V.
Una zerìbah di schiavi — L'asta, la vendita, la separazione — Le dieci schiave Abialàñġ rapite a tradimento — Il loro quartiere in Hèllat-Kàka — Scena commoventissima — Brutto rischio — Audaces fortuna juvat — Uno de' più bei giorni della mia vita — Diffidenza punita — Il tradimento.
Io ebbi occasione nel 1859 d'introdurmi fra le capanne degli Arabi in Hèllat-Kàka, e di vedere co' miei occhi l'inumano governo che si fa di membra e d'anime umane.
Ecco là una grande zerìbah (ricinto), la quale circonda otto o dieci capanne; la porta d'ingresso è chiusa e non viene aperta agli estranei se non sono compratori di schiavi. Io non era uno di questi, nè avrei avuto il denaro per esserlo; pure volevo entrare ed osservare quel luogo di miserie per poter poi descriverlo con chiarezza; e vi riuscii.
«La zerìbah, mi diceva il Ràies della mia barca, appartiene a un Gran-Capo mercante di schiavi, e contiene mercanzia umana; quel Capo vende bene la sua merce, e quindi ha cura di nutrirla e d'alloggiarla meglio che può, onde presentarla alla vendita in buona condizione; nessuno vi troverai legato; sono schiavi fatti da qualche tempo e provenienti da tribù lontane; vedremo poi come sieno trattati gli schiavi fatti di fresco, o troppo vicini al loro paese.»
Due o tre fanciulli, una o due ragazze esposti fuori del ricinto sotto ad una tettoia, servono di mostra. Entriamo nella zerìbah senza paura, benchè un Arabo dall'occhio bieco c'inviti con poca cortesia a restar serviti. Io do un'occhiata intorno.... saranno state cinquanta persone; tutti Negri, mariti, mogli, fratelli, sorelle, padri, madri, fanciulli e bambini lattanti da vendersi separatamente o a partite, secondo il gusto di chi compra. E tante anime immortali, riscattate dal sangue e dalle angoscie d'un figlio di Dio, in quell'ora misteriosa in cui la terra tremò, ed in cui le rupi si squarciarono e i sepolcri si dischiusero.... tante anime saranno presto vendute, affittate, ipotecate o scambiate con droghe ed altri valori di simil genere, secondo la posizione commerciale o la fantasia del compratore! Quell'Arabo dall'occhio bieco, che ci fece restar serviti è il custode di tutta questa merce umana; e vuol vederli i suoi Negri sempre allegri, contenti, a mangiare, ballare, cantare e a ridere vivamente. Colui che rifiuta di essere di buon umore, o colui che non può sbandire dall'anima il pensiero della moglie, dei figli, del domestico tetto, è notato come un soggetto pericoloso, e si trova esposto a tutte le durezze che un uomo crudo e senza altra legge che la volontà propria può fargli subire. La vivacità, il brio e l'allegrezza, massime in presenza dei visitatori, sono loro imposti costantemente, ed essi vi sono stimolati o dalla speranza di avere un buon padrone, o dal timore delle punizioni che riceveranno non essendo venduti. L'ora nella quale io visitai quegl'infelici era ora di riposo, e se ne stavano distesi per terra, o sopra stuoie, in varie attitudini, all'ombra che proiettavano le capanne e qualche albero nella zerìbah; parte di essi dormiva, e parte era desta e taciturna; io vidi però alcuni che piangevano, perchè designati dal Gran-Capo per essere venduti quel giorno stesso. Verso sera, cioè dopo due o tre ore, doveva incominciar l'asta; mercanti del Dàr-Fùr, del Kordofàn, di Chartùm, di Dòngola si trovavano già da alcuni giorni in Hèllat-Kàka per comperare schiavi e per rivenderli poi nei loro paesi. Tra coloro che piangevano mi cadde sott'occhio una donna che poteva avere trent'anni, e a fianco a lei era una bambina, a cui era stato dato il nome di Scibàka, che non ne aveva più che dieci, la quale si teneva stretta alla madre e la guardava attonita. Entrambe balbettavano un po' l'arabo ed erano belle assai; parlavano insieme sommessamente per non essere sentite; ed oh! figliuoletta mia, diceva la madre col cuore affranto dallo scoraggiamento, questa è forse l'ultim'ora che passiamo insieme....
— No, mamma, non parlar così, noi saremo vendute ad uno stesso padrone, e tu sarai sempre mia e io sarò sempre tua.
— Se si trattasse di tutt'altra cosa, direi che tu la indovini, o figlia, ma io ho molta paura di perderti!
— Coraggio, mamma, non piangere; lo disse proprio il. Capo, che se saremo buone e ci daremo l'aria la più gaia, egli ci venderà ad uno stesso padrone.
La madre si asciugò colle mani gli occhi lagrimosi, e si sforzò di sorridere alla figlia e poi le disse: levati dal collo, o cara, le perline di vetro, che ti fan parere troppo bella, perchè temo altrimenti che il caro prezzo che tu costeresti impedirebbe forse d'essere comperate da uno stesso padrone.
— Or bene, madre, lo farò.
— Ascoltami ancora. Va da quel signore, che par che ci guardi commosso del nostro stato infelice, e pregalo.... ma pregalo assai a voler comperarci tutte e due.
La bambina colse il momento che non la vedesse il custode e corse da me, mi strinse una mano e disse: ah! signore, comprami tu insieme con mia madre, che è quella là che ci guarda; è buona, sai, e gaia come son io, e sapremo fare tutto quello che tu vorrai. — Quanto avrei desiderato di aver denaro! le avrei comperate a qualunque prezzo; il mio cuore mi diceva che di quelle due anime si avrebbe potuto far qualche cosa per guadagnarle a Dio. Ma così.... io non risposi; la parola mi si strozzò in gola; rivolsi gli occhi al cielo e dissi con tutta l'anima: deh! Signore, abbi pietà almeno di queste due infelici! — La Negretta, che vide i miei occhi umidi di pianto, si tenne più che sicura ch'io le avrei comperate, e s'affrettò a confortare la madre. Ma ecco il custode che entra nella zerìbah affaccendato e di buon umore. Egli getta un rapido sguardo sopra gli schiavi, ed ingiunge loro di mostrarsi quanto più possono piacevoli e lieti; poscia li fa mettere a circolo, e li passa a rassegna per l'ultima volta prima di esporli al mercato; e ne fa una scrupolosa ispezione per dar l'ultima mano al loro esteriore.
— Che vuol dire? esclamò egli arrestandosi davanti a Scibàka; ove sono le perline di vetro, o fanciulla?
La fanciulla guardò timidamente sua madre, che colla sveltezza propria delle Negre rispose:
— Le ho detto io poco fa di levarsele, perchè mi pareva più convenevole....
— Che sciocchezza! disse il custode con accento perentorio. E volgendosi verso la giovinetta:
— Rimettile subito al collo, capisci? soggiunse egli facendo girare una sferza che teneva in mano, e fa presto. E tu aiutala, diss'egli alla madre; le perline di vetro possono produrre una differenza di cento piastre egiziane nella vendita.
Fuori della zerìbah, in un vasto piazzale, erano raccolti i compratori che aspettavano il momento dell'asta. Ad un segnale che diede il Gran-Capo, l'Arabo dall'occhio bieco, il custode, condusse fuori gli schiavi da vendere, fra i quali Scibàka e sua madre che se la teneva per mano coll'aria abbattuta ed agitata aspettando il momento fatale.
Molti spettatori, disposti o no a comperare, secondo che darà l'occasione, si avvicinano agli schiavi; li palpano, li esaminano, e parlano dei pregi rispettivi di essi colla stessa noncuranza con cui un gruppo di stallieri discuterebbe intorno al merito di un cavallo.
La madre di Scibàka intanto guardava e riguardava con occhio inquieto la moltitudine delle fisonomie che si affollavano attorno a lei cercando se tra quelle ce ne fosse una cui essa e l'amata sua figlia si sentissero di poter chiamare padrone con minore ribrezzo.
Un momento prima che l'asta avesse luogo, un uomo, che non si sapeva di dove fosse venuto, ma che non era certo del Dàr-Fùr nè del Kordofàn nè di Chartùm nè Dongolèse, un uomo di color bruno, lungo, magro e muscoloso, che aveva un camiciotto bleu, logoro e sudicio, si fece largo in mezzo alla folla come chi voglia incominciare attivamente un affare, e appressandosi al gruppo di schiavi, si pose ad esaminarli da uomo che se ne intende.
