VII.

I Nuèr del fiume Bianco — Fuochi notturni — Formiche — Zanzare — Cinocèfali, mostri, cannibali — Credenze religiose; indovini (Kogiùr); superstizioni, strani abbigliamenti e caccia dei Nuèr.

La nazione dei Nuèr dopo quella dei Dénka e dei Gnam-Gnàm è la più grande e la più forte di quante si conoscono nel bacino del fiume Bianco. Essa si estende da est ad ovest, dalle rive del fiume Sóbat fino a quelle del Bàhr-el-G¨azàl, e lungo ambedue le rive del fiume Bianco, a sud della tribù dei Gianghè, fin oltre l'8º grado di lat. N. Fra questa paludosa e malsana regione s'aggira il fiume Bianco con un corso lento e tortuoso.

Quand'io la traversai la prima volta, era la stagione asciutta, e scorgevo dalla barca lontane le abitazioni dei Nuèr circondate da zerìbeh, e, coll'aiuto del cannocchiale, campi coltivati di dùrah, di cui essi fanno commercio colle tribù vicine e coi mercanti stranieri. A destra poi e a sinistra del fiume sono qua e là disperse in sul mattino innumerevoli torme di gazzelle e d'altre antilopi, considerevoli mandre di bufali selvatici e truppe di elefanti, che tornano dal fiume, ove la notte vengono a dissetarsi, nell'interno della foresta. E sul far della sera sbuffano dall'acqua gl'ippopotami che pesantemente s'arrampicano sulle rive in cerca di pascoli, e vedi sugli arbusti una sterminata quantità d'ibi, che stancano gli orecchi co' beffardi loro gracchiamenti, e nuvoli d'altri uccelli che si contendono i rami per riposarsi.

Ma nulla di più stupendo dei fuochi notturni fra le secche, folte e altissime erbe di quelle vaste pianure. Le fiamme dapprincipio lontane e sparse qua e là raramente, spinte dal vento, s'avvicinano sempre più maestose e minaccianti, e secondo i tratti d'erba che incontrano, or s'abbassano d'improvviso ed or sollevansi furiose al cielo; e quindi crepitando s'uniscono insieme e illuminano d'una luce purpurea vivissima l'aere d'intorno; e grandi nuvole di fumo s'inalzano con in mezzo un vortice di scintille, e s'allargano rapidamente verso il cielo stellato. — Cresce il vento, e le fiamme abbattute s'incurvano a terra in larghe vampe orizzontali da sembrare tende ondeggianti. — L'incendio non corre, vola; e prima di avvolgere, copre, come un mare di fuoco, e tutto illumina il sottoposto terreno. — A momenti, pare che, scemando un poco il vento, l'incendio rimetta della sua furia; ma subito il vento ricomincia a soffiare con maggior veemenza, e le fiamme, che s'erano appena risollevate, tornano a curvarsi con impeto e a vibrare come frecce le loro punte diritte e implacabili. Ed oh! potessi io ora descrivere il tumulto, gli urli, i barriti, il ruggito, il fischio, il mugghio di tante bestie feroci, e le querule strida d'un'immensità di volatili che tentano in ogni modo di salvare la propria esistenza dal vorace incendio, come dalle insidie e dai colpi di mano inaspettati d'una gran caccia, guidata astutamente da una volontà unica, per cogliere nella rete tutti quegli animali e non lasciare scampo a nessuno! E già essi corrono e saltano qua e là disperatamente, e a tratti si veggono come spettri illuminati da bagliori d'inferno, e tosto spariscono tra le fiamme che si riuniscono e s'incrociano precipitando e spandendosi in laghi di fuoco con una rapidità incredibile.

Io vidi altra volta i fuochi notturni fatti accendere da uno dei grandi Capi dei Bèrta (Uàd-el-G¨àrbi) nella vasta pianura che divide lo Sciangàllah dall'Abissinia[24]; e quei fuochi mi colpirono d'un tale stupore, che per un pezzo non aprii bocca, e le prime parole rivolte al Gran-Capo furono l'esclamazione spontanea: bello! bello assai! Ma i fuochi ch'io vidi dalle rive del fiume Bianco mi stupirono assai più.

Mi par di vederlo ancora quell'elemento divoratore, che in poche ore tutte distrugge le secche erbe e le foglie delle piante che sono disperse in quelle vaste pianure, le quali assumono poi l'aspetto d'immense carbonaie. — Solo alcuni arbusti continuano a bruciare. — Passata la notte, al primo riapparir della luce del giorno, ecco spiegarsi agli sguardi una nuova scena di viva sorpresa. Una miriade di colonne di fumo vermiglio, sulfureo, bianco, nero, fuggono rapidissimamente e s'allungano a perdita d'occhi, ottenebrando e tingendo di colori sinistri il vasto orizzonte. Larghissimi tratti scorgonsi coperti d'uno strato di cenere bianchissima, come se fosse nevicato. Invece che ai tropici, lo spettatore, per un momento, può credersi trasportato nella zona glaciale. Qua e là monticelli anneriti lacerano il bianco lenzuolo, come nel disgelo le prominenze erbose d'un padule spuntano fuori dal manto di neve; e il fumo ancor serpeggiante dappertutto sparge su questo quadro imponente come un velo di nebbia; e gli alberi colle loro braccia spoglie e stese verso il cielo completano il paesaggio d'inverno.

