II. L'UPAS

Abbiam fatto più volte comprendere che il nostro principale scopo in queste narrazioni si è di fissare l'attenzione dei nostri lettori sulla più importante verità morale:

LA MANO DELLA PROVVIDENZA NEI FATTI DELL'UMANA VITA.

Quell'infinità di romanzi che si svolgono nella società degli uomini, di cui la maggior parte rimane ascosa agli occhi della storia che tocca soltanto i fastigi sociali, non sono, siccome noi crediamo; che dimostrazioni più o meno evidenti di quella verità che si appalesa almeno chiaroveggente.

Ci par di vedere che i delitti ben sovente sieno la doppia punizione inflitta dal cielo a due colpe rimaste celate agli occhi dell'umana giustizia. Nell'ordine morale, l'impunità non è per nessuno; il solo pentimento, accompagnato da una intera vita di volontarii sacrificii, riscatta una colpa.

Edmondo era solo nella stanza da studio. Seduto vicino alla sua scrivania, egli avea risposto ad una lettera di Maurizio Barkley. Nel momento in cui Daniele si presentò nello studio, il Baronetto aveva appunto terminata la sua lettera e vi stava apponendo il suo suggello.

— Oh! buon giorno, caro Daniele, dissegli Edmondo sorridendo e stendendogli la mano, a che debbo attribuire l'onore d'una vostra visita?

— Perdonate, signor Baronetto, se vengo per poco ad interrompere le vostre occupazioni.

— Ma che dite mai! È un piacere che mi date... Mi occupavo a sbrigare il mio corriere, anzi vi chieggo il permesso di spedire questa lettera.

Daniele s'inchinò e si sedè accosto alla scrivania. Edmondo suonò il campanello, ed al servo che si presentò sotto l'uscio consegnò la lettera pel corriere di Napoli.

— Eccomi sbrigato, soggiunse indi; questa mattina io sono veramente felice, imperocchè con quella lettera che ho spedita nel vostro paese, a Napoli, mi sono sdebitato di un antico dovere di gratitudine, e, oltre a ciò, ho il piacere di vedervi in un'ora in cui non siete solito di favorirmi di vostre visite.

— Quanta bontà, signor Baronetto!

— E sempre accigliato, mio caro Daniele! sempre pensieroso! Noi abbiamo interamente cangiate le nostre parti: per lo passato eravate voi che spargevate un poco di sollievo sulla mia tristezza; ed oggi son io che adempio verso di voi a tale ufficio. Peccato che non sono artista anch'io, e del vostro genio! Ma qual differenza tra le cagioni della nostra malinconia! Io non era innammorato, e nol sono mai, per mia disgrazia: dev'esser ben dolce cosa il pensare all'oggetto amato, n'è vero Daniele?

— V'ingannate, signor Baronetto, se credete che sia l'amore la cagione del mio malumore. Non niego che gran parte esso vi abbia, ma è tutt'altro il motivo che m'impedisce di abbandonarmi alle distrazioni proprie della mia età.

— Non voglio essere indiscreto, mio caro Daniele, ma vi ricordo che in me avete un amico e sincero; spero avervene date prove sufficienti.

— E indelebili, signor Baronetto; ed io mi sono risoluto di non abusare più a lungo della vostra bontà. La mia ulteriore dimora a Schoene Aussicht sembra interamente inutile; così permetterete che domani io mi accomiati da voi.

— Così presto! esclamò Edmondo il quale non si aspettava a questa risoluzione del giovine: ed è questo forse l'oggetto della vostra visita di questa mattina?

— Per lo appunto, signor Baronetto, rispose Daniele abbassando gli occhi.

— E perchè una tale risoluzione?

— Perchè credo inutile di esservi più a lungo di peso; spirato è il mese da che mi trovo a Manheim, e, quantunque le nostre relazioni non sieno più le stesse di quelle ch'erano nei primi giorni ch'io ebbi l'onore di ricevere da voi così splendida ospitalità, pure non possono minimamente influire sul mio ulteriore soggiorno a Schoene Aussicht.

— È superfluo il dire, riprese Edmondo, quanto piacere mi farebbe di tenervi nella mia casa qualche altro tempo; ma non voglio avversare la vostra volontà, e voi siete libero di fare quello che più vi converrà. Gli obblighi scambievoli che ci siamo imposti e la natura del mio testamento hanno stabilito tra noi vincoli che hanno qualche cosa dì più della semplice amicizia. Laonde, in qualsivoglia evento della vostra vita, in qualunque contingenza imbarazzante in cui possiate trovarvi; mio caro Daniele, pensate che sarà per me uno dei più be' giorni della mia vita quello in cui potrò prestarvi un tenue servigio e darvi un attestato del mio inalterabile affetto.

