su la rupe, l'istinto ladro, le voglie crudeli e gli artigli sanguinosi, la giustizia abitò le catacombe al pari dei discepoli di Cristo, e attese a difendere l'umanità. Sopra la terra di Vestfalia venne prima istituito il tribunale della santa Vema, segreto e terribile, che giudicava i delitti dei potenti e li puniva. Le medesime cause partoriscono naturalmente i medesimi effetti; la nostra forza fu infranta davanti a forza maggiore, il diritto è calpestato, i lamenti derisi, le acque dell'amarezza ci annegano. Che fare? Dileguarci nei sepolcri sarebbe il meglio; ma a i figli, alle donne, a tutti quelli insomma che per infermità o per natura si sentono pusillanimi, come provvederemo noi? Repugna l'animo nostro dal partito estremo adoperato dai Giudei quando Tito Vespasiano espugnò Gerusalemme; e non lo praticheremo noi. Costituiamoci a posta nostra Tribunale, invisibile tutela degli straziati, e vendicatori dei misfatti. Omai servire bisogna, tra noi e i Francesi Dio ha giudicato, e davanti a cui egli ci atterrava, forza è pur troppo che ci atterriamo noi, e se lo stato dei nostri non inaspriscono vivremo, e lasceremo che vivano: noi non pretenderemo, che nelle nostre piaghe infondano olio e vino come adoperò il Samaritano, ma nè anco patiremo, che ci stillino veleno. Se poi ci ridurranno alla disperazione noi cadremo improvvisi come il fulmine e terribile come lui. Ottenga allora la paura quello che non poterono procurarci la giustizia nè la misericordia: e veruno straniero commetta colpa senza tremare continuamente il vendicatore che lo colga. A me è parso che in questa guisa possiamo sempre benemeritare della Patria e della umanità; ci ho meditato sopra nella notte quando il silenzio e le tenebre schiudono la mente ai casti pensieri della tomba, ci meditai a piè degli altari: mi consigliai col mio angelo custode, implorai Dio che m'illuminasse, e non sentii niente che mi dissuadesse, anzi tutto mi confermò nel proponimento. Gli è molto facile, che la mala morte ci colga, ma io ho considerato che ogni setta, anco la più empia, ebbe martiri, la Patria, che pure si reputa nobilissima fra le religioni, non vanterà i suoi? Può darsi che il mondo ci chiami infami, ma a cui sprezza la morte, che importa il mondo? Dio che sente i nostri cuori ci darà premio o pena: ed io vi accerto, che ci aspetti il premio eterno in paradiso.»
Così orava fervorosamente Domenico da Leca curato di Guagno: s'egli avesse ragione a me riesce arduo giudicare: questo ben so, che i Francesi ebbero torto, gli acerbi gastighi meritarono, e a questi più che ad altro furono debitori i Côrsi se la immane ferocia degli stranieri oppressori pigliò col tempo andatura più umana. Queste cose si rammentano non in odio dei Francesi, bensì della tirannide, che gli angioli stessi renderebbe demonii. Per fermo tu provi generosi gl'Inglesi, ed alacri soccorritori delle miserie altrui, pure coteste generosità e misericordia loro difettano di un certo tepido alito, che consolando blandisce; si sente sempre un braccio che dall'alto si stende al basso, un'anima che sa, senza menomare la copia della sua felicità, potertene far parte; insomma non è l'inglese il ricco epulone che lascia languire alla porta del suo palazzo Lazzaro affamato, bensì gli manda a ribocco i rilievi della mensa, forse anco qualche vivanda intatta; i Francesi poi ti aprono il penetrale domestico, ti mettono a parte della famiglia, ti accostano al proprio cuore e ti ravvivano, eglino, arguti nella beneficenza, arrivano a persuaderti essere la sventura, come l'ingegno, come il valore, e le altre nobili facoltà, pregio desiderabile della specie umana. La cavalleria nacque in Francia, e colà più che altrove fu educato questo fiore della barbarie, il quale propagandosi diventò la civiltà dei tempi moderni: ciò non pertanto i Francesi si comportarono in Corsica tali, che le belve più feroci non possono somministrare sufficiente paragone alla efferatezza di loro; e ciò per la ragione avvertita, che l'uomo messo su lo sdrucciolo del tiranno e del cagnotto, per quanta virtù possieda, forza è che diventi tormentatore.
Quanto affermo suona grave, io lo comprendo ottimamente, e non lo avrei scritto se non fosse per rifrescare dinanzi agli occhi degli uomini una esperienza che troppo spesso li proviamo disposti a mettere in oblio, e per altra parte siccome senza buone autorità non sarebbe creduto, reputo obbligo chiarirlo con carte in mano. Incominciando dai generali, innanzi tratto pongo un frammento di lettera scritta da Napoleone Bonaparte ventiquatrenne, la quale Nicolò Tommaseo giudica per probità, per calore di eloquenza e per feroce ironia, degna di Gian Giacomo Rousseau. Questo frammento voltato in italiano, imperciocchè la lettera comparisca scritta in francese, suona così: «parte dei patrioti propugnando la libertà della patria periva, parte abbandonava proscritta la terra fatta ormai nido di tiranni, ma troppi più non erano morti, nè fuggivano e diventarono segno di ogni maniera persecuzioni. Coteste forti anime corrompere non si potevano, e dall'altro canto il dominio francese, se le non si sperdevano, non poteva attecchire. Ahimè! Questo partito fu troppo bene portato al compimento; taluni perirono vittime di accuse falsamente apposte: tali altri, traditi dalla ospitalità e dalla fiducia posta in uomini venduti, espiarono sopra i patiboli i sospiri e le lacrime sorpresi alla loro passione: molti ammonticchiati, dal Narbona Fritzlar nella torre di Tolone, avvelenati col cibo, tormentati dalle catene, oppressi dai bistrattamenti, vissero, vita affannosa, e furono distrutti da morte atrocemente lenta.»
Che se si opporrà, che la età della bollente giovinezza, e la temperie della stagione (correndo in quel torno l'anno 1793) potevano partecipare colore esagerato alle scritture, e noi confermeremo la verità dello esposto con la sentenza di Giovan Carlo Gregorio, uomo maturo e grave magistrato, scritta sessanta anni dopo della lettera di Napoleone Buonaparte. Sul finire del libro per me ricordato, nella prefazione egli dichiara: «poi cominciò il governo dai servi tremanti, adulatori e ribaldi chiamato felice, ma la Consulta di Orezza del 1791 lo qualificò il più infame, il più esecrando di tutti i reggimenti! governo che durò lunga pezza, sopra del quale non hanno gli storici, come ne correva loro l'obbligo sacrosanto, disacerbato la ignominia amarissima che meritava, contenti di prorompere in vilipendii codardi contro la dominazione genovese, che dalla tomba ove giace, erano sicuri che non sarebbe più uscita a infierire contro i numerosi e sazievoli detrattori di lei» E questo si chiama scrivere bene col cervello e col cuore!
Delle promesse di gravezze diminuite anzi renunziate non si parlò neppure; come suole aumentaronsi. Bene si parlò subito, che sarebbe messo a morte irremissibilmente qualunque fosse rinvenuto con le armi addosso, e poichè questo partito non approdava, poco dopo mandarono fuori ordini rigidissimi contro chi, possedendo armi, non le consegnasse al governo. Chi non piegava la cervice giurando fedeltà al re cacciavano per boschi e per pendici non altramente che belva si fosse: in vero ci adoperarono cani e cacciatori e questi la più parte côrsi: aizzando così fratello contro fratello, onde il misfatto di Caino, mercè le virtù dei Francesi cessando di comparire delitto, fu reputato quasi opera meritoria; più di 500 tra preti e frati di mala morte finirono: fu gloria non avere pietà, e vanto la frode sanguinosa. Racconta la storia, come parecchi, tra gli altri un Pace Vincenzini e varii uomini della famiglia Franchi essendosi arresi, per le persuasioni di Monsignore Guernès vescovo di Alearia, al Marbeuf che gli assicurò della vita, questi appena gli ebbe in mano, gl'incatenò e mandò in galera; e al vescovo a cui parendo incomportabile tanta enormezza se ne rammaricava, rispose: «di che guaite voi? La vita promisi e la vita hanno.» Al sacerdote Salvatore Stappanova fu promessa libera l'andata insieme col suo nepote, però che egli disperando, vecchio com'era, di mai più rivedere la Patria, fatto danaro di ogni sua sostanza s'imbarcò per a Livorno, ma appena allargatosi dalla costa un miglio, ecco abbrivarglisi addosso a voga arrancata due barche regie di cui la ciurma urlava: «ferma! ferma!» Lo imperterrito sacerdote, senza esitare nè manco un attimo, tolse a sè l'occasione della morte ignominiosa ed ai persecutori la causa scellerata del tradimento, imperciocchè legatosi il sacco dei danari al collo si precipitò nel mare gridando al nepote: «vienmi dietro!» e questi lo faceva, ma pietà insensata fosse, o piuttosto prodizione, lo tennero, ond'ei di lì a poco col laccio fu tolto di vita.
Lo dico lo taccio? Lo dirò pure in conferma, che gli Urban e gli Haynau non sono mica bestie esclusivamente austriache, bensì comuni ad ogni popolo che imbestia nella oppressione di altro popolo.
I Francesi messe le mani addosso ad un famoso bandito, il quale per lungo tempo aveva menato strage di loro, tanto furono acciecati dal furore, che non si tennero contenti prima che l'ebbero segato vivo. I Côrsi per non restare in debito di ferocia, preso un francese, mandarono a invitare i compagni di lui andassero a vederlo bruciare vivo: la crederono celia e non si resero alla posta: i Côrsi, che non celiavano, ci furono e vivo arsero il meschino. Certo mio maestro mi sgrida e forte per avere io in qualche parte affermato, che se le bestie avessero senso dei torti che vengono loro fatti quando si sentono paragonate con gli uomini, potrebbero sporgere querela d'ingiurie con buona speranza di ottenere ragione. Il mio maestro non sa quello che si dica, cosa che gli è come naturale; di fatti veruno nega all'uomo il volere, ed anco il potere d'inalzarsi sopra la sua creta accostandosi alle sostanze divine, ma ad un punto con questo volere e potere egli possiede facoltà di avvilirsi sotto le bestie; in lui ci è il verme, in lui ci è Dio, e troppo più spesso le nobili facoltà sue egli adopera pel secondo che pel primo intento. Così vero ciò, che non si lesse mai di un branco o vogli lupi, o vogli jene, i quali abbiano profferto le zanne e gli ugnoli loro a un lupo, o ad una jena incoronati, per istraziare altre bestie, massime della loro specie, mentre questo negli uomini tutto giorno accade; il lupo e la jena per istinto lacerano e per fame divorano, leccano non irridono il sangue, le membra strappate portansi nelle tane o quivi se ne pascono chete, di nascosto, brontolando al contrario se altri li disturbi, non ne menano vanto, non chiedono medaglie, non ne ottengono, croci nemmeno, benedizioni nè anco per ombra, non passa a loro pel capo di millantarsi sostegni del trono e dell'altare, per ultimo non hanno mai cantato il Tedeum.
Tali e peggiori enormezze commisero gli Svizzeri a Napoli ministri della più atroce tirannide che da parecchi anni contristasse il mondo, se ne eccettui quella dell'Austria; tali e più inumani ne hanno commesso pur dianzi in servizio del prete cortese, padre dei fedeli, immagine vera di Cristo redentore venuto al mondo per sigillare col sangue il patto di fratellanza fra gli uomini.
La Corsica ebbe a sostenere in quei giorni il tipo, per così dire, di perfezione ideale di uomo siffatto: costui, come altrove esposi, venne prima con Teodoro, e combattè crudelissimamente per la libertà, poi s'ingaggiò co' Francesi, ed anco più trucemente mise le mani nel sangue per la tirannide, gli fu patria la Lorena; due amori egli ebbe nel mondo: sangue e vino, nè metteva differenza o poca a versare dell'uno come dell'altro; la sua spada profferiva come il carnefice la mannaia; percoteva senza saperne la causa, nè si curava saperla; niente gli premeva conoscere chi avesse torto o ragione e nemmeno lo domandava; mascagno e maliziato partecipava della jena e della scimmia; come Margutte professore solenne di cose inique, le quali a lui sembravano, come diceva, una minestra senza sale, un'insalata senz'olio, se non le condiva con le sue facezie più strazianti delle sue medesime atrocità. Costui, avuta carta bianca dal governo di Francia, per ridurre la isola a devozione, la correva di su e di giù portando da per tutto la miseria, ma non gli bastava, che avrebbe voluto eziandio spargervi il terrore, e questo non gli riusciva; sovente qualcheduno dei suoi mancava alla chiamata, e se ne chiedeva ai paesani, nessuno lo aveva visto: finchè frugando qua e là lo trovavano sforacchiato da una palla, raramente da due, più spesso non trovavano nulla, chè la terra lo aveva coperto col suo mantello di zolla: talora qualche palla a costui portò via il cappello di capo, e una volta lo spallino: non passava sera che non sentisse fischiarsi intorno agli orecchi tre o quattro palle, che piacevolmente appellava zanzare côrse: da tutto questo comprese, che se non si levavano le armi di mano ai Côrsi non si veniva a capo di nulla, fermo in simile disegno, il quale per avventura era il più razionale di ogni altro, vi lascio figurare s'ei mettesse a tortura il cervello per pescare trovati capaci di farglielo conseguire: sopraggiungeva in un paese alla sprovvista e notturno, e inondate le case di sgherri, rovistava ogni luogo per rinvenirci armi: niente era salvo dalle sue ricerche; rompeva muri, scassinava mobili, rivoltava il terreno e maritali letti sfondati e laceri lasciava in mezzo della stanza, e per mettere fine dirò che nè le gole dei camini, nè altre più immonde andavano esenti dalle sue investigazioni: costumò ancora occupare uno o più paesi e quivi prendere stanza campando con la sua gente a spese dei paesani, finchè non gli avessero portato le armi; e bene egli potè vedere l'ultimo pane di cotesto popolo, non già uno schioppo solo: mise in pratica anche questo altro spediente; entrato sopra una pieve minacciò disertarla col fuoco se non rendevano le armi, incominciando ad ardere gli olivi, le viti e ogni albero fruttifero sopra la decima parte del contado, e promettendo che ogni giorno avrebbe operato altrettanto su l'altro decimo se non gli consegnassero le armi, e i Côrsi videro con dolore inestimabile ridotti in cenere quegli olivi, testimonianza della benevola sollecitudine dei padri verso i figli, in cenere la vite sola capace ormai di portare un raggio di gajezza sopra il loro cuore contristato, e i frutti idonei ad addolcire alquanto le loro labbra amare: li videro ma non consegnarono uno schioppo. Di un tratto egli mutò registro a modo dei sonatori degli organi: a cui facesse la spia bandì avrebbe dato di grosse mance e poi perfino rimessione di ogni pena a quale spontaneo consegnasse l'arme, e tanto di danaro che valesse quattro volte il prezzo dell'arme consegnata, ed anco questo non gli valse. Merita particolare menzione quello che fece a Castirla ch'è paese di tratto non lungo discosto da Corte: il Sionville prese tempo per entrarci dentro, allorchè il popolo era in chiesa alla messa: circuita la parrocchia dai suoi sgherri, egli inosservato quatto quatto salì la scala che metteva al pulpito e quivi rannicchiandosi rimase senza farsi vedere, finchè il Pievano finita la messa si volta al popolo che benedicendo accommiata con le parole: ite missa est. Allora egli sbalza su ritto come un di quei diavoli di saltaleone scappano fuori dalle scatole di finto tabacco, e voltosi al popolo favellò:
— Neh! dilettissimi, neh fratelli, avete a sapere, che io sono venuto a farvi la predica.
E siccome i Côrsi scandalizzati da tanta profanazione mostravano volere uscire con segni manifesti di orrore, egli continuò.
— Sicuro! bella come il Pievano io non ve la posso dire, ma siccome mi preme che la sentiate in fondo, così vi avverto, che quale si attenti uscire sarà ricacciato in chiesa a calci di fucile, sicchè disponetevi ad ascoltarmi con benevolo orecchio.» E questo a fè di Dio mi sembra un bellissimo esordio a cui i maestri di rettorica non hanno pensato dalle mille miglia. Sputò e ripigliò a ragionare. — Ora dunque voi avete a sapere, che ieri notte dormendo sul manco lato io mi sono fatto un sogno: mi pareva vedere la testa di Moro, che è la vostra impresa, con una bellissima corona reale in capo e la benda cavata dagli occhi, la quale prima mi rise mostrandomi da coteste sue labbra grosse due fila di denti, che sembravano fagioli bianchi e poi disse: «maresciallo, buona sera; tu vedi che io porto corona reale e fui sempre arme di regno, figurati se mi adattava di cuore a servire d'impresa ad un villano nato e sputato com'era quel coso di Pasquale Paoli! però della mia reverente fedeltà pel Cristianissimo tu non hai a dubitare, questa benda che i Côrsi mi avevano messo su gli occhi io me la sono levata per vedere i fatti così come vanno in servizio di S. M.; avendo pertanto esaminato con diligenza le faccende ho conosciuto, che nella pieve di Talcini, e precisamente nel paese di Castirla, ci vivano mucchi di briganti, che bisognerebbe ardere di un bel fuoco di pruni secchi, fa presto a visitarla che ci troverai armi, munizioni ed altri testimoni dell'odio implacabile che cotesti ribaldi portano al prediletto loro padrone e signore: Io; che credo ai sogni, ho dato retta alla testa di Moro, ed eccomi tra voi.»
A queste parole quella povera gente sbigottita, consapevole come fosse stato dichiarato il possessore dell'armi reo di morte, con voci rotte si mise a gridare:
— Signore maresciallo, credete per la Immacolata Santissima, che vi hanno ingannato, la è pretta calunnia messa fuori dai nostri nemici che ci vogliono condurre al macello: vi pigli carità di noi; noi non abbiamo fatto male a nessuno e fin qui fummo fedeli e vi promettiamo conservarci per lo avvenire obbedientissimi sudditi del nostro reale signore e padrone, come dite voi.
— Zitti! riprese il Sionville, zitti! non urlate tutti assieme, che non siete mica colpevoli... taluni non accuso, ma altri stanno lì lì per ribellarsi, e ne sono sicuro; i primi facciano una cosa, si separino dagli altri raccogliendosi qui sotto il pulpito, e così sceverata la zizzania dal buon grano, vi lascio in pace...
— Nessuno signor maresciallo, qui nessuno è reo, tornò a gridare con una sola voce il popolo presagio di guai.
— Olà, zitti! voi mi avete fradicio. A questa toppa io proverò un'altra chiave. A voi, signor podestà, sbugiardate questi saracini, e ditemi su, quali sono le persone, che qui in Castirla congiurano contro la legittima autorità del re nostro sovrano, e la quiete della isola.
— Io conosco il popolo di questo paese, rispose il podestà alquanto turbato, fedele e devoto; se avessi avuto odore, che ci si nascondessero armi, io mi sarei già dato premura di scoprirle e vi avrei tolto il disturbo di salire fin qua. Vivete tranquillo, signor maresciallo, io vi assicuro, che potete proprio contare sopra i sentimenti di fedeltà di questo popolo.
— O sentiamo via, signor dottore, e come hanno ad essere secondo voi i sentimenti di fedeltà al sovrano?
— Parmi agevole dirlo: il dovere del suddito sta nell'obbedire con anima volonterosa alle leggi, e amare e venerare il principe...
— Così asciutto asciutto senz'altra giunta?
— Che abbia a fare di più io non saprei, se vostra eccellenza non me lo insegna.
— Sicuro, che ve lo insegnerò io, pezzo di somaro. Si ama il proprio sovrano davvero quando ci mostriamo disposti a fare per lui quanto gli può riuscire di servizio, invigilando i suoi nemici, spiandoli, rivelando ai magistrati le trame, le insidie e le intenzioni loro, non portando rispetto ad amici, a conterranei, a parenti, anzi nè anco a mariti, a genitori, a figliuoli, ributtarli di casa, non visitarli, non nudrirli, unirsi al reggimento provinciale côrso per isterminarli; ed anche non basta: bisogna ingegnarci a scoprire e denunciare al Governo le persone con le quali i sospetti mantengono usanza, quello che in generale si pensa, in quali luoghi, in quali case sogliono adunarsi e quando, e in quanti, se hanno armi, e dove le appiattino; se riesce, le portino via essi, se no vengano a farne il rapporto. Ricordinsi i buoni sudditi, che qualunque impegno di onore viene meno all'onore di servire il proprio sovrano, i beneficî non tengono, nè promesse, nè speranze, perchè veruno può beneficare più di lui, vincolo alcuno di tanto può reggere ch'egli non valga a sciogliere; desiderio che persona possieda più facoltà di lui di soddisfare. Questi obblighi crescono pei magistrati, ed anco per loro aumentano via via, che occupano ufficio più sublime.
«Ai parrochi in particolare, e ai confessori in generale corre dovere di provocare le confessioni piene e circostanziate, e rivelarle, che non ci ha segreto che tenga, quando si tratta d'impedire che i malvagi arrechino danno a colui che dopo Dio, e come Dio, merita il profondo omaggio della reverenza vostra. Di fatti, credete voi, parrochi e confessori, di essere istituiti nell'interesse di Dio? Ma' mai lo credeste, vi fareste canzonare, imperciocchè egli non abbia punto bisogno di voi, l'occhio di Dio ti è sopra anche nella tenebra e vede di notte più dei gatti; il suo orecchio ti sta sul cuore e sente venir su i pensieri appena nati, anzi anco prima che nascano, ergo Dio non ha bisogno di voi; i vostri occhi e i vostri orecchi o non sono buoni a nulla, o sono buoni in quanto gli mettete al servizio del re, ed ecco per qual modo un buon suddito senza taccia di temerarietà può sostenere di nutrire sentimenti di fedeltà verso il proprio sovrano.
Il parroco, offeso nella sua religione e nella sua onestà da cotesti scempi discorsi, esclamò dall'altare:
— Signor maresciallo, voi operereste assai meglio dando voi stesso lo esempio del timore di Dio, levandovi da un luogo che non vi spetta, e cessando discorsi pieni di scandalo.
— Come pieni di scandalo? Oh! non lo ha detto San Paolo, che le podestà furono messe da Dio, e che va dannato chi le disobbedisce? Dunque, che vi ribolle? Lo so io da che nasce questo, egli è perchè voi siete Paolista, nemico del buon governo, dell'ordine, anche voi perturbatore della dignitosa tranquillità dei popoli, un commettimale, uno avversario della concordia; insomma un repubblicano, un parricida, e vi mettete in quattro per ricoprire le colpe di questi vostri briganti.
— Io sono sacerdote e voi soldato, però non potendo, nè dovendo vendicarmi, badate, i vostri oltraggi fanno come le processioni; io vi attesto pel sangue di Gesù Cristo redentore, che tutti questi miei parrocchiani sono innocenti della colpa di cui gli accusate.
— Ohibò! Non istà bene a un prete dire bugiarderie: e ve lo provo...
— Siamo innocenti! urlava il popolo, siamo innocenti!
Intanto il Sionville aveva staccato il Cristo dalle staffe dentro le quali lo collocano a manca del pulpito, e recatoselo accanto all'orecchio diceva:
— Vien qua, dolce Gesù Cristo, signor mio, e bisbigliami dentro l'orecchio il nome dei traditori del re di questa terra, mostrando così che fra me e te siamo pane e cacio assai più che questi rinnegati non credono.
Ormai quello che non aveva avuto la virtù di operare la propria salute operava l'amore della religione: la rabbia vinceva la paura, e già usciva dai petti anelanti la voce cupa e minacciosa furiera delle procelle umane: ogni uomo aveva adocchiato o candegliere, o scranna, o arnese altro qualunque, che il furore converte in arme, quando il Pievano, persona prudente, considerando che il nefandissimo atto non avrebbe menato a danno di persona, come colui ch'era consapevole non trovarsi armi nel paese, supplicò a mani giunte il popolo a quietarsi tanto, ch'egli avesse potuto parlare, la quale cosa avendo a stento ottenuta, egli disse:
— Or via, finitela, e diteci quali voi accusate colpevoli.
— Eccomi subito, e raccostato il Cristo all'orecchio disse: i rei che mi sono stati rivelati, quei che tengono armi nascoste nelle loro case sono: Filandro Vinciguerra ed Imperio Castineta ambedue di questo paese.
— E qui presenti, soggiunse il Pievano additandoli e disposti, io penso, a somministrarvi tutte le giustificazioni che stimerete più convenevoli.
— Sì, signore, risposero ad un tempo cotesti due onesti cittadini, la nostra coscienza non ci rimprovera delitti di veruna specie e sopra il santo evangelo possiamo giurare...
... accatastarono cadaveri umani, e in breve ebbero costruiti parapetti e trincee di carne umana. (pag. 464)
— È fiato perso, perchè per non farmi credere una cosa basta giurarmela; se sarete innocenti lo vedremo tra pochi minuti, e così dicendo scese dal pulpito. Venuto in chiesa egli barattò non so quali parole col podestà, spinse il Pievano in sagrestia e ce lo chiuse dentro: guai a lui se si attentasse uscire, lo avrebbe fatto portare a Corte legato come un Cristo, ci pensasse, poi aperte le porte della chiesa andò difilato alle case Imperio e Filandro; le scombussò, mise sossopra, fece il diavolo e peggio, e non trovava nulla; si mordeva allora lo sciagurato le labbra per la rabbia, davasi dei pugni nella fronte, un po' pregava Dio, un po' lo bestemmiava: mentre la sua smania cresceva al punto da rompere in convulsioni, ecco accostarsegli un uomo, che a guisa di bracco gli strisciò da lato e fuggì via: di un tratto si placò il furore del Sionville; che trapassando a gioia smoderata, si mise a sghignazzare, spiccò salti, battè forte le mani gridando:
— Le ho trovate! le ho trovate!
E seguito da tutti corse a certa stalla, che appartata dalla casa del Castineta e del Vinciguerra, possedevano in comune fra loro; quivi dopo poco rivoltare di paglia rinvennero tre o quattro schioppi rugginosi e in malo arnese, che non avrieno preso fuoco nè manco a metterli in forno. Il Sionville con fronte di bronzo, fingendo una grossissima collera, riprese a tempestare peggio di prima.
— Briganti! Traditori! Mi aveva detto il giusto Gesù Cristo neh? Quando s'incomoda egli dal paradiso a fare la spia, credete che ci si metta per canzonare un pari mio? Incatenateli, a Corte, alla forca, marche!
Gli urli, i pianti, le disperazioni, ed anco le minacce potevano sul Sionville quanto il suono del mandolino sopra un lupo affamato: quei miseri furono carichi di catene e circuiti dagli sgherri, che a furia di armi contenevano appena il popolo, erano tratti a Corte.
