III. E SE DOMANI MI CERCHERAI PIÙ NON SARÒ
La sera di questo giorno i soliti amici di Edmondo si radunarono nella camera verde. Eran la maggior parte letterati tedeschi, artisti fiamminghi, proprietarii de' dintorni e qualche Inglese dimorante a Manheim. Spesso interveniva il Dottor Weiss. Alle nove si prendeva il tè. La conversazione era delle più istruttive; si ragionava d'arti, di politica, di filosofia, di scienza, di morale.
Per mala ventura, quasi tutti gli amici di Edmondo, al par di lui, erano seguaci di quella paradossale filosofia alemanna, che tanto contribuì a travolgere le idee e a gittarle nel vacuo della ragion pura, parodia della ragion naturale. Le teorie del filosofo di Conisberga faceano a quel tempo gran rumore in Germania e in Europa: ci fu la moda del filosofare alla Kant come di vestire alla Francese. L'Italia soltanto non si lasciò impòrre dal gran nome del maestro della novella scuola alemanna, rigettò le speciose dottrine che puzzavano di ateismo, e si tenne a quel ragionare che rischiara e non confonde, che analizza e non distrugge, che siegue il corso naturale delle idee e non straripa nelle fantasticherie della follia: che esamina, non dogmatizza, che si fortifica colla rivelazione e non si perde nello scetticismo. Mentre la Germania delirava con Hegel e con Fichte, l'Italia ragionava con Vico e Galluppi.
Vari furon i subbietti della conversazione, e tra gli altri quello che maggiormente alimentò la controversia e sostenne la disputa si fu quello della possibilità che ha la scienza di estendere i limiti della vita umana. Molto e lungamente si ragionò su questo argomento. Quegli che fe' sfoggio di maggior eloquenza si fu il Baronetto, il quale dimostrò che allora soltanto la civiltà avrà raggiunto l'apice della perfezione, quando la scienza avrà scoverto il modo di rendere l'uomo più valido contro i perpetui assalti della morte, e più comune la vita centenaria.
In sul tardi della sera si presentò Daniele. Il suo aspetto: era sereno all'apparenza, tranne che un profondo osservatore avrebbe scorto nella corrugazione nervosa della fronte di lui e nel livido pallore del suo volto una sinistra preoccupazione.
Il giovine pianista fu accolto, come sempre, coi segni del più gran compiacimento. Il Baronetto avea già detto alla comitiva che Daniele sarebbe partito il domani per Darmstadt; epperò il ricevimento che questi si ebbe fu più espansivo del solito. Tutti gli amici di Edmondo si alzarono e fecero a Daniele le loro parti di condoglianza pel suo allontanamento da Manheim, ed i loro auguri pei suoi ulteriori successi. Daniele rispondeva parole smozzicate, inconcludenti. Questo attribuivasi alla naturale commozione di un uomo, che si vede l'oggetto di tante dimostrazioni d'amicizia, e che, modesto, vuol respingere la troppa esagerazione delle lodi. Il Baronetto volle celebrare festosamente l'ultima sera che Daniele passava a Schoene Aussicht. Una magnifica tavola a tè fu imbandita verso le undici. Tutto ciò che la cucina francese, italiana e tedesca sa inventare di più prelibato in fatto di dolci, di pasticci e di altre squisite vivande si trovava sulle credenze; le quali, quasi sotto il tocco d'una verga affatata, comparvero agli occhi della brigata. Il vin del Reno scintillò in un baleno nelle grandi coppe verdi destinate ad allietare la comitiva. La filosofia, la scienza e le arti si abbracciarono e si confusero sotto le frequenti libazioni: tutte le opinioni presero un colore, quello del vino; tutti gli occhi espressero un sol sentimento, quello dell'allegria.
Daniele bevve poco: non fu possibile d'indurlo a suonare. Non ostante le più vive istanze e preghiere, egli si rifiutò ostinatamente, adducendo per iscusa non essere il suo spirito abbastanza tranquillo per trarre dal piano-forte la benchè minima frase musicale.
Il giovine pianista si ritirò prestissimo, dicendo che il domani si doveva alzare ben per tempo per ordinare i preparativi della partenza. Gli amici di Edmondo lo abbracciarono di bel nuovo, e gli augurarono ogni possibile felicità.
Il Baronetto gli strinse cordialmente la mano, e gli disse:
— A domani, mio caro Daniele, domani faremo il nostro addio; buona notte e buon riposo.