— Ebbene, signor Conte, si affrettò a dire Daniele, io mi varrò della vostra benevolenza innanzi ch'io parta ed avrò il coraggio di chiedervi una grazia.

— Bravo! esclamò Edmondo; ecco quel che si chiama vero affetto e vera stima: andiamo su parlate francamente, giovanotto, siccome parlereste a vostro padre.

— La grazia ch'io vi chieggo, signor Conte, disse Daniele arrossendo, si è di scrivermi una lettera pel Duca di Gonzalvo.

— Pel Duca di Gonzalvo!

— Sì, signor Conte: in questa lettera voi gli darete l'assicurazione della vostra volontà di nominarmi vostro erede universale. Munito di questa scritta, io ritornerò da lui con altro animo, e sarà lo stesso come se io me gli presentassi milionario.

Edmondo sorrise, e dopo alcuni momenti di silenzio, disse:

— Questo che mi dimandi, figlio mio, è assolutamente impossibile.

— Impossibile! esclamò sorpreso il giovine.

— Impossibile, replicò Edmondo.

— E per qual ragione, di grazia? chiese Daniele.

— Non posso dirtene la ragione, mio caro Daniele: dicoti soltanto che tra me e il Duca di Gonzalvo avvi una barriera mortale: le nostre relazioni sono rotte per sempre; ti prego anzi, mio caro figliuolo, per quanto hai di più sacro, di non parlar giammai di me al Duca di Gonzalvo nè rivelargli giammai il luogo del mio ritiro. Sarà questa una pruova a cui pongo il tuo affetto per me.

— Io dunque non potrò giammai dirgli, che sono destinato ad essere l'erede del Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda?

— Glielo dirai un giorno dopo della mia morte, se colui vivrà ancora!

Daniele chinò il capo in atto di scoraggiamento e si tacque immerso ne' suoi cupi pensieri. Il demone del delitto fece di bel nuovo balenare una luce di sangue nella mente del giovine! Gli occhi di Daniele si erano fissati distrattamente in sulla scrivania del Baronetto, così che sembrava ch'egli leggesse la soprascritta d'un libro che ivi stava, mentre il pensiere del giovine era ben lungi dall'occuparsi di libri.

Edmondo per disviare la conversazione dal tristo subbietto al quale si era incamminata, disse a Daniele:

— Questo libro su cui voi gittate gli occhi, mio caro Daniele, è tutto scritto di mio proprio pugno. Sono memorie della mia vita da me gittate in questo scartafaccio: osservazioni importanti da me raccolte ne' miei viaggi; ragguagli su talune rarità ch'io conservo. Ieri sera per lo appunto, rileggendo alcune notizie sull'isola di Giava, dov'io rimasi per pochi giorni, ricordai di dover conservare alcune fronde di un albero che cresce in questa isola chiamato l'Upas ovvero The Poisontree (l'albero del veleno). Voglio farvi udire le notizie da me raccolte su questo terribile vegetale.

Edmondo aprì il manoscritto ad una pagina che egli avea segnata con un pezzettino di carta e lesse le seguenti cose[5]:

«Quest'albero è nativo di Giava; arriva ad una considerabile altezza, giungendo talvolta ottanta piedi. Si sviluppa da esso in gran copia un succo o gomma, ch'è il più mortale veleno; di questo fanno uso gl'indigeni per avvelenare le punte delle loro frecce e delle altri armi. Gli effluvi ch'esalano da quest'albero sono talmente omicidi, che nè un animale nè una pianta possono resistere alla sua influenza. La gomma viene estratta per mezzo de' rei condannati a morte. Quando la sentenza è pronunziata contro qualcuno di loro, il giudice gli dimanda se vuol morire per le mani del carnefice, ovvero salire sull'Upas per raccogliere una scatoletta di gomma. I condannati sogliono preferire ciò, perchè hanno così una lontana probabilità di salvarsi. Prima di avvicinarsi all'albero fatale, ricevono tutte le corrispondenti istruzioni per rendere l'operazione meno pericolosa. Pel consueto, simiglianti istruzioni vengon loro somministrate da un sacerdote, il quale adempie verso di loro anche al sacro ufficio di prepararli a morire. I condannati sogliono montar sull'albero, col capo coverto da un berretto di cuoio e da una maschera con occhi di vetro; eglino sono parimente provvisti di guanti di cuoio. I condannati evitano con grandissima cura il contatto delle fronde, le quali, ad un semplice tocco su qualunque parte nuda del corpo danno la morte. Gl'indigeni non solamente avvelenano le loro armi col succo di questa pianta, ma benanche le sorgenti e i serbatoi di acqua, quando veggono avvicinarsi un nemico. Gli Olandesi perdettero la metà del loro esercito per un siffatto avvelenamento e da quel tempo in poi, essi han sempre menato con loro una quantità di pesci vivi, i quali essi gittan nell'acqua alcune ore prima di arrischiarsi a berla. Una foglia dell'Upas applicata sulla fronte di un uomo gli cagiona istantaneamente la morte, quasi senza ch'egli senta di morire. Essa ha la facoltà di arrestare immediatamente il corso del sangue ed i moti del cuore. La polvere delle foglie secche dell'Upas è così terribile che bastano pochi atomi di essa per dar la morte.»