Partirono, e forse un miglio era il paese rimasto loro dietro le spalle, quando un ufficiale di età assai provetta mise il suo cavallo accanto a quello del Sionville, che cavalcava cantando in quilio certa sua canzone da taverna, e così gli disse:
— Maresciallo, già siamo d'accordo, che non eseguirete mica sul serio la pena di morte sopra cotesti due poveri grami.
— Non siamo d'accordo per niente, io gl'impiccherò bene e meglio appena arrivati a Corte.
La fama, come suole, precorritrice delle tristi novelle (quella delle buone arriva sempre zoppicando) empì Corte del fatto del Sionville, onde gli animi se ne sgomentavano, e un pezzo stettero in dubbio di andare a vedere se fra i tratti a vituperio al supplizio vi fosse alcuno dei loro cari; alfine vinse la pietà, e s'incamminarono a incontrarli; prima di tutti fu vista Francesca Domenica, la quale allo accostarsi del carro sentì sfinirsi dentro e le convenne con ambedue le mani coprirsi gli occhi, ripreso cuore, separò un pocolino un dito dall'altro e per quel filo di luce agguardando le parve non distinguere il contorno della sembianza del suo povero figliuolo; allora risoluta buttò giù le mani, e vide che tra gli incatenati sul carro non era il suo figliuolo: pensando alla disperazione che l'avrebbe invasa se le compariva davanti la cara faccia, se ne tornava quasi lieta, quantunque altri affanni non meno strazianti l'aspettassero a casa.
Chè quivi da parecchi giorni giaceva inferma Serena. Vi ricordate la giovane baliosa, la quale si mesceva tra i combattenti e si cimentava alle prove più perigliose? Ohimè, adesso quanto apparisce mutata da quella! Il suo cuore come arco troppo duramente teso si ruppe. Noi andiamo soggetti a due maniere di malattie, la prima maniera esterna nabissa il corpo, onde l'anima è costretta a uscirne come l'inquilino dalla casa aperta alle intemperie delle stagioni; la seconda muove dall'anima, la quale a guisa di pugnale troppo affilato, taglia il fodero; quelle sovente guariscono, queste non mai. Troppo cumolo di affetti si era precipitato su di lei: la strage paterna, l'atroce vendetta che ne seguitò, l'amore per Altobello, la sua prigionia, il caso di Mariano, il quale tanto non si potè celare, che qualche odore non ne arrivasse anco a lei, le acute trepidazioni per la vita che si era condotta a menare l'uomo da lei scelto a sposo, le vicende infortunate della guerra, la fuga del Paoli da lei riverito come secondo padre, i mali presenti, il presagio dei futuri, tutte queste passioni a troppo largo palpito avevano dilatato quel povero cuore, perch'egli avesse potuto durare senza sfiancarsi. Da prima l'assalse una quiete stanca, una mestizia assidua che la chiamavano al pianto; ora le pareva mancarle sotto i piedi la terra ed ora un ronzìo molesto le zufolava dentro le orecchie; di un tratto vide più soli, o il sole spezzarsi in milioni di faville che le ferivano gli occhi; un po' più tardi ad ogni subitaneo rumore, o di porta che sbatacchiasse, o di masserizia che cadesse, ella rabbrividiva battendo a verga tutte le fibre da capo a' piedi; le lacrime che avevano preso a versarsi non piante dagli occhi suoi, e anche gli sguardi si succedevano uno più lungamente lucido dell'altro a mo' di lampada presso a morire; la vita le fuggiva per tutti i sensi incessante, minuta come l'arena d'orologio a polvere: la voce sonava a mo' di strumento scordato, e il riso appariva su le sue labbra simile alla viola tra i fiori. Durante questo periodo della sua infermità, per attutire alquanto l'arsura che le avvampava le viscere, ella prese a vagare per la campagna ma i suoi piedi si voltavano sempre al camposanto dove al fianco; del padre assassinato dormiva l'omicida; qui stava ore e ore, e per tempo lunghissimo nel medesimo atteggiamento, sicchè di leggieri chi passava poteva supporla una statua sepolcrale; sopra tutto le piaceva considerare le spoglie della natura, che il verno soprastante le rapiva pari al conquistatore entrato in paese nemico, e sembrava consolarsene; un giorno la fermò una foglia la quale sola sul tronco si dibatteva al soffio gelato di novembre; dopo averla fissata un pezzo la staccò, e pian piano la depose su la terra dicendo:
— Abbi pace anco tu in compagnia delle tue sorelle già secche; che giova contrastare al destino? Per le foglie e per gli uomini cascati non si rinnova la primavera.
E sempre e più sempre crescendo in lei il talento delle cose lugubri, incominciò visitare gl'infermi e ad assisterli, senonchè migliorando essi cessava ella di andarli a trovare, tuttavia sovvenendoli con robe o con denari; se si aggravavano non gli lasciava più giorno nè notte; spiava i moti dell'agonia, le guise di esalare l'anima, e se la morte fosse scienza da impararsi, certo ella non ebbe scolare più diligente di Serena alle sue fiere lezioni. Quando il morto si trovava in là con gli anni, ella nel chiudergli le palpebre diceva:
— Beato te! di cui gli affanni sono finiti.
E se per lo contrario giovane, rendendogli il medesimo ufficio con pari affetto, esclamava:
— Beato te: di cui i dolori non incominciarono mai.
Quantunque il vento della fortuna avesse portato via parecchi amici della famiglia Alando, pure la reverenza vetusta e lo amore indomabile gliene aveva conservato qualcheduno; tra questi un vecchio dabbene, medico del luogo, il quale aveva veduta nascere Serena, e non sapeva darsi pace di averle a sopravvivere. Egli la visitava mattina e sera e le ordinava posasse l'animo, non si tribolasse con pensieri funesti; dopo il tempo cattivo venire il buono; Dio misericordioso avrebbe sentito pietà di tutti, massime di lei innocente come Gesù, pura quanto la Vergine Maria; con altre più cose che le anime afflitte non possono fare e che durando sono capaci a trapanare il granito nonchè il cuore umano; e poi la dieta di latte e i sughi di lichene e le altre cose che le si possono fare e si fanno, ma non giovano a nulla. Nè egli punto s'illudeva considerando alla inferma gli occhi diventare ogni giorno più acutamente fulgidi, quasi la Provvidenza li disponesse alla dignità delle visioni spirituali, e sul sommo delle guance infoscarsi il colore vermiglio, ultimo addio dell'astro della vita che tramonta; per la quale cosa ogni volta che Francesca Domenica l'accompagnava all'uscio interrogando come l'andrebbe a finire, e se ci fosse punto di speranza, egli sempre rispondeva:
— Mia signora, i rimedii per coteste infermità gli speziali non tengono nei barattoli, bensì Dio nei tesori della sua misericordia; la gliela raccomandi a Dio nelle sue orazioni, signora Francesca Domenica, chè quella povera tinta in coscienza lo merita.
— Oh! davvero; ella è una santa; e par che il cielo la richiami a casa; ed anco voi, signor dottore, pregate per la mia cara figliuola...
— Si figuri! Ma le orazioni di un vecchio peccatore, come sono io, credo che poco possano giovare ad un'anima benedetta come la sua: ad ogni modo non mancherò, signora Francesca Domenica, non mancherò...
Francesca Domenica per non destare sospetti nell'animo di Serena, tornando a casa ebbe la precauzione di salire le scale, senza scarpe, ma le tornò inutile, imperciocchè appena questa la vide le disse:
— Mamma, a questa ora dove siete stata?
— Io?... Io?...
— Ho sentito il rumore dei vostri passi fin giù su la strada... Perchè volete negarlo? Voi fate male, mamma, a non dirmi la verità...
— Io non ho negato, Serena, nè sono usa a mentire; vi dirò, ma non vi turbate; era andata a vedere se caso mai fosse venuto Altobello, ovvero persona che me ne portasse le nuove...
— Se lo confidavate a me non avreste sciupato i passi, perchè ho saputo qui che non è anche giunto, ma non tarderà ad arrivare.
— E chi può averlo detto, figliuola mia?
— Chi me lo ha detto? Veramente tale, che lo può sapere: dopo che siete uscita voi, una voce mi ha chiamato: Serena! Serena! — Io stava in forse di rispondere perchè non riconosceva la voce, e mi sembrava non averla mai udita, ma la voce replicò da capo: Serena! Serena! Allora mi sono fatta cuore, ed ho risposto: Chi è che mi chiama dalla parte di Dio? Sono io, mi ha risposto la voce, sono il tuo babbo, che vengo ad annunziarti, che ti aspetto in luogo di salute, ma prima di morire rivedrai il tuo sposo Altobello. Dopo ciò non ho sentito più voce, bensì le ha tenuto dietro lo scuccolo con istridi così assordanti, che mi pareva proprio la nottola si fosse posata sul davanzale della finestra.
Francesca Domenica tacque e pensò tremando al presagio di prossima morte, che i Côrsi reputano infallibile quando la voce dei defunti chiama gl'infermi, o piuttosto quando sembra a questi esserne chiamati; nè meno atterrì lo scuccolo, sfida di vendette che non avea cessato mai di perseguitarla, e da un pezzo in qua si faceva sentire più frequente di prima: certo le sembrava respirare un'aria pregna di sciagura.
Adesso parliamo di Altobello: talvolta unito, talvolta separato dal piovano di Guagno aveva scorso in tutte le parti dell'isola rendendo a misura di carbone il male che i Francesi commettevano; senza dubbio il disegno loro non era andato del tutto fallito, imperciocchè, come avvertimmo, sebbene le persecuzioni durassero ardenti, tuttavia nella mente dei più speculativi era caduto il pensiero correre stagione che cotesto rigore cessasse o almeno si temperasse e si provvedesse alla pace con più miti consigli. Ho detto che le persecuzioni duravano ardenti come prima, ma in verità infierivano maggiori, e ciò perchè ogni moto in fondo è più veloce, e innanzi di comparire mansueti, i Francesi studiavano opprimere pienamente i banditi, sia per non mostrare di farlo per paura, sia per impedire che cotesto tizzo lasciato acceso non rinfocolasse.
Cacciati di pieve in pieve i banditi si erano ridotti nei monti della Bavella e di Cagna, e per le boscaglie dell'Aitone e del Coscione traendo giorni pieni di patimenti e di pericoli: difficile, per non dire impossibile, diventato lo scendere ai paesi per procurarsi tanto che gli sostenesse in vita; e dopo essere calati, più di una volta ebbero a tornarsene con li zaini vuoti, perchè i paesani non possedessero bene di Dio da spartire con loro o perchè la paura delle asprissime pene minacciate li trattenesse da soccorrerli. Raccolsero quanto poterono castagne, cibarono corbezzole; che più? Non abborrirono dalle stesse ghiande; ma omai questo misero frutto mancava; arrivava il dicembre e il verno si metteva rigido oltre l'usato. Da qualche giorno tacevano, timorosi di accrescersi il peso dei mali partecipandoseli; da parecchio tempo stentavano, ora poi pativano di ogni necessità, trenta ore non avevano gustato cibo, e già in alcuno cominciava a farsi sentire la stiracchiatura convulsa allo stomaco preludio degli spasimi della fame, allorchè all'improvviso un mufflo, assicurato senza dubbio dal silenzio e dalla immobilità loro si avanzò in mezzo ad essi: parve lo mandasse Dio; Altobello, Ferrante e gli altri giovani che avevano stretto fra loro sviscerata amistanza, come più destri degli altri, inarcato lo schioppo sgrillettarono e a veruno fece fuoco; essi tutti o la più parte di loro avevano viaggiato in Italia, militato ai soldi di Principi grandi, avevano ingegno ed anco coltura non ordinaria, e pure si sentirono scorrere il gelo per le ossa a causa della superstizione côrsa, che crede i morti impedire lo sparo dei moschetti perchè il rumore gli sperderebbe, nè indi a dieci anni potrebbero più riunirsi; e tutti in un moto fecero il segno della croce sul guardamacchie, rimedio indicato come solo efficace a rompere lo incanto e ripetere il colpo, ma il mufflo non si rimase ad aspettare i loro agi, che scappò via pari a saetta volante.
Allora Nasone di tutta foga dietro, e così uno fuggendo l'altro perseguitando, arrivarono sopra il ciglione di un dirupo che al solo vederlo metteva i brividi addosso. Il mufflo presentendo forse il pericolo si fermò di botto puntando le zampe davanti e volgendo in un attimo il capo a destra e a manca quasi a speculare se avanzasse altra via di salute; parve che non la trovasse, e il cane intanto si accostava arrangolato; il mufflo ridotto agli estremi senza più esitare si precipitò giù col capo in avanti dalla balza; poco dopo sopraggiunse il cane, il quale o non avvertisse il pericolo, o avvertito lo disprezzasse, anch'egli si cacciava nel precipizio in un fascio col mufflo: ma con sorte diversa, però che il mufflo difeso dalle corna, se le ruppe entrambe e accosto alla radice e giacque alquanto tramortito, ma poi si rialzò e riprese la fuga come una cosa balorda, ma Nasone non si rilevò più; le sue ossa rotte in parte gli uscivano fuori della pelle, dalla testa fessa ciondolava il cervello, i denti schizzati dalle mandibole gli stavano sparsi d'intorno come le armi al guerriero caduto in battaglia. Altobello non potè dargli sepoltura; ed egli che ormai non aveva più lacrima pei patimenti dei proprii simili nè per i suoi torse gli occhi dal miserando spettacolo e pianse come un bambino.
Il piovano di Guanco sul ciglione della rupe preconizzò la povera bestia con queste parole:
— Noi siamo fatti simili a quelli che sgombrano la casa vecchia per tornare nella nuova; essi levano a mano a mano le masserizie dalla prima e quando l'hanno vuota, lasciano la chiave nell'uscio e si recano ad abitare nella seconda; non passa giorno che noi non depositiamo qualche affetto nella tomba: oggi toccava a te, Nasone, esempio di fedeltà, da far vergogna a molti uomini; poco più a noi rimane di qua di questa vita, Nasone, tu non ci aspetterai molto in seno della terra.... e forse... chi sa! anco nella vita eterna.
E dall'alto lo benedisse, memore che tutti siamo creature di Dio e Dio stesso versa senza distinguere la sua benedizione sul creato.
Ciò fatto il Pievano appoggiò alquanto il mento sopra la bocca dello schioppo come persona oppressa da pensiero molesto e che fra sè tenzona se debba o no manifestarlo, vinse il partito del sì, dacchè egli con piccola voce riprese:
— L'addio è sempre una parola che viene proferita col cuore chiuso anco tra la gente felice, la quale spera rivedersi presto.
Si abbracciarono e baciarono; poi si partirono facendo strada da più lati, senza parole, senza lacrime; il cuore stretto non dava adito nè anco a un sospiro; parecchi affrettarono il passo, altri lo rallentarono, taluno si coperse con le mani la faccia ed ebbe il refrigerio del pianto; ve ne furono di quelli, che mossi da un medesimo spirito voltarono nello stesso punto il viso e si videro e corsero a braccia aperte a rinnovare gli amplessi con quello intenso abbandono, con la infinita svisceratezza che due cose sole al mondo danno, l'altissimo amore e l'altissima sventura.
Altobello fu, senza che gl'invitasse, seguitato da Ferrante Canale, da Romano Colle, da Ugo della Croce e da Rutilio Serpentini; e poichè ebbero scorso insieme buon tratto di cammino, si volse loro e gl'interrogò:
— Non vi parrebbe bene separarci anco noi?
— No, rispose Ferrante dalle rade parole, se in molti riesce difficile vivere, l'uomo solo dall'altra parte male si può aiutare.
Allora Altobello da capo: — o dove andiamo noi?
E Ferrante di rimando: — Tutta la Corsica è patria, ma in Corte nacqui e fui battezzato; ci serva di bussola il luogo del nostro nascimento: quando anco non ci fruttasse altro che deporre le nostre ossa nella terra dove dormono quelle dei nostri padri, ci condurrà sempre bene.
— Tu di' santamente; le tue parole, Ferrante, sono rare ma preziose come le perle; e poi io per me credo, che su le montagne prossime a Corte noi ci batteremo con meno pericolo che altrove, però che i nostri persecutori non si potranno mai immaginare che abbiano posto stanza tanto vicini quelli ch'eglino stimano ormai disperati vagare per l'estremità della isola.
Arrivarono a piè dei colli di Corte attriti dal digiuno e dalla fatica; i piedi avevano sanguinosi; privi da molto tempo di scarpe si erano composti certa foggia di sandali con la scorza degli alberi; ma questa non bastando sola perchè feriva le carni, se gli erano fasciati con bende, le quali avendo dovuto strappare dalle vesti; ora così mezzo ignudi intirizzivano dal freddo: nella buona stagione non pensarono al verno o se ci pensarono ebbero speranza che Dio provvederebbe; ma non provvide, e gli uomini?
Taluno per le terre dove passavano vedendo comparire codesti strani aspetti credè che fossero anime dannate, e fuggì via riparando senza sangue addosso a battersi il petto ai piedi del Crocifisso; altri si accorse ottimamente di quello che gli era, ma per paura più vile gli evitò; l'abbietto interesse aveva di già insegnato ai Côrsi la lezione: che dove non si guadagna, la perdita è sicura; e lì con loro ci era da perdere moltissimo e in doppia guisa; però sarebbe ingiustizia tacere come parecchi li confortarono con parole e sovvennero co' fatti, massime fanciulli e donne, i primi perchè il tempo non gli aveva anco spruzzati con la tristezza degli anni, le seconde perchè su loro si posano meno così i forti come i tristi proponimenti; una cosa, dicono compensa l'altra; per me stimo che l'utile superi due cotanti il danno.
Da prima passarono per le terre lavorate, pei vigneti e pei chiusi degli ulivi; si lasciarono addietro castagneti e macchie di cornioli e di corbezzoli; nè anco lì si fermarono; continuando a salire traversano foreste di larici di faggi e di abeti; ma la lena a taluno di loro vien meno e avvilito domanda;
— Dove ci mena Altobello? Quando ci fermeremo?
— Avanti, avanti, rispose Alando, chè ci bisogna ire dove non è chiamato l'uomo a lavorare, a raccogliere o ad uccidere. Noi abbiamo adesso due soli protettori, il deserto e la morte.
Eccoli giunti dove massi enormi appaiono ammonticchiati alla rinfusa o sparsi pei fianchi del monte in tutti i sensi, parte su ritti, parte a giacere, screpolati o interi; pareva il campo di battaglia dove rimasero fulminati i Titani figliuoli della terra.
— Più su ancora, più su, gridava a tutti avanti Altobello; le vette dei monti ci allontanano dai travagli degli uomini e ci avvicinano alle consolazioni del cielo.
Oramai erano in parte, dove chi va senz'ale più in alto non può arrivare: appena ci ebbero fermo il passo, un nugolo di falchi schiamazzando fuggì via spaventato: indi a breve si mise a girare con le sue larghe ruote intorno alla pendice; qualcheduno ancora si provò calare al vecchio nido, ma fu cacciato via con le grida e co' sassi; non per questo e' rimase, chè trovarsi così sfrattato dalle antiche dimore sembrava gli avesse a parere gran cosa. Certo, torto egli non aveva, perchè l'uomo, se felice, pigli le terre feconde dei tesori della natura, e se infelice, occupi i deserti e le rupi. Dove mai adunque avranno di ora in poi a vivere le altre creature di Dio?
Là su quel vertice, benchè il fiato gli uscisse affannoso dal petto e le tempie e i polsi gli battessero terribilmente, Altobello volse gli occhi dintorno per contemplare lo spettacolo che gli si parava davanti. Davvero desolazione maggiore egli non aveva visto mai; coteste vette ignude erano fatte a strappi, cosicchè meno acuti e taglienti appaiono i vetri rotti su recinti degli orti per allontanarne lo scarpatore; si conosceva espresso come la natura spasimante pel fuoco interno che la bruciava cacciasse le mani nelle proprie viscere e a brandelli le lacerasse per fare strada al vulcano; qua e là cespi di pruni e tignamiche e arbusti altri cotali che crescono in luoghi sterili, arruffati a mo' di chiome della disperazione; e quei fessi tutti erano vocali, sicchè il vento che perpetuo soffiava costà, rotto in mille punte zufolava in suoni molteplici e fastidiosi sinistramente, quasi che tutte le anime degli ammazzati a ghiado nella Corsica si fossero date la posta su cotesti scogli per querelarsi della mala morte. Da occulte scaturigini usciva e si sparpagliava in cascatelle moltitudine di acque, le quali precipitando giù si rammaricavano da prima come chi piagne basso, ma poi stringendo in meno rivi il volume diverso ed anche aggiungendone altro da sorgenti nuove, si aumentava lo strepito, sicchè pareva che il luogo echeggiasse di singhiozzi; per ultimo le acque ristrette in un fascio si avventavano giù nello abisso a mo' di chi prorompa in pianto irrefrenato. Su l'orlo della voragine l'acqua si rompeva, schizzava, rimbalzava e ora ravvolgendosi in sè stessa o ribolliva o mandava all'aria sonagli, e ora andava sbrizzata in minutissimi spruzzi, vera polvere di acqua; lì i fianchi della montagna tremavano; la Ninfa del luogo pareva essere Scilla dalla cintura dei cani, perchè un continuo latrato intronava le orecchie; gli scogli, quasi mostri animati, si minacciavano con gli urli pure aspettando il destro di potersi avventare l'uno contro l'altro e sbranarsi; in capo al giorno un raggio di sole si arrischiava di penetrare fin là dentro, e allora per un momento cotesta polvere, cotesti sonagli e coteste bolle si tingevano in colori dell'iride; ma indi a breve la paura tornava a impadronirsi del luogo, anzi pel contrasto vi dominava più terribile. Così l'angiolo del perdono si accosta fino alle porte dello inferno, pure tentando riscattare qualche anima; e quando privo di speranza ne torce l'ale, i dannati al pianto eterno sentono i loro tormenti oltre misura inaspriti dalla visione celeste. — Più lontano, nella pianura dove o entrano in qualche lago o si affrettano al mare, le acque si mostrano placide, simili al cuore dell'uomo, che logorato dalle passioni, quieta a misura che si accosta alla suprema quiete del sepolcro; egli dura in vita, ma la mano della morte si è stesa sopra di lui.
— Ecco il nostro regno, esclamò Altobello dopo avere lungamente specolato dintorno: peccato! che non ci si presenta un po' di tetto per mettere a riparo la nostra testa.
— Questo è ciò che vedremo; prima di biasimare, assicuriamoci se merita spregio.
E i banditi si misero alla cerca, nè si dilungarono troppo ch'ebbero trovato grotte e caverne capaci di uno, di più ed anco di moltissimi uomini, dove pararonsi loro dinanzi lembi di veste fradici, armi di tempi andati, alabarde o corsesche arrugginite ed ossa umane; miserabili testimonianze che cotesta terra era antica alla sventura; ma in coscienza qual terra può vantarsi nuova ai carnefici ed alle vittime? ogni secolo sperò, e spera vedere mutato il fiero ordine delle cose invano; il demonio vie vie si aggroviglia altro pennecchio alla vita e dura a filare la corda per la tortura della umanità: dicono che Noè maladicesse il solo Cam: io avrei gusto davvero che qualcheduno mi mostrasse in che cosa approdava la sua benedizione a Sem e ad Jafet.
Tutte coteste grotte funestate a quel modo non garbarono: e statuirono le avrebbero adoperate solo allorquando non trovassero meglio, ad uno di loro cadde in testa che tutto cotesto stormo di falchi doveva pure avere fatto costà i nidi, i quali non apparivano, e ci era da giocare che scoperta la caverna, l'avrebbero provata migliore di ogni altra; allora mettendoci un po' di attenzione, sentirono stridere dietro uno smisurato cespo di marruche che remosse lasciarono l'adito a capacissima grotta; e quivi dentro apparvero parecchi nidi di falchi di ogni maniera dallo implume uscito dall'uovo pure ieri, fino al piumato in procinto di affidare le penne al volo; questo apportò loro non mediocre conforto nella inopia in cui si versavano di cibo, e Ferrante osservò:
— Dio manda le quaglie ad Isdraelle nel deserto.
Sicchè egli e i compagni messo in un attimo mano ai coltelli si dettero a menare strage di cotesti uccelli i quali, almeno i più adulti, non si adattarono a lasciarsi sgozzare senza difesa, onde gli uccisori ne rilevarono parecchi graffi di artigli e di becco. Finchè durò la guerra, Altobello come gli altri si arrovellò nell'uccidere; compita la carnificina si battè della mano la fronte ed esclamò:
— Anco questo è presagio peggiore di tutti; abbiamo sparso il sangue della creatura invano: noi non ciberemo queste carni, perchè il fuoco col quale le avremmo a cocere ci scoprirebbe col fumo il giorno, e col chiarore la notte. Ora qualunque causa muova l'uomo a far sangue, o fame, o pena, o guerra, quando la necessità cessa il peccato incomincia; gittiamo lontano dai nostri occhi questi accusatori della nostra insania e della nostra ferocia.
Ed egli primo tolse una manata di cotesti uccelli e gli scaraventò fuori della grotta; imitaronlo gli altri, e giù per le roccie della rupe cadde una pioggia di falchetti sgozzati: maraviglia a vedersi, i padri le madri accorsero a tiro di ale per ripigliarsi le loro geniture e trasportarle in luogo men reo; ma conosciutele morte ruppero in istrida desolate, e andavano e venivano, si rimescolavano tra loro come chi percosso da immenso dolore non sa più quello che si faccia; di un tratto parecchi fra essi si dirizzarno alla grotta donde erano stati scacciati, e quivi librati su le piume stettero sul capo dei banditi, poi presero a scotere con inestimabile celerità le ale e prorompere in urli assordanti: certamente io penso che prima piovessero a modo loro la maledizione su gli scannatori, e poi gli sfidassero a battaglia; imperciocchè subito dopo rovinarono giù di piombo a ferirli. Non fu leggera fatica liberarsene, nè poterono venirne a capo, se, nonostante la repugnanza e il pericolo grande che correvano i banditi, non si adoperavano i moschetti.