Dopo non guari, gli amici del Baronetto si accomiatarono da lui, augurandogli una notte tranquilla ed una più felice dimane. Edmondo si ritirò nella sua camera da letto. Era già passata la mezzanotte. Il suo capo era leggiermente sconcertato dal vino del Reno bevuto in non discreta quantità. Ma da tanto tempo egli non si abbandonava alle gioie della cena! Da tanto tempo non pasceva cogli amici una serata a tavola, libando i piaceri di Bacco e di Minerva ad un tempo, dappoichè egli solo avea saputo accordare le due cose più opposte e ricalcitranti. Filosofia ed orgia. D'altra parte, egli avea voluto festeggiare l'ultima sera del soggiorno di Daniele a Manheim. La tristezza, la concentrazione del giovine italiano non erano sfuggite al Baronetto, il quale, ingannandosi sulla loro origine e significazione, avea creduto d'indovinarne la cagione nell'affetto del giovine e nel rammarico di doversi separare da lui. Nell'entrare nella sua camera da letto, il cameriere gli consegnò una lettera che il corriere avea recato d'Italia qualche ora innanzi. Era una lettera di Maurizio Barkley concepita in questi termini;
«Signor Baronetto — In questo momento ho ricevuto la vostra lettera, nella quale mi mettete a parte dello strano testamento che avete fatto e della persona da voi scelta per vostro erede, nel caso che adempirà alle condizioni che già avete imposte. Voi mi dite che questa persona ha accettato il patto, e che ora i vostri sonni son placidi e non più turbati da strane e lugubre fantasime. Il mio cuore ne è sollevato, però che il pensiero delle vostre sofferenze morali mi torturava, e veniva ad aggiungersi agli altri motivi di tristezza che ha il mio cuore. Sento però il dovere di farvi ora un'importante rivelazione; dappoichè forse un giorno mi fareste il rimprovero di avervi serbato il segreto sopra un fatto di tanto momento. Le vostre relazioni colla persona che dovea essere vostro erede cangiano interamente l'aspetto delle cose; mi affretto dunque a dirvi che Daniele dei Rimini, il giovine pianista italiano, vostro ospite a Schoene Aussicht, che avete nominato vostro erede, e che dovrà essere il custode del vostro cadavere, Daniele de' Rimini è la stessa identica persona di Daniele Fritzheim; vostro figlio!
«Questo importante segreto è ora nelle vostre mani, signor Baronetto: a voi lo rivelo, non a lui; fate quello che credete; non ispetta a me darvi consigli. Soltanto non posso celarvi che fareste bene a discoprirvi al figliuol vostro, e dare sfogo al vostro amor paterno: non posso dirvi perchè opinò così. Aspetto i vostri comandi. Vi rinnovo la preghiera che vi diedi coll'ultima mia lettera: vi dirò le ragioni della mia richiesta. Mi dite di aver pensato a me nel vostro testamento: vi ringrazio dal profondo del mio cuore; ma spero non vedere il giorno in cui sarà data esecuzione alla vostra ultima volontà. Iddio mi concederà la grazia di morire prima di voi.
Il vostro schiavo
«Maurizio Barkley»
Chi può dire l'effetto che produsse questa lettera sul cuore di Edmondo! Era questa la più forte sensazione ch'egli avesse provata nel corso di sua vita! Daniele era suo figlio! Daniele era là, al primo piano, poco da lui discosto! Alquanti scalini, ed il padre avrebbe abbracciato il figlio! Edmondo ebbe come un capogiro, una vertigine; il suo cuore, le sue vene, la sua testa erano in ebollizione. Gli fu forza rileggere molte volte la lettera di Maurizio per poterla comprendere, il Baronetto non era sicuro della realtà delle cose, credeva essere sotto l'impero dell'ubbriachezza. Ci fu un momento che stimò una menzogna lo scritto del suo schiavo. Ma il carattere di Maurizio, grave, probo, nemico di ogni simulazione, il persuase che il contenuto della lettera fosse vero.
Il primo movimento ch'egli fece fu di correre verso l'uscio per andare al primo piano, per volare da suo figlio, dal caro suo figlio, e dirgli tutto, e abbracciarlo, e ritenerlo sempre con sè. Ma si rattenne poscia, e pensò che gli avrebbe fatto al domani questa inaspettata rivelazione.