Subito che lo vide la madre di Scibàka provò istintivamente un orrore insuperabile, il quale si aumentava sempre più all'avvicinarsi di quell'individuo.
Or egli cominciò senza fare alcun complimento un esame minuzioso sopra quella partita di schiavi: prese la madre di Scibàka per la mascella e le aprì la bocca per osservarle i denti. La piccola Scibàka, ch'era vicina, per istinto, apriva anch'essa la sua bocca e faceva tutti que' movimenti che vedeva fare la madre. Quell'uomo poscia le fece tirar su la misera fàrda (veste), che la copriva per vederla tutta: la voltò e rivoltò in tutti i sensi, e la fece camminare e saltare per assicurarsi della sua agilità.
— Qual'è il tuo paese? le disse egli seccamente dopo di averla osservata da capo a fondo.
— Il paese dei Scìr[11], rispose ella guardando intorno come per cercare chi potesse liberarla.
— Potrebbe anch'esser vero, disse l'amatore, e distese la lunga e larga sua mano e tirò a sè la giovinetta; le toccò il collo e il busto; le tastò le braccia, esaminò i denti, e poscia la spinse verso la madre, la cui fisonomia esprimeva le crudeli angosce che le facevano provare i movimenti di quello stomachevole straniero.
La giovinetta atterrita si pose a piangere.
— Cessa adunque di miagolare, disse il venditore; non fare smorfie, poichè principierà subito la vendita.
E di fatto la vendita cominciò.
La madre fu messa all'asta prima della figlia, e seguita la vendita, essa volse indietro l'occhio inquieto; e sua figlia le stese le braccia; quindi la madre rivolgendo uno sguardo angoscioso al nuovo suo padrone ch'era d'età matura e di benevola fisonomia:
— Ah! padrone, vi prego, disse, per ciò che avete di più caro su questa terra, comprate pure mia figlia....
— Io lo vorrei, ma temo di non poterlo fare; non ho denaro che basti, rispose egli riguardando con affettuoso interesse la giovinetta, la quale lanciava intorno sguardi timidi e impauriti.
Il banditore vanta i pregi di lei, e parla a lungo per farla tenere in molta stima; le offerte si elevano con una rapidità progressiva, e sorpassano già la somma della quale può disporre il padrone della madre.... Insomma la giovinetta toccò in anima e in corpo a quell'uomo sconosciuto, di color bruno, lungo, magro, muscoloso, logoro e sudicio, pel quale la madre provava un orrore insuperabile. Iddio la protegga! io sclamai nel momento stesso che quelle due infelici creature emisero un grido il più acuto e straziante, e corsi via mordendomi per dolore ambo le mani.
Lo stesso Ràies della mia barca, il 18 febbraio 1860, mi diceva: — Ora vieni meco, o signore, ch'io ti condurrò a vedere in una capanna dieci schiave, che furono rapite l'altr'ieri sulla riva destra del fiume dal mercante * * * che tu devi conoscere; e a quanto adesso mi fu raccontato quelle donne sono Dénka; ma non ho potuto sapere a quale tribù appartengano; vieni e vedrai tu stesso come sieno trattati gli schiavi appena strappati dalle loro famiglie, massime quando la tribù è vicina.
— No, io non vengo; non potrei assistere a tanto spettacolo senza sentirmi spezzare il cuore; farei di tutto per superarmi, se avessi denaro da comperarle per ridonarle poi ai loro cari, ma così io non posso venire; ritorniamo in barca.... Mi spiacerebbe assai che quelle donne fossero della tribù degli Abujò, o degli Aghèr, o degli Abialàñġ; le quali tribù tu sai che furono da me visitate l'anno passato; ma che io voglio visitare pure quest'anno co' missionari tedeschi. Or dimmi un poco, o Ràies: — Quelle schiave, lo sai di sicuro che sono Dénka?
— Eh! senza alcun dubbio, me l'ha detto un Scìluk, che ne capisce la lingua; e mi disse ancora che son tutte, o quasi tutte maritate, e che tre o quattro hanno il latte; i poveri bambini saranno là che piangono le loro madri e che ne voglion le poppe!
— E che cosa farà il Turco di quelle donne?
— Le venderà in Chartùm per quel poco che valgono, perchè hanno partorito, e quindi il loro prezzo non è caro.
— Ma.... e non è ora proibita la vendita degli schiavi in Chartùm?
— Sì, è proibita pubblicamente, ma gli schiavi si vendono di nascosto; e il Divano lo sa, e tace.
— E i compratori di quelle donne come se ne serviranno?
— Trattandosi di donne che hanno partorito, i compratori se ne servono per lavorare la terra e inacquarla, per la seminatura e per i raccolti, o le affittano anche a coloro che ne hanno bisogno.
— Quanto tempo durano in vita queste povere donne?
— Veramente, non lo so; secondo la loro complessione. Quelle che sono vigorose e forti possono durare anche otto o dieci anni; e le scarte finiscono in tre o quattro.
— E se ammalano?
— Anni sono, i compratori si davano molta pena per farle guarire; davan loro medicine e una coperta la notte perchè se ne munissero contro il freddo. Ma tutto ciò serviva a poco o nulla; si buttava via il denaro, ed eran sempre fastidi, come essi dicono. Ora le fanno andare sino a tanto che possono, malate o sane; e quando una Negra crepa ne comprano un'altra: è una cosa più comoda e più vantaggiosa per tutti i versi; così, ripeto, essi dicono; e come le schiave, vengono trattati anche gli schiavi.
— Infelici! io dissi fra me, almeno aveste un qualche conforto nei vostri patimenti, il conforto della religione che unica al mondo può sostenere l'uomo nei momenti più desolati! ma anche questo conforto vi manca! oh Dio! qual prova terribile deve essere per voi quella di vedervi abbandonati da tutti, e sotto il giogo mostruoso d'una violenza senza fine!...
Di buon mattino ordinai al Ràies di staccare la barca dalla riva e di scendere il fiume. Durante il cammino io m'era seduto presso il timone, ov'era il Ràies, uomo intelligente e maomettano per la vita.
— E dunque, egli mi disse, che ti pare di quel turco mercante.... rapire quelle povere donne.... e chi sa in qual modo....
— Puoi immaginartelo, io risposi, a tradimento, dopo d'averle adescate con perline di vetro. Egli è un uomo vile, dispregevole, brutale. Povere donne! chi sa come e dove andranno a finire!
— Speriamo, soggiunse il Ràies, ch'esse cadano in buone mani. Fra i compratori vi sono molti uomini generosi ed umani.
— Te lo concedo, io dissi, e tu ne saresti uno, che tratti bene, lo so, la tua schiava; ma secondo la mia opinione, voi, uomini umani e generosi, siete in qualche modo responsabili delle brutalità e degli oltraggi che subiscono questi poveri sfortunati. Anche i Turchi, posso dirtelo, trattan bene gli schiavi; ma se il Divano ritirasse la sua sanzione e la sua influenza, quanto non sarebbe diminuita la schiavitù nell'Africa! Seìd-Pascià, è vero, ha proibita la schiavitù, fin dal 1854, nei paesi a lui soggetti, e quindi la compera e la vendita degli schiavi; pure noi sappiamo che nel Sudàn grande ne è ancora il numero, e che si possono acquistare a tenuissimo prezzo, se non nei pubblici mercati, in tanti altri modi che vengono suggeriti, e tu lo sai, da quelle stesse autorità, che dovrebbero invigilare perchè la legge fosse osservata. Che importa che i Pascià, gli Ufficiali del Governo e pochi, pochissimi, nel Sudàn trattino bene i loro schiavi, se la maggior parte invece nessuna cura si prende della salute e della vita di quegli infelici, che ammalati abbandona, stroppiati uccide, morti trascina lungi dall'abitato nel deserto perchè se li mangino le jene?... Insomma, lo ripeto, sono i vostri sentimenti generosi ed umani da voi millantati, che autorizzano tante brutalità.
— Sappi però, o signore, continuava il Ràies, che la schiavitù avrebbe luogo medesimamente nell'interno dell'Africa, ove dalle tribù stesse dei Negri viene praticata....
— Ma forse non con tanta barbarie; e, se mai, credi a me che i Governi civili d'Europa, qualora fossero assistiti dal vostro Governo, riuscirebbero se non a torla presto del tutto, a mitigarla d'assai.
La barca intanto progrediva il suo cammino, e giunse dopo circa tre ore alla riva destra dei Dénka-Abujò.
Era mia intenzione di visitare anche quest'anno (1860) il Gran-Capo di quella tribù, Akòl-Guorgièb[12].