Animosi erano tutti, e lo avevano provato e lo proveranno, e nondimeno i banditi, rosi dal tedio, sovente sorprendevano in se stessi con raccapriccio il tremito della paura. Questo avviene per ordinario quando il coraggio non rinfranca l'uomo come virtù dell'anima, bensì come forza di sangue, allora si vide chi affrontò il ferro e il fuoco su i campi di battaglia, gelare nelle ombre, abbrividire alla vista di un animale, e la storia ricorda Carlo V cui un topo bastava a mettere in convulsioni; io poi rammento eziandio di tale ai miei tempi, che per paura lontana di una specie di morte da lui abborrita, si uccise dolorosissimamente straziandosi le vene; per questo i banditi avvezzi a dare la morte e a patirla a cielo aperto e mercè di una palla piantata nelle regole nel cuore o nel cervello, si peritavano calare dalle pendici; e con mentite spoglie aggirarsi pei paesi in cerca di vettovaglia, ma necessità vince natura, e da prima ebbero la sorte di abbattersi in certi casolari pei castagneti che i montanari costumano abitare la estate per condursi coi greggi al piano durante l'inverno: povere robe, anzi poverissime trovarono là dentro, le quali a cagione della penuria che gli stringeva, parvero ad essi, e in vero furono, tesoro; però non durarono molto e alla perfine e' fu mestieri risolversi o morire di fame, o recarsi a procacciare i viveri nei paesi. Posto che qualcheduno di loro si avventurasse (postergato il pericolo quasi sicuro di cascare in mano agli stracorridori del provinciale côrso che indefessi frugavano in ogni cantuccio), senza danaro non avrebbero potuto provvedere i cibi; e possedendo danaro, se la prima volta riusciva passarla liscia, per la seconda non ci era a pensarci nemmeno, essendo cosa insolita nei paesi di Corsica, massime in quelli dentro terra comperare le derrate che ognuno raccatta sul suo, o serba in casa per sè e per la propria famiglia: onde non poteva fare a meno che dessero nell'occhio se ne contassero le novelle e mettesse loro sulla traccia i mastini del vincitore. Il Canale dopo averci su ruminato un pezzo, disse:
— Ci andrò io!
E Altobello allora punto rispose:
— Perchè non io?
— Perchè tu fosti in vista più di me. Io ci sono appena conosciuto, e poi bisogna che vada io a rompere il ghiaccio, poi andrai tu....
Ferrante a così parlare era mosso dalla paura che fosse accaduta qualche disgrazia ai parenti di Altobello, e che rovinandogli addosso improvvisa la nuova non fosse tratto dalla passione a precipitarsi.
— Ma dove vuoi andare? Qual'è il tuo disegno?
— Che ti preme saperlo? Tu non lo puoi aiutare: rispetto a consigli noi siamo a tale che tutti paiono buoni, tutti cattivi, e forse il più tristo può riuscire migliore. Lasciami andare; se non ci avessimo a rivedere, addio, ma non mi voglio intenerire... Solo mi di', Altobello, e voi compagni miei, parvi ch'io sia molto mutato da quello che fui?
— Ahimè! tutti siamo trasfigurati e come!
— Io non parlo di voi, parlo di me.
— Guarda noi, e fa il tuo conto per te.
— Allora questo è bene e male ad un tratto, ma al male ci ho trovato il suo rimedio e subito. Altobello, cavati dal collo quel crocifissino d'oro e prestamelo...
— Ah! ho indovinato... Ferrante!... ohimè! tu le dirai...
— Zitto! Io sento qui ottimamente nel cuore quello che ho da dire, e non vo' perdere tempo a sentirmelo ripetere peggio con gli orecchi. Se dopo due giorni non torno, ditemi un de profundis; però non vi affrettate troppo, ed anco se avessi a tardare, tu non disperarti.
Il giorno seguente un povero boscaiuolo fu visto entrare in Corte con un grosso fascio di legna verdi su le spalle sotto il quale ei vacillava; il suo sembiante non compariva, perchè parte glielo adombrava la frasca, e parte perchè procedeva curvo così, che ad ogni ora sembrava in procinto di cadere, nè veramente era finzione quella che faceva andare a quel modo Ferrante Canale, però che si sentisse rifinire di fatica e di fame: pure, come Dio volle, giunse al mercato dove lasciò andare giù il fascio asciugandosi con la manica del vestito il sudore che gli grondava dalla fronte, comecchè fossimo quasi a mezzo decembre, e lì rimase ad aspettare che qualcheduno andasse a comprarglielo. Ebbe ad aspettare un pezzo, dacchè fosse giunto verso il mezzodì, ora nella quale ogni buona massaia si è già provvista, nè mette più i piedi fuori di casa, in ispecie nella stagione invernale; pure venne alfine una fantesca, che viste le legna verdi levò le spalle e senza contrattarle se ne andò pei fatti suoi; e così due, e così tre.
Ferrante sentì cascarsi il cuore, pure volgendo attorno gli occhi vide più oltre la bottega di un fornaio, ond'egli abbrancato con forza convulsa il fascio della legna, lo gittò ai piedi del bottegaio; e gli disse con tal voce ch'era preghiera e poteva sembrare minaccia:
— Un tozzo di pane in baratto di questo fascio di legna... per carità.
— Che vuoi tu che mi faccia delle tue legna verdi? Mi guasterebbero il forno; e quanto al pane, la farina è cara; — e così dicendo si staccò dai panni la mano che Ferrante gli aveva posto addosso, e lo respinse da sè. Allora un baleno passò dinanzi agli occhi del reietto di cui la destra corse sotto le vesti, e senza sangue non finiva, se per somma ventura non entravano in quel punto due micheletti regi nella bottega, di cui la vista bastò a tenere in cervello Ferrante, che mordendosi le labbra fino a lacerarle, chiotto chiotto se ne uscì, e gli parve bazza.
Nello inverno presto arriva la sera, ma dal tocco alle ventiquattro tempo ci corre, ed egli poteva destare sospetto, molto più che i villani sbrigate le faccende ripigliano il cammino dei paesi: mentre ei sta perplesso sul partito da seguitare, vede una brigata di mendicanti avviarsi verso il convento dei Francescani posto in fondo al paese: gli parve ventura, e poichè le sue vesti stracciate gli servivano anco a questo uso, imbrancatosi con gli altri, arrivò al convento. Correva il dì che i frati dispensavano la minestra, e tu vedevi cento destre tese in garbi simili a quelli dei deputati dell'assemblea nazionale in Francia dipinti dal David nel famoso quadro francese del giuramento della palla a corda. Poichè ogni paltoniere aveva recato seco gli arnesi della sua professione, si misero all'opera. Ferrante, venuto senza, se ne stava lì come smemorato, non avendo motivo di fermarsi, ed a qual modo ritirarsi ei non sapeva; quando il frate laico levato in alto il ramaiuolo gridò:
— Porgi la scodella o te la rovescio sul capo.
Ed egli pietoso rispose:
— Io me la sono dimenticata.
— E tu allora rimarrai senza.
Un accattone, il quale strabuzzando gli occhi e piangendo dalla pena aveva ingoiato la minestra bollente, senza curare le scottature, borbottò a Ferrante:
— Se mi dai mezzo della tua parte ti presto la scodella.
— Magari! soggiunse Ferrante; ma il torzone sempre col ramaiolo all'aria esclamò:
— Non sia mai detto, che qui sulla porta del convento di San Francesco si abbia a commettere il brutto peccato dell'usura.
E così per miracolo, la fortissima madre in mezzo alla tempesta ed ai fulmini.... fu messa in salvo dal figliuolo. (Cap. X.)
E ributtata la broda nella caldaia, sbatacchiò la porta in faccia agli accattoni, tirò strepitosamente il chiavaccio e non si fece più sentire. Ferrante tacque, solo levò gli occhi al cielo; io voglio credere che ei lo facesse per preghiera, però la lancia di Longino deve avere balenato a quel modo o poco meno sinistramente.
Costumavano, ed anco adesso non tutti, ma parecchi côrsi costumavano scendere dai paesi in città sopra certi somarelli grandi quanto i cani di San Bernardo, ai quali arrivati che sono, levano la cavezza e danno per profenda un calcio nella pancia: le grame bestiole si cacciano da per tutto per procurarsi un po' d'alimento; io ne ho visti ficcarsi fra le gambe dei soldati francesi mentre attendevano agli esercizi militari, e certa volta andando per visita da un personaggio dell'isola (già s'intende in giubba nera e in guanti paglierini), mi accadde incontrarne uno su per le scale del terzo piano. Ferrante, adocchiando uno di questi animali, gli si mise dietro nel pensiero che lo scorterebbe con più intelletto e certo poi con meno odio dell'uomo; quanto all'odio se indovinasse non so, ma quanto a giudizio prese errore, dacchè lo condusse in un campo di cavoli dove l'asino cominciò a menare scempio, il che vedendo l'ortolano proruppe fuori di casa con un cannocchio in pugno, tirando giù che pareva un maglio. Il somaro gustata la prima non aspettò la seconda; allora l'ortolano si spinse a Ferrante facendo le viste di rinnovargli la zolfa addosso, nè a questo bastava dire non appartenergli la bestia, nè affermarlo con giuramento, finchè inasprito, tratto fuori un coltello e sacramentando che gli avrebbe fesso il cuore se si attentava avvicinarsigli ancora di un passo, mise a partito il villano. La fortuna faceva addirittura al mal capitato giovane il viso dell'uomo di arme; ma egli tuttavia non si volle dare per perso: parendogli, non ostante la sua prudenza, anzi a cagione di questa, essere incappato in troppi casi per non dare nell'occhio, prese il partito di buttarsi in terra accovacciandosi dietro una massa di fieno.
Scese alla fine invocata la notte, ed egli cauto e guardingo si accostò alla casa di Alando; ben gl'incolse la sua previdenza, imperciocchè vide, dal canto dove si mise rannicchiato, un'ombra passare e ripassare dinanzi alla porta di cotesta casa, accostarsi il capo per origliare, poi venuto in mezzo della strada voltarsi in su per istudiare dai moti del lume, che cosa vi si facesse dentro, così non una, nè due, bensì parecchie volte. Egli era manifesto che stavano spiando la casa; Ferrante non ci trovava rimedio, e ormai si disponeva ad allontanarsi con ineffabile angoscia, quando codesta ombra strillò come la nottola e fuggì via. Ferrante comprese trattarsi di vendetta privata e gli parve faccenda da apprensionirsene assai più della vigilanza del governo; pure reputò per codesta notte la esplorazione non si sarebbe rinnovata, e questa si appose: ciò nonostante si rimase tuttavia in agguato e quando gli parve ogni cosa d'intorno sicura, egli incominciò a moversi stendendo e ritirando a vicenda le mani e i piedi, e strisciando col ventre sulla terra al modo stesso che la volpe mascagna si accosta al pollaio, intantochè la massaia fila cantando lì accosto e non se ne avvede. Rifinito di lena Ferrante arriva a piè dell'uscio della casa Alando e chiappa un ciottolo per bussarci dentro, ma non gli fu mestiere, che il cane di dentro, avvertito dall'odorato dello appressarsi dello sconosciuto, si avventa contro la porta col pelo irto su la schiena, abbaiando disperatamente; codesto fracasso tornava in più modo dannoso, sì perchè non dava adito a sentire il picchio, e più perchè poteva destare l'attenzione del vicinato; però Francesca Domenica come donna accorta, avvisando che qualche cosa covasse là sotto, aperse la finestra, e guardato in giù scorge un viluppo scuro che si movea; e subito dopo la percosse questa voce:
— Signora Francesca Domenica, portate via il cane e apritemi, ho da parlarvi per parte di Altobello; per l'amore di Dio fate presto.
Esitò la donna, ma non perse tempo, e scendendo a precipizio la scala diceva tra sè: di che ho da temere?
E tastatasi il petto conchiuse: va bene; forza non ne posso patire.
Il cane fu chiuso in cantina, la porta aperta, e Ferrante entrò carponi; appena entrato agguantandosi al muro si drizzò in piedi a stento e con piccola voce disse:
— Signora Francesca Domenica, voi non mi ravvisate neh? Mirate se riconoscete questo crocifisso?
La donna, gittato appena lo sguardo sul crocifisso, con orribile pacatezza domandò:
— Morto?
— No, la Dio grazia vive.
— Libero?
— Sì....
E così rispondendo Ferrante voltava dintorno gli occhi stralunati e feroci, onde Francesca Domenica gli ebbe a domandare non senza sospetto:
— Che avete? Che cercate? Chi siete voi?
— Io sono Ferrante Canale...
— Bugiardo...
— Ah! pur troppo capisco, che devo parervi mentitore, e nondimanco io sono Canale... nè meglio ravvisereste il vostro figliuolo....
E così favellando sempre girava gli sguardi a mo' di ossesso, sicchè la donna da capo lo veniva interrogando:
— Ma che avete? Che avete? Vi sentite male?
— Nulla.... io muoio.
E vacillando cadeva, senonchè pronta lo sostenne fra le sue braccia Francesca Domenica, la quale conobbe subito che il giovane per commozione o per istanchezza fosse svenuto; lo trasse al fuoco, lo spruzzò con acqua di laccia, gli fece odorare aceto forte; insomma compì tutti gli uffici soliti a costumarsi in questi casi; lo svenimento durò un pezzo, e quando riaperse gli occhi memori alla vita Francesca Domenica con affetto di madre gli disse:
— Come vi sentite, Ferrante?
— Muoio di fame.
— Santa Vergine! E Altobello?
— Quando trova ghiande... si ciba.
La donna non profferì altre parole: tenendo sempre a cagione della inferma carni al fuoco, ristorò il giovane con alquanto di brodo e di vino, raccomandandogli, che così per un po' di tempo dimorasse, in breve si sarebbe più copiosamente cibato.
Attizzò il fuoco, e salì a custodire la inferma; la quale appena la vide così le favellò:
— Mamma, voi avete ricevuto notizie di Altobello.
— Io?
— Sì, voi; lo so, il mio sposo vive, e o Dio! qual vita!
— Ma chi vi dice tutte queste cose?
— Una voce qui dentro che non mentisce mai.
— E sia così; che ci è egli da contristarci in questo?
— Siete voi che parlate, mamma? E non sapete qual vita meni Altobello? Nè anco quella della fiera, però che a questa la natura faccia almeno trovare il cibo necessario a mantenersi viva.
La madre tacque; quando sentì potere mandare fuori la voce senza tremito soggiunse:
— Or bene; figliuola mia che cosa dobbiamo mandargli a dire?
— Da parte della sua sposa e di sua madre... mamma perdonate se mi metto innanzi a voi... l'uomo, voi lo sapete, ama la sua moglie sopra tutte le cose. Dio lo ha detto...
— È vero, ma la madre ama il figliuolo sopra il padre, e il marito, e voi Serena lo saprete un giorno.
— Io? Parvi stagione questa di lunsingarmi, mamma mia? Guardatemi queste braccia — ed ella se le guardò e riprese — in che differiscono dagli scheletri che mettono a piè dei catafalchi nella messa dei morti?
E dopo passato alquanto spazio di tempo senza che nè l'una nè l'altra donna potessero aprire bocca, Serena continuò:
— Da parte della sua sposa e di sua madre, vorrei mandargli a dire che partisse di Corsica e si riparasse in Italia ma egli non lo farà....
— Perchè non lo farà?
— Non lo farà, perchè pei cuori come Altobello non vi ha morte che eguagli l'angoscia di lasciare la Patria serva e infelice; perchè nessuna pena in lui pareggerebbe quella di starsi lontano dal mio sepolcro e dalla vostra casa; perchè non gli arride la fede di potere migliorare le sorti dell'uomo, ora che contempla la ingiustizia coprire intera la terra come un nuvolo nero: — egli è sopravvissuto a tutte le speranze, — egli non lo farà, non lo può fare.
Francesca Domenica non istette a contradirle temendo affliggerla, e poi simile paura si era insinuata ancora lei nell'anima; prese i ferri ed il bacchetto, e si mise a fare le calze di lana pel suo figliuolo; calze, camiciole, berretti di lana ella tutto tutto pel suo Altobello con le proprie mani lavorava; per sè le comprava; e mentre attendeva a infilzare maglie, il suo pensiero preso a cotesto filo non si staccava mai dal figliuolo, sicchè sempre l'era presente, le sue necessità immaginava, ci provvedeva, e verun caso mai, per quanto insolito, poteva sopraggiungerle improvviso, ch'ella non ci avesse di già trovato il suo partito. Adesso le femmine sanno condurre maestrevoli ricami ed ordire trine e dipingere fiori, ornamenti di lusso per sè, e per le camerette loro; più belli sì, ma non però più cari. Passato convenevole spazio di tempo, Francesca Domenica tornò a Ferrante e con buoni cibi ed ottimo vino lo rimise da morte a vita. Quando poi conobbe che il discorrere non gli poteva recare molestia, si fece dire a parte a parte i vari casi del figliuolo e dei compagni suoi; per ultimo gli domandò a che venisse, e Ferrante le espose come costretti a lasciare i monti più scoscesi dell'isola per penuria di viveri, e per essere con sottile solerzia esplorati, si erano ridotti a finire l'inverno nei colli prossimi a Corte per le medesime cause, che gli aveva persuasi a disertare dagli altri, perciocchè pareva a loro che quivi sarebbe riuscito più destro a procacciarsi vettovaglia, e forse non pensando i Francesi che tanto si potessero avventurare i banditi, li vigilassero meno; però non avere trovato fin lì persona su la quale potersi fidare, ed egli appunto essersi messo allo sbaraglio per venire a trovarla, e concertare il modo con esso lei di non morire d'inedia come pur troppo ne correvano quotidianamente il rischio. Posto ch'ebbe fine Ferrante al suo ragionare, Francesca Domenica incominciò:
— Voi per la difesa della Patria avete fatto abbastanza....
— Per la Patria veruno al mondo ha fatto tanto che basti...
— Quando Pasquale e Clemente Paoli con i loro famosi compagni hanno reputato spediente conservarsi a giorni migliori, mi sarà lecito senza presunzione supporre che i Côrsi abbiano per adesso compito l'obbligo loro.
— Per la difesa della terra io ne convengo, non già per la difesa e per la vendetta degli uomini....
— Anco per questa; dacchè si sente affermare dai magistrati fino alla sazietà, che il re di Francia intende consolarci, solo per farci sentire gli effetti della sua clemenza aspettare avere purgato il paese degli ultimi strascichi dei banditi....
— E voi lo sperate?
— Io da molto tempo non ispero e non temo nulla; lo dicono.
— Lo dicono come il lupo s'industriava persuadere al cane del pecoraio di disfarsi del collare di ferro per strangolarlo a tutto agio.
— Ferrante mio, mettiamo da parte la superbia; pare in coscienza a voi potervi paragonare al collare di ferro? A voi, che i travagli resero l'ombra di voi stessi? A voi che la necessità di ogni cosa conduce a morire d'inedia due volte almanco per settimana?
Ferrante, non sapendo che si avesse a rispondere, tacque mentre la donna continuò:
— E al pericolo di essere ad ogni momento presi e impiccati, pensaste mai?
— Ci pensammo.
— E i parenti vostri avete dimenticato affatto?
— No, mai, mai.
— All'aria aperta, su i monti, il moto, le cure della vita, gli stessi pericoli, anche senza volerlo fanno obliare ogni cosa più caramente diletta, ma noi povere donne chiuse, circondate da oggetti che ci parlano di voi, per voi lavorando, vegliando per voi, vi rammentiamo sempre, sempre.... e se poteste immaginare come talvolta l'amore o la paura vi ritraggono alla nostra mente... se lo poteste.... io non ve lo dirò.... non mi riescirebbe dirvelo.... avreste compassione di noi tre povere donne. Dunque tornate ad Altobello, e scongiuratelo per l'amore che porta a Gesù Redentore, alla madre sua, alla sua povera Serena, che il pensiero del suo pericolo strugge come la candela, che ripari in Toscana dove gli prometto di andarlo a raggiungere con la sua sposa... (qui la buona femmina dentro di sè aggiungeva a mo' di restrizione mentale: se però mi potrà accompagnare); glielo direte, Ferrante?
— Glielo dirò di sicuro.
— Non basta; promettetemi che voi secondo il vostro potere lo persuaderete a partirsi.
— Anco questo farò.
— E voi lo accompagnerete, Ferrante?
— Questo non ve lo posso promettere, signora Alando.
— Chi è che vi possa impedire?
— Io.
— E voi perchè?
— Signora Francesca Domenica, rispose Ferrante facendo atto con la mano, che parve ad un punto preghiera e comando — è mio segreto; rispettatelo.
Francesca Domenica sapendo a prova, che incaponirsi a cavare di corpo ad un Côrso un segreto quando non lo vuol dire torna lo stesso che presumere di trapanare il porfido con un dito, tacque. Ferrante dopo breve ora soggiunse:
— Signora Alando, vi prego allestirmi la roba, che con vostra licenza io mi riposerei qualche ora perchè ho proprio bisogno; senza fallo verso le tre ore dopo la mezzanotte io sarò sveglio; scrivete le lettere tanto voi quanto Serena, e se piace a Dio porterò tutto a salvamento.
Ferrante non conosceva il cuore di madre; da molto tempo ella aveva ammannito il danaro, le vesti, polvere, piombo e cibi secchi e biscotto in parecchi fardelletti da stringersi insieme agevolmente e farne uno o parecchi maneggiabili, nè mancò di preparare fieno per fasciarli, affinchè il portatore porgesse sembianza di recare un fascio di strame a qualche stalla vicina; anche le lettere erano belle e pronte, non però sigillate, che ogni giorno ella ci andava aggiungendo un poscritto, ed oramai eravamo al quindicesimo; nonpertanto lasciò che Ferrante se ne andasse a dormire, ed ella si assettò al tavolino per iscrivere il decimosesto poscritto. Con una mano già si posava su la lingua l'ostia per bagnarla e con l'altra teneva sollevato il margine del foglio per applicarcela, quando la prese il rimorso di chiudere la lettera senza intendere anco una volta da Serena se avesse qualche cosa da far sapere al suo sposo: salì pianamente la scala e accostatasi al letto la trovò assopita; come ella grondava sudore prese il pannilino e lieve le sfiorò la fronte, pure tanto valse a svegliarla, e:
— È partito il paesano?
— No, rispose Francesca Domenica, quasi dispettosa che Serena mostrasse così poca passione, ma subito dopo ne sentì pietà pensando quanta parte di vita avesse ormai abbandonato quel cuore; — no, anzi era venuta per dirvi se volevate che scrivessi qualche cosa da parte vostra ad Altobello.
— Sì, scrivetegli, mamma, che il penultimo mio pensiero sarà pel Signore, l'ultimo per lui.
Francesca Domenica, come colei che piissima era, tossì due volte o tre quasi le fosse andata qualche cosa a traverso per la gola; poi dubitò avere frainteso, onde riprese:
— Tu hai sbagliato, figlia mia; volevi dire che il tuo penultimo pensiero sarà per Altobello, l'ultimo per Dio: io tuttochè madre non potrei promettergli di più.
— Non ho sbagliato; scrivete addirittura come vi ho detto io.
— Dunque voi amate poco il vostro Creatore, Serena?
— Al contrario io lo amo infinitamente, lo amo pel bene che mi ha fatto e per le prove che mi ha mandato; lo amo pei conforti che mi prodiga al doppio dei dolori, su questo letto, lo amo per la prossima morte, ma se Altobello non era, io a quest'ora lo avrei rinnegato: egli dopo la morte di mio padre mi salvò dalla disperazione, prima col vendicarlo, poi consolando col suo amore questa anima desolata. Io ricorderò Dio dopo Altobello perchè ho obbligo a lui di amare sempre Dio.
Con persona travagliata a morte dal mal dell'etico s'imprendono intempestivamente davvero quistioni di teologia; e poichè quantunque cotesta chiosa non sonasse ortodossa a Francesca Domenica, pure nè manco del tutto le sgarbava, con la voce più dolce insistè.
— Null'altro, Serena?
— Se sapessi che fruttasse, Dio sa se mi rimarrei da implorare a mani giunte, che volesse abbandonare questa isola dolorosa; ma egli ne sono certa, non lo farà; pure ditegli... ditegli... che mi contento di rivederlo in paradiso... e purchè mi si conservi fedele... non dia il suo cuore ad altra donna... perchè il suo cuore è mio... e non intendo liberarlo nè anco dopo la mia morte... a questo patto renunzio, quanto a me, di abbracciarlo ancora una volta su questa terra.
Poco innanzi delle tre, e mentre Francesca Domenica si disponeva a entrare nella stanza dove dormiva Canale, questi surse di botto come se l'orologio gli fosse scoccato dentro la testa, e fregatosi alquanto gli occhi si chiamò disposto a mettersi in viaggio.
— Andate con Dio, pigliatevi questo bacio, che deporrete su le labbra di Altobello, disse Francesca Domenica, poi stata alquanto su di sè aggiunse, — voi tornerete con la risposta il giorno di S. Tommaso; non qui, che sarebbe tentare Dio, bensì al procoio di santa Colomba, dove mi recherò sotto qualche colore; conoscete il mio procoio della Colomba accanto alla Restonica? Voi lo conoscete. A rivederci; addio.
— Signora Francesca Domenica, di una cosa bisogna che vi avverta ed è, che qualche nemico vi tiene di occhio: guardatevi. Mentre stava in agguato per assicurarmi di battere alla vostra porta, inavvertito ho visto uno sconosciuto spiare la casa e dintorni, e per ultimo sparire dopo aver fatto lo scuccolo.
— Grazie; io lo sapeva, procurate guardarvi, che io dal canto mio farò lo stesso.
Il giorno di san Tommaso, Francesca Domenica si recò secondo il solito a vespero alla novena del Natale; comecchè usasse andare in Chiesa per tempissimo, quella volta ci si avviò un poco tardi, e mentre la folla degli uomini si trattiene più spessa lì su la porta maggiore per vedere passare le donne. Si sa, egli è costume vecchio coloro che vanno a portare il tributo di amore dentro il tempio a Dio possono senza peccato trattenersi di amor umano fino al limitare, anzi ce ne ha di quelli, che non lo depongono nè anco su la soglia, e io immettono con esso seco dentro; si è visto ancora con l'uno alimentare l'altro, a mo' dell'olio che versato nella lucerna partecipa facoltà al lucignolo di spandere la luce, questo poi se sia peccato io non lo posso dire, a cui preme può conferirne col suo padre spirituale: quanto a me mi basti ricordare, che Gesù Cristo perdonava molto a cui aveva amato molto; e le creature umane, massime le donne, sembra che assai bene se ne rammentino, e ci facciano capitale sopra per la loro eterna salute, sicchè senz'altro torno alla storia.
Francesca Domenica si mescolò assieme alle donne genuflesse imbacuccate con la faldetta, e poi bel bello si fece dappresso alla porta laterale della chiesa, donde quando il prete dà la benedizione, e tutti tengono il capo chino in atto di terrore per la presenza di quel Dio amoroso cui avrebbe ad essere suprema dolcezza della creatura contemplare faccia faccia, se la svignò movendo ratta i passi fuori della terra verso la posta dove aveva avviato il manente con la cavalcatura; raggiunto che l'ebbe salì spedita sopra la sella, ed ordinando all'uomo tornasse a casa per la via maestra, ella sotto non so qual pretesto si mise pei tragetti. Arrivata al procoio senza intoppi, accese il fuoco ed apparecchiò da cena, attendendo ferma in sembianza, ma col cuore palpitante, il Canale.
A notte inoltrata anch'egli venne e, dopo confortato col calore e col cibo, alla Francesca Domenica che lo interrogò dicendo: ebbene? — egli rispose:
— Signora mia, è stato fiato perso; Altobello non ne vuole sapere; egli dichiara, che non gli dà il cuore di allontanarsi dalle persone unicamente dilette nel mondo, che siete voi sua madre e la sua moglie Serena, tanto più che gli parrebbe quasi tradire questa ultima, ora che la conosce inferma.
— Ma egli non le può essere di verun sollievo... glielo avete detto?
