VI.

Il fiume Jâl — Il Sóbat e i suoi abitanti — Affluenti del Sóbat e i Negri scìluk — Dall'imboccatura del Sóbat al lago No — Il Bàhr-el-G¨azàl e i suoi affluenti — I Gnam-Gnàm; etimologia del nome e cannibalismo di questi popoli.

Fra i paesi di Hèllat-Kàka e di Dènab, il fiume Bianco riceve a destra l'influente Jâl che discende dalle montagne dei Bèrta. Questo influente nel suo corso da est ad ovest bagna dapprima il paese dei dénka Beèr, ov'è ingrossato dalle acque di più torrenti; e quindi il paese degli Agnarkuèi[15].

Più a sud il fiume Bianco riceve il Sóbat (9°, 11′, 25″ lat. N.), così chiamato dagli stranieri e dagli Arabi, i quali lo dicono pure Bàhr-el-Mochàda, fiume dei guadi, perchè molti sono i luoghi, come io stesso ho potuto osservare, che si passano a guado; ma i Dénka, che abitano vicino alle rive del fiume Bianco, l'appellano Kiâti, piccolo fiume, e quelli che sono lontani Kìdid, gran fiume (kir, fiume; adìd, grande) per distinguerlo dai piccoli torrenti che lo ingrossano. Questi nomi diversi io trovo molto alterati e confusi sopra alcune carte geografiche.

Il fiume Sóbat si compone di due rami principali, l'uno dei quali, che è il più importante, proviene dal sud, e conserva una direzione costante verso nord, N. O.; e l'altro deriva dall'est, e procede verso ovest, S. O.[16]

Il Sóbat, dopo d'essersi riunito col ramo settentrionale ch'io penso sia l'Addùra, forma, seconda i ragguagli del viaggiatore Filippo Terranova, ch'io conobbi in Chartùm, varie isole abitate pressochè tutte da Negri, fra i quali dai Scìluk, che non posseggono bestiami, ma son dati alla coltivazione del màis, dei fagiuoli e del tabacco, che seminano nelle isole, e ne raccolgono frutti abbondanti. Questi Scìluk sono pure abilissimi cacciatori di elefanti e di ippopotami, e vivono in amichevoli relazioni coi Nuèr che si trovano sulla riva sinistra, e coi Dénka della riva destra, coi quali confinano ad est, N. E.

I Dénka del Sóbat sono quasi sempre in guerra coi Nuèr-Balòk, i quali benchè combattano muniti di bastone e di lancia, senza lo scudo, pure sanno farsi temere dai Dénka e da altri Negri, che tremano al sentirsi pronunciare solamente il nome di Nuèr.

Un giorno Filippo Terranova fu pregato dai Dénka, presso i quali egli dimorava da circa un anno, d'unirsi a loro per discacciare i Nuèr-Balòk dalla riva destra del fiume ove s'erano condotti coi loro bestiami, trovandovisi buoni pascoli. I Dénka già contavano sulla vittoria, poichè il Bianco, come essi lo chiamavano, aveva un cannone di bronzo che soleva caricare a mitraglia, allo scoppio del quale i Nuèr spaventati si sarebbero dati a precipitosa fuga, abbandonando i loro bestiami in mano al nemico.

Il Terranova dovette accondiscendere al desiderio dei Dénka, e poco dopo eccolo col suo cannone in mezzo a un migliaio di combattenti di fronte ad altrettanti Nuèr. Sul principio, dall'una e dall'altra parte non si faceva che correre di qua di là per assicurarsi dagli assalti nemici ed impadronirsi di posizioni vantaggiose; ma tutt'a un tratto i Nuèr si scagliarono contro i Dénka così improvvisamente, da non dar loro tempo di prepararsi a resistere all'impeto dell'assalto, e da costringerli quindi ad una fuga disperata, lasciando il povero Terranova,, che fatto non aveva ancora un colpo di cannone, a sbrogliarsela da solo coi Nuèr. Buon per lui che questi, contenti della vittoria riportata, tornarono ai loro posti senza darsi il menomo pensiero del Bianco, il quale col suo cannone rifece con fatica la strada di prima.

I Nuèr-Balòk, che si estendono sulla riva sinistra del fiume Sóbat, dal 9º fin presso all'8º grado di latitudine, hanno gli stessi costumi e le stesse abitudini dei Nuèr che abitano lungo le rive del fiume Bianco, dei quali parleremo di poi. Questi però sono più ricchi di bestiami e di grano, e più destri di quelli del fiume Bianco nel dare la caccia agli elefanti.

Durante la stagione delle piogge (charìf), essi abbandonano la riva del fiume e si ritirano nell'interno tra il canale Zeràf e il Sóbat.


Nel 1855 due barche di negozianti arabi s'avventurarono lunghesso il fiume Addùra, e dopo parecchi giorni di marcia giunsero ad una tribù di Negri che si dicevano Scìluk, i quali avevano il loro re come quelli di Dènab. Questi Negri appena videro le barche, ch'erano ancorate in mezzo al fiume, presentarono ai negozianti due bovi, dicendo che volessero accettarli come segno di buona ospitalità; e siccome intesero ch'erano venuti in cerca di denti di elefante, fecero loro sperare che sarebbero partiti colle barche cariche d'avorio. Non parve vero a que' negozianti d'aver trovato fra quella tribù tanta cordialità con tanta fortuna; ne ringraziarono la Provvidenza, e s'affrettarono ad aprire le casse contenenti perline di vetro, per mostrarne i campioni. Quindi gli uomini della barca più vicina alla riva smontarono disarmati, e si sparpagliarono pieni di fiducia in mezzo ad una moltitudine di Negri, dai quali vennero tosto assaliti e barbaramente trucidati, senza che n'andasse salvo nè pur uno. La gente dell'altra barca, atterrita a tanto spettacolo, fece presto a discendere il fiume per non incontrare la sorte dei compagni. Dopo questo fatale avvenimento, nessuna barca osò più inoltrarsi su quel fiume.