Il vecchio mio turcimanno Cher-Allàh, il quale conosceva bene il sentiero che conduceva all'abitazione del Capo distante dalla riva del fiume quasi un'ora di cammino, andò solo senza alcuna scorta per annunziargli la nostra venuta. Ma il Gran-Capo era partito per Dim, villaggio nell'interno, e non sarebbe venuto che il giorno dopo. Cher-Allàh tornò alla barca verso le undici antimeridiane non più solo, ma accompagnato da un servo del Gran-Capo di nome Ciòl, il quale parlava e intendeva bastantemente l'arabico idioma che aveva appreso dagli arabi Abù-Ròf, ed era il principale confidente di Akòl-Guorgièb. Io avevo conosciuto Ciòl già da un anno, e me n'ero servito vantaggiosamente nella esplorazione che feci allora nell'interno del paese. Or bene, fatti i complimenti d'uso, egli mi disse:
— Domani adunque tu verrai a visitare co' tuoi compagni il Gran-Capo degli Abujò, Akòl-Guorgièb, ed io ti sarò guida; e, come ho inteso dal tuo Turcimanno, tu vuoi poscia introdurti fra i Dénka Abialàñġ; ma io non ti consiglierei davvero a mettere in pericolo la tua vita....
— Come?... non ti capisco, io dissi, sappi che anche l'anno passato ne visitai la tribù presso le rive del canale Tarciàm, e vi fui ricevuto con molta cordialità dal loro capo Fadièt-Niàr-Buòn, a cui promisi anzi che mi sarei stabilito con alcuni miei compagni nella tribù stessa; ed egli se ne mostrò soddisfattissimo. Come dunque or tu mi dici, o Ciòl, che non mi consiglieresti d'introdurmi fra gli Abialàñġ perchè metterei in pericolo la mia vita?
— Ciòl allora mi raccontava che un mercante turco essendo passato di là colla sua barca, ed avendo veduto delle donne che attignevano acqua al fiume, le rapì a tradimento, ed uccise cinque persone. «Immaginati adunque, egli mi diceva, quanto gli Abialàñġ debbono essere irritati contro i Bianchi, fra i quali essi non sanno ancora ben distinguere il Frangi dal Turco, come lo so io.»
— E quante erano, io domandai, quelle donne?
— Erano nove, tutte donne maritate, ed una fanciulla sugli otto o nove anni, che son dieci. Ora gli Abialàñġ sono nelle furie, e cercano ogni mezzo per riavere le loro donne, o per vendicarsi contro i Bianchi.
— Senza dubbio, soggiunse quindi il Ràies della mia barca, queste sono le dieci schiave, di cui mi parlò quel Negro scìluk, le quali, o signore, io volevo farti vedere in Hèllat-Kàka.
— Certamente!... io risposi; poi rimasi silenzioso per qualche minuto, colla testa appoggiata alle mani, pensando a quello che avrei dovuto fare. Mi scossi alla fine ed esclamai: Oh! s'io potessi francheggiar quelle donne e ridonarle alle proprie famiglie!... che opera santa!... qual trionfo per me ritornando con esse nella loro tribù!... con quanto giubilo vi sarei da tutti ricevuto!...
— Senti, amico, io dissi a Ciòl, tu devi pure sapere ove ora si trovano le dieci donne Abialàñġ....
— Lo so di certo che si trovano in Hèllat-Kàka. Io e alcuni Abialàñġ, poco tempo dopo che furono rapite, le vedemmo da questa riva passare in barca, e le seguimmo co' passi e coll'occhio fino al momento dello sbarco. Allora abbiam chiamato l'uomo bianco, che ci rispose per mezzo di un interprete, e ci domandò che cosa volevamo da lui. Noi chiedemmo di comperare le schiave, ma non è stato possibile d'accordarci nella qualità del prezzo, poichè egli pretendeva piastre egiziane, e noi non potevamo dare che vacche.
— Ebbene; saresti tu disposto, o Ciòl, di venire con noi in Hèllat-Kàka?... Io sono risoluto di liberar quelle donne, e di liberarle senza piastre egiziane.
— E perchè no, rispose Ciòl un po' titubante; quando io sono con voi non ho di che temere. — Disse poi ad alcuni Negri di avvertire il Gran-Capo della sua partenza, e montò in barca.
I missionari tedeschi, ch'erano meco, approvavano la mia risoluzione; e ciò m'era di grande conforto. Il Ràies però mi diceva:
— Vedi bene, o signore, che ti metti in un bel cimento; spero tuttavia che tu n'esca al meglio, e conta pure sulla fedeltà mia e de' barcaiuoli.
— E più che in ogni altro, io soggiunsi, pongo la mia confidenza in Dio; Egli mi aiuterà, ne son certo. Volgi, o Ràies, la prora al sud, fa spiegare la vela, e ritorniamo ad Hèllat-Kàka.
Era il mezzodì del 19 febbraio quando partimmo, e alle tre ore circa pomeridiane fummo in Hèllat-Kàka. Appena arrivati, io e i tre missionari tedeschi Francesco Morlang, Antonio Kaufman e Giuseppe Lanz, col turcimanno Cher-Allàh e col servo Ciòl, preceduti dal Ràies, movemmo difilati al luogo delle schiave Abialàñġ. Il Ràies già conosceva l'uakìl (il rappresentante), a cui erano state affidate; ed egli doveva presentarmi a lui in persona. Noi seguivamo taciturni il Ràies; ed eccoci finalmente al quartiere degli schiavi, uomini e donne, ch'era formato d'una specie di fila di capanne male allineate, le quali avevano qualche cosa di squallido e di desolante. — Mi sentii mancare il cuore quando le vidi. — Io volli osservare di dentro la prima, ch'era assolutamente vuota, con nessun altro mobile che un mucchio di paglia stomachevole pel sudiciume, gettata in un canto, sulla nuda terra, resa dura dai tanti piedi che l'avevano calpestata. Tutte le altre capanne erano abitate da schiavi, alcuni dei quali erano seduti fuori a prender aria perchè non ammalassero, legati come fossero cani rabbiosi. E sebbene non fossero là che da pochi giorni, io non vidi tra loro che uomini tristi, cupi, imbrutiti, e donne deboli e scoraggiate, donne che non erano più donne, ma che erano proprio a livello dei loro compagni.
— Quale è la capanna, io chiesi al Ràies, delle schiave Abialàñġ?
— Eccola qui, egli rispose.
La porta di quella capanna era aperta ed attraversata da un angarèb (letto arabo), sul quale stavasi sdraiato un giovane dongolèse, che vedendoci a comparire si alzò presto in piedi, si ritirò in disparte e fu tanto sorpreso di questa nostra improvvisa venuta, che dimenticò di farci que' complimenti che sogliono sempre farsi da un mussulmano.
— Sono qui le schiave Abialàñġ? io gli domandai.
— Appunto, egli rispose, sono in questa capanna.
— E quante sono?
— Ora son nove; erano dieci, ma la decima, che è una giovinetta di otto o nove anni, se l'ha presa seco nella barca il suo padrone, il quale si recò pel paese dei Nuèr per comperare del grano.
— Tornerà egli presto?
— Fra pochi giorni; così egli promise.
— E queste schiave quando saranno poste in vendita?
— Appena il padrone sarà ritornato.
— Avrei desiderio io di comperarle; e tu, m'immagino, avrai facoltà di venderle, in mancanza del padrone.
— Veramente io non sono l'uakìl, rispose, ma vado a chiamartelo, e son qui subito.
— Aspetta.... intanto ci permetterai di dare un'occhiata alle schiave, n'è vero?
— Quando non volete altro, questo posso fare anch'io.
Egli tirò in disparte l'angarèb che, come dissi, attraversava la porta della capanna, e poi se n'andò per l'uakìl, e noi entrammo.
