X. UN’ALTRA MASCHERA

Ugo Ferraretti, dopo il terribile accidente da cui fu colpito a casa Valdelli, era stato trasportato in casa sua più morto che vivo.

La Valdelli volea mandare un suo domestico per assistere lo sventurato giovine, ma Federico Lennois pregolla di astenersene, perciocchè egli avrebbe pensato a tutto ciò che era necessario pel disgraziato amico.

Nella mattina del lunedì Ugo parve più rimesso e tranquillo: qualche cosa di soavemente sereno era nelle sue sembianze; e l’anima sua era tutta staccata dalle mondane passioni, e rivolta al Cielo.

Egli non avea proferita nessuna parola; ma i suoi occhi eran fissi con amore sul perfido amico, il quale non lo aveva neppur per un momento abbandonato, temendo che alcuno entrasse nella camera dell’infermo e discoprisse l’esistenza del quadro. Federico era seduto alla sponda del letto di Ugo, e con ansia contava i momenti di quella vita, la cui fine egli aveva sì barbaramente affrettato.

Verso il mezzo giorno, Ugo fe’ segno al suo amico che se gli fosse più avvicinato, però che la sua voce era quasi perduta; accennò di voler bere, e, dopo di aver rinfrescate le sue labbra con un sorso di acqua, così parlò al Francese:

— Ferdinando... sta sera o... domani... io più non sarò...

— Speriamo, mio caro Ferraretti, interruppe il ribaldo con doppia significazione; una di conforto al moribondo e l’altra per sè medesimo.

— Ora io più non ispero che congiungermi ai miei carissimi, soggiunse Ugo; la vita... mi abbandona... tra qualche ora io forse non potrò più parlare.... Ascoltami bene, amico mio.... Un’ultima.... grazia.... ti chiedo.... fa che il mio corpo riposi a fianco di quelli dei miei genitori... e de’ miei fratelli... là nel nostro Camposanto, da me... tante volte visitato, e dove le lagrime che io versava sulle fosse a me care faceano forse sbucciarvi quei malinconici fiori... ch’io mi piaceva di cogliere... e di recare alla mamma... Dì, Ferdinando, mi darai questa ultima prova della tua amicizia?

— E ne dubiti? rispose il falso amico, fingendo di nettarsi una lagrima.

— Ed io voglio... mostrartene la mia gratitudine, ripigliò Ugo con affannoso parlare... Quel quadro...

— Ebbene? esclamò con occhi infiammati il Lennois.

— Quel quadro... io l’affido a te... esso è tuo.

— Mio!!!

— Sì esso è tuo... è l’unico contrassegno di amicizia, ch’io possa darti... Tu lo venderai; ma non qui... vendilo in qualche altro paese d’Italia.... Vorrei che lo vendessi al Principe T... a Roma, il quale vien generalmente riputato esimio protettore e conoscitore di arti belle... Mi dice l’animo che quel quadro sarà... trovato un capolavoro... che il mio nome sarà pronunziato con rispetto dagl’Italiani... Oh perdona, perdona, mio Dio, se un pensiero di vanagloria è in me in queste ore supreme... della mia vita... Ma è questo il compenso che tu dai ai miei corti giorni, visitati da tanto dolore, da tante privazioni, da tante sofferenze!

— Sì Ugo disse Federico prendendo con ipocrito viso di amicizia la gelida mano dell’artista, il tuo quadro è un capolavoro... esso è destinato a valicare i secoli portando il tuo nome sulle ali della fama... Possa tu vivere ancora lunghi anni! ma se al dolore di perderti mi riserba il cielo, sii sicuro che in tutti gli istanti della mia vita mi adoprerò a far noti il tuo genio e le tue sventure... Sì Ugo, illustre artista tu sei, e il tuo quadro la Preghiera empirà del tuo nome il mondo civile... abbiti piena e sincera la mia ammirazione... Ma spetta a tutti quelli che han mente e cuore il lodar te degnamente: spetta a’ posteri, delle cui lodi tu ancor vivo godi gran parte col pensiero. Ugo Ferraretti, tu devi e con ragione superbire dell’opera tua...