Alquante miglia geografiche a sud, S. E. del paese dei Nuèr-Balòk, trovansi altri Scìluk sulla riva sinistra e sulla riva destra del Sóbat, e inoltre lungo il Ghìlo, che pare sia un ramo del fiume Addùra. Tutti questi Scìluk però formano una sola e grande tribù soggetta al medesimo Capo, che come abbiamo detto ha il titolo di re.

Un po' più a sud, S. E. di questi Scìluk, il Sóbat riceve a destra le acque del Nikàna, che credesi un ramo settentrionale del Bongiàk. Il Bongiàk poi sbocca nel fiume Giùba proveniente dal sud, di cui ignote sono le sorgenti.

Dall'imboccatura del Sóbat chi rimonta il fiume Bianco deve dirigersi, per quasi un grado di longitudine, verso ovest fino al lago No, ove il Bàhr-el-Àbiad riceve le acque del maggiore de' suoi influenti chiamato fiume delle gazzelle (Bàhr-el-G¨azàl, 9°, 18′, 24″).

In questo lungo tratto il fiume Bianco, poche ore di cammino dopo il Sóbat, riceve a destra un canale grande quasi la metà dello stesso fiume. Questo canale è conosciuto col nome di Bàhr-ez-Zeràf (fiume delle giraffe), le cui rive sono abitate dai Nuèr fin oltre l'8º grado di latitudine, ed esce dal fiume Bianco nel paese dei Bòr, tra il 6º ed il 7º lat. N., presso al villaggio Akuàk. Un vecchio de' miei barcaiuoli mi diceva d'averlo percorso quasi tutto con una piccola barca; il Ràies stesso ed altri della mia gente già lo conoscevano a tratti, e tutti s'accordavano nell'asserire che il canale, il quale esce da Akuàk, nel paese dei Bòr, è quello stesso che rientra nel gran fiume presso il Sóbat; e ciò mi confermarono pure altri, durante il viaggio che feci a Kondókoro[17].

Il Bàhr-ez-Zeràf è il più largo e il più lungo fra i canali del fiume Bianco; canale ch'io trovo mal segnato su diverse carte geografiche.

Il fiume Bianco quindi riceve a sinistra un influente, che secondo gli abitanti che ne abitano le rive, prende nomi diversi, cioè di Bàhr-el-Aàrab, nella parte conosciuta più occidentale, poi di Solongò, e finalmente di Kiâti presso allo sbocco.

Poco prima di arrivare al lago No, io vidi a poca distanza, rimontando il fiume, i monti Tekèm a nord, N. O., all'ovest dei quali sono i Baggàra Homùr, che vivono in continua guerra coi Nuèr e coi Gianghè.

La tribù dei Gianghè è posta tra la tribù dei Scìluk e quella dei Nuèr, e si estende per alquante miglia geografiche nell'interno verso occidente. Questa tribù, alleata a quella de' Nuèr, coi quali ha comuni la lingua ed i costumi, è nemica acerrima dei Scìluk, cui spia continuamente per assalirli e depredarli.

Il 28 gennaio 1859 feci arrestare la barca proprio al confine di queste due tribù. Non molto lontani dal fiume scorgeansi i loro villaggi. Io speravo che i Negri Scìluk o i Gianghè, vedendo la barca, venissero per far mercato, avendo io bisogno di provvedermi di carne e d'altro. Di fatto non andò molto che ci comparvero parecchi Scìluk, armati di lancia, scortando donne e fanciulle, le quali portavano sul capo cestelle di paglia ripiene delle miserabili loro derrate, dùrah, specialmente, fagiuoli, sesàme e cotone; avevano anche galline ed uova; ed alcuni giovanetti tenevano per una corda capre e montoni. Si poteva comprare d'ogni cosa con perline di vetro, ad eccezione delle capre e de' montoni, che valevano lance o anelli di ferro o di rame. In poco d'ora il mercato aumentò fino a comporre circa duecento persone tra uomini, donne e fanciulli. Quando io fui abbastanza provveduto, ordinai la partenza; e tutti questi poveri Scìluk s'avviarono pian piano alla volta delle loro capanne contenti e allegri dei prezzi ricevuti. Tutt'a un tratto noi udiamo alzarsi acutissime grida.... «Ecco, ecco là, disse il mio Turcimanno, i Gianghè che inseguono i Scìluk, e sono tanti come l'erbe che crescono dal terreno.... (era la sua frase ordinaria per esprimere una grande moltitudine); essi tentano di assalirli a mezzo del cammino; ma i Scìluk giungeranno prima alle loro capanne; o, se mai, sapranno far loro resistenza; molti vengono in loro aiuto.» Io fui spiacentissimo di quello scontro, del quale era stata occasione il mercato, che non era prudenza di fare al confine di due tribù nemiche. Dopo alcuni istanti sole voci di pietà mi percuotono il cuore più che l'orecchio, nè potei più seguirli coll'occhio, poichè un rialto di terreno me li nascose totalmente.

Il fiume Bianco tra l'imboccatura del Sóbat e il lago No, ove, come dissi, riceve le acque del maggiore de' suoi influenti, è notevolmente ristretto e rigirante per frequenti e rapidissime svolte, le quali rendono assai difficile e faticosa ai barcaiuoli la navigazione, e le sue rive sono adorne di boschetti eleganti di papiri.