— Io gliel'ho detto, ma mi ha risposto che se gli toccasse a morire lontano da lei e da voi gli parrebbe morire due volte; e poi ha osservato, che vale meglio finirla con una brava palla di moschetto a casa sua, che vivere nell'altrui come cosa disutile...
— E voi che gli avete contrapposto?
— Gli ho contrapposto ch'egli aveva ragione da vendere.
— O santissima Vergine, va, che io ho messo in buone mani i miei negozii!
— Sentite signora, noi abbiamo fatto già da parecchio tempo giuramento nelle mani del curato di Guagno dinanzi all'ostia consacrata di non parlare mai d'esilio, bensì qui fermarci, e spendere l'ultima stilla di sangue per la nostra patria.
— Signore! Signore! esclamò angosciosa Francesca Domenica levando le braccia al cielo: dunque non ci è verso di farlo ricredere?
— Siete côrsa e madre di Altobello; voi avreste a saperlo più di me.
— Avete ragione; andate a riposare, ci parleremo dopo.
Rimasta sola la madre côrsa meditava:
— S'egli possedesse un trono non lo vorrei partecipare con lui, ma la sua miseria non voglio partecipare con altri; sono vecchia, che importa? Amore di madre non conta gli anni. Imperversano i venti ghiacciati, nevi e grandine quasi ogni dì si rovesciano sopra la terra; speriamo che Dio vorrà intepidire il gelo e rasserenare il tempo alla povera madre: e dove il mio Creatore non credesse nella sua misericordia esaudirmi, io vorrei sapere in che consisterebbe il merito se andasse separato dal sacrifizio? Chi ha dato la vita all'uomo può solo senza paura, senza fastidio, anzi con gioia, affrontare la morte per lui; anche la sposa... sì, lo può... ma in caso supremo... due volte o tre... ed anco quattro o sei... poi se non si spenge rallenta... unico lo amore di madre si nudrisce di affanni... e più avvampa quanto più soffre... la moglie può pretendere al titolo di regina dello amore; quella di regina del dolore appartiene alla madre. E a chi mai la madre confiderebbe la cura di alimentare il figliuolo? Ai servi di casa? Poniamo, che per reverenza e per affetto ci si adattassero, ma essi hanno mogli, o figli, o padri, o madri e per portare il cibo al mio figliuolo correrebbero rischio di perdere la vita, e con essa ridurre alla disperazione tutta la loro famiglia; mentre io non corro un rischio al mondo; perchè quale nato da donna vorrà condannare a morte la madre la quale continua a esercitare il compito impostole dalla natura di nudrire la sua prole? Ed anco si trovasse questo servo fedele... chi mi assicura che durerà sempre così? Quante ansietà! Quanti sospetti! Tanto varrebbe ripormi in seno un nido di scorpioni... Ahimè! L'oro di Francia si è cacciato in mezzo ai cuori di fratello e di fratello, anzi di padre e di figliuolo e gli ha divisi, qual parte di Corsica si è conservata sana dall'influsso di questa maledetta febbre gialla? Maria santissima, tu fosti madre, tu conosci a prova tutti i dolori del cuore materno, nelle tua braccia si commette una madre desolata e non ti dice di più.
Ferrante dopo breve riposo si mostrò sollecito a partire; la Francesca Domenica oltre alla vittovaglia, gli consegnò un involto di carte dov'ella gli disse che aveva distintamente descritto quello che era da farsi; ne raccomandasse la esecuzione al suo figliuolo punto per punto, tornasse senza far capo alla casa, e si volgesse alla tomba degli Alando; avrebbe trovato la chiave del cancello in una fessura del muro accanto all'arpione destro da basso; entrato nella tomba aprisse la cappella con la chiave, che ella deporrebbe su l'architrave della porticciola, e colà troverebbe di che provvedersi; pel caso poi ch'egli per qualsivoglia accidente non fosse potuto venire, ella fu cauta di farsi insegnare da Ferrante ogni sentiero da lui fino a quel momento esplorato che conduceva in vetta ai colli; nè si rimase contenta alle semplici parole, che volle averne un po' di disegno sopra un foglio, il quale indicasse alla distesa ogni sasso e ogni arbusto, affinchè non si smarrisse; anzi per maggiore sicurezza, sopra i tragetti noti egli avrebbe avuto pensiero di porre di tratto in tratto mucchi di quattro pietre a mo' di calvario, su l'ignoti non avrebbe trovato verun segnale.
La vigilia di Natale, che fu giorno frigido e coperto, sicchè i Côrsi per lo insolito rigore della stagione se ne stavano rannicchiati intorno al focolare, poco prima che sonasse l'Angelus il piovano di santa Divota si recò a visitare Francesca Domenica. In casa sua, chè piissima donna fu all'usanza di quei tempi, epperò amica della gente ecclesiastica; convenivano parecchi preti, onde non ci era da maravigliarsi se ci si facesse vedere anco il piovano di santa Divota; però bisogna dire ch'egli ci usava di rado, in ispecie a cotesta ora. Tuttavolta Francesca Domenica lo accolse con la consueta reverenza, e quegli le domandò della nuora, e come stesse e quanta speranza ci fosse di rivederla sana, dalla risposta dell'Alando, che la infermità le pareva pur troppo grave, ed ogni giorno andava di male in peggio, sicchè se Dio non ci metteva le sue benedette mani, dei rimedii terreni ormai era disperata, il piovano prese argomento di deplorare questa nostra vita caduca; e dirla, come veramente ella è; un singhiozzo convulso tra la culla e la tomba; aggiunse che anche tra i pagani ebbe fede la sentenza che il Cielo ama chi libera presto dalle tribolazioni di questa vita; e lo stesso cristianesimo averla trovata tanto vera che la confermò tra gli articoli di fede. Felice chi muore presto! I nostri occhi di carne, che non hanno virtù d'infatuarsi piangono spesso come sventura ciò che Dio nella infinita sua bontà c'invia come grazia espressa. Insomma, il buon prete girava largo dal cantone; si vedeva chiaro che ad una conchiusione egli voleva venire, ma non trovava la via, e il filo gli si allungava fra le mani: ad ora ad ora volgeva il capo alla porta di casa come persona che abbia nel pigliare una impresa fatto capitale sopra il soccorso altrui e non lo veda arrivare; finalmente venne nella persona del medico di casa: povero soccorso in verità, perchè appariva chiaro, ch'ei si era rasciutto le lacrime, alle quali altre n'erano successe pronte a sgorgare, ma la compagnia dà coraggio, e il priore forse per la millesima volta allora chiuse l'argomento aggiungendo: — veri cristiani dinanzi alle disgrazie dovere imitare le vergini della scrittura che aspettavano lo sposo celeste con la lucerna accesa, e in fondo in fondo bisogna capacitarci che quando ci capita addosso qualche malanno ci guadagniamo un tanto, e più grosso ch'egli è, meglio che mai: — però non era da dubitarsi che la signora Francesca Domenica, persona tanto pia... tanto religiosa non fosse per ricevere con rassegnazione...
— Che mai?
— Una... una...
Il dottore proruppe in uno scoppio di pianto; la Francesca Domenica con faccia fosca compì la frase.
— Una grande sciagura. Poi si mise l'indice della manca su traverso le labbra e con la destra indicando la stanza dove giaceva la inferma, disse:
— Zitto! Andiamo altrove; cotesta desolata se vi sentisse rimarrebbe sul colpo.
Scesero nella camera terrena dove un po' il piovano, un po' il dottore la ragguagliarono come in prossimità del procoio di santa Colomba, appunto su la strada, che rasenta la Restonica, dov'è la cappella della Immacolata lì a piè del cipresso a mancina avessero trovato ucciso il suo figliuolo Altobello; la giustizia recatasi su i luoghi dopo avergli rinvenuto addosso il suo passaporto, il congedo amplissimo della repubblica di Venezia, con altre più carte assai, ed una lettera scritta da lei sua madre con la quale lo confortava a lasciare la compagnia dei banditi sconveniente al suo lignaggio, si tenesse nascosto per qualche giorno al procoio, ch'ella con la parentela avrebbe adoperato in modo che S. M. cristianissima lo avesse pigliato in grazia; e di questo nutrire buona speranza: dove mai fosse rimasta delusa, gli avrebbe procurato modo di riparare in Toscana, ovvero tornarsene a Venezia dov'egli avrebbe condotto vita più onorata, e certo poi più tranquilla.
Francesca Domenica lasciava dire, e metteva a un punto maraviglia e spavento nei suoi visitatori la terribile calma di lei; i quali affetti crebbero in loro quando di repente gl'interrogò:
— E gli hanno dato molte ferite?
— Eh! parecchie, a quello che ne dicono.
— Mortali tutte?
— Ma!... a quanto pare orribili!
— E chi può averlo ammazzato sospettano?
— Tengono per fermo, che i suoi compagni inaspriti per essersi veduti abbandonati da lui lo abbiano raggiunto; e' pare che sien venuti a parole, dopo a fatti; e Altobello sia rimasto soverchiato dal numero non senza difesa nè senza vendetta...
— E come mai?
— A giudicarne dalla pozza del sangue sparso lì intorno troppo più copioso, che se fosse di un individuo solo, e da una ciocca di capelli strappati che gli trovarono fra le dita aggranchite.
— Oh! esclamò Francesca Domenica, e quasi un baleno di contentezza le illuminò il viso, poi senza aggiungere parola aperse furiosa la porta di casa, e fuggì via. Il piovano ed il dottore le trassero dietro con tardi passi, intantochè l'uno diceva all'altro: — Ahimè! Ahimè? povera signora, ho paura che la vampa dell'angoscia le abbia incenerito il cuore...
— E dubito anche il cervello, piovano mio...
— Oh! che sciagura, che grande sciagura!
Il popolo avvisato del caso, un po' per compassione, molto per curiosità, faceva gomitolo ingrossandosi alle spalle dei due desolati; i parenti così donne come uomini dell'amplissima famiglia Alando tanto non furono trattenuti dalla speranza o dal timore della nuova dominazione, che si restassero in cotesto caso supremo dagli uffici consacrati dal costume e resi più religiosi adesso, che con la morte di Altobello veniva a spegnersi l'ultimo fiato dell'inclita casa Alando.
La madre arrivò sul luogo dell'omicidio, e vi rinvenne il cappellano e parecchi dei manenti, i quali avevano messo insieme in fretta la cassa con alcune tavole sottili, e quivi dentro riposte le infelici reliquie dello ammazzato, poi chiuse col coperchio dipinto per tutta la lunghezza di una croce nera senza però conficcarlo; ciò compito, senza far caso della brezza gelata si erano messi col capo scoperto in ginocchioni intorno la cassa a pregare.
Arrivò la madre, e fece volare il coperchio, chinandosi giù genuflessa sul cadavere. Signore! Egli era spettacolo da rompere ogni altro cuore non che quello della madre: almeno alla madre di Cristo resero il corpo del figliolo intero, certo forato nei piedi e nelle mani, con la lanciata nelle costole; certo con la persona livida per truce flagellazione, e le tempia e la fronte lacere dalla corona di spine; certo con le labbra nere per l'ultima bevanda di aceto e fiele, ma pure intero: ora quale Francesca Domenica rivedeva la carne sua! e' sembra gli avessero sparato un trombone a bruciapelo nella testa, imperciocchè tutta la parte superiore della faccia era sparita; nell'angolo destro al sommo della cassa si vedevano con raccapriccio ammonticchiati i frammenti di ossi, i brani delle carni e del cervello raccolti sul terreno; traverso la bocca che conservava appena tre o quattro denti si vedeva l'aria; innumerevoli gli sdruci e le ferite per tutta la persona: su le mammelle come nelle altre parti più carnose del corpo si mirava, barbarissimo strazio! la impronta delle bullette delle scarpe di chi lo aveva calpestato; però fra le dita avevano insinuato un crocifisso senza però levarci la ciocca dei capelli, quasi testimonianza che la religione e la vendetta fossero due affetti del pari sacri pei Côrsi.
Lella trattenne il fiato, e vide cotesto uomo che, scavato un buco fra i rottami e piantatavi la croce, la fissò diritta. (pag. 403)
Il cappellano e i manenti, vedendo da lontano comparire il popolo, gli andarono incontro col Cristo grande e coi lampioni: intanto la madre si era messa a sedere in terra con la manca sulla sponda della cassa facendo l'atto di cullare, e con la destra armata di bacchio allontanava lo stormo dei corvi di già scesi all'odore del morto, i quali con istupenda insistenza secondo la natura loro improntamente ritornavano per beccare. Ben doveva essere crudele chi non piangeva contemplando così stranamente riprodotto lo spettacolo della madre, che dimena su gli arcioni il letticciuolo del suo pargolo e veglia a studio che non lo molestino le mosche. E non poteva cadere dubbio che in quel punto simile fantasia occupasse la mente della derelitta, conciossiachè con la solita cantilena idonea a conciliare il sonno, ella cantasse la nanna famosa composta nel dialetto della provincia di Coscione:
Nelli monti di Cuscioni
V'era nata una zitedra
E la sò cara mammoni[40]
Li faceva l'annannaredra
E quand'ella l'annannava
Stu talentu[41] li pregava.
Addurmentati parpena[42]
Allegrezza di mammoni
C'aghiu da allestì la cena
E da cusce[43] li piloni
Pe 'u to tintu[44] babbaredru
E pe li to fratedroni
Quando vo' saretti grandi
Vi faremo lu vestitu
La camicia, lu bannedru[45]
E l'imbustu ben guarnitu
Di dru pannu sfinazzatu[46]
Chisistessea Carticciatu[47]
Vi deremu lu maritu
Ailevatu a li strazzali[48]
Un bellissimu partitu
Esarà lu capurali
De li nostri montagnoli
Pecorai, e caprachioli.
Quando andretti sposata
Purteretti li frenieri,[49]
N'anderetti incavalciata
Con tutti li mudracchieri[50]
Passerettri insannicciata[51]
A caramusa imbuffata[52]
Lo sposu n'andrà avanti
Cu li sò belli cusciali
Vi saranno tutti quanti
Li sò cugini carnali
Alla Zonza di Tavera[53]
Vi farannu la spaller.[54]
Quandu arrivate a lu stazzu
Dove avete poi da stani
Susterà la surerani
E bi tuccherà li mani:
E bi arà presentatu
Un tinedrudi caghiatu[55]»
Le donne o congiunte o amiche, quando furono da presso si disciolsero le chiome, e con urli e pianti miserabili principiarono la scirrata, chiamando il morto co' nomi più soavi, rammentandone le virtù vere o supposte, e dolcemente riprendendolo perchè se ne fosse andato e si mantenesse sordo agl'inviti di tornare. Una sola, una donna sola, e questa fu Lella Campana venuta anch'essa perchè parente della Francesca Domenica, e più per refrigerare l'anima assetata di vendetta, si chinò su la cassa col pretesto di piangere sul cadavere difformato, ma in sostanza per esplorarne sottilmente le parti rimaste intatte, in ispecie le mani: allora Francesca Domenica forse nel suo delirio gelosa di cotesto affetto, o quale altra più vera causa la movesse, di un tratto si rizza in piedi, forte stringendo la fanciulla la trascina seco; poi agguanta un'altra donna, ed ordinando che a sua volta questa ne impalmasse un'altra, diede il segno del caracolo intorno al morto. Guido Reni fece opera di bellezza immortale dipingendo a Roma il ballo delle ore in giro al carro del sole; Michelangelo solo avrebbe potuto ritrarre l'orribile caribo di vecchie e di fanciulle nel delirio del dolore turbinato a tondo quel misero corpo; gli occhi sfavillavano come spade percosse fra loro; urli più strazianti non lacerarono mai orecchi umani, i capelli bianchi, biondi e neri mescolavansi ventilati e sferzavano i volti; le vesti anch'esse scoppiettavano agitate dalla violenza dei moti; pallidi i volti come per morte a molte, a talune chiazzati quasi da vivido sprillo di sangue; gli atti vari e tutti paurosi: visione tremenda di spettri inebbriati di dolore. A crescere la selvaggia pietà della scena, alla mente inferma di Francesca Domenica si affacciò la voglia di mettere il ritornello ad ogni scirrota, pianta da talune delle donne: questo era inconsueto nei voceri, e solo costumavasi nelle allegre serenate o nei canti nuziali dove al termine di ogni strofa tutti gli astanti ripetevano in coro il ritornello da loro chiamata la succhiella, dopo la quale sparavano gli archibugi. Siffatta novità per questo appunto percoteva l'anima più tristamente, perchè una lieta usanza venisse tradotta a cosa piena di mestizia, nè il ritornello poteva essere scelto più lugubre; di vero, quando una donna finiva, Francesca Domenica con le altre tutte cantava o piuttosto ululava un versetto del salmo De profundis clamavi ad te, Domine: Domine, exaudi vocem meam.
Quantunque non si temesser disordini, pure il governator di Corte mandò il maresciallo di campo Sionville e il capitano Orso Campana con alquanti micheletti del provinciale a dare un'occhiata. Sionville si spazientava a vedere tutte codeste diavolerie; egli non sapeva darsi pace che per un morto si dovessero tribolare tanti vivi; il Campana gli stava dintorno raumiliandolo il meglio che poteva, e lo confortava a tollerare coteste vecchie usanze del paese; in tutto ciò che non tornava a disservizio del re lasciasse andare tre pani per coppia; ma l'altro arrovellato non lo voleva intendere, e tempestava che i morti si avessero a seppellire senza tante smancierie, e chi ha avuto ha avuto. Cotesto loro alterco da cattive parole sarebbe tralignato a peggio fatti, se una nuova apparizione non fosse venuta repentinamente ad interromperlo.
Fu vista spuntare dalla lontana una barella portata adagio adagio sopra le spalle di quattro uomini, come se dentro vi giacesse persona gravemente inferma, e pur troppo l'apparenza corrispondeva alla realtà, imperciocchè trasportassero la infelice Serena.
Poco dopo la partenza da casa di Francesca Domenica, un accattone che soleva frequentarvi per la elemosina, approfittandosi dello scompiglio salì su in camera della inferma, e le disse alla ricisa:
— Signora! Signora! La gran disgrazia ch'è successa a questa casa! La gran disgrazia? La sapete voi?
— Quale mai disgrazia? ricercò Serena facendosi in volto color di cenere.
— Madonna santissima, non vi spaventate.... hanno ucciso.... anzi crivellato di ferite il vostro sposo, signore Altobello.
E questo fu tiro della Lella Campana, la quale si valse della scempiaggine di codesto mendicante per dare del coltello nel cuore alla desolata Serena.
Serena resistè alla percossa forse per la medesima causa per cui la rovere si rompe all'avvicinarsi dell'uragano, e la canna no; rinvenuta dallo sbalordimento fece chiamare certe sue amiche, e mercè loro ottenne la trasportassero in barella sul luogo dove giaceva l'ammazzato per dargli l'ultimo addio. Contrastare a qualunque il compimento di queste voglie lugubri parrebbe peccato, molto meno si giudicava pietoso negarlo a lei, povera tinta! che oramai più pochi giorni aveva da passare sopra la terra.
Le fanciulle amiche della Serena, parte circondavano e parte precedevano la barella: queste ultime, quando la gente affollandosi dintorno impediva il cammino, dicevano: «fate largo, è la sposa dell'ammazzato, che viene a dirgli addio,» e tanto bastava perchè si ritirassero e facessero spalliera cavandosi il berretto.
— Certo, meritano lode i popoli presso cui la sventura offre argomento di commiserazione; i Côrsi poi in questa parte singolari, non solo compiangono i percossi dalla fortuna, ma li venerano; così gli antichi ebbero sacri i tocchi dal fulmine.
Appena dall'alto della barella potè scorgersi il luogo dove giaceva il morto, fu vista mettersi a sedere con grande stento una larva di donna, e stendere due braccia scarne più paurose degli ossi da morto, sì per fermo più paurosi, dacchè vedendo lo scheletro tu conosci averlo omai abbandonato la vita, e le ossa nude ti dicono essere diventata proprietà della morte; ma le braccia del tisico ti pongono dinanzi agli occhi la morte che ha messo il piè sul petto della vita e non l'ha anco uccisa, una lunga agonia da bere a sorso a sorso, e spasimi nuovi e più dolorosi di tutti perchè ultimi, — nel punto stesso in mezzo ad una maniera di rantolo s'intese singhiozzata una voce:
— Altobello!
Francesca Domenica tutta fuori di sè dall'agitazione della strana cerimonia che aveva provocata, non vide, nè sentì nulla fino a quel punto: ora colta all'improvviso da cotesto lamento si sciolse furiosa dalle braccia altrui, ed abbrancato il coperchio della cassa ne coperse precipitosamente il cadavere, poi ci si assettò sopra nascondendo la faccia su i ginocchi e agguantandosi il capo con ambedue le mani.
— Largo alla sposa dell'ammazzato, largo!
E la barella fra le teste del popolo ora appariva, ora spariva a guisa di barca sospinta dalla tempesta contro lo scoglio dove ha da rompersi. Per ultimo la barella fu deposta accanto alla cassa, e Serena potè dire con fiochissima voce:
— Mamma mia, non ci contrastate vedere anco una volta la faccia di Altobello! era mio sposo alla fine. Abbiate pietà di me, a cui da questa in fuori non avanza altra consolazione nel mondo.
Francesca Domenica levò la faccia e mostrò gli occhi pieni di sangue ma senza lacrime, e rispose:
— No...
— Oh! perchè no? Non era egli carne della mia carne.
— Portatela via... ella non ci ha più che fare...
— Questa è crudeltà, prese a dire un astante, non può negarsi alla moglie di baciare per l'ultima volta il suo marito. — La pietosa era Lella Campana; la riconobbe Francesca Domenica e la guardò: spesso avrete sentito affermare come gli occhi della creatura umana possiedano la virtù di atterrire i serpenti; non credete nulla; perchè se gli occhi nostri avessero questa potenza, sotto lo sguardo di Francesca Domenica, Lella Campana sarebbe rimasta fulminata.
All'opposto la feroce non se ne sentì commossa nè sgomenta, e continuò a schiamazzare:
— La è divenuta matta! Menatela in casa... e la poverina abbia il suo sfogo...
E fattasi più temeraria, forse con la speranza di essere sovvenuta, ella si attentò accostarsi a Francesca Domenica e metterle le mani addosso: questa balzò in piedi come arco scattato, e ghermitala per la cintura la squassò forte tre o quattro volte, poi la spinse con immensa rabbia a rotolare per terra lontano da sè: subito dopo tornò a custodire la cassa, ed imbattutasi a caso nei chiodi che il falegname aveva lasciati lì in terra, li prese e si provò conficcarli col pugno; accortosi che a quel modo si lacerava le carni e non veniva a capo di nulla, agguantò un sasso e con esso fece migliore opera. Questi casi tutti accadevano in minor spazio di tempo che non fu speso a raccontarli; però quantunque tra la gente radunata prevalesse la opinione che la ambascia avesse tolto l'intelletto alla signora Alando, pure si capì, che codesta sua ripugnanza a scoprire la cassa nasceva dalla pietosa voglia di nascondere agli occhi della inferma lo spettacolo dello straziato consorte; quindi biasimo della proterva Campana, e lode a lei e tenera premura di sollevarla nel tristo ufficio d'inchiodare la cassa del figliuolo ammazzato.
Francesca Domenica compita l'opera pregò il piovano, il dottore e gli amici di casa a portare, senza mettere tempo di mezzo, il cadavere nella tomba degli Alando e a dargli sepoltura; ai servi ordinò andassero con loro, ella basterebbe sola a confortare Serena...
Il maresciallo Sionville presente a tutte queste avventure metteva di tratto in tratto le mani sur una zucca piena di acquavite e se la recava alla bocca; da prima parvero gli spazi ragionevoli, ma l'ultimo si può dire ch'ei facesse una bevuta continua: quando ebbe a mettere la zucca proprio a perpendicolo nell'orizzonte e squassarla a più riprese per isgocciolarne l'ultima stilla, si sentì venire come un solletico sotto le mammelle, ch'egli battezzò per compassione a casa sua; onde afferrato il braccio del Campana:
— Orsù! gli disse, capitano bando ai rancori. Andiamo via; in verità le son cose a far piangere i sassi. Di ora in poi sua eccellenza il signor governatore, quando mi commette a simili spedizioni mi ha da restituire il soprassoldo di guerra e penso che quegli che ne andrà di sotto sarò io, perchè ci vuole, per durare, triplicata la provvista di acquavite... e voi ne potrete fare al bisogno buona testimonianza.
Orso si lasciò condurre; egli non pensava a niente, ma si sentiva il capo intronato; giunto a casa tardi non volle cena, e preso il candeliere, senza profferire parola si avviò alla sua camera; mentre stava sul punto di chiudere l'uscio, vedendo comparire la sua figliuola, le disse:
— Lella! Adesso che ti pare, la tua vendetta è soddisfatta?
— Forse — rispose costei; ed Orso stizzito traendosi dietro l'uscio con violenza imprecò:
— Quando andrai all'inferno ce ne troverai dei meglio di te.
Francesca Domenica adagiata ch'ebbe la povera Serena sul letto, la prese pel capo, la baciava e ribaciava, poi accostatale quanto più poteva la bocca all'orecchio di lei ci sussurrò sommessa:
— Perdono, figliuola mia, io vi domando perdono; Altobello non è morto, ma vive e vi ama, e vi supplica a pigliare animo.
— Come! Come! non mi hanno ammazzato Altobello mio? E quegli che era là morto...?
— Calmati, figliuola mia, bevi questo... il cuore ti palpita orribilmente sempre... la carne ti brucia... te lo racconterò un'altra volta... più tardi.
Se non che Serena, con la potenza della volontà dominando lo scompiglio del corpo, comparve quasi tranquilla.
— Mamma, dite pure senza sospetto, io sono quieta... vedete, io rido.
E rise, povera fanciulla! Francesca Domenica si fece all'uscio, speculò se alcuno stesse in ascolto, chiuse la imposta, e da capo china su l'orecchio di Serena, espose:
— Altobello averle mandato a rispondere anteporre all'esilio dalla Patria morire da presso alla sposa e alla madre, dilettissime sue, mettesse giù la speranza di fargli mutare pensiero, e lo perdonasse; eccetto che in questa lo avrebbe rinvenuto in ogni altra cosa obbedientissimo; e poi ad osservare simile risoluzione stringerlo il giuramento. Ora la madre di Alando patirebbe il suo figliuolo spergiuro? E' ci era da deplorare ch'egli avesse preso questo proponimento, e come! ma credere che lo potesse mutare, sarebbe stata follia. Altobello bensì prometteva di starsi quieto, e per quanto era in lui, industriarsi in modo che dimenticassero ch'ei fosse in vita; solo domandare lo provvedessero di quanto abbisogna puramente per non morire di fame; dolergli forte non potere esimere i parenti da questo carico, imperciocchè la montagna, dopo scesi i pastori con gli armenti alla pianura, era rimasta deserta. — Messami a considerare di proposito (Francesca Domenica continuava) la faccenda, conobbi che tale incumbenza non era da commettersi a persona, comecchè fidatissima; troppo il pericolo per altrui, e poi viviamo in tempi tristi, figliuola mia; se Gesù tornasse, non un traditore sopra dodici, ma undici e' ne conterebbe, e nel rimasto chi sa quanti carati troverebbe di mondiglia. Quello che la madre e la moglie possono fare per la salvezza del marito e figliuolo loro non devono confidare altrui. A sovvenirlo pertanto con efficacia bisognava ottenere due cose, la prima di condursi ad abitare la villa senza movere sospetto, e l'altra addormentare la persecuzione vendicativa che ci fa guerra, pensa e ripensa, mi cadde in mente un partito orribile, ma necessità non ha legge; innanzi ch'ei fosse stato messo a esecuzione sperai che Dio lo volesse perdonare all'anima disperata di una madre, ma ora dubito di aver creduto temerariamente, dacchè vedo che t'ho partorito tanto dolore, e siamo sul cominciare?
