IV.
Il regno dei Scìluk e il loro Governo — Mezzi d'incivilimento — Punizioni — Diritto di elezione al trono — Residenza reale — Quanto si possa fare assegnamento della parola di un re Negro — Il latrocinio — Divisione, carattere e costumi vari dei Scìluk — La schiavitù presso i Scìluk e gli Arabi in Hèllat-Kàka — I mercanti d'avorio divenuti rapitori e mercanti di schiavi.
Tra i Negri che s'incontrano lungo le rive del fiume Bianco, non havvi che la tribù dei Scìluk che abbia un Re, il quale risiede a Dènab, ed esercita una indeterminata autorità generale, che viene spesso limitata dalle reciproche gelosie e dal capriccio di alcuni Capi de' villaggi vicini, i quali compongono una specie di Consiglio di Stato.
I due più grandi villaggi fra i Scìluk sono Hèllat-Kàka, tra il 10º e l'11º lat. N., villaggio che si estende lungo la riva sinistra del fiume per quasi tre miglia geografiche, ed è diviso in tante borgate vicinissime le une alle altre e scostate dal fiume circa un quarto d'ora di cammino; e Dènab (a 9°, 5′), ch'io ritengo col Kotschy sia la capitale dei Scìluk e non Hèllat-Kàka, come pretesero alcuni. Dènab trovasi più nel centro della tribù; Dènab è la residenza del Re; Dènab è abitato puramente dai Scìluk, mentre Hèllat-Kàka si compone di famiglie di tante e diverse tribù; vi si vede l'Arabo bruno de' Baggàra, il giallastro degli Hossanìeh, l'uomo di Nóba, del Kordofàn, del Dàr-fùr, il Negro dénka, il mercante dongolèse e l'indigeno Scìluk.
I Negri scìluk sono di mezza statura, ben tarchiati, forti, ruvidi com'è la loro pelle, han l'occhio vivo, penetrante, feroce; sono per natura bellicosi e vendicativi; essi vivono per solito di pesca, di caccia, di furti e di rapine.
Il Monarca, assistito dal Consiglio di Stato, piuttosto che reggere i suoi sudditi gli opprime.
Il meschino commercio, che da circa ventanni s'è iniziato colle barche de' mercanti passeggieri, i quali sulla riva del fiume, con perline di vetro, comprano dalle donne e dalle fanciulle gherre, borme (piccoli e grandi vasi di terra cotta), galline, uova, latte, grano di dùrah (holcus dùrah) e, nell'interno della tribù, denti di elefante, non è possibile che progredisca perchè è strozzato da monopoli del Monarca e dei membri del Consiglio di Stato, dalle proibizioni d'esportazione e d'importazione, e dalla capricciosa mutabilità degli ordine; e con tali vincoli posti al commercio, come potrà mai, io dico, attuarsi l'industria? e l'arte di lavorare e rendere fruttifero il terreno, che pure in alcuni luoghi è tanto fecondo, come potrà introdursi, io domando, e perfezionarsi, se quel po' di agricoltura che oggi vi si pratica, in modo però da non meritare quasi il nome di arte, trovasi aggravata di balzelli e vincolata nell'esportazione dei prodotti?...
Conquistare bisogna simili regioni colla forza, ma con una forza che tenda ad edificare, non a distruggere; con una forza che emani da un popolo religioso veramente e civile, il quale sparga qua e là colonie numerose e forti, che s'affratellino con que' poveri Negri e s'accomunino fino a stringere matrimoni, e insegnin loro a legarsi in amichevoli relazioni con tutti, ma specialmente colle tribù che hanno la medesima origine e parlano la stessa lingua, cercando così d'infondere nei loro animi il sentimento di nazionalità e far che incominci a risorgere fra tribù e tribù il commercio che ora è morto; mentre nessuna tribù osa oltrepassare i propri confini se non per portare la guerra alla tribù vicina, affrettandosi poi a ripassarli. I Negri di una tribù, che ordinariamente non supera i venticinque mila abitanti, vivono sempre isolati, fuggendo ogni altro consorzio umano. E in questa mancanza assoluta di comunicazioni, essi rimarranno sempre, quali sono, ignoranti di tutto, timidi, creduli, superstiziosi. Ignari di quanto succede a non molta distanza dal proprio paese, immagineranno cose straordinarie e prodigiose.