Fattosi chiaro giorno, Negri, uomini e donne, errano nella vasta pianura arrestandosi davanti a corpi morti o feriti di bestie feroci, di serpenti e di grossi uccelli; e gli anneriti cumuli, opera delle formiche nella stagione piovosa, alti da un metro e mezzo a due metri, s'ergono qua e là, vecchie tombe, come tosto vedremo, di estinti animali.


Havvi nel Sudàn, ma specialmente in questi luoghi bassi e paludosi, gran numero di formiche, di varie specie, e io procurai di studiarne un poco i costumi.

C'è una formica rossastra e piccola, la quale s'occupa unicamente a raccoglier sementi di cui fa anche conserva; essa vive in compagnia, soggiorna sotterra e non esce che nella stagione piovosa a procacciarsi il vitto. Questa formica dai Dénka è chiamata a-gñièg o a-ñġièg (sapiente).

Un'altra formica piccola e nera, di cui la puntura è assai dolorosa, trovasi da per tutto, in qualunque stagione, e dicesi Aciùk.

Osservai pure una formica grossa e nera, alla quale i Dénka danno il nome di agingìn o agiìn, e si ciba solo di altre formiche.

Havvi poi una formica che non si pasce che di ciò che è dolce, ed è nominata areròu.

Ma la formica, che può recar gravi danni agli indigeni ed ai viaggiatori inesperti, è la formica bianca che gli Arabi appellano àrda (dalla parola ard — terra), e i Dénka vdièi. Questo insetto è della grossezza delle nostre formiche comuni, e si nutre principalmente di legno; del resto egli divora ciò che gli si presenta, il cuoio, la carne, il cartone, la carta sopratutto; e torna assai difficile il preservare da suoi attacchi i libri e gli abiti di qualsiasi specie. D'un mio giornale, che mi tenevo conservato con tanta cura, fu rosicchiato quasi tutto il cartone da queste maledette formiche, nello spazio d'una sola notte, e fu un mero accidente ch'io l'abbia potuto salvare, nel mattino, dalla totale distruzione. Dovetti tirarlo fuori da un vecchio baule di pelle per consultarlo, e m'accorsi del pericolo ch'aveva corso. Le formiche, di fatto, erano penetrate per di sotto, dal fondo del baule, sebbene fosse un po' sollevato da terra per mezzo di due liste di legno poste alle estremità; e nulla esteriormente faceva sospettare la loro presenza. D'allora in poi, carte, cartoni, scatole, astucci, biancheria, vestiti, tutto insomma solevo tener sospeso con delle corde al tetto della mia abitazione. Così gli indigeni riescono a conservare intatte le loro provvisioni giornaliere. Quanto ai loro grani, essi li depongono in grandi e profonde fosse, la cui parte inferiore e le pareti sono coperte d'una cert'erba, dalla quale questi insetti si tengono lontani. Essi cominciano il lavoro di sotto terra, ed allorquando sono arrivati alla superficie del suolo non l'intralasciano, ma per mezzo d'una secrezione viscosa, che è loro propria, uniscono le particelle più minute della polvere che li circonda, e formano una specie di smalto, costruendone piccole gallerie, che aumentano sempre più e si sviluppano pel continuo e nascosto lavorìo di questi insetti, che camminano sempre al coperto. Il lavoro dura per quasi tutta la stagione piovosa, e l'edificio che ne risulta ora racchiude un corpo di bestia morto, disseccato dal sole, ora un oggetto di cuoio od uno straccio qualunque abbandonati nella pianura, o il tronco di un albero, il più delle volte d'acacia, e presenta alla sua base un raggio di tre o quattro piedi. Esso s'inalza qualche volta all'altezza di due metri, e non è abbandonato dalle formiche che allorquando non rimane più traccia dell'oggetto che viene assediato.

Nelle paludi trovansi due altre specie di formiche; la formica rossa, mormuòr, e la formica volante, agnièl. Quest'ultima formica fabbrica pure monticelli di terra simili a quelli dell'àrda, e cessata la stagion delle piogge n'esce coll'ali.

Fu allora ch'io vidi molte di queste formiche abbandonare le loro gallerie e rimanersi per qualche tempo immobili e come istupidite, e molte invece darsi a movimenti disordinati, ed agitar l'ali con una impazienza e con un'ebbrezza al tutto singolare; mentre altre, che non erano alate, si mostravano affaccendate ed occupatissime nell'assistere le loro compagne.