Il Cyperus Papyrus, o Papyrus Antiquorum è l'antica e celebre pianta del cui libro usavano gli Egizi per iscrivere; ed è frequentissima tra il 9º e il 10º grado nelle regioni del Sóbat, del fiume delle Gazzelle e del fiume Bianco.

Intorno al lago No crescono rigogliosi gli Àmbag, i papiri, le ninfee, e fra esse il famoso loto (Nymphaea lotos), la Neptunia stolonifera, e la palma deìèb.


Navigando sul fiume Bianco da est ad ovest verso il lago No, ci si presenta dapprima il grande e maestoso fiume delle Gazzelle (Bàhr-el-G¨azàl), e poi subito il fiume Bianco, il quale pare che qui si umili ed offra spontaneo all'altro fiume il tributo delle sue acque.

Io vidi questo piccolo lago e lo girai quattro volte. Vi giunsi una volta di notte, due ore avanti giorno, e i miei barcaiuoli fecero allora molti spari di fucile, e perchè? — «Perchè, com'essi mi dicevano, all'imboccatura de' grandi fiumi si trovano adunati vari spiriti, che conviene salutare così, affinchè non imprechino contro di noi.»

Il fiume delle Gazzelle (Bàhr-el-G¨azàl) sbocca, come abbiamo detto, nel fiume Bianco (Bàhr-el-Àbiad) al 9°, 18′, 24″ lat. N. Questo fiume, del quale io ebbi tutta la cura di studiarne il corso, fino al 1859 non era conosciuto che presso al punto di confluenza col fiume Bianco.

L'arabo Aly-Omùri fu il primo a rimontarlo per quasi un grado di longitudine ovest dal lago No, e quindi per circa cinquanta miglia geografiche verso sud-ovest; finalmente piegando a sud, dopo due giorni di penoso cammino, egli arrivò ad un luogo ove il fiume dilaga; e quel lago dagli arabi Baggàra Homùr è chiamato Mùsciarat.

Il console inglese Petherick, poco tempo dopo lo navigò oltre a quel lago; e d'allora in poi molti altri s'avventurarono più innanzi e scoprirono nuovi paesi. Dopo tre anni, cioè nel 1862, già era conosciuta la parte ovest e sud, sud-ovest del fiume delle Gazzelle, e così pure il fiume dei Giùr, ch'io ritengo sia lo stesso G¨azàl, come vedremo in appresso, proveniente da sorgenti proprie e non dal fiume Bianco, come opinava M.r Peney ed alcun altro viaggiatore.

Brun-Rollet aveva tentato invano di rimontare il fiume delle Gazzelle, dal lago No fin nella tribù dei Giùr, onde così provare che il fiume che attraversa la tribù dei Giùr era il fiume stesso delle Gazzelle (Bàhr-et-G¨azàl); e fu più tardi un Arabo a scoprirlo. A questo fine egli fece costruire una piccola barca nel paese dei Giùr, colla quale discese la corrente per luoghi paludosi ed intricati fin presso al lago Mùsciarat.

Il Bàhr-el-G¨azàl nel lento suo corso fra il lago Mùsciarat e il lago No riceve due o tre grandi torrenti, che rigonfi durante la stagione delle piogge scorrono da sud a nord. Questi torrenti impaludano e formano una specie di laghetto, da cui escono uniti in un sol ramo, che limpido e tranquillo si scarica nel Bàhr-el-G¨azàl.

Le rive di questo grande influente, chiamato anche fiume Nam, cominciano ad essere abitate a quattro ore di cammino dalla sua imboccatura nel lago No. Quindi riceve a sinistra presso il lago Mùsciarat un grande torrente che scorre da nord a sud-est, e dopo il detto lago verso occidente, vari altri torrenti aventi la direzione da nord a sud. Finalmente fra l'8º e il 9º grado di latitudine, là dove il Bàhr-el-G¨azàl ha il nome di fiume dei Giùr, viene ingrossato da un influente, che prima ha una direzione da sud a nord-est, e quindi piega verso est, e sbocca nel fiume dei Giùr.

Il fiume dei Giùr, che, come dissi, io ritengo sia lo stesso G¨azàl, proviene dal sud, ove tra il 4º e il 5º grado lat. N., e tra il 28º e il 29º long. est dal meridiano di Parigi, ha il nome di Jèji, il quale segna ad ovest il confine della lingua dei Bàri, ed è formato da due rami che s'uniscono fra il 3º e il 4º grado; e da questo punto di unione, dopo circa quaranta miglia geografiche, esso riceve l'influente Irè, e poi scorre verso nord, nord-ovest bagnando il paese dei Giùr, dai quali prende il nome; e finalmente piegando ad est, col nome di Nam e di Bàhr-el-G¨azàl, si scarica nel fiume Bianco.

M.r Peney, col quale io parlai più volte in proposito, era pure di questa mia opinione; soltanto egli riteneva che il Jèji fosse un braccio del fiume Bianco, mentre io sosteneva e sostengo che abbia sorgenti proprie.