Alcuni anni sono Lakonò, Gran Capo d'una tribù sul fiume Bianco, raccontava a un certo Solimàn Kàscef che a dieci giorni di cammino dal luogo ov'essi si trovavano, esistevano miniere d'oro inesauribili, le quali erano custodite da esseri mostruosi, che avevano la testa di cane e che si pascevano di carne umana[9].
Qualunque educazione ricevano i Negri da Missionari premurosi e zelanti, lo spirito rimane sempre frivolo e vano, la loro attività sopita, infermo il ragionamento. Sono bambini incapaci di regolarsi da sè, che si trastullano dei gingilli, si dilettano al racconto delle storielle, sorridono alla favola, ammirano i giuochi di prestigio, ma sdegnano affatto la scienza, e non vogliono saperne di religione.
Come sopita in loro è la ragione, così lo è l'immaginazione. È vero che i popoli barbari, per lo più, amano molto la poesia, la quale somministra i più brillanti colori, ond'essi si compiaciono di tracciare i graziosi quadri d'un'ingegnosa mitologia. I Greci non hanno aspettato Pericle per creare l'Iliade; e l'Arabo selvaggio, nomade, predatore, recava alla Mecca, assai prima dell'islamismo, il tributo de' suoi versi. Vi s'incontravano allora poeti sporchi, affamati, seminudi, a lunga ed unta capigliatura, cantare le gesta degli Eroi o i saggi dell'amore con quella forbitezza di lingua, con quell'eleganza ardita, con quella grazia ingenua che noi ancora ammiriamo, e di cui n'è prova il Moallakàt di Sciànfara.
Nulla, assolutamente nulla di tutto questo presso i Negri. Le loro canzoni rassomigliano ai ritornelli che balbettano i fanciullini; e il più delle volte si compongono di parole slegate, dalle quali difficilmente si può dedurre un concetto. Tali sono i Negri scìluk, e tali sono tutti i Negri da me visitati entro il bacino del fiume Bianco.
Insomma, fuori d'un miracolo di Dio, il quale può tutto, io non vedo altro mezzo che valga a mettere in sulla via della civiltà i popoli selvaggi dell'Africa Interna che una forza bene intesa e l'incrociamento di razze.
Il Re dei Scìluk punisce con delle multe i furti e le rapine; e gli omicidi colla morte a colpi di lancia o di bastone.
Ciascun villaggio ha il suo Capo, che viene eletto dal Re e che deve invigilare alla osservanza degli ordini superiori, quando si tratta specialmente della vendita dei denti di elefante, la quale non può seguire che dietro il consenso del Monarca, a cui va pagata la tassa. Uno che fosse colto in flagranti sarebbe tosto punito e spogliato di tutto ciò che possiede.
Il regno dei Scìluk non è ereditario, come scrisse qualche viaggiatore. Quando io visitavo per la terza volta questo regno e mi trovavo a Dènab il 7 dicembre 1859, il Re, di nome Mievdòk, era già morto sin dal febbraio dello stesso anno, e nelle sue ultime agonie veniva finito con tre colpi di lancia da uno dei suoi parenti più stretti, perchè disdice ad un Monarca sì grande il morire, come essi ripetono, d'una morte troppo comune. Egli sen giaceva ancora insepolto, ben chiuso in una capanna, perchè non era stato eletto il successore, che si diceva dover essere il figlio di un suo fratello chiamato Ghèu. «La scelta però dipende dal voto del popolo, e appena il successore sarà stabilito in carica, il defunto Monarca verrà seppellito sotto un tamarindo presso la residenza reale;» così diceva a' miei barcaiuoli un vecchio Scìluk, che mostravasi dolente di una nuova elezione, e che meglio era, andava ripetendo, di vivere senza Re.
Dènab; con questo nome vengono chiamate diverse borgate, che per notevole estensione si succedono l'una all'altra lungo il fiume; e in mezzo a queste, un po' distante dalla riva, abita il Gran Re dei Scìluk, a cui nessuno, pel dovuto rispetto, può presentarsi se non procedendo carpone.