Strascinato dall’entusiasmo d’una perfetta simulazione, il Lennois riprese come chiaroveggente nel futuro:

— Vedi.... vedi... quella schiera infinita di ammiratori che si accalcano intorno alla tua tela e se ne partono plaudenti col cuore e colle labbra... Odi quel concerto di elogi che si ripetono di giorno in giorno, di anno in anno, di secolo in secolo... Vedi quella turba di mezzani pittori ed anco di non pochi abili, che si affrettano a copiare la tua magnifica dipintura, degna di aver posto accanto alle tavolette del Caracci, dello Zingaro, del Guido. Oh, le immagini ch’io presento al tuo pensiero, Ugo Ferraretti, non son mica esagerate fantasie di una troppo condiscendente e affettuosa amicizia; no, il quadro ch’io ti fo non è caricato, ed è forse dammeno del vero... Ugo Ferraretti qui alla sponda del tuo letto, in quest’ora solenne, nel silenzio di questa camera, io ti proclamo un genio immortale, e bacio questa mano che creava quel prodigio dell’arte.

È incredibile come questa serpe sapesse imitare la colomba, e come il suo linguaggio si vestisse di tutt’i tuoni dello schietto entusiasmo figlio della più cordiale amicizia. Non trascuriam poi di dire che era, d’altra parte, convintissimo dell’alto valore e de’ meriti singolari del quadro di Ugo.

— Basta, basta, mormorava con voce appena sensibile il tradito italiano, basta... non più... la gioia mi soffoca... Iddio mi ha fatto la grazia di farmi terminare il mio lavoro... Oh se io potessi rivedere per l’ultima volta...

— Chi mai? dimandò il Francese raggrottando le ciglia.

— Quella giovinetta che prega... Tra poco forse pregherà per me! Ed io l’ho abbandonata, posta in obblio!... Oh se io potessi rivederla un solo istante, io morrei, contento!

Federico non poteva comprendere il senso arcano di queste parole, e le reputò dettate da un cominciamento di delirio.

— Sì, Ugo, diletto amico, quella donna pregherà... pregherà sempre..... pregherà per farti ottenere quella gloria nel cielo che già ti sei conquistata in sulla terra; e con quella pregheranno tutti gli uomini che leggeranno le pagine crudeli della tua biografia... Oh, quando l’Italia e il mondo sapranno che un genio moriva nella più squallida miseria: che un Francese gli mitigava il più scellerato abbandono; quando si saprà che in una strada solitaria di Pisa, in una casa maledetta, l’autore della Preghiera esalava gli aneliti estremi, senza che un sol Pisano fosse venuto a confortare gli ultimi momenti, il mondo ripeterà con Dante Allighieri:

Ahi, Pisa vituperio delle genti...

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Non dovei tu i figliuoli porre a tal croce.

— No Ferdinando... Iddio benedica il mio paese, com’io lo benedico, interruppe il moribondo. Non più, non più parole di vendette e di odio... Un figliuolo non dee giammai svillaneggiare la madre sua, e, quali che sieno i torti di questa non debbe giammai nel petto di quello venir manco l’amore e la gratitudine. Maledetto è da Dio chi svilisce e maledice la terra nativa. Sono cinque secoli che Pisa piange per l’amaro verso del fiorentino Allighieri.. Il Redentor degli uomini comanda il perdono: bellissima e santa legge che allarga il cuore e lo fa degno di ricevere il divino perdono... Si, mio Dio, Dio d’infinita misericordia, perdona le follie cui mi sono abbandonato e che mi hanno accelerata la morte... Perdonami siccome io perdono col cuore a tutti quelli che hanno fatto del male, e specialmente al francese... Giacomo Paillard.

Federico si avea sentito ribalzare il cuore a queste ultime parole, come se Ugo avesse detto: e specialmente al francese Ferdinando Ducastel.

Il francese Federico Lennois, nato a Auteuil, uccideva abbracciando la sua vittima e facendoglisi credere sviscerato amico; appunto come il francese Daniele de’ Rimini, nato a Baionna, assassinava il Conte di Sierra Blonda riconfermandogli un affetto caldissimo a tutta pruova.