M.r Jules Poncey invece lasciò scritto in argomento[18]: «On a cru jusqu'ici que la rivière appelée Iaïe (le Giei ou Jeïh ou Yièh de Peney), qui traverse le Niàmbara venant du sud, était la même rivière que celle des Djour; il n'en est rien; car le jaïe, après avoir traversé le Niambara, passe un peu a l'ouest du Mandara, traverse une partie du pays des Djour et arrive enfin dans la tribu des Rol qu'il divise en deux, passe chez les Nouair e va se jeter directement dans le lac Nau. Cette rivière serait donc la même que celle des Rol. Le Bàhr-Djour vient à coup sûr du sud, mais plus loin ancore à l'ouest que le jaïe. Il a été remonté par le barques jusqu'à Cazenga (Cazingo). Là, le fleuve commence a être rempli d'écueils, et sa petite quantité d'eau est cause que les barques ne peuvent aller plus haut.

À quinze à vingt journées de Cazenga, vers l'ouest, il y aurait, au dire des Niamniàm, un autre fleuve beaucoup plus grand que celui des Djour, coulant du sud-est au nord-ovest.»

Or ecco quanto posso dire io intorno alla provenienza e al corso di questo fiume, appoggiato alle relazioni esattissime che me ne diede il missionario Francesco Morlang, il quale lo visitava in persona con alcuni dongolèsi mercanti d'avorio in sullo scorcio del 1859; e dietro a quelle relazioni io delineai tutto il suo viaggio che intraprese a sud-ovest di Kondókoro, percorrendo oltre a un grado di latitudine e di longitudine[19].

Partiva l'intrepido Missionario nell'ottobre 1859 da Kondókoro con circa venti dongolèsi, dirigendosi verso sud-ovest, e fece la sua prima stazione a Tokimàn; lasciò quindi a destra il monte Kunùpi, e dopo faticoso cammino arrivò a Kèlie, seconda stazione. — Non nomino che le stazioni fatte in luoghi abitati da Negri. — Oltrepassò poi due grandi torrenti, il Lurì e il Kòda, e dopo le stazioni di Dìmu, Kakaràk, Riòka, Tongà, Lòci, Lìghi, Liguèk e Morò egli vide le rive del fiume Jèji, che scorreva da sud a nord e presentava la grandezza del Ciuffiri (fiume Bianco) dei Bàri. Fu in questa stazione di Morò che gli indigeni, dei quali egli conosceva la lingua la quale era quella dei Bàri, gli parlarono del fiume Irè influente del Jèji, le cui rive erano abitate dai famosi Gnam-Gnàm o Makarakàk, cui la tradizione aveva tramandato ai Nubî qual popolo, che riepilogava in sè stesso tutto ciò che l'idea di selvatichezza può far concepire di più spaventoso a gente dotata di spirito inventivo.

«I selvaggi designati da cotesto nome terribile, i Gnam-Gnàm, non erano soltanto vicini all'animalità per il genere di vita, ma dicevasi conservassero il marchio della loro discendenza; e la questione dell'origine scimmiesca dell'uomo era allora scioccamente discussa sulle rive del Nilo con non minor calore che non lo sia ora da alcuni in Europa.»

Il Morlang avrebbe voluto visitare per il primo que' Negri, vederli coi propri occhi, e sollevare un lembo del velo che involgeva quella nazione leggendaria, percorrendone una provincia almeno da essi abitata; ma i suoi compagni di viaggio non v'acconsentirono, e dovette con essi piegare a mezzodì. Il merito di farli conoscere l'ebbe di poi il viaggiatore italiano mio amico Piaggia, il quale passò venti mesi fra i Gnam-Gnàm dell'ovest, e quindi l'illustre Giorgio Schweinfurth, che lo seguì da vicino, e fu in grado di descriverci quel popolo interessante, di cui ha studiato le tribù orientali, in modo da rendere affatto inutile ch'io ripeta ciò che mi disse il Morlang intorno ai Gnam-Gnàm per relazioni avute dagli abitanti lungo le rive del Jèji, relazioni che corrispondono perfettamente con ciò che scrisse l'illustre viaggiatore.

Il Morlang adunque dovette piegare a mezzodì; traversò il ramo orientale del Jèji e sostò a Morciàk; e finalmente si diresse a Vrànga presso la riva destra del ramo occidentale dello stesso Jèji. Fu qui che intese che le sorgenti di questi due rami componenti il Jèji non erano molto lontane, e ne sentì parlare con tanta sicurezza da escludere ogni sospetto che il Jèji sia un canale del fiume Bianco, secondo l'opinione di M.r Peney.

Nè io posso convenire con Jules Poncey, che cioè il Jèji, il quale traversa il paese dei Jàmbara (Jàngvara), non sia lo stesso fiume dei Giùr. Egli dice: il Jèji dopo d'aver traversato il paese dei Jàmbara, passa un po' all'ovest dei Màndara, scorre una parte del paese dei Giùr, ed arriva in fine nella tribù dei Rol che divide in due parti; bagna quindi la terra dei Nuèr, e si getta finalmente nel lago No. Ma io credo fermamente ch'egli scambi il Jèji col grande torrente Kòda, il quale traversa di fatto il paese dei Jàmbara, passa un po' all'ovest di Màndara, scorre una parte del paese dei Giùr, ed arriva in fine nella tribù dei Rol che divide in due parti; e bagnata quindi la terra dei Nuèr, io ritengo che direttamente sbocchi nel lago No, o da solo o dopo d'essersi unito col torrente Lurì[20].

Il fiume Jèji e il suo influente Irè scorrono fra due lunghe catene di monti aventi una direzione da sud a nord, delle quali l'occidentale prende diversi nomi secondo le posizioni, di Lopiòko, di Ghirimenìt, di Vovù, di Kurubù, di Malangà, di Longobè, e l'orientale è conosciuta col nome di montagne di Bègong a nord, e di montagne dei Jàngvara a sud.