La residenza reale è tutta chiusa da un ricinto quadrato (zerìbah), e si compone di circa sessanta capanne di paglia, di cui altre hanno il tetto acuminato, ed altre rotondo come una cupola. Quasi tutte sono abitate dalle donne di Sua Maestà, il quale passa la notte e il giorno or nell'una or nell'altra come meglio gli aggrada. Quattro o cinque di queste capanne son destinate per le donne incinte, e otto o dieci per quelle che soffrono comecchessia incomodi di salute; una grandissima capanna poi, che si distingue fra tutte l'altre anche per la sua forma, è riserbata per la tesoreria. Essa contiene i più grossi denti d'elefante e d'ippopotamo, maravigliose corna di rinoceronte e di diverse antilopi, preziose pelli di animali feroci, i più bei campioni di perline di vetro, stoffe di tela e sciabole donate al Monarca da mercanti arabi, turchi, europei. Questa capanna è considerata come luogo sacro, e solamente le persone che sono in grazia di Sua Maestà possono porvi il piede.
Ai quattro angoli fuori del grande ricinto della residenza reale sono quattro piccole zerìbeh, ciascuna delle quali contiene intorno a cinquanta Negri scelti fra i più forti della tribù; e questi costituiscono la guardia nobile dell'Augusto Monarca. Davanti all'ingresso s'inalzano parecchi superbi tamarindi, dei quali il più maestoso copre colla sua ombra il seggio reale; e qui s'uniscono a consiglio i Capi, qui si danno giudizi, qui si pronunciano sentenze. I padri, che posseggono belle e graziose ragazze, si tengono onorati di poter presentarle ai piedi del Re; così che io credo che il Re dei Scìluk conti più donne del Gran-Sultano dei Turchi.
Per conoscere quanto si possa fare assegnamento della parola di un re Negro, leggiamo ciò che lasciò scritto M. Jules Poncet, negoziante e viaggiatore ch'io conobbi di persona in Chartùm, nel suo libro: Le fleuve Blanc, e les chasses a l'éléphant:
«En 1860, mon frère Ambroise s'arrêta au-dessus de Dénab, pour essayer d'obtenir du roi des Schellouk la permission de chasser dans ses États. Comme ce Monarque n'a jamais voulu recevoir aucun blanc, mon frère dut lui envoyer notre reis Oued-Khalled, et un de nos employés nommé Messaad, qui ayant habité chez les Schellouk, parlait bien leur langue; mon frère envoyait à sa majesté à titre de cadeau plusieurs sacs en indienne, pleins de différentes verroteries. Nos émissaires partirent de la barque, traversèrent deux gros ruisseaux pour arrivar à la résidence royale. Ils s'assirent sous un tamarinier, et quelques minutes après s'être fait annoncer, le roi sortit de son palais, tenant sa pipe d'une main et son bâton de l'autre, du reste nu comme tous ses sujets; il alla s'asseoir sous son arbre particulier. Un Nègre vint alors dire à nos gens de s'approcher. Ils marchèrent dans la direction du roi jusqu'à une distance de quinze pas, puis s'agenouillèrent en marchant sur les pieds et les mains, selon l'usage, jusqu'à la distance de trois ou quatre pas de sa majesté, qui reconnut d'abord Messaad, à qui il dit: Messaad, pourquoi es tu venu? Ce dernier répondit, ce qui était la vérité, que les Schellouk, après avoir tué son frère l'anné précédente, l'avaient dépouillé de tous ses biens, et qu'à la suite de ces malheurs, il s'était retiré auprès d'un blanc, qui lui avait donné des armes et des hommes pour chasser; que ce même blanc le saluait, e lui envoyait par ma médiation quelques sacs des verroteries, avec prière de lui permettre de chasser l'éléfant, ainsi qu'à lui Messaad, connu de tous les Schellouk, et duquel l'on n'avait rien a craindre.
«Le roi, sans dire un seul mot, ouvrit les sacs qu'il regarda attentivement, en prit deux contenants les plus belles verroteries; puis il distribua le reste à ses gens. Il parut satisfait, et après avoir gardé le silence quelques minutes, il dit à Messaad: Retourne auprès de ton blanc, et dis-lui que je donne pleine permission à Messaad de chasser dans mes États, et que, dès demain, j'en avertirai les chefs de tous les villages.