No, non le descrivo.... non voglio descriverle.... non posso; mi sento l'anima troppo inclinata a maledire ed imprecare contro i trafficanti di schiavi! Sarei d'altronde ben crudele se volessi mettere alla tortura tanti spiriti gentili, cui toccasse di leggere questa pagina lacerante e sanguinosa. Faccio riflettere solamente che sono nove giovani madri ch'io dovrei descrivere appena strappate all'amore dei loro cari; sono madri per la perdita delle quali si disperano i mariti, e bambini lattanti le piangono e ne bramano il latte; sono madri strozzate fra i ceppi più duri; sono madri che avanti d'essere rapite non han potuto dare l'ultimo amplesso all'amata famiglia; or eccole lì accovacciate fra le loro immondezze, ignude, smunte, affamate, le quali, dopo d'avere indarno invocata la morte, aspettano coll'apatia dell'abbrutimento di mutar destino! Oh tremendi giudizi di Dio! io dicevo rivolgendomi convulsivamente ai compagni, e torcendo in cento guise le mani, senza sapere quello che mi facessi; non posso più reggere a questa vista! quanta espressione di dolore e di angoscia su que' volti e su quegli occhi, che più non piangono! ah! no, il cuore non ha più lagrime da spandere; esso non ha altro che sangue, e manda sangue tacitamente! Ah! Cristo Gesù, io sclamai alzando gli occhi al cielo, Voi, che a così caro prezzo avete redenta l'umanità intiera dalla schiavitù di satana, deh! salvate tante creature infelici anche dalla schiavitù degli uomini!...
Ah! sì; tutti unanimi innalziamo ardenti voti a Dio, perchè l'Associazione Internazionale per l'esplorazione e l'incivilimento dell'Africa Centrale, fondata a Bruxelles il 12 settembre 1876, dietro l'iniziativa di S. M. il Re dei Belgi, consegua presto il nobile e santo suo scopo! e ci sia dato di sollevare un grido in nome di Dio stesso perchè questa orrenda macchia dell'onore umano sia levata per sempre dalla faccia del mondo! E voi madri, specialmente, voi che avete appreso accanto alla culla dei vostri figli ad amare l'umanità, a simpatizzare con tutti coloro che soffrono; in nome del sacro amore di madre, in nome delle vostre gioie materne, in nome della sollecitudine tenera e profonda colla quale dirigete le giovani vite, in nome delle vostre ansietà per l'avvenire dei vostri figli, ve ne scongiuro, abbiate pietà della madre che ha un cuore come il vostro, ed a cui non è conceduto di proteggere, di guidare e di educare il figlio delle sue viscere! Per l'ora dolorosa dell'agonia di vostro figlio, per la rimembranza del suo sguardo moribondo che non potrete obliare giammai, per quegli ultimi gridi che hanno lacerato il vostro cuore quando non potevate nè salvarlo nè sollevarlo, per la desolazione di quella culla vuota e di quella camera silenziosa, io ve ne scongiuro, abbiate pietà di quelle madri, a cui il traffico degli schiavi strappa nei paesi dell'Africa Interna i loro figli, e pregate il Signore, come sapete voi pregarlo, perchè finisca una volta tanta sventura!!..
Mentre noi contemplavamo inorriditi quelle miserabili creature trattate colla più ributtante crudeltà, sopraggiunse l'uakìl, cui erano state affidate le schiave da vendere. Questi appena mi vide, mi salutò per nome, e disse d'avermi veduto più volte in Chartùm; e poi salutò il Ràies, e gli chiese:
— Che cosa desidera da me questo tuo signore, che mi mandò a chiamare?
— Egli desidera di comperare le schiave che si trovano in questa capanna.
— Così è, io soggiunsi, bisogna che le comperi per ricondurle nella loro tribù, ch'io debbo visitare per ordine superiore.
— E tu lo sai, o signor mio, a quale tribù esse appartengono?
— Lo so di fermo che son donne Abialàñġ, senza le quali non mi sarebbe possibile d'introdurmi nel loro paese; e so tante altre cose, che è inutile ch'io ti ripeta, perchè tu pure le sai meglio di me.
A questo punto l'uakìl mi pregò di seguirlo, e mi condusse sotto un'acacia, ove eravam soli, e là s'impegnò un dialogo importante che durò più di mezz'ora; e finalmente io conchiusi, avvicinandomi alla capanna delle schiave:
— Senti; a me sembra che si potrebbe accomodare ogni cosa chiamandomi io debitore verso il tuo padrone del prezzo che sarà tra noi convenuto; prezzo che verrà da me consegnato a lui in Chartùm. E tu che ne dici?
— È impossibile; così non mi ci posso adattare assolutamente. Il mio padrone è troppo scaltro da non vedere che in Chartùm egli non potrà legalmente esigere da te il prezzo delle schiave, ancorchè tu te ne obblighi con uno scritto.
— E dunque?... cedimi, io dissi, medesimamente le schiave; e potrai rispondere al tuo padrone ch'io le ho volute ad ogni modo; che se egli avrà delle pretensioni su di esse, io saprò rispondergli davanti al Divano e al mio Consolato in Chartùm, dacchè io conosco benissimo la maniera colla quale le ha rapite, a tradimento, ferendo non so quante persone, ed uccidendone cinque, tre uomini e due donne; gli dirai che tu hai dovuto consegnarmele, poichè altrimenti, arrivato in Chartùm, io n'avrei mosso lamento contro di lui e contro di te presso le autorità competenti. — L'uakìl; così meno ancora, disse, mi ci posso adattare.
— Ebbene, non c'è tempo da perdere; disciogli intanto dai legami le schiave; pel resto vedrai tu poi come meglio giustificare il tuo procedere davanti al padrone.
Il Ràies della mia barca e alcuni dongolèsi ch'erano presenti all'ultima parte del dialogo, cercavano di persuadere l'uakìl a condiscendere a' miei desideri. L'uakìl, perplesso da prima, messo un sospiro, alla fine s'indusse a fare sciogliere le schiave per consegnarmele. Un servo, dietro l'ordine avuto, cominciò a levare le pesanti catene che stringevano i piedi delle sventurate; un altro servo con un coltellaccio tagliava i grossi legami di pelle che tenevano raccomandata al collo di esse una stanga lunga e forcuta; le mani erano già sciolte, nè si legavano a tergo che durante la notte. Frattanto il Negro Ciòl e il mio turcimanno Cher-Allàh confortavano quelle povere donne, assicurandole che noi eravamo venuti per liberarle e per ricondurle alle loro case.
La cosa fin qui era andata a meraviglia; di meglio non s'avrebbe potuto sperare, ed io pregavo il Signore perchè avesse a terminare felicemente; non vedevo l'ora però di trovarmi al sicuro nella barca colle povere schiave, e di partir presto da Hèllat-Kàka. Un andirivieni ch'io osservavo da un quarto d'ora in poi di certuni, accigliati in viso, che mormoravano non so che tra' denti... alcune espressioni che udivo da certi altri... ecco davvero un brutto affare per quello sfortunato mercante!... l'uakìl non avrebbe dovuto cedere alle pressioni di quel signore!... E vi fu chi disse: le schiave non sono ancora partite, e non se n'andranno!.. a momenti saranno qui gli Arabi muniti di lancia, e stiamo a vedere come se la caverà questo signore. Tutto ciò m'impensieriva assai, e mi faceva temere qualche brutto tiro da parte specialmente degli Arabi. Io raccomandai al Ràies e al mio Turcimanno di starsene bene all'erta e di avvisarmi appena s'accorgessero d'un allarme. — Le schiave erano pronte e noi eravamo lì lì per partire, quando tutt'a un tratto il Ràies mi si presenta con gli occhi spalancati, e mi dice: Signore t'arresta per carità!... entrino le schiave nella capanna... son qui gli Arabi armati contro di noi... ti raccomando prudenza se ti è cara la tua e la nostra vita. — Poco dopo eccoci circondati da uno stuolo di Arabi, il cui Capo:
— Che vuol dire tutto questo, gridò ad alta voce, rivolgendosi vivamente verso di me; sappi che noi rispondiamo d'una maniera sola a chiunque abbia delle pretensioni in questo nostro paese; e che il miglior partito che tu possa scegliere è di andartene via tosto co' tuoi compagni e di lasciare le schiave che costano denaro.
— Hàder, eccomi pronto a' tuoi cenni, io risposi con un accento tanto sommesso quanto il suo era prepotente, e fatto cenno a' miei compagni di seguirmi, senza dir altro, presi il sentiero che conduceva alla barca.
Dopo alquanti passi mi accorsi d'avere a fianco l'uakìl; lo guardai fiso senza dir verbo; ed egli non trovava parole per assicurarmi che non era complice per nulla in ciò ch'era avvenuto, che non aveva neanche sospettato che un orecchio straniero avesse spiato il nostro colloquio e l'avesse poi riferito agli Arabi, ch'era spiacentissimo di questo incidente; e mi pregava, mi scongiurava a non giudicarlo severamente; e a prova di quanto asseriva, mi prometteva che avrebbe fatto di tutto per darmi in mano le schiave prima ancora che sorgesse il sole del giorno dopo.