Per rimuovere il malanimo contro i Pisani che le calunnie del Lennois han potuto far nascere ne’ nostri lettori, ci diamo premura di dire che allo spuntar del giorno del lunedì e in tutto il corso della giornata come anche il domani, non pochi tra conoscenti del Ferraretti e altri della festa della sera precedente, si erano presentati ad informarsi della salute del giovine pittore e a far profferte larghissime di servigi e di assistenza; ma Federico avea, con isvariati pretesti, allontanate le officiose persone, per rimaner solo appo il letto del moribondo, a fine di non far nascere ostacoli al compimento del suo divisamento infernale.

Ugo era caduto nell’abbattimento: le parole che avea proferito gli aveano fatto crescere l’affanno, in tanto che ora si sentiva affogare: volle essere posto a sedere in mezzo al letto, e Federico il sollevò adagiandone la schiena debolissima a un batuffolo di guanciali.

Sembraci superfluo il dire che Federico, dal dì che si era fatto intrinseco del giovine artista non risparmiava danaro e per procacciargli sollazzi e piaceri, arma di cui lo scellerato si era servito per cacciarlo alla tomba, e per rifornirlo di que’ comodi che rendono piacevole la vita, e di tutto ciò di cui il meschino sembrava patir difetto. Egli spendeva di buonissima voglia il suo denaro, però che sapea che, alla morte dalla sua vittima, i quattrini gli sarebbero rientrati in saccoccia con larga mano di guadagni per la vendita del quadro.

A capo di alcuni minuti, Ugo ricercò novellamente la mano del Lennois e gli disse con estrema lentezza:

— Ferdinando... dal ricavato della vendita del mio quadro... tu.... mi farai la grazia... di pagare quattro mesi di pigione al padrone di questa casa... Non voglio che... la memoria di me venga macchiata in qualsivoglia modo... Me lo prometti?

— Lo giuro, mio carissimo, vivi tranquillo!

— Morrò tranquillo! mormorò il misero.

E più non parlò insino a sera.

Come prima si fe’ bruno nell’aria, cominciò a farsi udire indistintamente il rumor delle mascherate per le vie; il brighella, il dottore, l’arlecchino e il pulcinella francese andavano per le strade buffonando, e cantando, e dicendo lepidezze più o meno argute, e facendo tanta baldoria da parer demonii e peggio. A seconda che passavano per una strada, una folla di sfaccendati, di lerci, di monelli, di donne del popolo traevano dietro a loro, menando a tondo tutti quelli che incontravano, di tal maniera che qualche baruffa non mancava di rendere più vivace il divertimento.

Questa mascherata avea percorso rapidamente parecchie vie e stradelle e ronchi, fermandosi or qui or là, a tenore dello spasso che si promettea, quando un uomo di mezzo alla folla gridò:

— Alla Casa di Satana.

— Sì, sì, alla Casa di Satana.

E tutti accolsero con grandi urli e fischi questa proposta, e si diedero a correre, come il turbine mosso dal vento, verso la strada dove era quella casa.

— Che cosa è questo rumore? dimandò Ugo colpito dal gran frastuono che si facea sotto la sua abitazione.

— È una mascherata, rispose Lennois.

— Ah! una mascherata... mi ricordo... un festino, non è vero?... un banchetto... O mio Dio, mio Dio! il tuo perdono!...

Il rumore cresceva a dismisura, era un concerto di voci altissime, di canti spropositati e osceni, di grida stonate.

— Saliamo sulla casa maledetta, gridò un arlecchino.

— All’assalto di Satana, gridarono parecchi altri.

E tutti si avviarono a salire sull’abitazione.

Si picchiò all’uscio da scala a colpi di mazze e di randelli. Federico fu spaventato, ma, non si perdendo d’animo, andò a dischiudere la porta.

— Alto là, signori, non vi inoltrate... qui, in casa, è un moribondo.

Cessarono di repente il fragore e le grida.

— Un moribondo! esclamò una voce, vogliamo vederlo.