«Nos deux émissaires se trouvant très-satisfaits de cette promesse, le remercièrent en termes flatteurs, et se retirèrent en marchant sur leurs pieds et leurs mains comme ils étaient venus. Ensuite, ils s'en vinrent raconter a mon frère le résultat de leur ambassade. Le lendemain, Messaad et ses hommes sortirent pour aller chasser. Dejà ils étaient en route, quand mon frère les rappela d'àprès un contre-ordre de sa majesté, que deux émissaires lui avaient apporté peu après leur départ.
«Les députés de ce monarque remirent à mon frère de la part de leur maître, deux boeufs en cadeau, et lui dirent que son conseil l'avait déterminé a retirer sa parole pour cette permission de chasse, ajoutant que les Turcs prenaient le prétexte de chasser pour s'emparer de ses États, et que, d'après cette réflexion, sa majesté ne permettait pas à Messaad de chasser, et qu'en outre, il invitait mon frère de partir de suite avec ses gens.
«Un de ses émissaires, qui s'appelait Cheik Abder-Rhamàn, nous assura, en langue arabe, que c'étaient les conseillers seuls du souverain qui l'avaient fait revenir sur sa promesse.»
I Negri scìluk sono il popolo più turbolento, più audace, più traditore, più ladro di tutta la vallata del Bàhr-el-Àbiad. Il Re però e tutti i Capi sanno reprimere colla forza questa loro indole perversa, nell'interno della tribù; ma non impediscono che venga dispiegata al di fuori, anzi la favoriscono col ricever parte dei loro furti. I genitori stessi avvezzano i loro ragazzi a rubare. Fra questi Negri il latrocinio è ammesso come cosa naturalissima, sempre però fuori della loro tribù, quando non si tratti di derubare un forestiero. — Mi ricordo che un giorno, giusto nel paese dei Scìluk, stanco di starmi seduto in barca nel mio ristretto e disagiato casotto, montai sulla riva e m'addentrai nel bosco non più di cento passi, perchè i miei barcaiuoli m'aveano avvertito che non conveniva allontanarsi troppo dal fiume per timore dei Negri. Eran circa due ore dopo il mezzodì; avevo appena mangiato un boccone; m'acconciai comodamente all'ombra di una pianta a fare il chilo, e deposta da banda la mia pezzuola e la tabacchiera d'argento, che mi tenevo cara assai non tanto pel suo valore intrinseco, quanto per la persona che me l'aveva regalata, m'addormii. Svegliatomi dopo alcuni minuti, non trovai più nè pezzuola nè tabacchiera. Alcuni giovinetti Negri, che ho veduto poi a qualche distanza fuggir via, se n'erano serviti. È incredibile l'audacia di questi monelli. Non c'è luogo dove non penetrino, malgrado la più oculata sorveglianza; strisciano, guizzano, si schiacciano contro terra, coperti d'erba, di paglia, di foglie; rischian la vita per un nonnulla. Io stetti lì ancora un cinque minuti, mortificato, immobile sotto l'albero, colle braccia incrociate, e lo sguardo fisso a terra, esclamando di tratto in tratto: — Ah! che birboni!!... e tornai poi in barca a rintanarmi nel mio casotto.
Del resto i Negri scìluk nelle loro grandi spedizioni si raccolgono in numero di cento e più, e discendono o rimontano il fiume sopra leggiere piroghe, armati di lancia e di scudo e muniti di grossi utensili, per dare la caccia all'ippopotamo e al coccodrillo. Essi vanno disciplinati; hanno dei Capi, degli statuti, dei diritti riconosciuti in un certo senso persino dal Governo. Se discendono il fiume, spiano continuamente gli Arabi della riva sinistra e i Dénka della riva destra, e tirano specialmente alle loro vacche. Qualora riescano ad impossessarsene le spingono nel fiume, e d'isola in isola le conducono presso alle loro abitazioni. I Scìluk poi del sud fanno le loro spedizioni lungo il Sóbat e fino all'imboccatura del fiume delle Gazzelle (Bàhr-el-G¨azàl), cercando di derubare per sorpresa i Gianghè della riva sinistra o i Nuèr della riva destra.