— Staremo a vedere, gli dissi; io adunque non partirò che domani; e tu rifletti intanto che senza le schiave non potrò visitare la tribù degli Abialàñġ, e me n'andrò difilato a Chartùm, ove hai moglie e figliuoli, ed ove spero di rivederti. Vedi bene che allora non ti rincresca, ma troppo tardi, di non avermi consegnato quelle donne.... selàm aalèk (io ti saluto); e lo lascia così.
Come fummo tutti in barca, ordinai al Ràies di scostarla dalla riva e di gettar l'áncora per evitare ogni possibile assalto, durante la notte, da parte degli Arabi. Le armi da fuoco erano cariche; non era a temer nulla; potevamo riposarci tranquilli. Ma io non avrei potuto dormire, e non dormii; la mia anima era troppo agitata: pensavo alle schiave abialàñġ, al grave pericolo incorso in Hèllat-Kàka, alle ultime parole dell'uakìl, che avrebbe fatto di tutto... per darmi in mano le schiave... prima che sorgesse il sole di domani... e speravo che ciò sarebbe avvenuto, che Dio avrebbe esaudito i voti ardenti del mio cuore... e m'immaginavo di vederle in barca con noi riboccanti di gioia per la libertà ottenuta... Oh! il senso della libertà quanto è sublime!... Come sarà bello, come sarà dolce per queste povere madri di rivedere le proprie famiglie, e di contemplare il volto dei loro figliuoletti resi ancora più cari dalle rimembranze dei pericoli corsi e dei crudeli timori di non più rivederli! Oh! quanto ci saranno grati i mariti, ai quali avremo ridonate libere le mogli! E tutta la tribù quale opinione non concepirà di noi! Quanto bene fra loro ci sarà dato di fare, coll'aiuto di Dio!... È vero che la Missione cattolica è stata richiamata dal fiume Bianco a cagione del terribile clima che non permette ai Missionari di vivere, fatte poche eccezioni, più di due o tre anni; ma coi debiti riguardi e colla grazia del Signore, scegliendo una stazione migliore di quella di Chartùm e di Santa Croce, qual sarebbe la stazione ch'io vorrei stabilire nella tribù degli Abialàñġ presso il canale Tarciàm, perchè non potremo noi vivere?... Sono vissuto anch'io... Ah! sì, io farò tutto il possibile affinchè Roma conceda, almeno a noi missionari italiani, di ritornare fra questa tribù.
Con tali pensieri passai tutta la notte; e già cominciava a sorgere il mattino, e dalla parte di Hèllat-Kàka, ove tenevo fissi gli sguardi, non vedevo a comparire nessuno. Presto sorgerà il sole, dicevo, e l'uakìl non si farà vedere nè solo nè colle schiave; ormai ho perduta ogni speranza! Povere schiave! quanto io vi compiango! qual piena di angoscie e di patimenti vi aspetta! poteste almeno confortarvi in Dio e in una futura giustizia, chè allora meno tremenda vi si presenterebbe la vita; ma languire nella degradazione, subire il giogo di una barbara servitù, perdere gradualmente la facoltà di sentire, senza una speranza di felicità più o meno vicina... questa deve essere la prova più crudele, io penso, che l'uomo possa sostenere quaggiù.
— Ecco che il sole si alza, mi diceva il Ràies, e l'uakìl non s'è ancora veduto; veramente... mi pare che due uomini s'avanzino; eccoli là, o signore; e vengono dal quartiere degli schiavi.
— Oh! fosse l'uakìl, io sclamai, che mi desse qualche buona notizia!... ma io ne temo assai.
— Sì, è proprio lui in persona... è lui in compagnia di un faqìh (sacerdote) dongolèse ch'io pure conosco; e vengono, senza alcun dubbio, per concertare qualche cosa di buono intorno alle schiave; altrimenti non si sarebbero lasciati vedere.
Di fatto, l'uakìl, giunto col faqìh a trenta o quaranta passi dalla riva del fiume, mi chiamò per nome, dicendo che gli premeva di parlare con me solo. — Io feci avvicinare la barca alla riva, smontai, ed eccomi a lui, ansioso d'ascoltarlo.
— Sappi, o signore, egli disse allora, che ier sera ci unimmo a consiglio in cinque persone, e dopo lunga e matura deliberazione fu deciso che conveniva rilasciarti le schiave, a condizione però che tu stesso te le venga a prendere dalla capanna, ove si troveranno slegate, senza che nessuno di noi le custodisca. Ma vieni solo, o accompagnato da due o tre uomini al più, per non dar troppo nell'occhio.
— In una parola, io soggiunsi, voi volete fare di me un ladro; tuttavia accetto volentieri la vostra proposta; ma dimmi... non è pericoloso l'esporsi così di giorno... se ci colgono gli Arabi ci fanno in brani: tu sai il brutto tiro di ieri, ch'io non mi sarei mai aspettato.
— Sta sicuro, o signore; fidati di me; oggi non ti può capitar nulla di sinistro; il Capo arabo, che ti si presentò ieri co' suoi bravi è partito stanotte per la tratta dei Negri; del resto fu una smargiassata la sua, perchè ti sapeva Frangi incapace di vendicarti; non avrebbe fatto così con un Turco.
— E quando debbo venire?
— Mezz'ora dopo che noi saremo partiti, rispose; ma prima permetti che ti dica, in un orecchio, che sarà bene che tu faccia un regalo, e un bel regalo a questo faqìh, poichè se la cosa andò a terminare così, a lui principalmente ne dobbiam dare il merito.
— Che cosa dovrò dargli, che non ho denaro?
— Un sacchetto di perline di vetro, che so che ne possiedi di bellissime.
— Ehi! Cher-Allàh! portami qui due sacchetti di perline di vetro, delle più belle che abbiamo; e ne consegnai uno all'uakìl e un altro al faqìh, i quali partirono contentissimi.
Passata mezz'ora, me n'andai io pure al quartiere degli schiavi col missionario Antonio Kaufman, col turcimanno Cher-Allàh e col Negro Ciòl. — Fuori delle capanne non vedemmo anima viva; tutte erano chiuse, ad eccezione della capanna delle schiave abialàñġ, che se ne stavano dentro ritte in piedi, bell'e slegate, guardandosi l'una l'altra senza capirne nulla. — Appena però videro il negro Ciòl e il turcimanno Cher-Allàh mandarono un grido di gioia, che mi fece piangere di tenerezza; ma io tosto imposi loro silenzio con un movimento della mano; e Ciòl e il Turcimanno fissarono gli occhi sopra gli occhi loro in modo così grave ch'esse dovettero subito immaginarsi che avvenisse qualche cosa di straordinario. — Zitto, o sorelle, disse Ciòl,... parlate piano,... potrebbero sentirci gli Arabi,... e allora voi siete perdute;... noi siamo ladri... ladri buoni venuti per furarvi di soppiatto, e per liberarvi dalle mani dei ladri cattivi;... vi raccomando il maggiore silenzio. — E tutti uscimmo con precauzione dalla capanna, senza che ci vedesse, o che ci volesse vedere, nessuno. — Quel faqìh, che Iddio lo benedica! non poteva aver meglio disposto le cose. — La via che dal quartiere degli schiavi metteva alla barca era calcolata un quarto d'ora di cammino; ma noi l'avremo fatta... in cinque minuti.
Or eccoci in barca, al sicuro. — Sii lodato, o mio Dio, io dissi fra me, che traesti queste creature infelici dalla casa della servitù! Ah! perchè esse non sanno lodarti e ringraziarti con me! In mezzo a tanta gioia, il mio cuore ribocca di compassione per loro che non t'intendono e non ti sentono; ma verrà tempo.... sì verrà.... e venga presto, in cui possano intenderti e sentirti.... e allora piovan pure sopra di loro le sventure come un diluvio da tutte parti, ch'esse troveranno rifugio nel tuo seno, o Dio di libertà!...
— Ah! Ah! presto, io dissi poi loro che mi guardavano aprendo i grandi occhi attonitamente, voi vedrete e abbraccerete i vostri mariti e i vostri figliuoli.... siete voi contente così?...
— Presto! ripeterono in coro, quasi non comprendessero il significato di quelle parole. Io dico ch'esse credevano di sognare. — Nella loro testa tutto era tenebre e confusione. A primo tratto quelle povere vittime, consunte ed imbrutite dalle privazioni e dagli acerbi maltrattamenti, stentavano a comprendermi; tutto il loro sangue a quelle mie parole — presto voi vedrete e abbraccerete i vostri mariti e i vostri figliuoli, — era rifluito verso il cuore; cangiossi il colore delle loro labbra, e le vidi quasi venir meno. Una specie di languore, un inesprimibile bisogno di riposo invadeva le loro membra; ed i nervi che si trovavano in una violenta tensione dall'istante del loro rapimento, cedevano ora sotto l'influenza d'un profondo sentimento di sicurezza.