— Magari! che a furia di dolori si potesse salvare Altobello.... se fossero sette mi parrebbero pochi...
— Benedetta tu sia! Consigliai che pigliassero lingua se qualche giovane di statura non molto dissomigliante da quella di Altobello fosse venuto a morte nei paesi dintorno; lo cavassero dalla terra con diligenza; affinchè veruno sospettasse della sottrazione, lo deformassero in volto e trasportatolo presso al procojo di Santa Colomba lo esponessero alla pubblica strada; perchè la gente lo stimasse il corpo di Altobello, provvidi a suscitare subito la voce che i suoi compagni in vendetta di essere stati abbandonati da lui lo avessero ucciso; indosso gli feci porre il suo passaporto, il congedo della Repubblica di Venezia, con parecchie altre carte comprovanti l'essere suo, e per ultimo certa mia lettera nella quale con preghiere e ragioni e promesse lo confortava al passo che doveva parere essergli costato la vita. Nella tomba degli Alando divisava seppellirlo, e ce l'ho fatto seppellire per avere occasione di visitarlo spesso, io poi doveva fingermi ammattita, e così ho cominciato, e se Dio non ordina meglio così continuerò. Tu capisci adesso la causa per cui io pertinace ricusai mostrarti il cadavere — se tu non ti addavi del soppiantamento, dubitava che alla vista dell'orribile strazio (e davvero lo hanno concio da fare pietà) tu per la stretta del cuore rendessi l'anima a Dio; oppure ti apponevi, e allora temeva che la tua improvvida allegrezza non mandasse nell'aria tutta la trama, tanto più che molti nemici così pubblici come privati stavano ad esplorare con maligna intenzione. Se te lo tacqui, Serena non mi accusare, perchè lo feci a fine di bene, riserbandomi a dirtelo poco per volta, perchè la tua salute, che merita tanti riguardi, non se ne sentisse scossa. Ai servi ordinai badassero bene di non fiatare, ma l'uomo propone e Dio dispone, e tu sei venuta a saperlo per altra via, e male; però dubito non ci entri Dio, bensì il diavolo, o Lella Campana ch'è tutt'uno...
— E che le ho fatto io?
— Che le abbiamo fatto noi? Io madre, tu sposa di Alando che mise le mani addosso a Giovan Brando suo fidanzato... e tu domandi che cosa le abbiam fatto?
— Ahi! odio, odio, e sempre odio, esclamò Serena, cacciandosi le mani dentro i capelli; ma Francesca Domenica la venne consolando con queste parole:
— Però vedi, Serena, Dio non le concede tutte vinte ai maligni, anzi opera spesso che i loro tiri resultino in vantaggio dei grami che volevano perdere; e questa grazia ha fatto adesso a noi perchè la tua venuta quaggiù ci somministrerà causa onesta di rimanerci in campagna, dicendo e facendo dire la tua salute non permettere nuovo trasporto; non istenteranno a credere che dopo il colpo di stamattina non potrebbero moverti senza esporti a subita morte.
— Ed io voglio vivere... disse Serena di cui la fronte si rischiarava mano a mano che Francesca Domenica procedeva nel racconto, così alla brezza montanina si dirada il velo delle nuvole davanti la faccia del sole; ma ahimè! con fine diverso, dacchè dalle nuvole rotte prorompe il raggio che ravviva, mentre quando la fronte di Serena apparve pacata, ella prese la mano della socera; se la recò alla bocca, la baciò e cadde riversa sopra i guanciali.
Francesca Domenica sentendosi umida la mano se la mirò sbigottita e ci vide il contorno dei labbri di Serena delineato col sangue: la tenne spirata, e cadendo ginocchioni, esclamò:
— Ah! beatissima Vergine, accogliete questa povera martire nelle vostre sante braccia.
CAPITOLO X. I Proscritti
Costumavano i Côrsi, per poco essi fossero provveduti di beni di fortuna, e tuttavia molti fra loro costumano fabbricare in luoghi appartati dei propri tenèri, cappelle funerarie, e quivi di intorno recinto di muro, alquanto spazio di terra destinarlo per le sepolture della famiglia. Talora, ma raro, ne fanno parte ai clienti di casa benemeriti per diuturni uffici e chiari di fama: perchè essi hanno per cosa sacra le tombe.
Vagando per la campagna, e quando te lo aspetti meno, là dove più folti intralciano i rami gli olivi per riunire le forze contro la tempesta, arte che gli alberi hanno appreso e gli uomini no; là dove i cipressi accostano fra loro mollemente le cime come innamorati che si pieghino a dire e a sentire una dolce parola, e la rosa silvestre anco lo inverno tratto tratto fiorisce quasi a esplorare se la primavera anco nasca; là dove il mandorlo non perde mai le foglie, e l'alloro mantiene sempre verdi le sue per incoronare forse la fronte del Messia della libertà, che su questa terra infelice aspettiamo da molti secoli e non viene mai; in mezzo dico a tanta pompa di natura, ti comparisce davanti un sepolcro. In questi recessi ombrosi, mentre tutto è silenzio intorno a te, sembra che la Provvidenza ti voglia mettere come in mano un libro, che nel numero del mondo tu dimentichi spesso di leggere. La vista delle cose dilettabili, che la natura in tanta copia creò, rallegra eccessivamente l'uomo, e troppo lo amica alla vita; quella poi del sepolcro ignudo di ogni conforto, lo deprime troppo col rammentargli sempre ch'è polvere; all'opposto queste tombe rallegrate dalla vegetazione dei campi temperano l'anima nostra a giusta misura: per loro meglio che per ogni altro insegnamento s'impara che lo spirito dell'uomo è crepuscolo di un giorno che muore e di un giorno che nasce; il suo intelletto, baleno che può nella breve durata segnare una parola di Dio nella faccia del firmamento; nè la stessa materia trasformandosi merita querimonia o almeno sì grande, se è destinata a crescere la massa delle cose capaci a giocondare la vita, di chi viene dopo di noi.
Anche Bastia, città che più delle altre sente l'alito che le viene dallo straniero pel mare, conserva la religione delle tombe e ne mostra gremita una valle che prolungandosi per le coste di Santa Lucia e di Gardo arriva fino su l'alture dell'antica pieve di Pietra a Bugno; anche di giorno non si contempla senza venerazione, ma nelle notti divinamente serene di state quando la brezza chiusa nella forra rende vocale ogni pianta, e gli usignuoli empiono l'aere di note e le lucciole di splendori, sicchè tu pensi che il canto accenda l'aria la quale giubilando mandi faville; e la luna consola con la sua luce benedetta le tombe dei defunti e l'anima di chi affettuosamente gli rammenta, se mai ti avvenga affacciarti dall'altura che sta alle spalle della tomba degli Arena, ben sei feroce se non ti sentirai commosso da religioso terrore, ben duro se non ti parrà vedere uscire pallide larve dai sepolcri e udirle scambiarsi miti colloqui, ben selvaggio se non comprenderai come la salute di un popolo non è mai disperata finchè conservi così profonda la reverenza pei morti.
Visitano le tombe i congiunti e spesso gli amici, ma in troppo maggior copia donne che uomini. Le parenti aprono le porte e chiudonsi dentro sicchè di rado si vedono; le amiche poi s'inginocchiano su la soglia col capo appoggiato alle porte di ferro e quivi pregano intensamente, così fervidamente, che passo di viandante nè di somiero vale a scoterle, anzi neppure gridi scomposti o strepito di cosa che accenni a danno avvenuto, o li minacci; e di questo io faccio fede perchè l'ho sperimentato. O come ama la donna, quando ama davvero!
La famiglia Alando possedeva le sue tombe nel procoio della Restonica o di Santa Colomba; però parve plausibile la causa che trattenne la Francesca Domenica, molto più che si diceva, ed era naturale, che l'angoscia di trovarsi sola superstite di tutta la famiglia le avesse alterata la mente: per ultimo senza grave pericolo non si sarebbe potuto trasportare la Serena che ormai presso a morire tornava in chiave non si allontanasse dalla tomba; vi fu anche taluno che ripetendo queste novelle aggiungeva per via di arguzia che la signora Alando nel perdere il cervello ci aveva guadagnato un tanto, perchè era da dubitarsi se sana avrebbe saputo eleggere così savio partito.
Altre sventure, che non sono queste, sprofondano nel mare morto dello interesse umano con minore scompiglio della triste superficie: così per qualche giorno la commiserazione del caso sonò universale; in capo ad una settimana le opinioni si divisero e parecchi cominciarono a dire ch'era doloroso comprare a questo prezzo la pubblica tranquillità, ma che pure la proviamo tanto necessario elemento all'ordinato vivere, che qualsivoglia prezzo non si può stimare mai troppo; altri poi si attentarono predicare addirittura ch'ella era stata grazia di Dio, e avrebbero dovuto appendere il voto, dacchè la rabbia si era manifestata fra i cani, e il paese veniva a purgarsi dai banditi senza scapito incamminandosi bel bello a quel grado di civiltà che stava in cima dei pensieri di sua maestà cristianissima, che era Luigi XV, il quale per avventura a tempo avanzato ne favellava con la madama Dubarry.
Francesca Domenica si conduceva quotidianamente e spesso anche più volte al dì, non meno che la notte, a visitare la tomba del figliuolo; chiudevasi nella cappella ed attendeva a fare colletti di vettovaglie di facile trasporto: e col continuo portarvi robe, la cappella aveva preso l'aspetto di una canova, senza, per mio avviso, dispiacere dei santi colà dentro dipinti. Ella poi per ripararsi dal freddo o per altre cause si era vestita di una cappa nera col cappuccio parimente nero: sebbene non avesse dato più in ismanie come il giorno della morte del figliuolo, all'opposto assunto un fare malinconico, non per questo sembrava le fosse tornato il cervello in sesto; ed invero ella procedeva sempre col cappuccio tirato giù su la faccia, e borbottava parole senza discorso, sicchè all'ultimo i fanciulli avevano preso a impaurirsene, e le mamme per farli stare cheti non trovavano meglio che minacciarli così: «ecco che viene la donna nera!» Siccome la superstizione di sua natura è male attaccaticcio, le mamme nell'applicarla altrui la svegliarono in sè stesse, onde se qualche faccenda andava loro al rovescio, subito ne incolpavano il mal di occhio della donna nera; se incinte la incontravano per via, sputavano subito per gittare il fascino per terra, gli uomini vennero più tardi, pure vennero anch'essi non mica per affannarsi della moglie o dei figliuoli, bensì per la vacca, il vitello, il cavallo e le capre, perchè vivono rari ma rari bene i villani i quali tutte queste creature non antepongano alla moglie, ed anco un tantino ai figlioli. Crebbe il terrore per averla veduta, come affermavano, nella stessa ora in più luoghi; tali gli atti, il sembiante il borbottìo e le vesti: un paesano giurava averla incontrata a pie' dei colli di Tiventoso dond'era partito la mattina all'alba su di un cavallo che volava, ed essere rimasto di sasso quando traversando la strada che passa davanti al procoio di santa Colomba le apparve in procinto di uscire di casa quieta e composta come se fosse uscita allora dal letto.
Senza incontrare molestia così durarono fino agli ultimi di gennaio. Ferrante vestito di una cappa nera col cappuccio tirato su gli occhi imitando i passi e i gesti di Francesca Domenica si recava ogni lunedì alla posta dov'essa lo aspettava e date e ricevute le salutazioni, ei metteva su le spalle e pigliava sotto le braccia i colletti delle provvisioni recandole su la cima delle rupi; a sollevarlo da tanta fatica lungo la via più erta rinveniva i compagni, e tra di loro nascevano sempre liti intorno al volerla portare fino alla grotta Ferrante, e al volergliela torre i compagni, e sempre finivano col levargliela e lasciarlo addietro stanco com'era. A quei giorni Ferrante richiesto le centinaia di volte si adattò ad appagare un desiderio di Francesca Domenica dal quale egli aveva tentato dissuaderla invano, ed era di voler ad ogni costo salire sul monte per refrigerarsi un po' il cuore con la cara vista del figliuolo suo: andò pertanto il Canale la notte del lunedì, si tenne nascosto nella cappella tutto martedì mattina, e come battè l'un'ora di notte si mise con la Alando in viaggio: avevano lungo tempo discusso fra loro se giovasse meglio mutare vesti o andarsene ambedue con la cappa ed il cappuccio neri: dopo avere ventilato bene il guadagno e lo scapito, decisero mostrarsi ambedue con la cappa e imbacuccati, imperciocchè se occorreva che qualche Côrso li vedesse insieme, avrebbe creduto incontrare i battutoli e sarebbe fuggito via peggio che se lo cacciasse il Trentadiavoli.
Il giorno gli sorprese a piè dei colli, giorno infermo, promettitore fino dal suo nascere di uggia e di guai; sembrava rovesciato l'ordine della natura per modo, che il cielo non mandasse più la luce sopra la terra, bensì questa illuminasse il cielo; infatti le pendici coperte di neve spiccavano di luminosa bianchezza sul fondo grigio dell'orizzonte. Nel mettersi dentro l'angusto calle Ferrante, e' sembra che gli occorresse cosa che lo inquietasse, perocchè non valse a frenare un moto di fastidio, il quale avvertendo la sua compagna gli domandò:
— Ch'è ciò, che vi molesta?
— Nulla.
— Che serve! Vuolsi serbare segreti con me?
— Mirate! Mi mettono malumore addosso queste pedate qui...
— Mi sembra, che non ci sia ragione da ombrarvene; e' posseno essere scesi fin qua, e poi risaliti...
— Ma allora perchè non appaiono punto orme all'ingiù?
— Forse quando scesero non nevicava, o forse tanto si trattennero giù, che la neve novella ha coperto le traccie della vecchia.
— Dio ci aiuti, ma camminiamo con precauzione.
Il sentier di cotesto monte, o piuttosto di quello ammasso di roccie si avvolgeva per contigui giri, ed ora saliva, ora scendeva per erpicarsi da capo.
E non è giusta, Clemente, che riceva il battesimo di solo sangue còrso; fa, o fratello in Cristo, diceva il frate moribondo, di mescolarvici un tantino di sangue francese (pag. 460)
Ferrante nell'avvicinarsi a certa vetta udì parole, che gli portava il vento, però accostandosi con maggiore studio, ficcò il capo in mezzo alla spaccatura di uno scoglio e declinati gli occhi vide quello, che pur troppo temeva di vedere, i micheletti del provinciale, i quali ad argomentarne dagli atti, andavano in su di malavoglia. Dietro tutti il capitano Orso Campana che, ormai vecchio, e di persona grave, si era fermato a discorrere, e quasi avrei a contendere con un officiale francese: difatti così alto favellava, che il Ferrante, tra altre molte, ebbe abilità di udire queste parole: — Per me, le mi paiono cose da matti, mio padrone riverito, perchè, stia qui col cervello, o e' ci sono, o e' non ci sono; se non ci sono, corriamo il rischio di morire stecchiti innanzi di arrivare lassù; e se ci sono, posto che vinciamo la prova del freddo, rimane a superare quella del fuoco: veda che i soldati non possono camminare eccetto che ad uno per volta, sicchè un uomo solo in qualche giravolta può fare testa a tutti; oltre questo ci è un altro pericolo da non disprezzarsi punto, e consiste in un nuvolo di pietroni, che già sento piovermi addosso. Ora, padron mio, è chiarito, che in Corsica capi a prova di pietre non ne sono mai nati.
— Ed in Francia neppure, signor capitano. — Dunque come avremmo a comportarci?
— Veda! con modi assai destri disfacendo il fatto; tornarcene a basso, mettere un picchetto in fondo alla salita, entrare in qualche casa di pastore per asciugarci e riscaldarci; mangiare un poco, bere un tantinello di più, riposarci fino a domani, che il tempo sarà senza dubbio migliore: allora esploreremo il colle, e vedremo se oltre questo offre altri sentieri; se gli ha vi ordineremo sentinelle raddoppiate: insomma convertiremo l'assedio in blocco.
— Pure quel leggere il proprio nome nel rapporto al re, che il capitano Lepitre, in mezzo ai turbini della neve, e a un nuvolo di palle, acqua e fuoco come vedete, ha scalato una rupe retta a perpendicolo, dove ha reciso l'ultima testa all'idra della ribellione, bisogna convenire che sarebbe superbo, magnifico!
— Il blocco però è più certo; e dubito forte se della nostra impresa vorranno farne rapporto al re; più forte dubito se riputeranno glorioso un assalto contro banditi; credo poi, che il re non leggerà nulla, e quando leggesse, è sicuro che gliene importerà anche meno.
— E pure mi sembra che ad assalire queste rupi ci sia pericolo quanto a montare su la breccia di Anversa o di Bergop-Zoom.
— Avete proprio trovato il tasto; il pericolo ci è anco maggiore; ma a morire qui equivale a recitare la Fedra del vostro Racine sur un teatro di fiera anzichè sul teatro di Versaglia: a tutte le cose bisogna scegliere il tempo opportuno; anco a morire.
— Addietro, comandò il nostro capitano Lepitre; voi mi avete dette cose, che rasentano molto il senso comune.
— Raccomandatevi a Dio di udirle una volta l'anno almeno, come la chiesa comanda la confessione, e allora può darsi che ci facciate conoscenza.
Prima assai che questi officiali ponessero fine ai loro ragionamenti agro-dolci, Ferrante si era ritirato dal fesso e persuaso la Francesca Domenica a volgere le spalle. Le parole che mutarono fra essi furono rade ed amare: venuti in fondo, Ferrante si raccomandò alla donna tornasse a casa; egli avrebbe fatto prova di trovare qualche calle che lo guidasse fino su la cima; par quanto amore portava alla Madonna, porgesse ascolto ai suoi consigli.
— Vi ho detto, che voglio vedere mio figlio.
Queste parole furono profferite con la voce della disperazione che dopo aver pianto le sue lacrime siede sopra una pietra in mezzo della via, guardando il cielo senza pregarlo nè maledirlo. Ferrante tacque, e le prese a camminare avanti.
Codesto ammasso di roccie va come la più parte dei monti dell'isola composto a strati, talora perpendicolari tal'altra pendenti a destra o a sinistra, sovente ti sembra che la natura, volendo spaccarli, dopo averci fitto dentro il cuneo ci picchiasse sopra due o tre martellate, e poi distratta smettesse il lavoro in tronco senza ripigliarlo più; così quelle aperture si presentano ad angolo, e per dirla alla povera, a modo di V: le acque piovane scolando per questi canali ci hanno scavate buche, dentro le quali puoi mettere un piede, e così andare su su inosservato anche da cui stesse dieci passi discosto, come per una scala: se non che sovente gli scavi cessano, la pietra casca giù a perpendicolo e a te non avanza far altro che dopo mirato due volte o tre quel lavoro condotto coll'archipendolo, tornartene addietro.
Ferrante si cacciò dietro uno di questi fessi e sentiva dietro a sè la madre di Altobello mettere il piede nell'orma ch'ei lasciava: non profferiva parola, e gli pareva non avere mai palpitato di speranza e di terrore come adesso; però fin lì non avevano incontrato intoppo che non avessero potuto superare con mediocre fatica; anzi parve a Ferrante discernere qua e là qualche vestigia di opera di uomo, sia per allargare, sia per assicurare il cammino; già la gioia gettava su la sua anima un raggio sbiadito sì quanto il crepuscolo di autunno, pur sempre affetto diverso dall'angoscia, quando, quasi per fargli scontare codesto atomo di contentezza, lo percosse il fragore del torrente: gli corse lungo i reni il sudore freddo, presagendo che in breve si sarebbero trovati su l'orlo di una fenditura impossibile a passarsi. Raddoppiò il passo come uomo a cui l'incertezza pesi più insopportabile del danno; nè si era punto ingannato: in cotesta parte delle roccie, in mezzo ad una apertura, rovinava uno dei cento torrenti della montagna. Ferrante si sentì mancare il respiro, la vertigine un momento lo prese; un momento, perchè fu uomo d'anima e di nervi di ferro: allora esplorando meglio conobbe, comecchè la neve caduta li coprisse, che nel fianco del dirupo erano stati a forza di scalpello condotti incavi dove poteva appoggiare il piede per discendere; certo col precipizio da un lato, il monte quasi a perpendicolo dall'altro, e cotesti buchi dalla neve resi sdrucciolevoli e ciechi, non presentavano cammino gran fatto dilettabile; ci voleva occhio, piedi e cuore saldi, Ferrante e Francesca Domenica li possedevano.
A mezza costa cessava il sentiero, se sentiero può dirsi, sopra uno scoglio sporgente in fuori dal fianco della rupe, e dal fianco opposto si osservava sporgere uno scoglio uguale, quasi due mensole lavorate dal terremoto quando egli si mise a fare da maestro muratore nel mondo, o piuttosto due gheroni laterali di ponte, che o non compì, o compito per ghiribizzo ruppe. Da molti secoli stavano l'uno contro all'altro senza potersi più riunire, pari a due fratelli, che l'odio abbia divisi; invano ravvisiamo in loro la origine comune, invano i segni del medesimo grembo che li portò; del medesimo seno che porse il latte ad entrambi; le loro anime mostrano le ferite insanabili, che si sono recate scambievolmente; se ambedue avessero ad essere accolte in paradiso, una delle due supplicherebbe in grazia la precipitasse Dio nell'inferno. Anche quando dello amore di tutti gli angioli potesse tessersi un laccio, non varrebbe ormai a rilegare due cuori pei quali l'odio divenne la più acuta delle gioie, il più spasimante dei tormenti, la sorgente unica della vita.
Il torrente stretto fra codesti scogli urlava come lupo preso a mezza vita dalla tagliuola; le acque compresse si avventavano contro la rupe con rabbia impotente, pari alla vipera dardeggiante la lingua contro il villano, che gli spezzò i reni; quantunque di mole più angusta non era questo spettacolo meno tetro di quello notato da Altobello; così l'Averno antico traversavano parecchi fiumi nella difformità loro tutti ugualmente terribili.
E pure l'uomo perseguitato dall'uomo aveva conteso quei luoghi agli uccelli rapaci, imperciocchè oltre il sentiero scalpellato su la parete della rupe apparisse un nuovo segno della presenza di lui in due tronchi di albero gittati sopra le mensole che abbiamo descritto, e stretti insieme con corde di spartea. Da quanti anni durava costà codesto ponte? Erano fradici i legni e tuttavia capaci di sostenere il peso di un corpo umano? Cotesta spartea che pure pendeva giù sfilacciata avrebbe bastato a tenerli uniti? Chi lo sapeva? Chi poteva saperlo? Una cosa era certa, che verun ponte del mondo somigliò tanto quello che Maometto immaginò attraversare l'inferno. Ben è vero, che Maometto sotto l'Al-sirat mette fuoco, e qui rovina l'acqua, ma di qualunque caschi di sotto a quello od a questo, la perdizione sarà del pari sicura.
Occorrono casi nella vita, intorno ai quali se tu, sebbene animoso, pensi più di una volta, rifuggi sbigottito: il passo di questo ponte poni addirittura tra quelli, e Ferrante non avrebbe mai pensato a traversarlo se non ci si fosse trovato sopra senza sapere come: appena giunto in cima dall'altra parte, provò rimorso della sua audacia, immaginò l'affanno della povera madre rimasta su l'altra sponda senza potere a posta sua varcare, sentì quale cuore in codesto punto doveva essere il suo nel sospettarsi abbandonata; e allora si volse d'impeto per gridare alla madre stesse sicura, ch'egli lo ripassava subito per andare fino a lei; ma con meraviglia pari allo spavento egli la vide pallida e sicura venuta fin'oltre a mezzo del ponte. Egli non ardì dirgli una voce di conforto, non mormorare una preghiera per lei; le facoltà della sua vita rimasero sospese; si peritò perfino a porgerle la mano per aiutarla. Ella pose il piede dall'altra parte senza dare a conoscere paura del passato pericolo, o allegrezza di averlo vinto; solo a Ferrante, che s'inchinò dinanzi a lei per baciarle l'orlo della veste, ella sollevandolo disse:
— Voglio vedere mio figlio.
La via dall'altra parte, tenuto di conto delle asperità incontrate fin ora, poteva dirsi agevole, non perchè piana, ma perchè gli scalini i quali tornavano a salire erano scavati con abbastanza larghezza; mentre ascendevano notarono parecchie grotte, che avevano aspetto di più comode delle altre fin lì abitate dai proscritti, e talune apparivano difese da un po' di muro e da un assito a mo' d'imposta per ripararle dal vento, adesso logore per vetustà. Di sopra le grotte tornarono i mali passi, ma nel presagio che fossero gli ultimi, si fecero cuore; di vero questa volta la speranza non li deluse, e dopo averci adoperato un po' le mani ed i piedi, si trovarono su la spianata in cima al monte.
I proscritti voltavano tutti le spalle dalla parte dove sboccava la via consueta, e là intenti miravano, sia che fosse giunto fin lassù qualche insolito rumore, sia che si struggessero nella impazienza di vedere arrivare Ferrante: erano tutti a un dipresso della stessa statura, le vesti o piuttosto gli stracci in tutti pari, e pure Francesca Domenica non isbagliò a riconoscere il figliuolo suo. Non lo chiamò perchè il tremendo anelito non concedeva l'adito alla parola, ma egli la sentì, però che ei volgesse come presago, e per ben due volte con suono di voce, che non può ridirsi, esclamò:
— Mamma! mamma!
Mamma, e non madre, chiamano i Côrsi, dacchè come per proverbio ripetono spesso gentilmente, che per dì mamma s'impiccicanu e labre duie volte, cioè si baciano due volte le labbra. Coteste due povere creature si abbracciarono, si strinsero, la bocca incollarono sulla bocca, un medesimo alito fatto di due fiati respirarono; pareva volessero confondersi co' corpi come con la respirazione; non parlarono, o piuttosto si parlarono coi palpiti, cuore sovrapponendo a cuore; e certo troppe più cose, e troppo meglio si dissero con un palpito solo che con la favella. Il corpo è carcere così dell'anima come della intelligenza; e il pensiero schiavo della materia non può riscattarsi dall'avaro carceriere se non gli lascia in mano massima parte del tesoro dei suoi concetti.
