SAFFO.

Due opinioni corrono nel comune degli uomini intorno questa inclita poetessa. La prima, che insana per amore di Faone si precipitasse giù nel mare Ionio dalla rupe Leucadia, o scoglio di Santa Maura; l'altra che pochissimi sieno i frammenti delle sue poesie pervenuti fino a noi. — La maraviglia e la pietà del caso valsero ad accreditare il racconto della morte infelice di tanta donna; storici, romanzieri, e poeti la diffusero a gara, e Ugo Foscolo, sotto la fede di poeta, ci assicura che il mare ov'ebbe vita la fanciulla di Faone risuona dei suoi canti:

E mentre il vento spira,

Si ode pei liti un lamentar di lira.

Ma gli eruditi (rude gente!) con mano spietata distruggono care illusioni, mesti pensieri, fantasie soavi, e divelti tutti questi fiori vaghissimi dai giardini della immaginazione, gli offrono in voto all'altare della Verità. Quindi sappiamo per loro (e avremmo voluto ignorarlo), Saffo avere condotto a marito un mercante di Andros chiamato Cercala; da suo matrimonio esserle nata una figlia; rimasta vedova, avere passato giorni lieti e sereni sacrificando alle Muse; ai tempi di Erodoto conoscersi certi suoi versi dettati contro il proprio fratello Caraxo, per cagione del riscatto della cortigiana Rodope verso l'anno cinquantesimo della età sua; e finalmente, piena di anni, essere morta di morte affatto comune e prosaica. Però non sembra che possa revocarsi in dubbio come una Saffo si precipitasse dalla rupe di Leucade per un Faone pilota di Mitilene, bello sopra ogni altro mortale, o per dono di Venere, che sotto forma di vecchia condusse senza nolo traverso i mari di Grecia, o per ritrovo della pianta misteriosa eryngio, la quale aveva virtù d'innamorare tutte le donne del fortunato suo possessore. Ma questa Saffo non fu la nostra rispettabile madre di famiglia, nata in Lesbo e morta a Mitilene, bensì di Eresa, e cortigiana di professione... nè questo suo stato dissuade da credere che per amore si conducesse a morte, perocchè avvenga talora anche ai fabbri di scottarsi le mani!

Le poesie poi di Saffo, pervenute fino a noi, non possiamo dire che sieno molte, ma neppure le pochissime voltate in quasi tutte le lingue del mondo. Anzi a me pare che la famosa Ode a tutti nota e da tutti dopo Longino o piuttosto Dionisio di Alicarnasso celebrata nel Trattatello del Sublime, non sia la più ammirabile tra le poesie di Saffo; e se io m'inganno, lo giudicherà il lettore:

«O figlia, alma di Egioco, Venere immortale, che siedi sopra un trono splendido, e che sai argutamente apprestare le insidie di amore, io ti scongiuro a non opprimere l'anima mia sotto la gravezza dell'angoscia e del dolore. Scendi invocata dalla mia preghiera, siccome altra volta scendesti, abbandonate le sedi paterne sopra un carro di oro. I tuoi posteri leggiadrissimi ti conducevano dall'Olimpo traverso l'aria percossa dalle rapide penne. Appena arrivata tu mi sorridesti col più soave sorriso delle tue labbra celesti, e mi domandasti per qual cagione io ti chiamassi, quali affanni il mio cuore agitassero, quali nuovi desiderii lo commuovessero, chi tra i lacci di novello amore io volessi preso. Qual è colui che ardisce, Saffo, oltraggiarti? Se ti fugge adesso, in breve ti cercherà; se oggi rifiuta i tuoi doni, domani ti supplicherà ad accettare i suoi; se ora non ti ama, ti amerà bentosto, comunque repugnante al suo amore.

»Ti affretta dunque, o Dea, a liberarmi dalle pene atroci che mi travagliano! Esaudisci i voti del mio cuore! Deh! non mancarmi in questo estremo del tuo potente soccorso.»