«Quando mio figlio verrà da me per congedarsi, io gli mostrerò questa lettera, lo stringerò tra le mie braccia, e gli dirò: Ora neppur la morte potrà rompere i vincoli che ci uniscono!. Ma con qual fronte mi mostrerò a mio figlio? Oh! se egli mi dimanderà di sua madre!... No... no, nulla gli dirò ancora... domani, con un pretesto, cercherò di trattenerlo con me per qualche tempo ancora... Mio figlio! Mio figlio! il figlio dell'infelice Juanita!... O Ente supremo, che reggi il mondo, questa è opera della tua mano onniponente!... Qual luce rischiara l'anima mia! Qual raggio divino tocca il marmoreo mio cuore!!! I miei figli; e figli miei... Dove sono? Che vengano, che io gli abbracci tutti e cinque, ch'io li senta qui sul mio cuore: Daniele, Federico, Eduardo, Luigia, Estella... non più divisi da me! Infelici creature da me abbandonate, oh mi perdonerete voi, n'è vero? Io vi opprimerò di tenerezza, di felicità: a forza d'amore cercherò di farvi dimenticare i torti che ho avuti verso di voi. Domani io più non sarò lo stesso uomo di quello che fui! Domani sarà per me giorno di luce e di verità! l'alba che sorgerà sarà per me l'alba di un'altra vita!... E tu, Maurizio Barkley, virtù incomparabile, tu mi salvasti la vita, ed or mi salvi l'anima. Dio mi ti fece incontrare nel cammino della colpa perchè tu mi avessi dischiuse le porte del cielo».
Edmondo s'inginocchiò nel mezzo della sua camera da letto, congiunse le mani, e, cogli occhi rivolti al cielo, profferì la seguente preghiera:
«Dio d'immensa misericordia e bontà, le cui leggi per tanto tempo ho calpestate e infrante, perdona le colpe della passata mia vita, e accetto il mio avvenire in espiazione dei miei peccati. Sorreggi col possente tuo ausilio le risoluzioni che tu m'ispiri questa notte, e feconda il mio pentimento co' tesori della tua grazia Celeste».
Edmondo restò circa un quarto d'ora genuflesso orando col pensiero. Indi si alzò, si svestì dei suoi panni, accese la lampada d'oro a fianco del suo letto, e si coricò. Per la prima volta il segno della Croce passò sulla fronte e sul petto di quell'uomo. Col capo abbandonato in su i guanciali, Edmondo pensava:
«Che felicità sarà la mia nel vedermi in mezzo a' miei figliuoli! Che nuova e dolce esistenza sarà questa! Con quanto amore li contemplerò seduti alla mia mensa! Io li legittimerò tutti e cinque: darò loro il mio nome e le mie ricchezze; farò che ritrovino sul paterno mio seno quelle gioie di cui la loro infanzia è stata defraudata. E le loro madri!... Infelici... Dio m'ispirerà sulla loro sorte... Com'esser debbono gentili e belli i miei figliuoli! E Daniele che tanto mi rassomiglia: Ah! ora comprendo l'inesplicabile simpatia che il costui sembiante eccitò in me fin dal primo momento che il vidi. Ora comprendo i moti del mio cuore. Quelle sue labbra sono dell'infelice Juanita! Figli, figli miei, e come ho potuto tenervi per tanti anni discosti da me! O cuor mio, non ribaltar così nel mio povero petto! E mio figlio è là, nella stessa mia casa, ed io l'ho tenuto più di un mese con me! Che aspetto gentile! che genio in quegli occhi!... Ed io volea farne il custode del mio cadavere!... Follia! follia! Domani lacererò lo stolto testamento, figlio dei lugubri fantasmi che assediavano la mia rea coscienza. Quando Iddio mi chiamerà ad altra vita, le mie spoglie mortali riposeranno in pace nella mia villa di Schoene Aussicht: i miei figli mi chiuderanno gli occhi... Morire nella grazia di Dio, in calma colla mia coscienza in mezzo ai miei figliuoli, non sarà questa la più bella delle morti? Lasciare un'eredità di affetti non val meglio che lasciare per nove mesi il disgustoso spettacolo d'un cadavere che desterà ribrezzo ed orrore in tutti quelli che il riguarderanno?... Richiamerò con me il mio caro Maurizio Barkley, al quale io debbo tanto che e sarà per me più che un amico, un fratello... Virtù impareggiabile, come sublime, Iddio ti avea posto al mio fianco per ispirarmi tutti i più dolci sentimenti, e per dischiudermi la via del pentimento. Maurizio Barkley, tu che mi hai conservato i figli, che spesso mi parlavi di loro, tu che non lasciavi mezzo intanto per cercare di commuovere il ferreo mio cuore, tu al quale io dovrò la felicità di una piena riconciliazione con me medesimo, Iddio ti benedica, com'io ti benedico, e come benedico per la prima volta nel Divino suo nome i miei cinque figli, Daniele, Federico, Eduardo, Luigia e Estella».