Che cosa è mai il tempo per coloro, che lo vorrebbero spento? E questi sono di due maniere enti; o i troppo felici o i troppo miseri; ai primi qualunque durata pare meno di un baleno, ai secondi rincrescono i minuti come la eternità; Altobello e Francesca Domenica per doppia cagione potevano avere smarrito la misura, ma in quel momento si sentivano felici. Ferrante fu quegli che, osservando declinare il giorno, si attentò mettersi fra mezzo a quei santi affetti, e ricondurre le anime immemori ai tristissimi uffici della vita, e:
— Signora, diceva, la luce presto vien meno sul fianco orientale della montagna, e voi correte risico di restare quassù.
Francesca Domenica di tanto non potè tenersi, che non facesse spalluccie. Altobello, il quale conobbe tosto quella non essere la via per venire a conclusione con sua madre, soggiunse:
— Mamma, osservate, che voi siete l'unico legame, che ci unisca al mondo; se voi aveste a restare chiusa qui con noi, voi perdereste la vita, e questo non vi importerebbe gran fatto, ma con la vostra perdereste anco quella di questi valorosi giovani... ed anco la mia.
— Tu parli da quel savio figliuolo che fosti sempre, Altobello; affrettiamoci, via; accompagnami fin qua oltre che la via non è troppo dirotta, e ragioneremo scendendo.
Fu allora, che Altobello pose mente al nuovo sentiero donde erano venuti la madre e Ferrante, e maravigliando interrogò perchè avessero tenuto cotesta inusitata via per salire, e perchè trascurassero la vecchia per discendere: saputane la cagione, osservò non parergli cosa da farne caso, anzi ci spese sopra un motteggio, o due; e tuttociò per non apportare giunta di angoscia alla madre, mentre in fondo dell'animo vedeva con terrore stringersi il cerchio come quello in cui viene preso lo scorpione, al quale non avanza altro scampo che uccidersi per non restare ucciso. La madre interrogata da lui intorno a Serena, e che facesse, e come si portasse, e se la infermità le dava tregua, a sua posta con pietosa menzogna lo accertava non andare di peggio, correre per le malattie di petto la stagione, oltre l'usato rigida, veramente dannosa, pure aversi a sperare che presto rimetterebbe della sua asprezza; certo la povera Serena al primo alito di primavera si sentirebbe ricreata; intanto ella pensare sempre a lui; da mattina a sera non rifinire mai raccommandarlo alla beata Vergine, a Dio e a tutti i suoi Santi; ed anco a raccomandarsi a lui affinchè non si cimentasse senza necessità; per ora stesse quieto; quando finirebbero mai cotanti affanni? E ancora io, ti supplico come sorella in Gesù Cristo, e come madre ti comando a non esporti. A questo pensa, che tu ti metterai a pericolo di vita forse una volta in capo al mese e noi ti ci tremiamo dieci volte all'ora; pensa che nell'ardore del combattimento tu non puoi e tu non devi ricordarti di noi, ma noi non cessiamo un minuto di averti dinanzi gli occhi.
Così di parole in parole scesero su la parte avanzata, che faceva risega alla montagna dove stavano appoggiate le teste degli arbori. Altobello non s'immaginando nè pure per ombra che sua madre avesse quinci a passare, esplorava attorno come procedesse la via: quando seppe non presentarsene altra eccetto quella del fiero ponte si volse alla madre per impedirle con preghiera il passo, ed esperto della ferrea volontà della madre sua, disposto ad usarci anco la forza; ma non fu a tempo perchè Francesca Domenica già ci avea messo sopra il piede; allora egli si chiuse gli occhi per non vedere; quando gli riaperse avvisò la madre in salvo dall'altro lato che gli mandava saluti col cenno della mano; subito dopo disparve nelle ombre del crepuscolo che moriva.
I proscritti tornavano taciturni alla grotta; tanto gustarono di cibo e bevvero vino, quanto bastava a mantenerli in vita; quasi per tacito accordo cotesta sera non alterarono ragionamenti; mesti, scorati giacquero su la massa di foglie, che serviva loro di letto, e come poterono meglio si schermirono dal freddo con le pelli di capra; fingevano dormire, ma la vigilia dell'uno si palesava all'altro col frequente crosciare delle foglie peste dallo spesso dare di volte sull'uno e l'altro fianco ch'essi facevano, con gli sbadigli convulsi, ed anco con qualche gemito comecchè soffocato.
Alla dimani poi seduti sopra i loro giacigli tennero parlamento; molti e varii i pareri e concludenti poco come accade nelle estreme angustie; piacque su le altre la opinione di Ugo della Croce, la quale fu, non aversi punto a credere che la guardia della costiera dovesse durare; cotesta essere una scorriera passeggera del provinciale, se già a quell'ora non era cessata; parergli impossibile che i soldati lungamente si trattenessero costà, massime nella perversa stagione, molto meno volessero stanziarvisi, privi di asilo per ripararsi dalle intemperie; e questa opinione piacque non mica perchè fosse più giudiziosa delle altre che furono emesse, ma perchè meglio delle altre garbava, chè l'uomo comunque sagace è fatto così, e di colta crede sempre a tutto ciò, che più lo lusinga, o che l'offende meno. Così anco in mezzo alla procella un raggio di sole trova la via tra nuvolo e nuvolo per dare agli uomini speranza, che cotesto scompiglio della natura cesserà presto; ma come quel raggio in breve si dilegua così disparve da cotesti cuori la fiducia ricadendo nel buio della disperazione. Tuttavolta statuirono che Ugo sarebbe andato a specolare se il suo presagio rispondeva al vero, e Ferrante per la nuova strada a vedere se da cotesta parte fosse rimasto sgombro il passo. Ugo tornò fedele come la colomba dell'arca, ma non portava come lei fronda di olivo; contro la sua previsione i soldati del provinciale avevano preso stanza a piè della salita, e fabbricataci una capanna per dimorarci la notte. Ferrante venne più tardi, ma non recò migliori novelle; egli si era arrisicato fino alle case dei montanari, e mentre si avvisava penetrare dentro la più appariscente, averla con somma meraviglia rinvenuta aperta cioè senza traverso alla porta, perchè su i monti le case non abbisognavano a quei tempi serrame più solido di un segno qualunque, che attestasse la volontà del padrone, che nessuno s'introducesse in casa sua; non dimanco entrato egli scorse un uomo in atto di rovistare: temendo di essere scoperto, senza punto pensarci si trovò ad avere inarcato il moschetto pigliando di mira il malcapitato montanaro: quegli però non mostrando cenno alcuno di viltà avergli detto: — giovane, non fa caso, alzate su lo schioppo che io non fui mai traditore, nè incomincierò adesso. Alla voce sicura, alla sembianza onesta essersi arreso, e quegli, cavato di seno l'abitino della Madonna, averlo scucito e trattone fuori una cartuccia gliela porse dicendo «Sapete leggere?» ed egli lesse così: «Noi Pasquale Paoli, generale del regno di Corsica, facciamo fede come Asone di Tavera meriti la riconoscenza della Patria e la riverenza di tutti i buoni patriotti; nelle condizioni in cui ci versiamo non ci è dato, oltre questa, largirgli altra ricompensa: ella basterà al suo cuore generoso, non basta all'obbligo mio e alla gratitudine dei suoi concittadini. Vivario, 10 giugno 1769. Pasquale Paoli.» Dopo ciò, deposto ogni ritegno Ferrante avergli aperto lo stato suo e dei compagni, e quegli così averlo ammonito: — figliuolo mio, la è una matassa arruffata; credete, il meglio sarebbe seguitare il consiglio della signora Alando, recarvi a San Bonifazio cogliendo il tempo opportuno, e ripararvi in Sardegna; ma, poichè mi dite questo esservi tolto dalla religione del giuramento, io vo' che sappiate aspettarvi sicurissima prigionia e morte, se mai vi attentaste avventurarvi verso Corte: piena dei soldati del provinciale la campagna; veruna capanna, verun casolare senza micheletti o spie: ogni viandante sottoposto a sottili indagini; a lui pastore, tornato a casa a pigliare certo danaro sepolto per comperare bestiame, che, stante la rea stagione, molti del piano gli offerivano a grato prezzo, non essere stato concesso arrivare fin là senza passaporto e mallevaria di due notabili bastiesi, senza andare soggetto a quattro visite lungo il cammino. Ferrante allora, interrogato Asone se, tornando in Casinca, piglierebbe per Corte, e quegli rispostogli di sì, averlo pregato di porgere avviso di tutto l'accaduto alla signora Alando, e quegli avergli promesso; di più sarebbe andato in cerca per quei luoghi di castagne, e, se gli venisse fatto raccoglierne, le avria portate in casa, dove Ferrante a bello agio poteva andarle a trovare.
Asone mantenne la promessa, portò circa un sacco di castagne in casa sua, e passando da Corte, tentò fare l'ambasciata alla signora Alando; visitarla non gli pareva ben fatto, e poi non gli sarebbe ad ogni modo riuscito; allora prese lingua del confessore della Francesca Domenica, e, conducendosi da quello, sotto pretesto di confessione lo supplicò ragguagliasse la signora Alando di quanto concerneva il suo figliuolo: poi l'uomo dabbene andò pei fatti suoi, ed il Pievano adempì anch'egli il carico preso.
La ragione, per la quale il pastore da Tavera non si era attentato visitare la madre di Altobello, fu questa, che il governo ormai deciso di sterminare il seme dei banditi, ordinò si sostenessero i parenti più prossimi di quelli, e ai più lontani, come pure gli amici, si minacciassero asprissime pene, caso mai ardissero provvederli di vettovaglia; sperando in questa maniera gli avrebbe spenti la fame. Francesca Domenica, compassionando altrui, sè confidava immune da cotesto bando, ma non accadde così, imperciocchè, o cominciasse a sospettarsi la verità della morte del suo figliuolo, o quale altra ne fosse la causa, comecchè ritenerla prigioniera non si attentassero, pure le misero sentinella alla porta, con ordine di vigilarla dovunque avesse indirizzato il passo, e pigliare nota di quanti la visitassero; onde, se togli il pievano e il dottore, gli altri tutti, per paura di perdere, o di non acquistare, si rimasero da frequentarla.
Dopo la partenza di Francesca Domenica, una maniera di smania febbrile invase i nostri proscritti, e li condusse a rifrugare tutte le latebre della costiera per vedere se, oltre le due conosciute, offerisse qualche altra via di scampo; ci si affaticarono attorno per più di un dì, aggrappandosi ai rocchi con le mani, ovvero calandosi agguantati a qualche fune, e sempre invano, perchè di botto si parava loro davanti uno scoscio formidabile tagliato a perpendicolo, dove le corde non bastavano, ovvero una seguenza di scogli appuntati e taglienti, dove avrebbero lasciato a frusto a frusto la carne e le ossa senza venirne in fondo. Allora, cadendo la febbre, prese a impossessarsi di quei meschini una tristezza grave, infinita, che in breve doveva condurli ad amare la morte come l'amica più fedele della loro vita.
Primo a cascare sotto il peso del tedio fu Rutilio Serpentini, che ricercato il giorno appresso a levarsi dal suo giaciglio di foglie di castagno, rispose:
— Non mi annoiate, mi sento le membra e l'anima stanche.
Coteste parole erano profferite con voce pacata, e pure contenevano in sè tanta preghiera e sconforto e minaccia, che i compagni ne rimasero scossi; e lasciaronlo stare; ciò poi accadeva perchè con echi simili tutto il loro ente ripeteva cotesto grido. Uscirono i quattro più perseveranti e spesero il giorno come gli altri; la notte passarono vigili e non pertanto silenziosi: quando un poco di raggio si fu messo, non senza sforzo, sorto in piedi Altobello, disse agli altri:
— Andiamo.
Ferrante, appuntellandosi sul gomito ed aiutandosi con le mani, giunse a mettersi diritto, non così gli altri tre, e Ugo della Croce ponendosi ambedue le mani sotto il capo, e le gambe tenendo rannicchiate una soprammessa all'altra, sbarrata la bocca a lungo sbadiglio, disse:
— Io vo' dormire.
Romano da Colle, scosso più volte, non rispose nè meno.
Come il vento trasporta i semi da una pianta all'altra, così la inerzia del Serpentini durante la notte si era appiccata ad Ugo della Croce ed a Romano, nei quali avendo rinvenuto il terreno disposto vi aveva prodotto germogli e frutti. I due rimasti si strinsero le spalle e uscirono soli; perchè? Ritentare le cose disperate è supplizio che si legge imposto nello inferno ai perduti; si consigliarono pertanto scendere il monte per la via ultima scoperta e spiare se ci fosse modo alcuno allo scampo. Il ponte, che prima mise spavento ad Altobello, ormai per frequenza ei non curava; quando non fosse stato così, ei si sentiva tale da non reputare sventura precipitarsi di sotto. Pervenuti al lembo del bosco si divisero, pigliando questi da un lato e quegli dall'altro, dopo molto errare si riunivano, e ricalcando la sera avviliti la strada, quasi sempre si ripetevano le medesime novelle: avere scorto la campagna gremita di picchetti, parte fermi in case o capanne, e parte in giro; ora si erano potuti sottrarre alle costoro esplorazioni celati dietro il fusto di un larice girando via via che i micheletti procedevano, ed ora rannicchiandosi dietro un sasso: tale altra dovevano lo scampo all'essersi ficcati sotto la neve: impossibile pertanto pareva loro scivolare da cotesta catena; si sentivano presi non come uccelli in gabbia, bensì come belve nei parchi, e destinati a cadere inevitabilmente sotto i colpi del carnefice: di fatti, con quale speranza, sfuggiti dal primo picchetto, avrebbero evitato il terzo ed il quarto? Come traversare inavvertiti tanto spazio di via? Come senza sospetto entrare e stare nelle terre? Almeno possedessero qualche panno da travestirsi, ci era da correre il rischio! ma non avevano altra veste eccetto i cenci che portavano addosso, e la cappa nera, uguale a quella che usò per lo addietro Francesca Domenica, ormai nota e presa appunto di mira: non ci pensiamo più: abbiamo lottato quanto a forza umana era concesso: contro il destino non vale dare il cozzo; e nè noi sortimmo dalla natura nervi di ferro, nè Dio ci dotò della sua potenza per poterlo vincere.
Ultimi giacquero disfatti dalla empia virtù del tedio, epperò il tracollo di loro fu più duro di quello degli altri. Sentirono farsi pese le membra, a fatica sollevarono le mani non altramente che se fossero di piombo, appena le stendevano a pigliare cibo o bevanda molestati dalla fame; e bisognava che gli stringesse suprema qualche altra necessità perchè si movessero da giacere; l'aria stessa provavano greve e sul petto una sbarra di ferro come anticamente ponevano in Inghilterra su quello dei traditori. Da prima gli stimolò continuo il bisogno di stirare le braccia, sbadigliare, allungarsi con la persona, poi parve loro più giovevole lo starsi rannicchiati senza muoversi; spesso gli pigliava un languore di stomaco, cui tenevano dietro due o tre boccate di acqua; di breve i languori si mutarono in granchio, e il vomito dell'acqua in sete; ad ora uno zufolìo increscioso fischiava dentro le loro orecchie, e davanti agli occhi turbinavano nuvoli di faville. Tale il corpo; la facoltà intellettiva non sonnecchiava, bensì si struggeva in opera inane, imperciocchè la tenesse assorta la contemplazione di un punto fosco dal quale, invece di spicciare luce, o idea o immagine, usciva, spandendosi ed infoscandosi vie più sempre, il buio; gli era un tormento di sepolto vivo, o di anima condannata alla custodia del suo corpo morto: per ultimo cotesto punto diventava doloroso quanto una capoccia di chiodo ardente ma non infocato, e allora un gemere vario empiva cotesto luogo già miserabile per tanta sciagura. Se il cuore in loro vivesse non si accorgevano, nè ci badavano; forse se quelli che li cercavano a morte fossero saliti a scovarli fin lassù, mossi dall'istinto che domina ogni animale per la propria conservazione, si sarebbero difesi, ma per andare ad assaltarli eglino stessi anche con la certezza di vincerli, per certo non avrebbono fatto un passo; il più mortale nemico loro poteva passargli da canto senza paura, perchè lo avrebbero bene agguardato alle spalle finchè non fosse scomparso, ma veruno avrebbe posto il dito sul grilletto per isparargli dietro lo schioppo. Foglie secche, rimaste a mezzo dicembre su l'albero della vita.
Pure Altobello un giorno con supremo sforzo si levò su le ginocchia, e camminando carponi fino alla bocca della caverna, si rinfrescò la fronte inaridita con un pugno di neve; scosse potentemente le fibre del corpo gli dettero forza a rizzarsi, appoggiandosi ai sassi, ed a muovere due o tre passi fuori, l'aria vivida gli cagionò le solite vertigini, sicchè per poco non ricadde a terra, pure si resse; di breve acquistò vigore da sgranchiarsi le membra, si agitò, rifluì vivido il sangue nelle vene, la memoria e il pensiero tornarono nella consueta loro sede.
Qual sede e dove? Racconto storie, non detto trattati di metafisica: però basti al lettore sapere che la memoria e il pensiero tornarono nella sede dove, senza dubbio, stanno il pensiero e la memoria.
E con la memoria tornarono gli affetti eziandio, però che appena Altobello ebbe, per così dire, riscattato la sua anima, si fece indietro ed affacciandosi alla caverna esclamò:
— Chi vuol vedere il cielo? Chi lo vuol vedere?
Nessuna risposta, ed egli da capo:
— Chi vuol vedere il cielo?
— Io lo vorrei, ma non posso; rispose una voce, la quale quantunque roca, Altobello ravvisò per quella di Ferrante; allora quegli, come pauroso dell'influsso dell'aere maligno, entrò di corsa e preso Ferrante sotto le ascelle lo trascinò fuori della grotta: quivi gli stropicciò la neve in faccia, gli stirò gambe e braccia; lo sovvenne a rizzarsi in piedi, lo sostenne ritto; però parve che Ferrante non ne restasse gran cosa soddisfatto, dacchè guardava Altobello a squarcia sacco, e continuava a mostrare la sembianza stravolta come uomo a forza desto.
— Orsù, disse allora Altobello, andiamo a vedere, se gli antecessori nostri abitassero stanze più agiate delle nostre, perchè da questa caverna dobbiamo uscire per sempre; dal soffitto come dalle pareti sembra che stilli malinconia.
Ferrante gli tenne dietro senza rispondere; entrarono nelle grotte, e le rinvennero meno spaziose della loro, ma più asciutte e provviste di qualche comodità; ne avevano visitate tre e ne avanzava due altre: una di queste era chiusa da un assito; lo remosse Ferrante, ed allungando il piede per penetrarci inciampò in qualche cosa che gli dette molestia; abbassando lo sguardo vide essere un teschio umano, con altro ossame sparso la dentro; preso da subita stizza, sferrato un calcio lo colse in pieno scaraventandolo a capitombolare per le roccie; il teschio rimbalzando percosse su tre o quattro punte, e con un suono fesso parve brontolare; poi caso volle che al quarto sguizzo la scheggia di uno scoglio gli entrasse nel pertugio sotto la mascella, onde vi rimase ritto, e dondolando a destra e a sinistra per ultimo si rigirò, tenendo i fori degli occhi in su quasi per mirare chi gli avesse usato villania.
Altobello non si potea tanto reprimere, che non gli uscisse questo rimprovero di bocca:
— Voi non avete fatto opera buona, Ferrante?
— Che pretendereste voi? Forse che ad ogni teschio di bandito io mi cavassi la berretta e gli dicessi: eccellenza?
— I morti sono sacri.
— Non i banditi.
— E noi non siamo banditi?
— Tra bandito e bandito ci corre; costui quando visse, mise le mani nella roba altrui per cupidità, e nel sangue per vendetta privata, mentre noi se c'insanguinammo le nostre, e' fu per vendicare i torti della Patria.
— E chi vi ha detto che costui fosse bandito di questa ragione; o non piuttosto uno dei padri, forse un compagno di Sampiero, condotto quassù per la medesima causa per la quale ci riparammo noi altri? L'ossa di rado chiariscono se appartennero al carnefice o alla vittima, ma il luogo giustifica, e la storia, che c'insegna che la tirannide, vecchia inquilina del mondo, in Corsica poi ci avesse le sue proprietà. E posto anco che la cosa stesse come supponete, Ferrante, dove fossimo presi pensate voi che proponendo cotesta distinzione ai nostri giudici, ce la menassero buona, o piuttosto varrebbe a mandarci alla mazza più presto?
— Non so se mi varrebbe, perchè non la proporrei.
— Nè io meglio di voi, ma si figura per amore di ragionamento. Il giudice apre il libro e legge: non ammazzare! — ma tu, ripiglia, hai ammazzato: dunque, conchiude, hai da morire. Le scuse non contano, o poco, perchè non mancano mai a cui non ne ha, e chi ne ha, sbigottito le tace.
— Può darsi, che così sia coll'uomo, ma con Dio non ci ha mestiere allegare scuse; egli conosce da sè le intenzioni.
— Voi dite saviamente, ma poichè non può conoscerle altri eccetto Dio, lasciamone a lui la conoscenza e il giudizio. Se costui fu ladro, chi sa quale stretta lo condusse alla colpa? La rabbia della fame, l'avarizia altrui, la pietà forse o di padre, o di figliuolo, tutte queste cause o distinte o congiunte insieme possono disarmare la giustizia divina; e così pure l'omicida che, o per veemenza di passione, o per irresistibile istigazione di parenti, o per necessità di vendicare il sangue paterno, troverà se non perdono intero, almeno benigno riguardo. La giustizia umana procede spietata perchè cieca.
— Voi avete più parole di un leggìo; a sentirvi dovrei vestirmi di sacco e percotermi il petto con una pietra per aver dato un calcio al teschio di un bandito.
— Non dico questo, bensì affermo, che nei casi dubbi è prudente astenerci dal giudizio, e nei crudeli la carità vuole che veruno offenda senza bisogno.
— Ed io, che da ventun'anno in poi licenziati i tutori, una volta faccio come mi piace, ed un'altra come mi pare, e a cui non garba mi rincari il fitto.
Altobello, nato e nudrito in Corsica, sapeva che l'anima del côrso agitata dalla passione devia dalla rettitudine nel modo stesso che urtata la bussola, l'ago si scosta dal polo, ma come questo a mano a mano che la vibrazione va cessando ritorna dove la natura lo tira, così l'anima côrsa nella quiete ritrova la via della giustizia. Per la quale cosa tu vincerai co' Côrsi, se avendo ragione, ti lascerai pel momento vincere; la contraddizione gli aizza, e quando il sangue bolle, la superbia partorisce sofismi sopra sofismi, e villanie, e non sopportabili ingiurie. Anche gli antichi loro legislatori ebbero a considerare la triste conseguenza dei mali generati, da questo perfidiare, epperò lo puniscono con gravi pene. Gli uomini educati per ordinario appaiono guariti da tale difetto; i meccanici un po' meno, le donne punto, e credo ormai che si giudichi infermità disperata.
... e le direte che ho pensato alla sua angoscia, e ne rimasi impietosita... (pag. 361)
Pertanto l'Alando, messe da parte ogni altro rimbecco, lasciò solo Ferrante con la sua coscienza, la quale non andò guari a bisbigliargli dentro: tu hai torto. Ed egli, a lode del vero, non lasciò dirselo due volte, ma subito dopo si levò in piedi, scese, si erpicò, e tanto mise in opera le mani e i piedi che, ricuperato il teschio, se lo recò sul braccio coll'atto amoroso di madre che porta il suo figliolo: depostolo poi sur un masso gli si genuflesse davanti, e favellò agitato:
— E tu prima di me, come me e forse più di me, conoscesti le ore nere del bandito, però perdona com'io ti avrei perdonato. — Quindi giunte le mani, declinato il capo e chiusi gli occhi, recitò molto devotamente un de profundis per l'anima del bandito.
Altobello, scosso l'amico suo per una spalla, gli disse:
— Ferrante, io non istarò a cercare adesso quale delle due misericordie meriti il primato, se quella dei morti ovvero quella dei vivi; certo è però che l'una senza l'altra non regge: andiamo pertanto a riscattare dallo abbattimento i nostri amici, affinchè se abbiamo a morire, moriamo come uomini non come lumache.
E come dissero fecero, traendo per forza all'aria aperta Ugo, Romano e Rutilio; sopra i quali come già su loro, operò il refrigerio del moto, del vivido aere e del freddo lavacro. Essendosi intanto fatto sentire il bisogno del cibo, Altobello si offerse andarlo a cercare nella grotta abbandonata, però che avessero di comune accordo statuito abbandonarla come stanza maluriosa: colà si accorse di cosa a cui non aveva posto mente egli nè i compagni suoi, avanzare tanto di cibo quanto appena bastava a un solo. Lo prese, e messolo davanti agli amici, non tacque che era l'ultimo, se Dio non provvedeva.
— E Dio provvederà, risposero, o col mandarcene, o col togliercene il bisogno.
Un'agitazione insolita adesso s'impadroniva di cotesti mal capitati, la quale doveva attribuirsi meno alla inquietudine della mancata vettovaglia, che al mutamento del tempo. Infatti la stagione acerba, e tirata dalla rigida tramontana, cedeva davanti allo scirocco, che si avanzava baldanzoso come insegna di esercito sicuro di vincere, e nuvole dietro nuvole affrettavansi appunto pari a legioni accorrenti sul campo di battaglia; ancora il rombo incessante del tuono in lontananza pareva lo strepito delle artiglierie: sul declinare del giorno il cielo si oscurò affatto; allora ogni oggetto prese secondo la sua natura a manifestare lo sgomento per la vicina tempesta; tutte le cose mandavano suono, e tutto suono era rammarichìo. Altobello uscì con Ferrante dalla nuova grotta benedicendo Dio nelle glorie della procella, però che anch'essa, anzi ella principalmente, valesse a sollevare la sua anima e a indurla alla dimenticanza delle miserie presenti; rannicchiati nel breve resedio, di faccia al luogo dove cascò il teschio, stavano ammirando lo scompiglio degli elementi: l'emisfero era buio come il folto della mischia, e al pari di quello terribile d'infiniti strepiti: però di tratto in tratto quasi lo spirito del male battesse le palpebre, scoppiava il baleno a illuminare il cielo e la terra; nè di colore sempre uguale; all'opposto era vermiglio quasi volesse mettere fuoco al creato o lo avesse spruzzato, di tal altro livido quanto la faccia della viltà abbattuta ed ora per ultimo glauco di quell'azzurro grigio che ritiene la congiuntiva dei trapassati prima che una mano pietosa ne abbia chiuso le palpebre al sonno che non ha risveglio. Bastava questo spettacolo per atterrire ogni più saldo cuore, e pure si sentiva che qualche cosa di più tremendo stava per sopraggiungere; e sopraggiunse, in tutta la sua maestà si mostrò il Signore del bene e del male, sotto il soffio del quale le quercie piegano quasi giunchi palustri, i monti traballano come menadi ebbre, gli oceani spariscono via al pari delle lacrime dagli occhi dell'erede, e i cieli si ripiegano a guisa di tenda del pellegrino del deserto, che passata l'ora del meriggio ripiglia il cammino; il firmamento non sostenne la sua presenza senza lacerarsi da un capo all'altro, e dal fesso si rovesciarono giù acqua, neve e grandine mescolate insieme; la faccia di Dio si rivelò paurosa nei fulmini, il suo potente braccio picchiò sopra la terra come il guerriero il suo scudo di battaglia. Orrendo a udirsi e a vedersi; ululavano i monti pari a larve dei primi abitatori del mondo fuggite fuori delle antiche sepolture; e i grappi della neve strappati dalla violenza del vento sembravano chiome canute, che le dolorose svellessersi nell'impeto della disperazione, intantochè i mille rivi ingrossati di acque erano immagine delle lacrime prorotte da occhi che da secoli e secoli non avevano pianto.