— Lasciamole riposare qualche ora, io dissi, e tu, cuciniere, prepara intanto da mangiare anche per queste povere donne, che debbono sentirsi sfinite.
Dormirono quasi tre ore continue; dormirono un sonno tranquillo, come non l'avevano ancora fatto dopo quel momento terribile, in cui erano state rapite. Svegliatesi bevettero del brodo e mangiarono qualche cosa con gusto; quindi parvero rinvenute da morte a vita. — Mi fissavano gli occhi addosso, e si sforzavano d'esprimermi in cento modi i loro ringraziamenti, la loro gratitudine, perchè le avevo liberate dalle mani dei Bianchi cattivi, come dicevano, cominciando così a distinguere anch'esse Bianchi da Bianchi.
— No, non ringraziate noi, io diceva loro, ringraziate Iddio, e a Lui siate grate perchè è Lui, che vi ha liberate; è Lui che per mezzo della nostra coscienza ci ha obbligati a fare verso di voi quello che abbiam fatto, e che ci obbliga a fare sempre così in simili circostanze. — Parlai loro della grandezza di Dio, d'un Redentore pieno di compassione, e di una celeste patria — Donai quindi a ciascuna un piccolo Crocifisso dicendo: ecco qui il Redentore di tutti, il figliuolo di Dio che, fattosi uomo, nella natura umana volle morire sulla Croce per salvare tutti noi dalla schiavitù di satana. Io volendo essergli seguace giurai d'imitarlo additando agli uomini le vie del bene, e procurando di emancipare, se mi fosse possibile, tutti gli schiavi, anche a costo di espormi ai più gravi pericoli, acciocchè nessuno sia costretto a vivere separatamente dalla sua famiglia, da' suoi parenti ed amici, e a morire in terra lontana. Così ho fatto con voi, sorelle mie, perchè questo Crocifisso mi ha insegnato a fare così. Sicchè voi, tutte le volte che vi rallegrerete della vostra libertà la quale avete ricuperata, ricordatevi che la dovete a Lui, a questo Crocifisso, e a Lui mostrate la vostra riconoscenza amandolo sempre. E ogni volta che vedrete questo Crocifisso, pensate alla vostra emancipazione; pensate a ciò che Egli ci ha insegnato cioè, l'amore a Dio soprattutto e l'amore al prossimo nostro per l'amore che dobbiamo a Lui.
Tutto ciò dissi loro per mezzo del mio buon turcimanno Cher-Allàh, il quale piangeva ripetendo queste dottrine, che per lui non erano nuove, ma le udiva ogni giorno da me, che lo apparecchiavo a farsi cristiano; e le riceveva con quella fiducia e con quella docile fede che l'Evangelo richiede; e siccome le sentiva profondamente, così sapeva esporle con tanto affetto e con tale efficacia da far vibrare nei cuori di quelle povere Negre alcune corde rimaste sino allora silenziose.
Io non potrò dimenticare mai il giorno 20 febbraio 1860, che fu per me uno dei più bei giorni della mia vita!
Giorno stupendo sotto tutti gli aspetti! Le acque biancastre del fiume si agitavano un poco per il vento leggiero, che, contro il solito, spirava dal sud favorevole al nostro cammino, e scintillavano ai raggi del sole. Ad un'ora pomeridiana partimmo da Hèllat-Kàka a vele spiegate e a seconda della corrente.
In meno di due ore, gridò il Ràies, noi saremo sulle rive dei Dénka Abujò; e il Negro Ciòl lo ripeteva alle donne abialàñġ.
Quante inesprimibili sensazioni non doveano essere racchiuse nei cuori di quelle Negre all'avvicinarsi della barca alla loro tribù! Chi avrebbe potuto indovinare tutto ciò che agitavasi nel loro seno! Avrei scommesso ch'esse non osavano credere a quella gioia incomparabile che le attendeva, e tremavano internamente che uomo gliela potesse rapire.
Giunti alle sospirate sponde degli Abujò, molti Negri eran là che ci aspettavano ansiosi di sapere s'io fossi riuscito a liberare le schiave. Ciòl fu il primo a smontar sulla riva. Tutti i Negri gli corsero intorno per sentire dalla sua bocca... cose nuove, cose grandi, inaudite, mentre vedevano che le schiave abialàñġ erano ritornate libere. Ciòl raccontò loro qualche cosa in fretta perchè gli premeva sbrigarsi e far atto di presenza di sè al Gran-Capo Akòl-Guorgièb, il quale, come gli fu detto, era nelle furie perchè egli aveva pernottato fuori della zerìbah senza il suo permesso.
Io smontai pur sulla riva col mio Turcimanno, e dissi a Ciòl: noi ti seguiremo; ho vivo desiderio di vedere il tuo Signore, di dargli un affettuoso saluto, e di offerirgli il regalo, che fin dall'anno passato gli avevo promesso. Ma ancora stasera voglio ritrovarmi in barca, poichè penso di viaggiare tutta la notte, ed essere domani mattina per tempissimo fra gli Abialàñġ per consegnare le donne ai loro mariti.
— Sarà difficile però, rispose Ciòl, che tu possa, o signore, persuaderle a rimanersene in barca. Nella notte fa troppo freddo in questa stagione, e perciò esse non potrebbero dormire. Sono stanche, poverette! ed hanno bisogno di riposo. Per altro.... interrogale, e vedi che cosa ti risponderanno.
Il mio Turcimanno, prima ancora d'interrogarle, m'avvertiva in un orecchio che con grande suo dispiacere aveva sentito Ciòl a far loro certi discorsi.... da metterle quasi in dubbio sulla nostra buona fede....
— Basta, basta; ho capito tutto.... Non c'è tempo da perdere; tu, o mio Cher-Allàh, colla tua solita prudenza fa di consigliarle a restare in barca, assicurandole che noi non saremmo capaci di trarle in inganno. Qualora però esse non vogliano accettare il tuo consiglio, non insistere, perchè faresti peggio. Va adunque, e sappimi dire.
Cher-Allàh ritornò tosto cogli occhi spalancati per lo stupore e disse:
— Signore, signore, le donne abialàñġ si rifiutano assolutamente di passare la notte in barca con noi; esse vogliono andare presso il Capo Akòl-Guorgièb per riposarsi nelle capanne, ove, dicono, possono meglio che nella barca ripararsi dal freddo; ma promettono che domani ritorneranno da noi perchè le conduciamo nel loro paese.
— Non lo credere, Cher-Allàh; esse non torneranno più. Ciòl si metterà d'accordo col Gran-Capo, e da questa bella occasione vorranno tutti e due trar partito per aumentare il loro bestiame; vedrai che la cosa andrà a finire così senza dubbio, io dissi a lui sotto voce.
— Dopo averle colmate di tanti benefizi, esse, ingrate! ti contraccambiano in questo modo....
— No, mio caro Cher-Allàh, non parlare così; queste povere donne non ne hanno la menoma colpa. Abituate a sentirsi raccontare ed a vedere dalla loro infanzia tanti pessimi esempi dei Turchi, che sono bianchi, come possono fidarsi così presto della buona fede de' Missionari, specialmente se qualcheduno ne insinui il dubbio nei loro cuori? Tutta la colpa sarà di Ciòl e del Gran-Capo Akòl-Guorgièb, dato il caso che mettan su gli Abialàñġ contro di noi, arrogandosi il merito della liberazione delle schiave per cupidigia di guadagno, mentre essi ci conoscono perfettamente.
— Che cosa risposero adunque le schiave? domandò Ciòl al mio Turcimanno.
— Risposero che vogliono venire presso il Gran-Capo, e che domani mattina torneranno con noi alla barca.
— Se potranno, io soggiunsi fra me, o se, potendo, vorranno.
I due missionari Antonio Kaufman e Francesco Morlang desideravano conoscere di persona il Gran-Capo degli Abujò, Akòl'Guorgièb, e chiesero a Ciòl, se egli credeva opportuno che venissero essi pure con noi. Ciòl rispose che il suo Signore gli avrebbe veduti volentieri; e partimmo tutti insieme colle donne abialàñġ.