Questi due fiumi sono abitati da ippopotami e coccodrilli, e a sinistra dell'Irè e del Jèji, dopo ricevute le acque dell'Irè, è la grande e famosa tribù dei Gnam-Gnàm, che si estende fra il 3º e il 6º grado di latitudine nord; ma ancora non si sa con precisione fin dove s'estenda il paese dal lato dell'ovest; volendo però giudicare da ciò che i Nubî ne conoscono, pare abbia una lunghezza di cinque o sei gradi.

Gli abitanti sarebbero stati calcolati a circa due milioni.


Io che non ebbi la fortuna di visitare i Gnam-Gnàm, non ho mai voluto credere ch'essi fossero cannibali quali me li dicevano i Nubî, che non gli avevano però ancor visitati, ed alcuni avventurieri della tratta dell'avorio, argomentandolo anche dal nome, col quale viene chiamata questa tribù.

In una mia carta geografica annessa ad un opuscolo, che scrissi dal fiume Bianco, il quale porta la data 13 dicembre 1859, e vide la luce nel 1861 (Verona, tipografia Vicentini e Franchini), io chiamai questa tribù col nome di Gnemgnèm (Gnèm-gnèm), e non di Niam-Niam o Nyam-Nyam, come dalla maggior parte degli scrittori era stata chiamata; e nel settembre del 1867 spedivo l'opuscolo al mio amico marchese O. Antinori accompagnandolo con una lettera, nella quale gli dicevo che la tribù da lui chiamata dei Niam-Niam avrebbe potuto chiamarsi Gnemgnèm; e ciò non dissi a caso, ma avvertitamente. La qual cosa diede motivo a due lettere che non sarà discaro al lettore ch'io qui riferisca, sebbene sieno state registrate sul Bollettino della Società geografica italiana (anno I, fascicolo 1º-1868). Ecco la lettera del marchese O. Antinori sulla parola Niam-Niàm.

D. Giovanni mio pregiatissimo.

Firenze, 2 ottobre 1867.

Le sono debitore di molte grazie per l'opuscolo sul suo viaggio del fiume Bianco che Ella ha voluto inviarmi, e che ho gradito molto, mentre la copia che io possedeva da lunga data, non so per quale fatalità, era mancante delle carte sul corso dei due fiumi Bianco ed Azzurro, cosa che osservasi in fin di libro.

Mi permetta ch'io le ritorni un mio lavoro sui volatili che raccolsi durante il mio soggiorno in alcune delle contrade da Lei descritte, ed in altre, che avrebbero ben meritato una sua visita, se Ella non si fosse restituita in Europa.

Nella prefazione vi troverà lo scheletro del mio viaggio, sul quale non discesi a minuti ragguagli nol consentendo il titolo del libro che dava al pubblico.

Sulla parte, o meglio sul paese interno del G¨azàl, vi tornerò sopra quando pubblicherò un lavoretto sui Niam-Niàm che mi propongo di fare. E poichè mi cade quasi involontariamente sotto la penna il nome di questa tribù che Ella nell'ultima sua mi consiglia di chiamare Gnem-Gnèm, ad esempio di quanto Ella aveva praticato nel suo libro, mi permetta ch'io le richieda, se vi sia una particolare ragione etnica per così chiamarla, o se il suo parere appoggi piuttosto sul valore del suono della parola, quale le si è presentato all'orecchio allorchè l'ha udita proferire. In questo caso, per me che ho soggiornato lungamente fra i Giùr, e che mi sono sentito ripetere le mille volte questo vocabalo, esso mi ha sempre suonato Niam-Niàm, o al più Gnam-Gnàm, e non mai gnem-gnèm; lo che accorderebbe maggiormente coll'origine che si può attribuire alla detta parola, sia pure essa divisa in due, o in una sola come Ella la scrive. I fratelli Poncet, Heuglin, Lejean, ne resero il suono nel modo stesso adoperato da me, e la differenza unica che s'incontri fra l'uno e l'altro dei detti autori, è differenza ortografica propria alla lingua in cui essi scrissero.

Heuglin poi asserisce che il plurale di Nyam-Nyam è Nyamanyam; lo dice in modo assoluto, ma senza accennarne il perchè. Esso, a parer mio, lo si potrebbe ripetere dalla natura stessa del linguaggio di molte famiglie dell'Africa australe, ove la forma etnica vuole che si pongano innanzi, appresso e anche in mezzo ai nomi proprii dei popoli e delle tribù, le particelle ba, ma, ouà, ouè ecc. ecc. Burton parlando del popolo Fân dice che nel plurale vien chiamato Bâ-Fân ed anche Fan-ouè. E nel caso nostro, nella parola Nyamanyam rivelataci da Heuglin, la particella ma troverebbesi interposta fra le due sillabe che compongono la parola Niam-Niàm, alla quale per ragione eufonica sarebbesi soppressa la prima m, e convertita l'ultima m in n. Ma qualunque possa essere l'ipotesi dedotta da me dagli esempi di linguaggi dell'Africa australe, per spiegarmi in qualche modo l'asserzione di Heuglin, rimarrà sempre vero che il suono tanto nel singolare che nel plurale è in à e non in è, e che lo stesso suono hanno le parole da cui essa probabilmente è derivata. Livingstone ci dice che nel Zambesi Nama-nama è un grido che i rematori fanno ad un Trogon, allorchè l'uccello col suo canto imita il suono della lira, e vuol dire carne carne. Gnià, nel linguaggio Niam-niam vuol dire animale ed anche carne. Presso i Dor vuol dire pure animale, e presso alcune altre tribù del nord esprime il bufalo. Ciam-ciam presso i Dor vuol dire mangiare, e notisi che oltre a certa analogia di suono che questi vocaboli hanno col motto Niam-niam, Speke ci fa sapere che presso gli Ouganda gli venne assicurato che Niam-niam significa mangia mangia. Non pare a Lei che vi sia un qualche rapporto non dirò etimologico, ma eufonico fra il vocabolo Dor e quello con cui vengono chiamati i loro vicini? E la parola gnia, animale o carne che essa significhi, non ha pure un ravvicinamento di suono e di significato col vocabolo in questione? A Lei dottissimo in alcune delle lingue dei Negri lascio il deciderne, contento di averle esposte alcune ragioni, in forza delle quali a me sembrerebbe che il vocabolo Niam-Niàm non dovesse mutarsi. Se Ella mi illuminerà in proposito non lascerò di tenerne conto a suo tempo.