— Non posso permettervi l’ingresso; la vostra presenza, le fogge de’ vostri abiti, le strane maschere che coprono i vostri volti, potrebbero distogliere i suoi pensieri e farli deviare dal cammino del cielo, al quale in questo momento debbono esser drizzati.

— Lasciamo dunque che muoia in pace, disse un brighella; andiamo, amici; questo luogo non fa per noi, puzza di cimitero.

— Andare a scegliere la Casa di Satana per morirvi dentro, osservò un pagliaccio; che razza d’idea!

E tutti se le svignarono quatto quatto per le scale, timorosi di far strepito. Tanto è vero che la morte incute rispetto anche a’ più baldanzosi e sfrenati.

Il martedì, ultimo giorno di Carnevale, era anche l’ultimo della vita dello sventurato giovine Ugo Ferraretti.

Federico Lennois non l’aveva abbandonato nella notte del lunedì... Vinto dalla stanchezza e dalle veglie, ei si era abbandonato sovra una scrinata poltrona, dove il sonno l’avea colto.

Quando si destò verso l’alba del martedì, Ugo aveva una insolita fiamma negli occhi.

Dio, Dio, ti ringrazio, mormorava più col pensiero che colle labbra, l’ho veduta, l’ho veduta! questa grazia mi è stata concessa! ora sì che muoio contento: niente altro ho a desiderare.

Federico non poteva udir queste parole che il moribondo pronunziava con voce sì debole da non colpir neanche i propri orecchi... Veggendolo muovere le labbra, il Francese suppose che quegli fosse preso dal delirio, e procurò di richiamargli le idee ad uno stato più naturale.

Ugo non parlò più; ma sulle sue sembianze era sparsa una soavità che di rado si osserva su i volti de’ vicini a trapassare.

Verso le vent’ora all’italiana, Ugo proferì distintamente questa parola;

— Un sacerdote.

Lo scellerato Federico finse di non averla intesa: il ribaldo temea che un ministero di Dio discoprisse il quadro, sia per proprie osservazioni, sia per la stessa rivelazione dell’infermo.

Ugo ripetè parecchie volte con ansia quella parola; ma Federico si mostrò distratto, occupato.

Il moribondo congiunse le mani, rivolse le pupille al cielo, e si pose a pregar colla mente.


Le ventiquattro ore suonavano al gran Campanile, quando Ugo Ferraretti fece uno sforzo, come se avesse voluto alzarsi dal letto; guardò attorno alla camera con occhi spalancati; mise un gran sospiro... o singulto; e voltò le spalle a Federico Lennois, il quale, per vincer la noia di quelle lunghe ore, leggeva sbadatamente un romanzo francese.

Dopo un paio d’ore di assoluto silenzio, Federico trasse alla volta del letto dell’infermo, il chiamò per nome, le scosse,.. indi mise un grido di gioia feroce. Ugo Ferraretti era morto!!

Il domani, giorno delle ceneri, il corpo del Ferraretti era disteso nel suo medesimo letto di dolori, senz’altro apparato funebre che quattro candele messe a’ quattro angoli del letto.

Nessun vivente era in quella casa abbandonata.

Federico Lennois era sparito nella notte portando seco il quadro la Preghiera.

Poche ore prima che i becchini fossero venuti per trasportare il cadavere al suo asilo, una donna era entrata in quelle stanze dov’era il morto.

Questa donna, giovane e bella, portava sul suo volto l’impronta della disperazione.

Ella avea tra le mani parecchi oggetti, qualche cosa come un vasetto ripieno di cera liquefatta ed altro recipiente con gesso.

Ella si accostò al cadavere, lo covrì di baci e di lagrime; indi applicò una forma di gesso sul volto dell’estinto, e vi gittò la cera.

La maschera di Ugo Ferraretti era fatta: il suo volto era riprodotto!

Quella donna guardò lungo tempo le bianche sembianze del cadavere; pianse a lagrime dirotte; s’inginocchiò alla sponda del letto e pregò.

Era ella in quel momento il quadro vivo della Preghiera.

Era Luigia Aldinelli.

Parte Terza