Trovammo il Gran-Capo accovacciolato davanti alla sua capanna. Appena lo vidi io corsi a lui per dargli e per ricevere il saluto che è in uso fra i Dénka; ma non così i due compagni missionari, ai quali Ciòl fè cenno, quando furono a una certa distanza, d'aspettare, ed egli, deposta la lancia e la clava, si presentò al Gran-Capo, a cui disse ch'erano miei amici frangi e non turchi; ed io abbassai la testa in segno di approvazione. Quindi il Gran-Capo (Bègñ-did) così mi parlò: «sono lieto di conoscere i tuoi amici e di stringere io pure amicizia con loro; spero che anch'essi serberanno cara memoria di questo mio paese quando saranno lontani; se buone sono le loro intenzioni verso di me, come sono le mie verso di loro, la nostra amicizia potrà essere vantaggiosa ad ambe le parti. Sono quasi le precise parole che egli pronunciò nell'occasione ch'io lo visitai la prima volta colla buon'anima del mio compagno Angelo Melotto[13]; e come allora, le pronunciò pure adesso lentamente, a pause, come se le avesse studiate prima, e facesse di tratto in tratto uno sforzo per rammentarsele. Finalmente essi furono ammessi al suo cospetto, e gli s'inchinarono più volte, mentre egli stette fermo al suo posto, immobile, guardandoli fissamente senza dir nulla.
Poco dopo il Gran-Capo ordinò a un suo servo, che gli stava vicino osservandolo attentamente e in atteggiamento di umile venerazione, che stendesse due pelli sul terreno per sederci, e ci fece portare del latte.
Io gli presentai il regalo che fin dall'anno passato gli avevo promesso, e che consisteva in un paio di babbuccie rosse, in una fàrda (veste che si cinge alle reni), e in una scure; cose ch'egli aveva molto desiderato, e per le quali mi si mostrò obbligatissimo. Dopo di che ci diede licenza di ritirarci in una grande capanna che era stata apparecchiata per noi; ed egli ordinò a Ciòl di condurgli davanti le schiave abialàñġ, colle quali parlò a lungo fino a notte, ma non ho potuto sapere di che cosa. Poco dopo ci venne apprestata la cena, cioè pasta di duràh cotta nel latte. Durante la cena io sentii Akòl-Guorgièb a disputare e a discutere calorosamente con alcuni.
Erano le nove pomeridiane quando comparve sull'uscio della nostra capanna il Turcimanno con due Negri.
— Vi presento, o signori, ei diceva, due Negri abialàñġ; questi è il marito di una di quelle donne, che voi avete riscattate; e quest'altro è il fratello della giovinetta che non si trovava nella capanna delle schiave in Hàllat-Kàka, perchè il Turco se l'aveva condotta via in barca.
I due Abialàñġ, deposte le lance, ci baciarono la mano e ci fecero mille ringraziamenti; ma il fratello della giovinetta.... oh! quanto era contristato! Io lo confortai come ho potuto, e dissi all'altro:
— E tu, domani di buon'ora, potrai andartene con tua moglie per terra fra gli Abialàñġ; o se la via è troppo lunga, vieni con noi in barca, è ce ne andremo tutti insieme, e più presto, se il vento non ce lo impedisce.
— Magari potesse farlo! sclamò il Turcimanno, volgendosi indietro per paura che qualchedun'altro l'avesse sentito; ma egli nol può. Akòl-Guorgièb non gliel permette; egli pretende dagli Abialàñġ il prezzo di due vacche per ogni donna.
— Come s'intende! che cosa ha da fare egli colle donne? Le donne sono state liberate da noi, e a noi sta di consegnarle ai loro mariti.
— Pur troppo è così; ma la cosa andò a finire nè più nè meno di quello che tu, o mio signore, hai preveduto. Ecco il motivo della calorosa discussione di poco fa tra questo povero Negro e il Gran-Capo.
Il Turcimanno non aveva ben terminate quest'ultime parole che Ciòl venne a chiamar lui e i due Negri Abialàñġ, dicendo che il suo Signore voleva parlare con loro.
Cher-Allàh tornò da me dopo mezz'ora tutto tremante....
— Che c'è di nuovo? io gli chiesi.
— Ah! signore, Akòl-Guorgièb e Ciòl non son più quelli di prima, essi non fanno che un gran parlare a quattr'occhi.... ci deve esser per aria qualche cosa.... Io non vedo Torà che sorga l'alba per potermene andare.... Fui a un pelo di prendermi delle sferzate....
— E perchè?
— Perchè ho condotto qui da voi i due Negri abialàñġ senza il suo permesso; e mi disse che guai a me, se parlerò più con loro, e se mi muoverò più da questa capanna.
Durante la notte nessun di noi potè chiuder occhio. Per due o tre fessure e per una finestrella della nostra capanna, noi potevamo osservare un andar continuo e un venire di gente, un correre, un gridare, uno strepitar di lance; e le donne a gruppi sulle porte dei loro abituri presso accesi fuochi che guardavano con tanto d'occhi, parlavano, gesticolavano e a momenti mandavano acutissimi strilli; e noi chiusi là dentro, in mezzo a tanto tafferuglio, senza capirne nulla.
— E che vuol dire tutto questo? io chiesi al Turcimanno.
— Dal senso di qualche discorso che ho potuto intendere, mi pare, o signore, che sieno venuti degli Abialàñġ; certo sono i mariti delle donne da noi liberate i quali pretenderanno le loro mogli; e il Gran-Capo non vorrà cederle, in qualunque modo, senza il prezzo, come t'ho detto ancora, di due vacche per ognuna.
— E chi sa quello che Ciòl e Akòl-Guorgièb daranno ad intendere sul conto mio agli Abialàñġ?
— Io indovino; essi daranno loro ad intendere che tu le hai liberate, quelle donne, per riguardi dovuti al Gran-Capo, per l'amicizia che tu professi per lui, e che altrimenti non te ne saresti dato alcun pensiero. Questo discorso, fra gli altri, fece Ciòl alle donne, fin da quando eravamo in barca; che ingrato!
— Mi dispiacerebbe assai se ciò fosse, perchè così non solo noi non ne avremmo alcun merito presso gli Abialàñġ, ma, volendoli visitare, essi non ci riceverebbero con quelle dimostrazioni di gioia, colle quali fummo accolti l'anno passato. Non credere però, o Cher-Allàh, ch'io me ne dolga per me, ma, se mai, per la nostra missione. Eh! caro Cher-Allàh, noi, in quanto a noi, ci conviene fare il bene per il bene; non dobbiamo contar mai sulla lode o sulla gratitudine che ne possono derivare, chè quasi sempre ne andremmo ingannati; le nostre azioni mirino a Dio solo, che ne è giusto rimuneratore.
Cher-Allàh gettò sopra di me uno sguardo attonito, come se il suo spirito fosse stato percosso da una nuova idea, e poscia:
— Ah! signor mio, sclamò egli, tu dici il vero.
La mattina il Gran-Capo, Akòl-Guorgièb, si presentò a noi, e senza cerimonie e riguardi disse: «ritornate pure alla vostra barca; quanto alle donne Abialàñġ, penserò io ad inviarle per terra al loro paese, poichè esse non vogliono venire con voi.»
Ritornati in barca continuammo il cammino lentamente, atteso il vento contrario, e con molta cautela, avendo inteso che altri schiavi erano stati fatti sulle rive dei Dénka; e anche questa volta fra gli Abialàñġ da un mercante turco. — A certe svolte del fiume non era possibile di procedere avanti se non rimorchiati, e bisognava attenersi alla riva sinistra, mentre la riva destra era così ingombra di spessi cespugli e d'alberi spinosi da non permettere a' barcaiuoli di poter tirare la barca.
Eccoci finalmente tra i due canali Tarciàm e Ñġàen, luogo degli uccisi e delle donne rapite. Qui il Turcimanno Cher-Allàh, messo piè sulla riva, ode da alcuni Negri che i due Abialàñġ, da noi veduti presso il Gran-Capo Akòl-Guorgièb, erano già ritornati a prendere diciotto vacche, che il Gran-Capo degli Abujò esigeva quale riscatto delle nove donne; ode ancora che un altro Turco, oltre a quello che fece schiave le donne da noi liberate, era passato di là subito dopo con due barche, e ch'era riuscito ad uccidere a tradimento due uomini e una donna, e a fare schiavi due donne e un uomo. Il Ràies della nostra barca asseriva d'averlo veduto in Hèllat-Kàkapoco prima della nostra partenza, e ch'era un inviato del Divano.