Durante la spedizione, che può durare anche più di un mese, essi dànno la caccia agli ippopotami e ai coccodrilli[10]. Da questi ultimi hanno il muschio, di cui fanno mercato; e dei primi conservano la pelle e i denti canini, ricercatissimi specialmente da qualche Inglese.
I Scìluk appetiscono assai la carne dell'ippopotamo che tagliano a lunghe striscie; quindi la sospendono a corde tese all'ombra e all'aria aperta, non mai al sole; e passate circa ventiquattr'ore hanno la carne secca che può servir loro di nutrimento per qualche mese. Rarissime volte mangiano la carne del coccodrillo, che è molto indigesta e sa di muschio. Vidi a mangiarne una volta i miei barcaiuoli, e io avrei proprio desiderato di assaggiarla, tanto più che quel coccodrillo l'avevo ucciso io stesso con un colpo di carabina; ma non mi fu possibile di accostarne briciolo alla bocca; il puzzo spiacente che mandava mi sconcertò talmente, che dovetti uscire di barca per non rigettare.
I Scìluk sono divisi in due classi. Quelli che si trovano ad Hèllat-Kàka, o più a nord, che sono assai pochi in confronto degli altri, vengono, per così dire, considerati come schiavi degli Arabi da quelli che abitano più a sud, i quali si estendono fin quasi al lago No, formato dalla mescolanza delle acque del fiume Bianco (Bàhr-el-Àbiad) con quelle del fiume delle Gazzelle (Bàhr-el-G¨azàl o Kèilak). In realtà però i Scìluk del nord vollero emanciparsi dal predominio tirannico del Re e de' suoi Consiglieri, mescolandosi cogli Arabi, dei quali non si può dire che sieno schiavi. Questi Scìluk non hanno stabili abitazioni, sono erranti; io ne vidi attendati fin presso al 14º grado, e vivono unicamente di pesca, di caccia e di furti; mentre i Scìluk del sud hanno stabili dimore ed esercitano, sebbene con poco amore e con poco studio, anche l'agricoltura. Essi coltivano il dòkn (holcus dùrah), e i campi sono per lo più alquanto discosti dalle abitazioni. Avvicinandosi il tempo della raccolta, i coltivatori abbandonano le capanne e fanno dimora in mezzo ai loro seminati, per frastornar gli uccelli che non mangino il grano, e per guardarli dai ladri. Allora non riposano la notte che sopra grandi alberi per difendere così la loro proprietà senza il timore d'essere assaliti dagli animali feroci.
Il Scìluk è per natura infingardo, poltrone, come ordinariamente sono tutti i Negri. Bere la merìssah (specie di birra), fumar la pipa al suono del tamburo e della rabàba (strumento simile alla ghitarra) presso donne e fanciulle, che gesticolano, ballano, e cantano a più non posso, è il più bel divertimento, l'unica sua ambizione.
In tempo di pace, la quale non si prolunga mai oltre il mese della luna nel quale s'è conchiusa, i Negri scìluk fanno el-sùk (il mercato) cogli Arabi Baggàra, cogli Abù-Ròf, coi Dénka. Nei loro mercati essi vendono ai Baggàra della riva sinistra del fiume ed agli Abù-Ròf della riva destra correggie d'ippopotamo e muschio di coccodrillo; e ai Dénka carne secca e tabacco, ricevendo in cambio grano di dùrah.