— Lì!... lì!... gridò spaventato Altobello, abbracciando strettamente pel collo Ferrante... l'avete visto? l'avete visto?
— Chi mai, Altobello? La fantasia vi atterisce...
— No... vi dico di no... io l'ho visto...
— Ma chi?
Che mai aveva veduto Altobello? La cara immagine materna circondata dalle vampe del fulmine, tra le schegge della rupe percossa, che si spandevano all'aria come falde di neve infiammata; e l'aveva vista prima cadere in ginocchio poi rovesciarsi col capo in dietro e le braccia aperte ad implorare dal cielo un soccorso, che non poteva ormai più sperare dagli uomini. Il suo pensiero più veloce del baleno avvertì, che forse l'apparizione non era di persona viva, sibbene l'anima della madre, che, passata all'altra vita per subito infortunio, veniva a visitarlo; poteva anche supporre che fosse errore della sua fantasia, come poco prima aveva notato a Ferrante; ma quanto l'uomo è corrivo ad accogliere difetto in altrui, tanto è restio a confessarlo per sè: quindi o quella che gli compariva davanti fosse sua madre viva, o l'anima di lei defunta, si sentì rimescolato dalle ugna dei piedi fino alla punta dei capelli.
— Mamma! Mamma!... siete qui!
— Sono qui...
— Viva...?
— Sì, per la grazia di Dio; ma dammi aiuto... che non so se intera...
— Dove?
— Qua... per di qua... vieni diritto alla voce...
— Oh! vi ho vista... allungate la mano...
— Non ci arrivo...
— Guardate di alzarvi un po' voi... io non posso di più staccarmi dalla roccia... l'agguanto con due dita...
— Mi proverò... ecco...
— Un altro po'... stringetemi forte con una mano... l'altra... agguantatemi coll'altra... vi sentite bene assicurata?
— Sì...
— Dunque su?
— Su pure...
E così, come per miracolo, la fortissima madre, in mezzo alla tempesta e ai fulmini, quasi precipitata tra i laceri di una rupe, fu messa in salvo dal figliuolo, il quale appena fermo sul ripiano della grotta, bagnato più di sudore, che di pioggia, cadde sfinito, non così la madre, che a tastoni gli cercò la bocca, e accostata alle sue labbra una fiaschetta di liquore:
— To', disse, figliuolo, ristorati, che devi averne bisogno.
Rientrati nella grotta per comune avviso deliberarono accendere il fuoco, nella fiducia che, mentre durava la bufera, nessuno ci avrebbe atteso; e se ci avessero atteso, se si sentivano cuore, salissero a spegnerlo. Costà di foglie e di rami secchi non si pativa penuria. Francesca Domenica sana e salva, eccetto qualche contusione, fe' voto recarsi in pellegrinaggio alla Madonna della Vasina per la grazia ricevuta, andò ad asciugarsi in una grotta, i proscritti rimasero nell'altra, dove tanto piacere presero a vedere il fuoco e a confortarsi le membra al benefico calore di quello, che quasi dimenticarono lo stato in cui si trovavano ridotti.
Intanto che quei meschini si ricreano, ragguagliamo il lettore del come la Francesca Domenica si trovasse lassù. Abbiamo detto il Governo avere ordinato, che le sentinelle vigilassero giorno e notte intorno alla casa Alando, non per impedire la gente a entrarci, od uscirne, bensì per tenere di occhio alla Francesca Domenica, e spiarla sempre in qualunque luogo ella s'incamminasse: non era per tanto difficile accorgersi com'ella fosse segno di continua attenzione, nè per dire il vero il Governo si curava troppo che ella ed altri se ne avvedessero, reputandosi assodato abbastanza per dispensarsi dal dissimulare; nè ella, come prudente, pretermise abbigliarsi con la consueta veste, e recarsi a visitare quotidianamente la tomba: nè anco trascurava ogni dì portarci le consuete provviste di biscotto, vino, acquavite, ed altre cose al vivere necessarie, ma ogni dì con terrore crescente si chiariva come tutto rimanesse intatto; segno certo, che o a Ferrante erano chiuse le vie per passare, o qualche malanno era capitato lassù. Simile dubbio diventò ansia, subito dopo, angoscia, indi a un'ora agonia, ed ella capì che sotto cotesta doglia smaniosa non avrebbe potuto nè manco durare due volte in ventiquattro ore.
Il giorno successivo, quando vespero declinava a sera, Francesca Domenica insieme col Pievano di santa Devota stavano accanto al letto di Serena. Misera lei! La sua vita, la quale aveva combattuto mirabili lotte contro la distruzione, adesso davasi per vinta, in guisa che il suo lento avviarsi si mutò ad un tratto in un correre verso il sepolcro. Conforme è indole di cotesta infermità, di grado in grado che le persone assistenti deponevano la fiducia di vederla sanata, la speranza recingeva lei coll'iride dei suoi lieti colori; però le parole di Serena non si versarono mai come ora gioconde circa la dolce stagione di primavera: nè mai come ora la punse vaghezza dei lieti raggi del sole, e dello incanto delle notti stellate: ora le tornava a mente la famiglia dei fiori, ed ella salutavali peculiarmente a nome quasi amici lontani; e ricordava il colle erboso, e il bosco degli ulivi, dietro al tronco dei quali, dopo aver tirato al padre un melo granato, si nascondeva; nè qui si restava, che crescendo la esultanza dei presagi le fioccavano nella mente i pensieri di Altobello, della messa nuziale, e il suono dell'organo, e la parola sacra davanti a Dio, che unisce i due enti come un ente solo, e giorni placidi, e figliuoli diletti, e l'addormentarsi pieni di anni nelle braccia del Signore. Le ultime forze della vita svaporano per così dire in cotesti delirii; infatti dopo aver vagellato un pezzo cadde rifinita in un torpore foriero della morte. — Sogliono taluni maledire siffatto fenomeno quasi perfida lusinga della natura, mentre altri più dirittamente crede, che ciò non avvenga senza consiglio pietoso della Provvidenza; ed invero nelle altre infermità, la creatura prima di morire cade per ordinario in uno stato di stupidezza, onde senza accorgersene penetra nel regno della morte; non così l'etico, se non fosse la tenace speranza che gli benda l'intelletto, egli sentirebbe entrare i suoi piedi uno dopo l'altro nella fossa, il diaccio di quella corrergli su pei reni mentr'ei vi si adagia supino; vedrebbe cascare fino l'ultimo atomo di arena della sua esistenza: a goccia beverebbe il calice della distruzione. Ora questo pare troppo crudele supplizio perchè possa patirlo Dio.
— Ella dorme, andiamo di là nell'altra stanza, Pievano, che io vi ho da parlare, — disse Francesca Domenica, rizzatasi in piedi, dopo che curva con la persona ebbe mirato in faccia Serena.
Quando vi furono, ella proseguiva sommesso: — Di queste due cose una accadde di certo: o me gli hanno tutti ammazzati, o, se vivi, poco più devono penare per morire di fame, dacchè vedete da parecchi giorni i viveri non sono tocchi.
— Signore! Quanto mi angoscia.... Io darei una libbra di sangue per chiarirmene, non fosse altro per metterli a modo e a verso dentro sepoltura cristiana.
— Qui bisogna uscire d'incertezza, e voi mi dovete aiutare.
— Gesù! E come vi entro io povero prete?
— Oh! non avete detto poco anzi che avreste dato una libbra di sangue?
— L'ho detto, e lo mantengo.
— Ebbene io non vi chiedo tanto; per un giorno o due imprestatemi le vostre vesti.
— E a qual fine, signora Francesca Domenica?
— Per travestirmi, e tentare se possa giungere in questo arnese fin lassù; guardando tra i vetri mi sono accorta che a voi non tengono dietro; però, quante volte io riesca senza sospetto a uscire allo aperto, collo aiuto di Dio spero arrivare a salvamento.
— Ma che vi pare? Gli abiti di un sacerdote addosso ad una donna!
— Per avventura, signor Pievano, temereste voi, che vi venissero contaminati da me?
— Ohibò! Una donna pia e timorata di Dio come siete voi non può che edificare così gli uomini come le cose... e nondimanco vorrei mi capiste, gli abiti sacerdotali se non si hanno a considerare sacri, religiosi per lo meno sono.
— E fossero sacri, che monta? Era pur sacra la veste di Cristo, nè egli si scandalizzò quando i soldati se la divisero, e la giocarono a dadi; immaginate se volesse corrucciarsi con voi per averla prestata ad una povera madre, affinchè ella possa sovvenire il suo figliuolo prossimo a perire di fame; e, posto ancora che un po' di peccatuzzo ci cadesse, reputate voi, che non sia capace a farvelo rimettere Maria Santissima, madre anch'essa piena di dolori?
Il Pievano mosse due volte o tre le labbra come per replicare, ma poi non trovò argomento migliore di quello di levarsi la callotta, e grattarsi la testa, sicchè la Francesca Domenica ripigliò:
— Capisco, che pericolo voi lo correte...
— Francesca Domenica, avvertite che io non vi ho parlato di pericolo...
— Ma forse ci avete pensato.
— No, sul carattere di sacerdote.
— Allora io ci ho pensato per voi; io mi taglierò i capelli come voi a zazzera, canuti gli abbiamo ambedue, per istatura siamo pari o la batte lì, nè credo vorranno badare tanto al minuto, e poi fo conto uscirmene a buio fitto, me ne andrò alla Canonica per avvisare il Cappellano, affinchè, se qualcuno andasse, o mandasse per voi, gli dica, che vi trovate impedito: io m'industrierò scivolare tra le ascolte; caso mai m'imbattessi in qualcheduno, e m'interrogasse, dirò, che vado per soccorrere infermi ridotti in extremis; voi vi rimarrete qui, finchè io non torni, a custodire la inferma.
Per tacito consenso Francesco Domenica non toccò, e il buon Pievano non la interrogò sul tasto ugualmente probabile di rimanere arrestata: però il Pievano vide un altro ostacolo sul quale non potè dispensarsi di parlare:
— E... signora Francesca Domenica, se vi pigliate le mie vesti, almeno le più necessarie... da quella donna previdente che siete, avete pensato come resto... questo discorso, capite, ve l'ho dovuto fare honestatis causa...
— Dite santamente; non ci aveva pensato, ma ci si rimedia presto... vi metterete gli abiti di Altobello.
— Ma signora... che vi pare alla mia età, e col mio carattere, vestirmi da soldato! Se (e Dio non lo voglia) se accadesse di dovere amministrare i sacramenti alla signora Serena... come potrei comparirle dinanzi vestito da capitano di fanteria con Gesù Cristo in mano?
— Dite santamente: venite meco, che vi darò la veste da camera del mio defunto marito, che di colore oscuro vi si adatta benissimo.
A questo modo usciva, non già inosservata, ma non curata la valorosa donna; ella compì per appuntino quanto aveva detto: lungo la strada sovente ebbe a rifare i passi o per iscansare scorrerie, o perchè non vollero lasciarla ire innanzi; cento volte stette ad un pelo di essere scoperta, e cento fu per iscoprirsi ella stessa. — Per ultimo, ella disse, arrivai sul fare della notte su l'orlo estremo del bosco, dove mi introdussi in casa di Orsone dopo essermi bene chiarita che l'era vuota; qui deposi le vesti del Pievano, e il carico; grama cosa in verità, pure tanta, che a voi parchissimi basterà finchè non verranno a levarvi di quassù: poi con quel poco di biscotto e con la fiasca dell'acquavite ho ripreso subito la via fra le roccie.
— Ma che? sul far della notte la tempesta non era anche scoppiata chinamonte?[56] domandò Altobello.
— E come!
— E perchè siete partita prima che smettesse; o almanco rallentasse?
— E perchè sarei rimasta? Ogni passo che mi accosto è un dolore abbreviato al mio figliuolo e ai suoi compagni, diceva io, ed anco mi parve, che non avrei mai potuto desiderare migliore occasione per giungere fin qua senza intoppo come la procella.
— E il ponte come passaste voi?
— Al chiarore dei lampi.
— Dio santo! a pensarci mi piglia il ribrezzo...
— Io non mi sono mai sentita tanto sicura, perchè mi affidavano la fiducia in Dio, e l'amore di madre...
— O mamma! esclamò Altobello gittandoselo nelle braccia, intantochè gli altri presi da uguale meraviglia dicevano:
— Qual donna!
Francesca Domenica, a cui non garbava lasciarsi troppo in balìa delle commozioni, di un tratto con certa sua festività soggiunse:
— E come vedete mi condussero a salvamento, tranne quel po' di fulmine, che veramente mi ha intronata tutta; ma salvo qualche ammaccatura non ci ha nulla di guasto.
— Ora, figliuoli miei, ascoltatemi bene, che mi sento stanca e intendo andarmi a riposare per essere in piedi prima del dì, onde potrebbe darsi, ch'io partissi senza rivedervi. Ferrante, voi andrete, quando vi parrà il destro, a prendere le vettovaglie al solito ripostiglio; voi altri aspettate un mio avviso; qui non vi ci potete più fermare, perchè tra giorni si squaglierà la neve, e si spingeranno a cercarvi fin quassù; io ho mandato per Orsone e con lui concerteremo la maniera della fuga o ad uno per volta, o tutti assieme. Il modo non mi è chiaro ancora; pensateci anco voi altri; se non potessi venire io, manderò persona fidata. Su, figliuoli, state di buon animo; rammentatevi, che il diavolo non è brutto come si dipinge, e sperate nello aiuto di Dio, ed anco un po' in quello degli uomini, perchè qualche cuore veramente côrso non ha cessato di palpitare, e già qualcheduno mi si è profferto, non curando il pericolo, di ospitarvi.
Altobello, accompagnando la madre nella grotta dov'ella aveva da passare la notte, la venìa interrogando sopra la salute di Serena, e la madre, per non isconfortarlo troppo come per non dargli troppa speranza, gli diceva: non esserci di peggio, di questo stesse sicuro, non avrebbe omesso cura, affinchè la povera figliuola si rimettesse in sesto; poi per tagliar corto ripetè sentirsi stracca morta, ed in vero era così, per la qual cosa Altobello la lasciò quieta.
Alla dimane, prima che spuntasse l'alba, Francesca Domenica sorse dal suo letto di foglie di castagno, e messo appena il piede fuori della grotta, incontrò Altobello e Ferrante: con esso loro senz'altre parole prese a calarsi giù di greppo in greppo. Mentre andavano, spuntò l'aurora vermiglia e lieta, comecchè stillante umidità; così forse, avrebbe immaginato un poeta. Diana sorpresa da Atteone, sorse dipinta in volto coi colori della vergogna dai lavacri di Gargazia. Al ponte periglioso si separarono così ordinando Francesca Domenica, la quale, ripreso il suo travestimento, dopo miracoli di sagacia, potè ridursi alle sue case del procoio di Santa Colomba.
Tre giorni erano passati dopo l'ultima partenza di Francesca Domenica, e già la ruggine del tedio ripigliava a esercitare la sua virtù su le anime dei nostri proscritti, i quali di rado si cambiavano parole, e comecchè l'uno potesse appartarsi dall'altro, pure si sfuggivano: al quarto verso mezzogiorno, Ferrante e Altobello, tenendo entrambi gli occhi rivolti al medesimo punto, videro moversi qualche cosa pel dirotto calle, che menava alle caverne, ed agguardando meglio conobbero essere un fanciullo, che con lena affannata si affaticava di pervenire in cima alla rupe, Ferrante si levò ritto inarcando il moschetto contro il mal capitato, e da lontano gridò: si fermasse, dicesse chi fosse, ed a che venisse. Il garzone come impedito dall'ansia mostrava, agitandola, una carta, e a posta sua urlava: Altobello! Altobello!
Fu convenuto lasciarlo accostare, e il giovanetto venendo oltre domandò:
— Qual è di voi Altobello Alando?
— Io, rispose subito Ferrante, che volete da me?
— Ecco ho da consegnarvi questa lettera per parte della vostra signora madre: intantochè la leggete io mi riposerò.
Aperta la lettera, Altobello e Ferrante lessero:
«Caro figliuolo.
«Se dubitassi del tuo coraggio ti farei torto, ma non t'ingiurio se ti raccomando raccogliere tutto il tuo coraggio intorno al cuore. Ora bisogna, che tu sappia come Serena la tua sposa della quale a fine di bene io ti dissimulava il vero stato, si trovi in procinto di morte. I medici appena le danno due giorni di vita. Quale sia la nostra desolazione non istò a dirti, massime, che la meschina non trova pace, e smania, e dice, che morirà disperata se prima non ti vede per darti l'ultimo addio, molto più che le si è fitto in mente una fisima da inferma per cui pensa, che i suoi sponsali teco senza prete nè benedizione della Chiesa, non sieno senza peccato; epperò vorrebbe sposarti co' riti della nostra santa religione, magari in articulo mortis Io le ho promesso scriverti, e mantengo la parola, però nel medesimo punto non ti conforto a venire, nè te lo dissuado; come madre io avrei caro tu ti restassi, pure mi rimetto in te. Lo zitello, che ti porta questa lettera è nipote del Pievano di Santa Divota, mi sembra svelto, ed anco lo zio me lo afferma maliziato più di una squadra di sbirri; però servizievole: se ti parrà giovartene, fallo senza rispetti, che ciò a lui piacerà, ed altresì allo zio. Addio; ti lascio con la mia benedizione.»
Finita la lettura, Ferrante aggrondato interrogò il garzone.
— Chi ti ha dato la lettera?
— La signora Francesca Domenica.
— Chi l'ha scritta?
— Lo zio.
— Quale zio?
— Tè! Lo zio Venanzio Pievano di santa Divota a requisizione della signora Francesca Domenica.
Allora entrò su a dire Altobello:
— E da quando in qua state col Pievano?
— Faranno due mesi come saremo a san Biagio.
— E vi ha preso pei servizii di casa? Soggiunse dandogli una sbirciata alle mani.
— Giusto! M'insegna il latino, servo le messe, e mi tira su a prete.
— Ma io non aveva mai sentito dire che il Pievano avesse fratelli.
— Difatti, lo zio non ne ha; io sono figliuolo della sua sorella maritata a Vivario.
Tutte queste domande erano consigliate ad Altobello ed a Ferrante dal sospetto in cui vivevano d'insidie perpetue: nè qui finirono, che molto si allargarono a domandargli quale e quanto avesse provato la vigilanza dei micheletti, e come fosse riuscito a evitarla, e se pensava di correre rischio al ritorno. Il garzone vispo rispondeva a tutto con arguzia maravigliosa: cotesta sua non pareva mente di fanciullo, bensì, piuttosto, che diventatogli adulto lo spirito, il suo corpo fosse rimasto nell'adolescenza. All'ultimo, come uggito, egli disse:
— Voi mi avete fradicio, lasciatemi un po' mangiare un boccone, e dormire un paio di ore e me ne torno pei fatti miei, chè non vorrei lo zio stesse lungamente in pensiero.
E con la beata trasandatura del fanciullo, mangiò e bevve, poi entrò nella prossima grotta, dove indi a breve fu preso da tal sonno, che il russare si sentiva fino dal posto in cui erano rimasti Altobello e Ferrante.
Poichè l'amico suo non rompeva il silenzio, a Ferrante parve bene domandargli:
— E quando fate conto di partire Altobello?
— Io? Giusto adesso stava ventilando meco le ragioni così dello stare come dell'andare, e mi è parso dovere concludere di rimanermi.
— Voi avete ad andare, ciò vi persuadono il bene vostro ed il nostro.
— Che vi dirò? L'animo mi porge che, andando, qualche infortunio mi aspetta; e poi la paura di avervi ad abbandonare per sempre, mi percote; finalmente la faccia di cotesto fanciullo, non so il perchè, mi riesce sinistra.
— Questo nostro sospettare di tutto e di tutti deriva dallo stato in cui noi siamo ridotti; ogni novità pel misero è argomento di miseria. Voi avete andare; se non per voi, almeno per noi. Arrivato sano e salvo al procoio, come non dubito, potrete attendere al modo di levarci di qui, e, quello che mi sembra ed è, per l'ora che corre, troppo più difficile, a rinvenire quattro cuori fidati e valorosi, che ci vogliono ricoverare; e ciò sia detto col debito ossequio della signora vostra madre.
— Tanto è, io non andrò.
— Amico, non ci mettiamo sul perfidiare, altrimenti presa una deliberazione non ci moveranno quattro pari di bovi: noi componiamo insieme una repubblica, chiamiamo Ugo Romano e Rutilio a parlamento, e quello che i più vorranno voi eseguirete.
Altobello avendo trovato giusto il partito, convennero insieme tutti i compagni e, ventilate lungamente tra loro le ragioni della partita e della permanenza, conchiusero, che Altobello avesse ad ogni modo a recarsi al procoio; ed egli si lasciò svolgere, e promise sarebbe andato: però a fine di non omettere precauzioni statuirono fra loro di accommiatare lo zitello con la notizia, che Altobello non partirebbe, perchè, s'egli fosse o spia o indiscreto, con lo svesciare, non solo non attraverserebbe, ma si agevolerebbe l'andata di Altobello, mentre se all'opposto (come non era a dubitarsi) e' fosse messaggero fidato, poco male saria uscito dalla falsa ambasciata, dacchè Altobello giungerebbe subito dietro a smentirla.
E come dissero fecero, onde il garzone si partì tenendo il broncio e brontolando, che se lo avesse potuto indovinare sarebbe rimasto con molta sua maggiore soddisfazione a giocare alle piastrelle su la piazzuola della chiesa.
Circa un'ora dopo la partenza del garzone, Altobello fece animo risoluto, strinse la mano agli amici, li baciò in volto, e si staccò col cuore chiuso da loro come presago di non averli a rivedere mai più. Scese lento, arrivato al ponte vi mise sopra il piede, lo ritrasse, si voltò addietro, credendo che una voce lo chiamasse, o sperando di vedere cosa, che a sè lo traesse.
Fantasticherie maluriose di cervello infermo! Altobello si fece il segno della croce e passò spedito dall'altra parte.
Appena il suo capo scomparve sotto le punte degli scogli, ecco uscire dalla crepa di una roccia lo zitello messaggero, e ratto ratto avviarsi al ponte. Troppo alto avevano parlato Altobello e i compagni, ond'ei, tuttochè dormisse, o fingesse dormire, aveva sentito il partito preso di andare senza dirglielo, anzi dandogli ad intendere il contrario; ed egli aveva avuto la pazienza di starsi nascosto là dentro per esplorare se dicessero da vero, oppure lo dileggiassero: allorchè poi si fu schiarito, che Altobello mandava a compimento la deliberazione vinta, proruppe in segni manifesti di allegrezza, taluni strani però, come sarebbe quello di cacciarsi le mani dentro i capelli e scombuiarseli tutti: amara gioia in vero quella che usurpa i gesti della disperazione!
Il passo del garzone è spedito e leggiero, come conviene alla sua età, ma perchè tiene egli la testa alta, e gli occhi tesi verso la parte donde disparve Altobello? Badi dove mette i piedi, o male gl'incoglierà.... e male veramente gl'incolse, imperciocchè mentre correva lesto su pei tronchi di arbore, il piede destro gli entrò sotto la legatura rilasciata della corda di spartea, e subito dette di uno stramazzone per terra: come gli persuadevano lo istinto di conservazione e il pericolo supremo nel quale ei si versava, si aiutò con le mani agguantandosi, ma non gli valse perchè la furia del tracollo non meno che il peso del corpo vinsero la forza della mano manca che sola scivolò intorno al tronco senza poterlo afferrare. Il piede rimase dentro la corda, che aggrovigliata a mo' di laccio lo tenne a contrasto coll'arbore, impedendo al fanciullo di ruinare giù in fondo al torrente. L'infelice si sentì sbalordito; indi a breve, contorcendosi tutto, si sforzò ripiegarsi sopra sè stesso per arrivare ai tronchi; moti faticosi e disperati erano quelli: quietò un momento per noi... una eternità per lui, perocchè in cotesto atomo di tempo egli vedesse lacci, forche e impiccati; e sentì i terrori della morte ed anche lo spaventarono i tormenti della vita futura; intanto la respirazione si attenuava penosa, il peso dei visceri gli gravitava sul cuore, e per le orecchie gli andava un ronzìo vie più sempre molesto, le tempie battevano tremendamente come se gli si volessero rompere; da prima gli oggetti reali, e le fantasme della sua immaginazione gli trescavano davanti sanguinosi di sangue di arteria, poco dopo tinte nell'altro sangue di vena, per ultimo diventarono azzurre; le goccie del sangue sentiva stillarsi nel cervello gravi e ardenti come se fossero di piombo strutto: dapprima dalla bocca colava spuma, ora però la lingua gli si fece arida e gli si attaccava al palato: innanzi che questo organo gli rifiutasse il suo ufficio volle gridare e' cacciò fuori un suono roco, come di uccello di rapina; e per tale lo appresero gli uccelli di rapina nella prossima pendice che risposero alla chiamata, allora si avventò lo stormo dei falchi stridendo in molte guise come se volessero congratularsi seco del largo pasto che la Provvidenza gli metteva d'avanti. Il garzone ne sentì l'arrivo con lo schiaffo delle ale nelle guancie, e collo incarnarsi degli artigli nella cute del cranio, sicchè agitate le mani per l'aere come costuma il naufrago in procinto di annegare, egli giunse a scacciarli un istante: pochi secondi dopo tornarono, ma questi pochi secondi erano bastati perchè la mancanza dell'aria, e lo stravaso del sangue nel cervello cagionassero la morte del fanciullo per apoplessia e per asfissia.
Almeno i periti dell'arte medica affermano morte la completa inconsapevolezza dei nostri sensi, ma se tuttavia nell'intimo l'anima continui a rispondere in virtù di qualche altro segreto legame col corpo, davvero io non saprei, nè credo che altri possa sapere: fatto sta, che anche quando i falchi si furono adagiati, a mensa intorno a codesto cadavere, di tratto in tratto egli dette in iscossoni, che gli fece allontanare un momento stizziti; così osserviamo gli uccelli strangolati, dopo assai tempo che gli hai appesi per le gambe al chiodo, battere di repente l'ala, e scontorcersi da cima a fondo.