Pronunziando queste ultime parole, una calma celeste si sparse sulla sua nobile fisonomia: la natura reclamò i suoi dritti; il sonno si abbattè sulle stanche palpebre. Edmondo si addormentò pentito e tranquillo... per non più ridestarsi!
Eran due ore dopo la mezzanotte. Tutti i domestici del Baronetto erano immersi nel sonno. Un cameriere inglese, il più fido dei suoi camerieri, avea il suo letto poche stanze appresso a quella dove riposava il suo padrone. Essendo interna la comunicazione dal primo al secondo piano, una semplice bussola li dividea. Daniele avea lasciata aperta questa bussola... Egli era penetrato al secondo piano, senza aver bisogno di schiudere una porta. L'oscurità più fitta invadeva tutto il resto delle stanze dov'erano i dormienti. Daniele avea studiato tutte le posizioni, tutti i passaggi, tutt'i corridoi che menavano alla camera verde. Giunto in essa, per procurarsi un poco di luce egli non ebbe bisogno di far altro che aprire le imposte d'una finestra. Una luna limpidissima rischiarava l'orizzonte: i suoi raggi gittarono nella camera verde tanta luce quanta bastava per l'operazione che dovea far Daniele.
Durante il banchetto della sera precedente e nella confusione cagionata dal vino, Daniele si era destramente accostato al forziere indicato il mattino dal Baronetto, e ne avea involata la chiave ch'era ivi, avendo il Baronetto tolto di là alcuni oggetti che gli eran serviti pel festino della sera.
La scatoletta d'argento, che contenea la fatale polvere dell'Upas, fu tolta dal forziere. Un'astuzia infernale che altrove narreremo, avea prestato i mezzi a Daniele d'impadronirsi della chiave della scatoletta. Come aprirla e toccare la polvere mortale? Era questo il grande ostacolo, che Daniele superò, essendosi provveduto d'un lungo bastone, alla cui borchia avea attaccato un pezzettino di carta a forma di cono. Deposto a terra il cassettino, e, datovi un giro di chiave, col pomo del bastone sollevò il coverchio, e coll'altra estremità della mazza fece entrar nel cono di carta una quantità di quegli atomi distruttori. Durante quest'operazione egli si era chiuso ermeticamente la bocca e le narici con un fazzoletto.
Senza fare il minimo rumore, Daniele penetrò nella camera da letto di Edmondo, e stette qualche tempo immobile sotto l'uscio per accertarsi che questi era immerso nel sonno.
Assicuratosi di ciò, il perfido si avvicinò al letto dell'infelice; colla propria persona nascose la luce che veniva dalla lampada; si celò interamente il viso col fazzoletto, tranne gli occhi, e con mano ferma accostò la borchia del bastone alle labbra del dormiente. Il cono di carta scaricò la sua polvere!
Edmondo mise un rantolo soffocato, strinse i denti e i pugni, stravolse gli occhi.
EGLI ERA CADAVERE!
Daniele rimase immobile, tremante, senza respirare, a fianco della sua vittima. La morte era stata così rapida, così istantanea, ch'egli non credea che il Baronetto fosse estinto. Il singulto che questi avea messo avea fatto gelare il sangue nelle vene del suo assassino. Passò un quarto d'ora, a capo del quale Daniele alzò la lampada sul volto di Edmondo, Daniele fremè! Gli occhi del Baronetto erano spalancati e terribili! Non ci era dubbio! Egli era morto!... Le sue labbra eran nere come la sua barba...
Accertatosi di aver fatto il colpo, Daniele si diede a sperdere ogni orma dell'assassinio.
Corse alla scrivania dell'estinto, e lacerò quella pagina delle costui memorie dove si parlava dell'Upas. Ritornò alla camera verde, prese la scatola del veleno ben chiusa, e la portò seco per farla sparire il giorno appresso.
Poco stante, Daniele era nel suo letto... Egli si preparava a rappresentare la sua parte nel comune dolore che avrebbe eccitata nel dì vegnente la notizia della improvvisa morte del Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda, e proprietario della vasta tenuta di Schoene Aussicht.