I Negri scìluk, come tutti i Negri ch'io ho conosciuto in sulle rive del fiume Bianco, hanno una maniera singolare onde preservarsi dal freddo della notte. All'avvicinarsi della sera essi accendono un gran fuoco, ne attivano la combustione, e allorquando le legna sono ridotte in cenere, vi s'avvolgono con tutto il corpo unto d'olio di ricino, formandosi così come una crosta di cenere che serve loro di vestimento, nel quale dormono saporitamente e assai meglio che tanti poveri sventurati qui da noi, i quali sui loro letti non hanno abbastanza da coprirsi nella stagione invernale. Appena che coll'alba sorge il mattino, si spogliano del loro inviluppo notturno, lavandosi con molta cura nelle acque del fiume, e ricomparendo poi nel vecchio loro costume, di cui la natura sola n' ha fatto le spese, e che essi non sarebbero disposti a mutare con nessun altro. La è questione d'abitudine; non vogliono saperne di camicia e di calzoni; essi hanno dell'eleganza ben altra idea da quella che noi n'abbiamo; torturano gli orecchi, le labbra, il naso con grossi anelli di ferro e di rame; bizzarri abbigliamenti portano al collo, alle braccia, ai fianchi, ai piedi; si tingono il corpo di terra rossa; alcuni tengono irti i capelli; altri li voglion rasi e si coprono il capo con una pasta di cenere intrisa con olio, a cui danno diverse forme più o meno ridicole, ma tutte in modo da farli parer mostruosi. Ecco le loro galanterie; qui sta tutta la loro ambizione; così è — de gustibus non est disputandum — e tanto basti.
Un contrassegno, un'impronta particolare, fatta con un ferro rovente, il più delle volte sulle spalle, sulle guance, o sulla fronte serve a distinguere tribù da tribù, e talora villaggio da villaggio.
Le ragazze dei Scìluk sono piuttosto brutte; laide se le consideriamo dal lato materiale, e laidissime dal lato morale. Esse vanno affatto ignude fino al momento del loro matrimonio, il quale ha luogo, come presso tutte le tribù negre del fiume Bianco, intorno ai vent'anni. Allora si coprono con due pelli di capra o di montone, davanti e di dietro, le quali pelli s'uniscono solamente alla cintura, lasciando scoperta la parte esteriore delle coscie. Un numero maggiore o minore di bovi, secondo il potere dello sposo, è la dote della futura sua moglie. La dote vien consegnata ai genitori di lei, i quali dovranno conservarla per farne la restituzione al marito, nel caso che la moglie, stanca di lui, volesse fare ritorno alla propria famiglia; e questo non è solo costume particolare dei Scìluk, ma di tutti i Negri lungo le rive del fiume.
I Scìluk sono cupidi di schiavi, ma specialmente gli abitanti del nord, i quali s'uniscono quasi sempre cogli arabi Baggàra nelle loro spedizioni per la tratta di altri Negri, dei quali fanno poi crudele mercato.
Il luogo, nel quale venivano raccolti i poveri schiavi, era Hèllat-Kàka, ove traevano mercanti di molti paesi per comperare... carne umana. Nel 1859, quand'io mi trovavo appunto sul luogo, mi fu detto che ve ne erano stati venduti presso a 500, quasi tutti dell'età di otto o dieci anni. Molti di quegli infelici muoiono in breve tempo, altri di stento ed altri di nostalgia. I loro padroni prima di esporli in vendita, gli ingrassano, come si fa de' polli d'India; cercano di guarirli dalla nostalgia colla musica, co' balli, col canto; ne evirano alquanti, e insegnano o fanno loro insegnare qualche parola araba; il che ne aumenta il prezzo, che è ordinariamente cento piastre egiziane (quasi venticinque lire italiane) per un ragazzo, duecento per una bimba, circa ottocento per una giovane di diciassette o diciott'anni, bella, la quale sappia parlare un po' l'arabo e che non abbia ancora partorito; ed altrettante per un giovinetto evirato. Il Re dei Scìluk ha un tanto per cento sugli schiavi venduti da' suoi sudditi. Se muore uno schiavo, il suo corpo vien gittato nel deserto e fatto pascolo delle belve; se egli ammala, e la sua malattia è creduta contagiosa e difficile a guarire, lo si adagia alla meglio sopra il fusto di un albero nell'interno della foresta, ed accanto gli si pone un vaso d'acqua e qualche cosa da mangiare; e lo si lascia là ignudo giorno e notte, esposto all'aperto, qualunque sia la stagione. Avviene talvolta che l'acqua venga meno, che gli manchi il cibo, che il male aggravi; egli allora invoca aiuto, smania, si contorce... Gridi pur l'infelice quanto ha fiato, pianga, urli, si disperi, che nessuno avrà pietà di lui... Oh potesse almeno discendere da quella pianta malaugurata!... Non gli è possibile; v'è legato così, da non potersi per niun modo svincolare. — Tutto ciò mi parrebbe incredibile, s'io stesso non fossi stato testimonio d'un simile fatto.