Pur troppo era vero; fino dalla mattina di codesto mal giorno il dottore con le lagrime agli occhi aveva chiarito Francesca Domenica, che la Serena, se fosse arrivata alla sera, non avrebbe scorsa la notte, onde, sebbene delle cose dell'anima la povera figliuola stesse sempre acconcia, pure desiderò rinnovare la confessione e la comunione: sul far della notte, osservando i noti segni della morte imminente, le amministrarono anco l'olio santo, allora le deposero la stola sui piedi, a lato sul guanciale le misero il Crocifisso, che con la mostra dei suoi ineffabili dolori consola gli altrui, e Francesca Domenica genuflessa da un canto del letto, il pievano di santa Divota dall'altro, stavano a recitare preghiera. Serena dondolava lievemente il capo nella sonnoveglia della morte; quasi foglia che, sul punto di spiccarsi dal ramo, trema.
Di repente, con lena maggiore di quella, che le si fosse potuto supporre, ella disse:
— Eccolo!
— Chi ecco? domandò Francesca Domenica, ed ella:
— Il mio sposo.
Il Pievano, immaginando che intendesse parlare nel linguaggio simbolico della Chiesa, pel quale Gesù Cristo è lo sposo di tutte quelle che si rendono monache, o che muoiono in stato di verginità, esclamava infervorito:
— Accettatelo, figliuola mia, col cuore contrito ed umiliato.
— Col cuore esultante volete dire... ei viene...
Di fatti in quel punto, tirato il paletto, si aperse l'uscio della camera e comparve Altobello.
.... lo racconta il Boccaccio nelle sue Novelle... (pag. 79)
Se ad Altobello si fosse mostrato un capo mozzo come quando il carnefice lo acciuffa per i capelli grondante sangue e lo fa vedere al popolo crudelmente imbecille; o se la faccia dello strangolato con la chioma irta, gli occhi sconvolti, la pelle nera, la bocca violetta, e la lingua morsa fra i denti; egli avrebbe potuto sostenerne la vista senza ribrezzo, come senza paura avrebbe contemplato il volto mansueto dell'ucciso dal piombo, e il feroce del trafitto dal ferro: la sembianza pallida del disfatto dalla pestilenza, e la pagonazza del colto dalla gocciola, perchè in tutti questi, ed in altri ancora si palesa la morte nella sua potenza solenne; onde a ragione gli antichi l'adorarono Dea, l'eressero altari, e le sacrificarono vittime. Se nell'universo ella si fece sentire eterna come Dio, non può dirsi; certo è, che appena nata, a lei egli ebbe a concedere facoltà pari alle sue, quantunque egli se la serbasse per creare, ed ella la prendesse per distruggere; anzi queste facoltà diventarono subito così intricate tra loro, che l'occhio dell'intelletto non le sa più distinguere, ravvisando il principio di nuove vite nell'atto che il comune dei uomini appella morte, e mille morti nel principio, che suole chiamare vita. Sotto la forza di cotesto ente, che non ha forma, e trasforma tutti gli enti, lo spirito più saldo può confessare senza viltà, che prova spavento, perchè si mescola col senso della religione che arcano e profondo vive eternamente. Ma la morte cessa comparire Dea quando adopra l'etisia a disfare la forma umana; allora ella si deturpa, diventa condennenda e schifa, perocchè anco il male non va assoluto dalla onestà; sozza come un immane ragnatelo, ella avviluppa dentro le sue branche sterminate la creatura e ne risucchia gli umori, ne macera le carni, nervi e muscoli cincischia, contamina le ossa... — Chi può descrivere quale Serena apparisse allo atterrito Altobello? Non io. Troppo spesso ho veduto la faccia del tisico, troppo ella mi sta fitta nella mente perchè io la descriva senza dolore: però me ne passo.
Altobello atterrito vide davanti a sè il volto della sua diletta Serena ridotto all'estremo della etisia; e con isforzo più che umano comprimendo l'orrore e il dolore disse:
— Mi avete chiamato... sono... venuto...
— O santa Vergine, chi ti ha chiamato?
Esclamò Francesca Domenica, levando al cielo in atto di desolazione le mani.
— Non voi? Non voi? Con la lettera che mi portò il nepote del Pievano?
— Io non ho nepoti, disse il Pievano.
In questa furono udite nella prossima stanza le pedate di parecchi uomini, che camminino con precauzione, e al tempo stesso lo scricchiolare dello scatto di acciarini quando si armano i moschetti. Tanto bastò per fare ad Altobello palese il tranello in cui era incappato. Non si commosse per questo, o se si commosse, non lo diede a divedere, ma con un gesto, accennò alla madre tacesse, e subito si fece verso la porta.
— O mamma, sospirò dolorosamente Serena; dove va egli? Appena venuto mi fugge? Ditegli che si trattenga tanto, ch'io muoia: io farò presto a morire.
— Sta quieta, figliuola, egli è andato a dare alcuni ordini alla sua scorta, adesso adesso ritorna.
Altobello aperto l'uscio, vide la stanza piena e stivata di soldati che non avrebbe dato, per così dire, luogo a un chicco di panico e comandante di quelli gli comparve dinanzi il capitano Rinaldo.
— Oh! capitano Rinaldo, siete voi?
Rinaldo stentava a ravvisare, nell'uomo che gli appariva dinanzi, quell'Altobello Alando tanto fiorente un dì, pure sovvenuto dal luogo e dalla voce: rispose un cotal po' tremante:
— Oh! signor Alando, siete voi?
— Sono io soggiunse Altobello, e so perchè venite.
— Vedete laggiù si muore — e aperto un po' l'uscio gli mostrò la giacente circondata dai segni dell'agonia — ella è Serena che muore, la sposa mia; pochi momenti le avanzano di vita, deh! non funestiamo questi ultimi suoi sospiri con la maggiore angoscia ch'ella abbia provata fin qui; non vedano gli occhi suoi, vicini a spegnersi, il suo sposo prigione.... e tratto a morte....
— Signore, voi che militaste, sapete il dovere del soldato.
— Ho saputo sempre che la veste del soldato non trasforma l'uomo in lupo. Signor capitano, io ho armi addosso, e non mi menerete come agnello al beccaio: certo mi ammazzerete, ma prima ammazzerò quanti più possa di voi: veniamo a patti: questo costumano eziandio i soldati valorosi, io vi consegnerò tutte le armi, e voi in compenso, mi concederete mezz'ora.
— Signore Alando, un'altra volta mi scappaste di mano, e per voi mancai di essere promosso maggiore; adesso mi fucilerebbero addirittura.... e ancora io.... voi lo sapete.... ho una madre....
— Ebbene vi giuro in onore, che non vi fuggirò, e poi...
— E poi? interrogò il capitano Rinaldo osservando che l'altro esitava.
— E poi, continuò l'Altobello placidamente, pure facendosi rosso in viso, potete circondare di un cordone di sentinelle la casa... se non vi fidate.
— Non fa caso, aspetterò mezz'ora.
Però le sentinelle erano già state messe.
Altobello rientrò nella stanza col sorriso sui labbri, e disse:
— Eccomi tutto a te, sposa mia; prima di lasciarci, sono venuto, perchè il nodo che ci congiunse in vita riceva la benedizione della chiesa: abbiamo mantenuto il giuramento di non procreare figliuoli in servitù, ma non per questo devono essere meno le nostre nozze sante al cospetto di Dio.
— Se vuoi darmi questa infinita consolazione, sposo mio, fa presto, che io mi sento morire.
— Ecco, signor Pievano, mi raccomando a voi.
Il Pievano singhiozzando pronunciò le parole sacramentali, congiunse le destre mentre sentiva mancargli sotto le dita, il polso di Serena, impose loro sul capo le mani, e supplicò il Signore, non già che ci versasse grazie, bensì misericordie; non compartisse gioie, che ormai non era tempo da questo, ma termine a tanti patimenti.
Altobello prese la mano di Serena quasi fredda, e la inanellò con l'anello che le porse la madre; poi, superato il ribrezzo, baciatala in fronte, disse:
— Vita mia!
E la morente con un filo di voce:
— Non dirmi vita, perchè allora temerò che il tuo amore sia caduco e affannoso, come la vita che mi manca; chiamami anima, e allora lo crederò immortale come lei — e lo continueremo lassù...
— Oh! sì, anima pura, anima degna di miglior sorte quaggiù — e si coperse con le mani il volto, perchè sentiva scoppiarsi il pianto; ma l'agonizzante, con suono appena distinto, lo supplicò:
— Deh! non celarmi la tua bella faccia, Altobello mio, stringimi la mano, sorridimi; il sorriso è fiore dell'anima, ed io me ne vo andare in paradiso in mezzo ai profumi dell'amore.
E, piegato il capo, diè in un gemito, che non fu di angoscia; versò una lacrima, che non espresse il suo dolore; bensì fu gocciola di rugiada celeste, che l'Angiolo custode scosse dall'ale in refrigerio di cotesta desolata creatura.
— Mamma, è spirata?
— È spirata... figliuolo...
In questa si vide pienamente schiuso l'uscio della stanza, e da quello sporgere con tutta gentilezza il capo del capitano Rinaldo, che chiamò:
— Signor Alando?
E Altobello gli mosse subito incontro, e gli domandava: — che ci è?
— Come si sente madama Serena?
— È morta...
— Tanto me... allora ho l'onore di rammentarvi che io e la mia gente da tre notti non pigliamo sonno, e il Governatore ci aspetta levato.
— È giusto; anco cinque minuti, capitano Rinaldo, e sono da voi.
Il capitano ritirò il capo curvando le spalle come persona che portare altro sopraccarico nè vuole, nè può.
Altobello rientrato nella stanza, disse al Pievano: prendete il lume, e andate là in fondo alla stanza a pregare davanti la immagine di cotesto Crocifisso, perchè io ho da trattenermi in segreto con mia madre sopra alcune faccende di casa prima di andare.
Il prete, docile, prese il lume, e fece quanto gli veniva comandato.
Altobello tornò ad assettarsi al lato destro del letto, mentre la madre sua erasi rimasta con la faccia appoggiata sul materasso dal lato sinistro; e, dopo alcuni istanti, favellò sommesso.
— Mamma?
— Figliuolo.
— Avete inteso?
— Ho inteso.
— Sapete voi, che cosa mi aspetta?
— La forca.
— Forse anco la ruota.
— Forse.
E tacquero; quindi appresso Altobello chiamò:
— Mamma?
— Altobello.
— Di casa Alando morì mai alcuno giustiziato, che sappiate voi?
— Nessuno: tu saresti il primo.
Da capo silenzio, e Altobello con voce più tenue disse:
— Mamma?
— Figliuolo... figliuolo...
— Ho da chiedervi prova suprema di affetto.
— Chiedila.
— Avete il coltello, che vi lasciò babbo nel suo testamento?
— L'ho.
— Lo manteneste tagliente?
— Come un rasoio.
— Vorrei... mamma...
— Che vuoi?
— Che me lo imprestaste.
— Porgimi la mano qui, di sopra il capo della povera defunta.
— Ecco la mano.
— Ecco il coltello.
E ci fu nuova pausa: al fine della quale, non più con tremula, bensì con ferma, comecchè sempre bassa voce, Altobello invocò per la quarta volta il nome di sua madre.
— Mamma?
— Figlio mio.
— Datemi la vostra mano, qui, per di sotto al capo di Serena.
— Ecco la mano.
— Stringetemi la mia... stringetemela forte.
Ciò fatto, prese quanto potè del lenzuolo co' denti, perchè non sentissero nè manco un sospiro.
Dalla tremenda stretta della mano, dal gelido sudore, che stillarono le dita, da un gemito profondo sebbene soffocato, Francesca Domenica si accorse, misera! che il suo figliuolo si era ucciso: di fatto egli si aveva ficcato sino al manico lo stiletto nel cuore.
Successe un molto terribile silenzio, durante il quale si udiva il lievissimo rumore, che movevano le labbra del Pievano incontrandosi nel recitare le preghiere.
Stanco del lungo aspettare il capitano Rinaldo, dacchè non cinque minuti, bensì un quarto di ora avvantaggiato fosse già corso, aperse la porta, e con qualche risentimento disse:
— Signore Alando... voi vi fate aspettare...
E più non disse: che pallida come panno lavato, con sembianze per dolore impietrite, gli si fece incontro Francesca Domenica, tenendo con la destra la lucerna, e con la manca tirandosi dietro il capitano Rinaldo, che sgomento nel presagio, si lasciò condurre: giunta presso al figliuolo, gli mise il lume su la faccia, e, lì accennando col dito, disse:
— Mira, straniero; — quando torni al tuo paese racconta come muoiono i Côrsi, innanzi che patire servitù.
Il capitano non sostenne la vista della truce guardatura del morto Altobello; e, abbassando il volto, rimase sbigottito.
Il Pievano anch'egli si accostava; e, quasi macchinalmente, alzò la destra; poi, come pentito, stette a mezzo l'atto; lo notò la madre, lo guardò... ond'egli, vinta ogni esitazione, sollevata la faccia e le mani al cielo, in suono solenne pronunciò queste parole:
— Dio ti giudicherà nell'altro mondo, frattanto in questo io ti benedico nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.
Il giorno successivo al fiero caso un dispaccio fu spedito dal Governatore al capitano Orso Campana, nel quale, dopo avergli rimproverata con parole agre la sua oscitanza, gli si ordinava scorrazzasse a qualunque costo le roccie, purgasse il paese dai pochi banditi, che lo tenevano in subbuglio: spento il capo, più poco erano a temersi gli altri senza reputazione, e con manco seguito: dove a lui non bastasse la vista, commetterebbe ad altri il carico di levargli cotesto pruno dagli occhi. Se la commissione e più il modo col quale veniva trasmessa, garbassero al Campana non importa dire; tuttavolta, celando il malcontento o solo manifestandolo col raddoppiare di durezza contro i suoi sottoposti, ordinò apparecchiassersi quanti erano, pigliassero viveri per due giorni, fra un'ora si partirebbe pei monti.
Cotesta era sentenza di morte per parecchi di loro; e lo credevano, però non ci avrebbero pensato, se, come una volta, si fossero mossi contro il nemico; ma adesso per comandamento altrui, incamminarsi ad ammazzare o essere ammazzati, e con gente di un medesimo sangue che non ti aveva mai offeso, pareva cosa acerba, e pure ella non è il meno tristo frutto, che si raccoglie dall'arbore della servitù.
Camminavano in silenzio, un dopo l'altro, pensosi qual sarebbe il primo cui, colpito dalla palla funesta, toccherebbe rotolare giù pei dirupi a servire di pasto agli uccelli di rapina; andarono un pezzo, e niente incontrarono di molesto; forse, essi dissero, ci aspettano in cima per farci una scarica a brucia pelo. Per certo era meglio se cominciava il fuoco: allora la vista del sangue infiamma il sangue, e le ferite eccitano alla vendetta; ma così sempre sotto la impressione della paura che fioccava loro addosso come neve senza vento, non poterono tutti di un fiato proseguire; cinque volte si riposarono rifiniti; e strano accidente! uomini che facevano professione di sgozzare, per parecchi baiocchi al dì, uomini che nulla nulla inveleniti si sarieno fatti mettere in brani prima di cedere, adesso avrebbero renunziato ad un mese di soldo, pure di potersene tornare addietro: ma e' si erano venduti, e bisognava andare avanti, e andarono come gente, che una volta stipulato il contratto lo sa osservare: — e nondimanco, se togli le asperità del cammino e la trepidazione, non ebbero ad incontrare altra molestia, onde sani e salvi attinsero il vertice delle costiere.
Colà maravigliando, rinvennero, vestigia di recente dimora, ma i banditi erano scomparsi: per ordinaria contradizione dello spirito nostro, mentre poco prima non sembrava lor vero di non averli incontrati e ne ringraziavano Dio, ora si arrovellano perchè fossero così fuggiti loro di mano; sopra tutti se ne doleva Orso Campana, al quale si cacciava addosso la paura, che i Francesi, reputandolo complice della fuga dei banditi, od anco fingendolo, (imperciocchè per natura propria voltabili gli sperimentava molto, e quanto facili ad accettare soccorsi qualunque e' si fossero nell'ora del pericolo; e larghi a promettere, altrettanto portavano molestamente il carico della riconoscenza, e comparivano scarsi nell'osservare), non gli togliessero il grado della milizia, e col grado la pensione. Gli andavano per la mente torbidi pensieri, che dopo avere mandata fuori la coscienza, tradito la Patria, perseguitato i suoi, e vendutone il sangue a oncia a oncia un po' per vendetta, e molto per quattrini, ora la viltà col rimorso gli tornassero a casa ignudi; mentre con le mani congiunte dietro il dorso, e la testa bassa passeggia agitato, gli occorrono davanti gli occhi più frequenti le orme verso una parte dell'orlo della rupe, osservando meglio i sassi colà più che altrove screpolati gli parve che accennassero potersi scendere da quel lato il monte vi calarono uno di loro più svelto della persona, al quale andando giù giù venne fatto di leggieri incontrare il sentiero che menava alle grotte: appena ei l'ebbe scoperte, tornò a darne avviso ai compagni, i quali l'un l'altro aiutando, a posta loro scesero, e con essi Orso Campana. Rinnovaronsi le apprensioni, ma questa volta erano superate dalla smania di combattere e di vincere. Irruppero dentro una grotta furiando, la rinvennero vuota; la seconda del pari; per ultimo... miserando spettacolo! entrando nella più spaziosa delle grotte si pararono dinanzi ai loro occhi quattro cadaveri dentro un lago di sangue.
Tutti tenevano la faccia rivolta al cielo in sembiante piuttosto di cui minaccia, che di cui prega; ognuno stringeva con mano rigida il manico del coltello, e questo coltello non appariva già fitto nel proprio seno, bensì in quello del compagno: breve; si erano uccisi l'un l'altro.
Sopra la pietra, che serviva loro di mensa, stavano come esposti in mostra di più maniera viveri, e zucche piene di vino e acquavite, mentre una tazza ricavata dalla corteccia di una zucca conteneva in fondo alcun poco di acqua pura.
Nella faccia anteriore della pietra; di color vermiglio scritta a stento, si leggeva questa iscrizione:
Dio.
Ferrante Canale, Ugo della Croce, Romano Colle, e Rutilio Serpentini, non potendo sopravvivere alla libertà della Patria si sono dati la morte.
Ora pro nobis.
25 Gennaio 1770.
Perchè poi mettessero in mostra il cibo e la bevanda non parmi arduo indovinare; senza fallo il fecero per chiarire, che studio di libertà e fastidio della tirannide gli aveva condotti a morte, non già la disperazione: più difficile è rinvenire la causa onde invece di ammazzarsi da per loro si trucidassero; forse li dissuase da portare le mani violente contro sè stessi il pensiero, che così facendo commettevano un peccato gravissimo, mentre ammazzandosi tra loro continuavano la sequela degli atti, che compiti per necessità della Patria difesa, secondo la loro opinione, non potevano imputarsegli a colpa; ad ogni modo spengersi da sè reputarono peccato nuovo, e furono dubbi di sperimentare anco per questo del pari indulgente la misericordia di Dio. Se non fosse così, io mi confesso povero di consiglio per ispiegarlo.
Orso, col capo basso, e le mani sempre conserte dopo le spalle guardò fisso quei miseri, e si accorse dal dito rimastogli insanguinato, come lo scrittore della leggenda fosse stato Ferrante: rimasti tutti lungamente in silenzio, per ultimo Orso favellò dicendo:
— Erano quattro bravi cuori in verità... poi subito pauroso, che cotesta lode riferita gli partorisse pregiudizio si affrettò di soggiungere — comecchè cotesta sorte se la siano meritata, ed anco peggio, perseverando da ribelli al leggittimo dominio di S. M. cristianissima nostro signore.
— E padrone, disse il sergente con tale un suono, che non lasciava distinguere se parlava da senno, o per istrazio; non ci attese Orso o non ci volle attendere, bensì continuò:
— Ora noi altri non ci abbiamo a vedere più nulla, e avvertiremo i preti che vengano a pigliarli per metterli in sepoltura cristiana; — e qui sempre pauroso di essersi sbilanciato, accorse a palliare con le parole: poichè dobbiamo credere, che ciò torni a grato di S. M. cristianissima il re nostro signore.
— Ma sicuro! continuò il dicace sergente — non si ha da chiamare cristianissima mica per nulla.
Allora vedendo come scavata nel masso una strada, della quale non avevano avuto conoscenza fino a quel punto, deliberarono fra loro di seguitarla per debito di ufficio, e per facilitare le future esplorazioni; così andarono finchè giunsero al ripiano dove metteva capo il fiero ponte. Quei che prima arrivarono stettero atterriti dal pericolo, non meno che dalla vista di quel corpo penzoloni.
— Tè! mira... chi sarà cotesto che ci pende attaccato per un piede come il rospo che i villani appiccano ai fichi.
— Tu, che sei avanti, va a vedere di levamelo.
— Passi, eccellenza, come disse la volpe al lupo: per me non ci anderei nè manco per un luigi.
— Va tu dunque, Pierantò...
— Io? mica: non vedi i falchi che gli hanno fatto grappolo intorno come le api...
In questa arriva Orso Campana, il quale visto il caso disse:
— Qui non ci è verso, bisogna che qualcheduno vada a staccare cotesto cadavere penzoloni: di certo sarà qualche bandito tracollato di sotto mentre passava, e rimasto preso col piede dentro la serratura.
Vedendo che la sua gente nicchiava, Orso riprese:
— Vieni qua Pierantò; tu se' svelto, e non hai paura: va tu e fa quanto ti dico, che non correrai un pericolo al mondo; mettiti giù a cavalcione su i tronchi degli alberi, poi, aiutandoti con le mani, tirati oltre bocconi; quando sarai proprio sopra al morto, con una mano agguantati sempre all'arbore, coll'altra passagli il nodo scorsoio di questa corda, che noi terremo dall'altra cima, al piè rimasto attaccato, poi taglia la spartea; e quegli verrà così a svincolarsi; certo prevedo, che darà una sconcia battitura nelle roccie della rupe, ma ormai il compare mi sembra ridotto a tale che per un picchio più o un picchio meno non vorrà dire: ohi!
E si tacque, parendogli avere discorso come Cicerone, e conchiuso la parlata con un'arguzia da rimettere un po' di allegria in corpo alla sua gente: e di vero i soldati risero, e ne rise anco il sergente, il quale per quello che appariva o si era preso o gli avevano dato in cotesta compagnia l'ufficio, che nelle tragedie greche vediamo esercitare al coro; se nonchè aggiunse:
— Con buona licenza, signor Capitano, io credo che Pierantò adopererebbe da savio non farne niente, ma se ad ogni mo' egli vuole andare, ditegli che porti seco un altra corda, e con essa stringa di una nuova legatura i tronchi prima di tagliare la sparteria, altrimenti e' corre rischio che gli arbori slegati si sfascino e rovinino portando giù un vivo per compenso di un morto, e questo non sarebbe buon baratto, almeno se consideriamo la faccenda con gli occhi di Pierantò.
Il consiglio fu trovato ottimo, e Pierantò, senza danno alcuno mandò a compimento quanto gli veniva commesso: il cadavere liberato dal laccio piombò giù; ma, trattenuto dal cadere in fondo dall'altra fune, dette uno strettone andando a percotere duramente nelle roccie come aveva avvertito Orso.
Non si sarieno potuto annoverare i falchi, che ci stavano aggroppati sopra, i quali, stridendo di rabbia, piegavano altrove le ale per tornare; ve ne fu uno, che, non volendosi a patto alcuno staccare, rimase schiacciato tra lo scoglio e il capo del cadavere.
Orso, che con ambedue le mani tenne fermo il capo della fune mentre il corpo cadde, ora chiamò per aiuto a tirarlo su, la qual cosa in breve fu fatta, ma chi poteva mai ravvisarlo? le carni, non che del viso, delle mani, erano tutte stracciate, pochi brindelli di vene e di muscoli pendevano dalle tempie, e poi la fiera battitura gli aveva spaccato il cranio; dagli occhi diventati due buchi scaturivano lembi della sostanza cerebrale; insomma e' metteva raccapriccio e spavento.
Nel frugargli addosso si accorsero come non fosse già uomo come mostravano le vesti, bensì femmina e giovane, a giudicarne dalla freschezza del petto; allora, pensando che ella fosse forse sorella, o moglie, o innamorata di qualche bandito, colta da cotesta mala morte, mentre la poverina si era messa al cimento per sovvenirli di vivere, anche quei petti venduti sentirono qualche cosa dentro, che si sarebbe potuto chiamare pietà. Intanto un soldato, avendo rinvenuto alcuni fogli nelle tasche del corpetto, esclamò:
— Fogli! fogli!
— A me quei fogli, ordinò Orso, e gli furono dati; il quale, gittativi sopra gli occhi, rimase colpito da un piego che sembrava recente, sigillato con le armi di Francia. Sopra rinvolto si leggeva scritto:
«Al signore Luciano Micheli — Corte.»
Lo aperse, e dentro diceva così:
«Madamigella. State tranquilla, che se ci capita il capo brigante, secondo lo avviso che mi porgete, i posti saranno rinforzati, la casa circuita da sentinelle, sicchè se non ha ale, tenetelo preso. Mentre io vi prometto di porre ai piedi di S. M. cristianissima nostro Signore e padrone questo nuovo tratto della vostra devozione alla legittima causa, concedetemi, che io vi significhi il mio gradimento per le continue premure vostre in servizio del Re, e pregando Dio che vi tenga nella santa guardia, mi confermo.
«Di voi madamigella
«Corte, 22 Gennaio 1770.
«Devotissimo Obbligatissimo servitore
Il Marchese Tuillier de Lordure
Commendatore dell'ordine di S. Luigi, e Governatore di Corte.
«A Madamigella Caterina Campana.»
Tutto questo Orso lesse in un battere di palpebre, gli cadde il foglio di mano; traballò, e se men pronti erano a sostenerlo sarebbe tracollato giù nel precipizio.
Il sergente non lo sostenne, ma tanto non potè dissimulare lo interno affetto, che non gli scappassero di bocca queste parole:
— Dio non paga il sabato, ma paga.
FINE.
[ INDICE]
| [Capitolo I] | Il vetturino livornese | Pag. 5 |
| [Capitolo II] | Il mercante côrso | 13 |
| [Capitolo III] | La partenza | 31 |
| [Capitolo IV] | Il frate | 40 |
| [Capitolo V] | Lo zio | 46 |
| [Capitolo VI] | Perchè i côrsi non amino i forestieri | 57 |
| [Capitolo VII] | Il cattivo incontro | 96 |
| [Capitolo VIII] | Gioco del lotto | 374 |
| [Capitolo IX] | La Battaglia di Pontenuovo | 432 |
| [Capitolo X] | I proscritti | 556 |