Suo servo ed amico
O. Antinori

Eccone la risposta.

Pregiatissimo signor Marchese,

Verona, 8 ottobre 1867.

Oggi ho ricevuto la carissima sua del 2 corrente, ed alcuni giorni prima il prezioso Catalogo descrittivo di una collezione di uccelli, fatta nell'interno dell'Africa con tanto disagio ed abnegazione della sua vita. — Ne la ringrazio infinitamente.

..... Ma or veniamo alla tribù ch'Ella, signor marchese, Petherick, Lejean, Heuglin, Speke ecc., nomi tutti rispettabilissimi, ed i quattro primi a me tanto cari, conosciuti in Chartùm, chiamano dei Niam-Niàm, e che io Le suggeriva nell'ultima mia di chiamare piuttosto Gnem-Gnèm, come sta scritto nel mio opuscolo, che porta il titolo: «Un viaggio sul fiume Bianco nell'Africa centrale,» ed avrei anche potuto dire Gnam-Gnàm, che è il singolare, come vedremo, di Gnem-Gnèm. — Prima di tutto Le dirò che in quella denominazione Niam-Niàm, io non intesi, com'Ella ha creduto, di appuntar la vocale a, ma di meglio esprimere il valore della consonante radicale n, che in questa parola come in molte altre, nella lingua dei Bári e in quella dei Dénka, suona precisamente come l'unione delle due consonanti seguite da vocale in italiano.

Del resto nella denominazione Niam-Niàm io non trovo errore; la trovo anzi quasi affatto consona a quella di Gnam-Gnàm, poichè il ni o ne davanti ad una vocale fanno il più delle volte una sillaba sola colla medesima, che rappresentasi in italiano ed in francese con , p. e. Signor, Seigneur; nello spagnolo con ñ, p. e. Señor; nel portoghese con nh, p. e. Senhor, derivazioni tutte dal latino Senior-vecchio, seniore ecc. — Volli dire con ciò, che Petherick, Heuglin, Speke nominando la tribù all'occidente dei Bàri e al sud dei Dénka e confinante con essi, Niam-Niàm, non poteano, usando della loro ortografia, meglio esprimerla di quello che l'abbiano espressa, mancando, tedeschi ed inglesi, di quel suono nasale che in italiano e in francese risulta dalla combinazione, come dissi, delle due consonanti seguite da vocale, suono, ripeto, che perfettamente corrisponde a quello dei Bàri e a quello dei Dénka in questa ed in molte altre parole. — Or resterebbe a vedere come il Lejean e i fratelli Poncet, da Lei pure citati, e che sono francesi, abbiano chiamato quella tribù. — Ella stessa, signor marchese, mi dice che «l'unica differenza che notasi fra l'uno e l'altro dei sopradetti autori è differenza ortografica propria della lingua in cui scrissero,» ma che tutti hanno chiamata quella tribù facendo sentire il suono della vocale a. — Questo io credo, e così anche va bene; ma io vorrei poter credere ancora che i signori Lejean ed i fratelli Poncet, essendo francesi, l'avessero nominata, secondo la propria ortografia, Gnam-Gnàm e non Niam-Niàm, a meno che non abbiano voluto accomodarsi ad una ortografia straniera che non corrisponde, come la nostra, al debito suono[21]. — Veniamo adesso alla vocale. — Io dissi che non fu mia intenzione di appuntare nella denominazione Niam-Niàm la vocale a; tuttavia io debbo rendere ragione perchè scrissi sulle carte del mio opuscolo Gnem-Gnèm e non Gnam-Gnàm, che è, com'io diceva, il singolare di Gnem-Gnèm. — Ecco da che fui indotto a ciò fare:

I. Perchè sentii qualche volta chiamarsi così quella tribù da molti negri Dénka, da alcuni Bàri e da qualche missionario di Kondókoro, sebbene sia vero che il più delle volte mi suonava all'orecchio il singolare Gnam-Gnàm. — Io domandai ad alcuni Negri perchè la dicessero Gnem-Gnèm qualche volta, e non Gnam-Gnàm, come il più delle volte e generalmente era chiamata; ed essi mi rispondevano senz' altro dire «è la stessa cosa.» — Questo motivo però non era ancor sufficente perchè io dovessi adottare il plurale piuttosto che il singolare, che dai più e il più delle volte era usato.