Era la notte del quattro dicembre 1859, la terza volta che percorrevo il fiume Bianco fra Chartùm e Santa Croce; la mia barca era ferma presso Hèllat-Kàka; quella notte per me fu una delle più agitate del viaggio; non mi sentivo bene; non potevo prender sonno; avevo tante cose per la mente che m'inquietavano — il pensiero d'aver perduto così presto la cara e dolce compagnia degli amati miei fratelli missionari, coi quali solevo dividere il tempo in utili e preziose conversazioni, Francesco Oliboni ch'era morto poco dopo il nostro arrivo nella missione di Santa Croce, Angelo Melotto ch'era morto poco dopo il nostro ritorno da Santa Croce a Chartùm, Isidoro Zili ch'era pur morto in Chartùm, Alessandro Dal Bosco che vi lasciai gravemente ammalato, Daniele Comboni che sofferente di febbri era tornato in Europa. E i missionari tedeschi?... quasi tutti erano morti. Ma ancora più m'inquietava il pensiero del richiamo, che per mezzo mio ordinava il Prov. Apostolico Matteo Kirchner, col beneplacito di Roma, de' pochi missionari superstiti dalle stazioni di Santa Croce e di Kondókoro sul fiume Bianco. Ecco, io sclamavo allora, troncato d'un sol colpo il filo delle mie speranze... dopo tante e tante fatiche sostenute, dopo il sacrificio di tante vite! oh quanta maledizione pesa su questo suolo africano! quanto incomprensibili sono i giudizi di Dio!... ma sia fatta la volontà sua. E voi, anime a me tanto care, che or vi beate lassù nel cielo della vista del Padre universale e onnipotente, il cui Figlio incarnato sparse per tutti il preziosissimo suo sangue, ah! pregate affinchè lo Spirito Santo che dall'uno e dall'altro procede infiammi col fuoco dell'amor suo i gelidi cuori di tanti poveri Negri, e illumini le oscure loro menti perchè sieno fatti degni di entrare in grembo alla vera Chiesa da Gesù Cristo fondata... deh! pregate anche per me, che ignoro la sorte che m'attende, affinchè il Signore mi conceda, quando a lui piacerà, di rivedervi in cielo. — A un'ora dopo la mezza notte, appena addormentato mi svegliai; tutti i barcaiuoli e il mio servo dormivano profondamente; a me non riuscì più di chiuder occhio; udivo ad intervalli il latrato dei cani scìluk e il ruggito del leone; quindi in un momento di silenzio mi tuonò all'orecchio improvvisamente una voce squarciata e selvaggia, che non tacque più fin quasi all'alba; essa veniva dalla foresta, ed ora mi pareva d'averla vicina, ora la sentivo lontana, poi tornava a risonare più vicina, a seconda del vento che spirava, e sempre in tono di lamento, di disperazione; e prorompeva di tratto in tratto in grida acutissime, che mettevan freddo nelle vene. Io svegliai allora il servo e i barcaiuoli perchè essi pure ascoltassero quelle grida; e tutti eravam persuasi fossero le grida d'un infelice che domandasse soccorso. All'alba del giorno, io con tre barcaiuoli e il servo movemmo verso quella parte della foresta donde era venuta la voce, e dopo breve cammino scoprimmo il cadavere d'uno schiavo in mezzo a un lago di sangue, che alcuni cani, più fortunati di lui! leccavano. — Gittammo un grido di stupore. — Accanto al cadavere era una donna che accarezzava il suo volto sanguinoso, singhiozzando, ridendo convulsivamente, mormorando con voce infantile parole di disperazione e d'amore. Il cadavere, caldo ancora, aveva sei ferite nel petto; aveva un occhio crepato, morsicate le braccia e le mani, e stava disteso in terra sotto l'albero, sopra il cui fusto era stato legato quand'era vivo, ed ora vedevasi ancora la fune e un piccolo vaso di terra senz'acqua. Chi fosse quella donna, pazza di dolore, non l'abbiam potuto sapere; nessuno capiva la lingua che parlava.... Ah! forse sarà la moglie, io dissi, di questo sventurato!... Ma e chi l'ha ucciso così crudelmente?... e perchè?... mistero!