Daniele avea seguita la lettura di questo passo con un'attenzione indicibile; nessuna particolarità gli era sfuggita. È impossibile descrivere l'espressione della sua fisonomia durante la lettura de' ragguagli che abbiam citati. Il genio del male avea suggerito a Edmondo il pensiero di leggere quella pagina del suo manoscritto.

Il Baronetto Edmondo Brighton avea letto la propria sentenza di morte. La soluzione del problema che Daniele cercava da vari giorni era trovata!

— E voi conservate le foglie di quest'albero? chiese con occhi di pazzo Daniele.

— Ciò vi fa maraviglia! disse Edmondo ingannato sulla vera e terribile significazione della dimanda del giovine, ebbene, io conservo le foglie di quest'albero, le quali si saranno al presente ridotte a polvere. Questo mio capriccio costò la vita a due miei schiavi; ma io voleva ad ogni costo possedere un sì prezioso veleno.

Daniele guardò a terra cupo e concentrato, e disse ferocemente tra sè:

— Ah! tu facesti morire due schiavi per ottenere questo prezioso veleno! Ebbene TU MORRAI PER ESSO! Ben dicesti che questo veleno è prezioso... prezioso per me!

Daniele soggiunse ad alta voce, e quasi avesse fatta una domanda indifferente:

— E dove tenete conservato, signor Conte, un oggetto così pericoloso?

— In una scatola di argento a doppio fondo nel forziere della camera verde; sulla scatoletta è scritto in francese. L'indiscreto che mi aprirà, e toccherà all'oggetto che contengo, sarà punito di morte istantanea.

— E come faceste per porre in quella scatola le foglie fatali?

— Le feci ivi porre dagli schiavi con ogni possibile precauzione senza che le avessero toccate.

— Suppongo che conserviate gelosamente la chiave di quella scatola, dimandò destramente Daniele.

— Ben s'intende; essa è nel fondo d'uno di questi cassettini, rispose improvvidamente il Baronetto.

La giustizia Divina dettava le sue risposte.

Daniele sapea quello che gli era necessario; non volle più fare nessun'altra interrogazione per non far nascere sospetti nell'animo di Edmondo, il quale era ben lontano da simili supposizioni.

La conversazione seguitò su cose indifferenti, Daniele si studiò di nascondere l'agitazione e il turbamento che gli dava la premeditazione dell'enorme delitto che aveva in pensiere.

— Così che avete risoluto abbandonarmi domani? disse il Baronetto, ripigliando il pristino subbietto della conversazione.

— Domani, se avrò l'opportunità di trovare un posto nella diligenza per Darmstadt, dove intendo trasferirmi.

— Domani dunque vi ringrazierò, mio caro Daniele, di quanto avete fatto per ridonare al mio spirito la tranquillità ch'io aveva smarrita.

— Oh sì, domani mi ringrazierete! disse Daniele con ironia, cui il Baronetto prese per complimento.

— Ma fin da ora vi auguro buona fortuna, figliuol mio, buona in amore, già s'intende, perchè al resto penseremo noi, non è vero?

— Quanto vi debbo, signor Baronetto! esclamò Daniele ipocritamente abbassando lo sguardo in cui già balenava la perfidia dell'anima.

Egli si era alzato: la vista della sua futura vittima gli facea male al cuore.

— A domani dunque, disse Edmondo stendendogli di bel nuovo la mano che questa volta Daniele non ebbe la forza di toccare, e, abbassando gli occhi, finse di non averla veduta.

— A domani, signor Baronetto, replicò il giovine a voce bassa e rauca.

— E non ci vedremo questa sera nel solito circolo degli amici? chiese Edmondo; pensate ch'è l'ultima sera che avremo il bene di possedervi tra noi; non dovete mancare!

— Non mancherò, signor Baronetto, non mancherò questa sera.

Daniele s'inchinò, e lasciò quella stanza, aggiungendo tra sè con incredibil ferocia.

— E non mancherò questa notte!