II. Il vero motivo però che m'indusse ad usare il plurale Gnem-Gnèm (o come scriverebbero i tedeschi ed inglesi Nien-Nièm o Nyem-Nyèm) piuttosto che il singolare Gnam-Gnàm (o secondo altri Niam-Niàm o Nyam-Nyam) fu per accennare in qualche modo la via a rintracciare la vera etimologia di questa parola nella natura appunto, per ripetere, signor marchese, le sue parole, del linguaggio di molte famiglie appartenenti all'Africa centrale. — M'attenda:

Ella sa che fra i Gnam-Gnàm scorre un fiume verso il Bàhr-el-G¨azàl o Kèilak, formato tra il 4º e il 5º grado lat. N. dal fiume Jèji e dal suo influente Irè. In questo fiume, come riferivano il missionario Francesco Morlang, che vide il Jèji a Morò, e tutti quelli che viaggiarono con lui, sono molti coccodrilli. Vedi! — io dissi allora fra me — il coccodrillo da tutte le tribù Dénka del fiume Bianco è detto Gnàn, plurale Gnèn; così adunque lo chiamano i Giùr, gli Atuòt, i G¨ok, i Ròl, tribù Dénka limitrofe ai Gnam-Gnàm dalla parte nord. Così chiamano il coccodrillo anche i Bàri ed i Scìr, che confinano coi Gnam-Gnàm ad est, e sono divisi dal fiume Jèji. L'etimologia, io conchiusi quindi, di questo nome Gnam-Gnàm dato a quella tribù deve ripetersi dalla parola Gnan-coccodrillo, plurale Gnèn-coccodrilli. Per la qual cosa, tribù dei Gnam-Gnàm o dei Gnèm-Gnèm vorrebbe dire tribù del coccodrillo o dei coccodrilli, i quali abitano in gran copia nelle acque dell'Irè e del Jèji[22]. Ora questa etimologia è fondata sulla realtà delle cose, sul fatto dell'esistenza dei coccodrilli in quella tribù; mentre altri vorrebbero ripeterla dalla supposizione che quella tribù sia antropofaga. Nè, io credo, potrebbesi sostenere questa ipotesi da ciò che narra il celebre ed intrepido viaggiatore Speke, a cui gli Ougànda tradussero, egli dice, la parola Niam-Niàm per mangia-mangia. Io vorrò credere benissimo che allo Speke gli Ougànda abbiano detto che Niam-Niàm esprime mangia mangia, ma riferendosi alla tribù da essi accusata, o a torto o a ragione, come antropofaga; ma come provò egli mai che mangia-mangia è il vero senso della parola Gnam-Gnàm dei Dénka e dei Bàri? — Nè vale il dire, a sostenere questa ipotesi, che presso i Dòr la voce cian-cian, com'Ella scrive, vuol dire mangiare; poichè questa voce, mi pare, non ha alcuna analogia con quella di Gnam-Gnàm o Nyam-Nyàm, essendo affatto diversa la prima radicale; ma l'ha piuttosto colla parola ciám dei Dénka, che pur significa mangiare; anzi direi che è la stessa parola, mentre sappiamo che le due consonanti m ed n sono ambedue lettere nasali, che facilmente si scambiano.

Ella dice finalmente, signor marchese, che la parola Gnià nel linguaggio pure dei Dòr ed in quello stesso dei Gnam-Gnàm significa animale; e non sembra a lei che vi sia una grande analogia fra questa parola Gnià-animale, e Gnàn-coccodrillo? e non ci verrà il sospetto almeno che questo animale, che i Gnam-Gnàm chiamano Gnià, sia lo stesso coccodrillo? — Aggiungerò che tutti quelli, coi quali io stesso parlai, e che si recarono fra i Gnam-Gnàm o Gnem-Gnèm, non hanno potuto, non dico verificare, ma nè manco sospettare che quella tribù si cibasse di carne umana. — Aggiungerò ancora che allorquando dovevo recarmi nel 1854 nella tribù dei Bèrta fra gli Sciangàllah, mi si diceva da molti, e seriamente, ch'erano antropofagi; e quando io li vidi, dovetti persuadermi che la cosa era ben altra da quella che mi si voleva far credere....[23] Dopo tutto ciò, mio carissimo marchese, è facile concludere che la ragione che m'indusse a cambiare la parola Niam-Niàm in quella di Gnem-Gnèm o Gnam-Gnàm che n'è il singolare, non fu solo sensazione organica, ma fu particolare etnica ragione. — Ad altro.

Da questa mia risposta può immaginarsi il lettore quanto io fossi lontano dal credere i capricciosi racconti e le feroci accuse lanciate dai Nubî, specialmente, e dagli avventurieri della tratta dell'avorio contro i Gnam-Gnàm.

Della famosa coda che si pretendeva formasse parte del loro corpo, io parlai a lungo col mio amico viaggiatore Lejean, e dovetti ridere con lui quando nel 1860, reduce dal fiume Bianco, mi diceva che la pretesa coda dei Gnam-Gnàm altro non era che una striscia di cuoio, che passa fra le gambe e si spande, inferiormente alle reni, in un largo ventaglio in guisa, che veduta di lontano produce l'effetto d'una coda.

«Ma per essere senza coda, i Gnam-Gnàm non cessavano per ciò di figurare come gli eroi d'una infinità di storielle di caccia e di guerra riferite da alcuni avventurieri, storielle d'interesse palpitante. Abitavano inoltre un paese sconosciuto, e anche per tal motivo destavano in Europa una viva curiosità.» — Così scrisse l'illustre viaggiatore Schweinfurth, che dopo il Piaggia, intrepido viaggiatore italiano, visitò quel popolo interessante e ne studiò le tribù orientali. Or ecco quanto egli ne dice in proposito:

«A parte i lineamenti speciali, caratteri di razza che, più o meno spiccati, contraddistinguono i diversi gruppi della famiglia umana, i Niam-Niàm (Gnam-Gnàm) sono uomini della stessa natura degli altri, colle stesse passioni, le stesse gioie, gli stessi dolori di noi. Io ho scambiato con essi molte e molte facezie, ho partecipato ai loro giuochi infantili, avvivati dal rumore di tamburi o dal suono di mandolini, e trovai in essi il buon umore e l'estro che s'incontrano altrove....