Il 17 febbraio 1860, essendo io di ritorno da Kondókoro e da Santa Croce coi missionari tedeschi Francesco Morlang, Antonio Kaufman, Giuseppe Lanz, con due laici, membri pure della missione, e con quattro giovinetti Negri e sei giovinette, catecumeni, m'arrestai colla dahabìah davanti alla maggiore borgata di Hèllat-Kàka, distante dal fiume circa un quarto d'ora, per comperare delle uova, delle galline, de' fagiuoli e due o tre montoni da mangiare durante il resto del viaggio fino a Chartùm.
Nella mia assenza di circa due mesi, la popolazione araba di Hèllat-Kàka s'era aumentata di forse duecento abitanti provenienti dalle montagne di Tèghele, i quali, come gli altri Arabi che da parecchi anni erano qui stabiliti, non avendo che poco bestiame, scelsero a loro dimora questa posizione perchè assai opportuna per la tratta dei Negri. Gli schiavi venivano poi venduti o qui sul luogo, o sui mercati di Dàr-Fùr e di Kordofàn.
Hèllat-Kàka, dal tempo che Seid Pascià vicerè dell'Egitto proibì la compera e vendita degli schiavi, n'era divenuta l'emporio, e gli Arabi crescevano ogni di più. Le loro capanne sono spartate da quelle dei Negri scìluk e compongono il gruppo principale di questa contrada. Due de' miei vecchi barcaiuoli, che da parecchi anni conoscevano questi Arabi, mi dicevano che non era che da poco tempo ch'essi avevano migliorata d'assai la loro condizione, da quando, cioè, cominciarono a tener commercio con alcuni mercanti d'avorio che percorrevano il fiume Bianco, dai quali compravano ogni anno buon numero di schiavi, qualche volta con piastre egiziane, ma il più delle volte con grossi denti di elefante, ch'essi ritraevano dagli Arabi dell'interno. Così è, alcuni mercanti di Chartùm, ch'io ho conosciuto, Turchi specialmente, i quali viaggiavano sul fiume Bianco coll'unico scopo di sordido guadagno, vedendo che la quantità dell'avorio diminuiva sempre più, che i concorrenti aumentavano e che crescevano le spese; nè avendo i mezzi da procacciarsi carabine di grosso calibro, e di assoldare uomini per dar la caccia agli elefanti, come facevano gli Europei, ricorsero ad uno spediente assai facile onde provvedere ai loro interessi, abusando ferocemente della impunità dei loro atti ingiusti e crudeli. Questi mercanti non s'allontanano mai dal fiume, ed allorchè veggono in sulle rive donne e fanciulle venute per lavarsi e per riempiere d'acqua le loro bórme (vasi di terra), o giovinetti che guardano il bestiame, o qualche casotto di poveri pescatori, si fanno subito annunziare dai Negri loro turcimanni quali buoni amici, che vanno in cerca di denti di elefante per comperarli, e mostrano alcune perline di vetro delle più belle, e ne promettono in dono per adescare gl'innocenti; anzi dalla barca ne gettan loro alquante file. Le donne allora, e i giovinetti specialmente, provocati dai doni bugiardi dei traditori, si raccolgono in buon numero; approfittano quindi gl'inumani del timore, che ispira loro lo scarico dell'armi da fuoco; uccidono i più forti che potrebbero opporre una resistenza; altri feriscono; molti mettono in fuga, e s'impadroniscono così a sangue freddo delle donne e de' fanciulli. Gli sventurati vengono tosto condotti in Hèllat-Kàka, ove il padrone della barca lascia un suo rappresentante chiamato uakìl, perchè procuri di venderli al più presto; mentre egli ritorna in traccia di nuova preda. Qualche volta questi mercanti avevano l'abilità di provvedersi di grano di dùrah a buon mercato, con quattro o cinque sole fucilate, che spaventassero i Negri venditori, i quali per campare la vita lasciavano volentieri la loro merce. Non era più possibile di porre il piede sicuri sopra una riva, ov'erano state commesse tali e tante crudeltà. I Negri non potevano più fidarsi, e con ragione, degli stranieri, e studiavano ogni modo per vendicarsi.