Verso le quattro pomeridiane dello stesso dì, mentre io e i miei compagni missionari eravamo occupati a scrivere nella camera della dahabìah la quale era ferma e un po' scostata dalla sponda, quattro Negri Abialàñġ chiamavano il Turcimanno, dicendo che avrebbero voluto parlargli. Il Turcimanno, senza che nessuno di noi se n'accorgesse, si fece condurre alla riva da uno dei nostri giovani catecumeni, di nome Fathàllah, sopra una piccola e leggiera piroga ch'era legata a poppa della dahabìah.
I Negri lo persuasero facilmente a ritirarsi con loro in una bassura distante dal fiume circa due tiri di fucile, ripetendo che avevano interessanti discorsi da fare con lui. Cher-Allàh, il quale quanto era buono altrettanto era semplice ed incapace di sospettar male di nessuno, vi andò, e lo seguì pure Fathàllah, curioso naturalmente di udire i loro discorsi. Ma essi, fatte poche parole sulle schiave da noi liberate, dissero al Turcimanno:
— Or tu devi condurci alla barca perchè desideriamo di vedere e di parlare coi Bianchi che vi si trovano.
— Volentieri, rispose, e vedrete quale accoglienza sincera e cordiale vi faranno i miei Signori, che son tanto buoni, sapete; e come tali li conoscerete sempre più quando verranno ad abitare fra voi; pregate intanto la Gran-Pioggia (Dèn-did, Dio) perchè ciò avvenga presto.
Non appena il Turcimanno e il giovine Fathàllah presero il sentiero per accompagnarli alla barca, si sentono colpiti da una lancia vibrata loro alle spalle, e mandano un fortissimo ed acutissimo lamento. I barcaiuoli diriggono a quella parte gli sguardi; veggono i Negri fuggenti e il giovine solo, che con una corsa da disperato veniva verso il fiume. Essi gridano allora ad una voce: il Turcimanno, il Turcimanno, presto si accorra ad assistere il Turcimanno! A questo grido noi balziamo spaventati fuori della camera, mentre il giovine catecumeno, scendendo dalla riva cade colla faccia per terra, nè più si muove. Io montai tosto sulle spalle di un barcaiuolo e mi feci portare presso lui, nella fiducia di battezzarlo.... gli versai l'acqua sul capo dicendo con voce tremante e convulsa: se sei vivo, io ti battezzo nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo.... lo chiamai tre volte.... poveretto!... non rispose.... era morto. — La cruda lancia l'aveva trafitto; e nessun di noi sapeva comprendere com'egli avesse potuto reggere ad una corsa così violenta, dopo tanta ferita!...
Il Turcimanno, che trovammo disteso per terra, fu colpito presso la scapula diritta; ma fortunatamente la lancia non s'internò molto da produrre, a mio avviso, una ferita mortale. Da due barcaiuoli venne trasportato nella camera della dahabìah, adagiato in un letto, e subito medicato con arnica.
Il cadavere del giovine Fathàllah fu deposto in quella piroga ch'egli poco prima aveva guidata e rimorchiato all'altra riva del fiume fra i pianti dirotti delle giovinette della missione e dei tre superstiti suoi compagni.
Davanti ad una scena sì dolorosa, crudele ed orribile, lascio pensare ad ognuno come il cuore di noi missionari dovesse sanguinare internamente.
Io, per me, non misi alcun grido: il colpo era stato troppo profondo, perchè il mio dolore potesse manifestarsi con lagrime e gemiti. — Ero seduto solo presso la piroga, e l'occhio avevo fisso al cielo.
Intanto era giunta la notte, calma, immobile e splendida. Le innumerevoli stelle nell'azzurro del firmamento mi parevano tanti sguardi scintillanti, aperti, d'un altro mondo sopra la terra intenebrata: e da quel cielo lontano sentivo come una voce che mi parlava al cuore parole di conforto e di rassegnazione. Passai tutta quella notte recitando alcune preci all'anima del trapassato, ed assistendo il povero ferito, il quale diceva di sentirsi piuttosto male, e si godeva ch'io continuassi a parlargli del divin Redentore e de' suoi patimenti, nei quali egli trovava un dolce conforto; ed io gli dicevo:
— Povero il mio Cher-Allàh! ti senti male n'è vero...? ed io soffro a vederti così; ma tu non perderai la pazienza nelle tue sofferenze... e quando ti parrà di non poter resistere al dolore.... mira Gesù Cristo in croce, che patì tanto per noi...!
— Sì, farò come tu mi dici, e Dio m'aiuterà certo.
— Sì, t'aiuterà; pensa che non c'è palpito nè lagrima d'oppressi che sieno dimenticati da questo divino Consolatore. Egli porta nel suo cuore paziente e generoso i dolori di tutto il mondo... Sopporta adunque pur tu, o fratel mio, con pazienza e con rassegnazione il dolor tuo, e sta sicuro che, per quanto è vero che c'è un Dio, verrà il giorno della retribuzione.... e per tutti.... anche per quegl'infelici che hanno tentato di assassinarti.... come hanno assassinato il povero Fathàllah; ma noi vogliam pregare per loro, come c'insegnò Gesù Cristo....
— Sì, padre, tu l'hai detto più volte, che questo Crocifisso morente in croce perdonò ai suoi crocifissori.... dunque anch'io perdono.
Cher-Allàh stringeva colle mani un Crocifisso, e contemplava con adorazione la maestà di quel volto, ove splendeva una pazienza sublime, e lo sguardo divino commosse l'anima di lui sino nelle più intime fibre. Allora egli mi diede un'occhiata espressiva, colla quale pareva volesse dirmi qualche cosa....
— Parla, parla, o fratel mio, dimmi.... io sono qui per assisterti in tutto quello che desideri.
— Una carità ti domando, o padre.... battezzami subito.... Tu m'hai insegnato che senza il battesimo, nessuno può entrare nel regno dei cieli a goder Dio per sempre.... e s'io morissi, e tu non fossi in tempo di battezzarmi....
— Tranquillati, o Cher-Allàh; in questo caso, il desiderio che tu hai d'essere battezzato supplirebbe al battesimo di acqua. Tuttavia voglio accontentarti, abbenchè io non veda che tu sia in pericolo di morte; spero anzi che tu guarisca, e presto.
— Perdona, padre, alla mia ignoranza.... Io mi metto nelle tue mani.... Quelle cose che tu mi hai insegnate, le ascoltai volentieri.... e le credo con tutta l'anima mia.... e provo un piacere che non ti so dire, a sentirmele ripetere.... ma non saprei recitarle a memoria, perchè io sono un povero ignorante.... e la memoria specialmente non mi serve.
Io lo disposi a ricevere questo sacramento, e poi lo battezzai.
Da questo momento il cuore di Cher-Allàh riboccò d'una gioia così grande che m'è impossibile di esprimerla; bisogna averlo veduto, per averne una qualche idea; quella gioia, bisognerebbe averla provata per apprezzarne la grandezza. Egli si sentì rinascere il cuore, e provò celesti ineffabili emozioni. Gli acuti dolori che prima sentiva tanto, non voleva più sentirli.... e non li sentiva più. — Il sentimento del dolore rimase sopraffatto da quello della gioia d'esser cristiano, seguace di Cristo; e pregava per tutti, ma specialmente per la conversione de' suoi fratelli africani.... e pregherà ancora, mentre egli vive presentemente nella casa dei Missionari cattolici in Chartùm[14].
Fattosi il mattino, ordinai a quattro barcaiuoli di prendere con loro una vanga e di seguirmi. Poco distante dal fiume venne scavata una fossa profonda; e tornati alla barca, feci levare il cadavere dalla piroga. Noi sacerdoti coi giovanetti della Missione recitammo le solite preci pei defunti; e quindi due compagni del povero Fathàllah, assistiti da due barcaiuoli, ne portarono il cadavere al sepolcro, preceduti da tutti noi altri. Fu seppellito in silenzio, colmata la fossa, ricoperta d'erbe, e benedetto quel tumulo.
Nessuna pietra segna il luogo ove riposa il vostro fratello — io dissi allora ai giovinetti della Missione che piangevano — ma il suo e nostro Salvatore conosce questa tomba, da cui egli risorgerà immortale per partecipare alla gloria degli eletti. Voi lo sapete, quanto era buono Fathàllah! Quanta premura metteva nell'apprendere il catechismo! Quanto desiderava di essere battezzato!... Dio se l'ha voluto con lui.... sia fatta la sua volontà. E voi, figliuoli miei, lo dimenticherete mai, il fratello, nelle vostre preghiere?... procurerete sempre d'imitarne le virtù...? Tutti abbassarono il capo in segno d'affermazione, e risposero.... con un gemito!