«I Niam Niàm (Gnam-Gnàm) sono eminentemente carnivori, ed è appunto la carne che mette il colmo ai loro piaceri gastronomici. «Carne! carne!» è la parola d'ordine che risuona in tutte le loro campagne, è il grido che esprime la loro collera o i loro desideri.

«È naturale che in ogni paese, nella stagione in cui la selvaggina è più abbondante e migliore, l'idea della caccia s'impadronisca di tutti i cervelli: ma tale disposizione può anche essere soltanto temporanea. A me pare che il più sicuro criterio del genere di nutrimento prevalente in tale o tal luogo, sia quello delle voci usate dagli abitanti per ciò che concerne le loro refezioni. Così, presso i Bòngo, popolo essenzialmente agricolo, il nome del sorgo è l'indefinito del verbo mangiare, mentre fra i Niam-Niàm (Gnam-Gnàm) è la voce carne omonima del verbo: carne e mangiare s'esprimono colla stessa parola.

«Quanti scrissero intorno ai Niam-Niàm (Gnam-Gnàm), tutti li hanno accusati di cannibalismo; e l'accusa parrà giustificata a chiunque ricordi l'origine della mia collezione di cranî.

«Anche qui, come dappertutto, la regola ha naturalmente delle eccezioni. Viaggiatori che visitarono i distretti di Banzibèh e di Tèmbo, situati all'ovest della strada da me seguita, mi riferirono di non aver veduto nulla che possa far credere a siffatto costume; e Piaggia, che passò in questa provincia quasi due anni, dal 1863 al 1865, fu testimonio d'un unico fatto d'antropofagia; fatto nel quale trattavasi d'un nemico ucciso nella mischia, e divorato da uomini che la battaglia aveva resi sitibondi di sangue e di vendetta. Io stesso posso citare dei Capi, che respingono con forza l'idea di cibarsi di carne umana, sebbene, essendo sempre in guerra, avrebbero di continuo occasione di soddisfare il loro appetito, se tale fosse il loro gusto.

«Nondimeno, da ciò che ho udito, e sopratutto da ciò che ho veduto, affermo senza esitare, che i Niam-Niàm (Gnam-Gnàm) sono antropofagi; e che, senza punto farne mistero, raccolgono i denti delle loro vittime e ne fanno dei manili, di cui si adornano con ostentazione. Inoltre, ne' loro trofei di caccia si vedono i cranî di uomini da essi divorati; e il grasso umano è dappertutto in vendita. Dicono che, assorbito a larga dose, questo grasso produca l'ebbrezza; ma sebbene il fatto mi sia stato assicurato da molte persone, non mi è mai riuscito scoprire su cosa si fondi tale asserzione.

«Raccontasi che in tempo di guerra vengono mangiate persone d'ogni età, principalmente i vecchi resi dalla debolezza più facile preda. Aggiungono ancora che, in ogni tempo, quando un individuo muore nell'abbandono, il suo corpo serve di pasto agli abitanti stessi del distretto in cui visse. Insomma, tutti coloro che fra noi cadrebbero sotto il coltello dell'anatomico, qui subiscon la triste sorte ora detta.

«I Nubî mi affermarono che parecchi Bòngo, morti di fatiche in seguito alle carovane, furono disotterrati per servir di cibo. Ahmed, povero giovine! mi diceva d'aver veduto toglier le pietre che coprivano le tombe, d'aver veduto le fosse aperte, e gl'indigeni portarne via i cadaveri. Io non volevo prestar fede, ma i Niam-Niàm (Gnam-Gnàm), che non arrossiscono del loro cannibalismo, confessano che tutti i cadaveri, eccetto quelli d'individui affetti da malattie della pelle, sono essi considerati buoni per la mensa. Tuttavia alcuni di loro hanno una tal ripugnanza per la carne umana, che rifiutano di mangiare allo stesso piatto una vivanda qualsiasi con un compatriota antropofago.

«Le esplorazioni eseguite in questi ultimi anni nel centro dell'Africa ci hanno fatto conoscere delle popolazioni, il cui cannibalismo è pienamente accertato; ma o si consideri l'antropofagia come vestigio d'antico culto, o si riguardi come effetto di insufficienza di nutrimento animale, nessuna delle spiegazioni messe innanzi per risolvere il problema psicologico scema l'orrore che ci colpisce ad ogni nuova rivelazione d'un sì odioso e ributtante costume.

«Fra gli Africani notoriamente antropofagi, i Fàni del Gobon appariscono, per questo riguardo, i maggiori rivali dei Niam-Niàm (Gnam-Gnàm). Al pari di questi ultimi, trafficano de' loro morti, e si citano esempi di cadaveri da loro egualmente disotterrati per mangiarli....»

Dopo l'esplicita asserzione dell'illustre viaggiatore Schweinfurth, per il quale io professo tanta stima, non oso più di negare il fatto, che cioè i Gnam-Gnàm sieno antropofagi, mentre egli ciò afferma senza esitazione alcuna. — Ecco le sue parole: «da ciò che ho udito, e sopratutto da ciò che ho veduto, affermo senza esitare, che i Niam-Niam (così) sono antropofagi.» — Ma io debbo pur confessare schiettamente che, tolto il caso della sua oculare testimonianza del fatto ch'egli asserisce, tutti gli altri argomenti che n'adduce non mi valgono a provarlo incontestabilmente.