«Ecco, io dissi, come anche in questa società di formiche si trovano i maschi, le femmine ed i neutri, che sono le femmine abortive, nelle quali, come nelle api operaie, gli organi del sesso, per procurata scarsezza o per qualità d'alimento, ristettero dallo svilupparsi. I maschi e le femmine hanno l'ali, e i neutri ne son privi, e ad essi incombono tutte le cure, che si riferiscono alla conservazione e all'ordine interno della società. Son essi che scavano sotterra il formicaio e costruiscono poi sopra l'edificio, di cui ho detto. Son essi, che senza posa battono la campagna, quando in colonna e quando alla spicciolata, in cerca di alimenti; son essi che assistono, invigilano e nutrono i maschi, le femmine e le nuove generazioni imboccandole come fanno le madri coi loro uccellini. Quindi, da operai fattisi soldati, son essi che, in casi non infrequenti di aggressione, difendono la città, o che, toccando una sconfitta, migrano a nuove sedi portando tra le mandibule i più preziosi loro averi, cioè i maschi, le femmine, le uova, la carne, e le ninfe. Or questi operai, che sono tanto gelosi custodi de' loro maschi e delle loro femmine, e che ostinatamente si oppongono perchè non escano dai loro alloggiamenti, son poi essi medesimi che, arrivato il dì e l'ora delle nozze, gli spingono ad uscirne, e lasciano che spieghino il volo per compiere negli spazi dell'atmosfera l'ultimo voto della natura, la propagazione della specie.»

Io visitai pure la paludosa regione dei Nuèr nella stagion delle piogge, e le impressioni che n'ebbi allora le trovo registrate sur un mio giornale di viaggio e compendiate, sotto date diverse, nelle parole « — che curiosa levata di sole! — qual magnifico quadro! — che bizzarro tramonto! — che notte orrenda! maledette zanzare!»

Più d'una volta, in sul mattino, io vidi il cielo tutto coperto di nuvole, da una parte infocate dal sole nascente e rotte in vari punti da raggi vivissimi, e dalla parte opposta nere e rigate da striscie oblique di pioggia. Da questo cielo inquieto scendeva una luce strana, che pareva passata a traverso una volta di vetro giallastro, e dava alla vastissima pianura tutta coperta di verdeggianti erbe e d'arbusti una tinta arrabbiata.... che non saprei dire di qual colore; e da per tutto stormi di grossi uccelli che andavano e venivano dall'una all'altra riva del fiume; e qua e là qualche scimmia, che faceva capolino fra l'erbe dalla punta de' formicai. E vidi in sulla sera tramontare il sole sotto un padiglione immenso di nuvole color d'oro e di bragia, e, lanciando rasente la pianura i suoi ultimi raggi sanguigni, calare dietro a un velo di vapori color di piombo come un enorme disco rovente, che si sprofondi nelle viscere della terra.

E la notte?.. la notte era impossibile di poter dormire. — Nessuno può immaginarsi, se non l'ha provato, il tormento, l'irritazione, ch'arrecano le zanzare in questo paese basso e acquitrinoso. — Non appena è tramontato il sole, ch'esse s'annunziano con un acuto ronzìo, e a miriadi ti perseguitano da per tutto, assetate di sangue, e ti trafiggono la pelle iniettandovi il loro fluido velenoso, che ti cagiona tosto un prudore insopportabile. Io era costretto a balzar fuori dal casotto della mia barca, non so quante volte, come un disperato che non può più difendersi da mille nemici, che tentano di ammazzarlo a poco a poco a forza di punture.


I Nuèr sono ben fatti della persona, e la loro corporatura è robusta e fatticcia. Essi posseggono molto bestiame e sono dati all'agricoltura, specialmente alla coltivazione del dùrah.

Gli schiavi, ch'essi ritraggono dalle tribù vicine, son quelli che eseguiscono i lavori più faticosi della campagna.

I Nuèr sono spesso in guerra coi Negri di altre tribù, e i pascoli principalmente sono il motivo delle loro querele.

Essi, come tutti i Negri del Sudàn, non oltrepassano i confini della loro tribù che per combattere, e mai da soli, nè allo scopo di stringere relazioni di commercio. — Quindi assoluta mancanza di comunicazioni. — Una tribù non conosce i costumi dell'altra, massime se un po' lontana e parli una lingua diversa. Per la qual cosa il Negro di una tribù, credulo e timido per natura, immagina prodigi e favole sul conto dei Negri d'un'altra tribù ov'egli non abbia ancor posto il piede.

Tutti gli storici dell'antichità sono pieni di simili testimonianze; essi veggono ovunque cinocèfali e mostri; e se noi ne vediam meno, è perchè siamo più istruiti, più osservatori e meno creduli.

Ctesias, nell'epitome della sua storia dell'India datoci da Photius, entra nei più minuti dettagli intorno ai cinocèfali.

«Nelle sue montagne (dell'India), egli dice, havvi degli uomini con testa di cane, i quali vestono pelli di bestie feroci. Essi non fanno uso, come noi, del linguaggio; abbaiano come i cani, e s'intendono scambievolmente. I loro denti sono più lunghi di quelli dei cani, e le unghie rassomigliano a quelle di questi animali, ma sono più lunghe e più rotonde.»

Non si crederebbe qui forse che Ctesias ne avesse veduto un gran numero?

Nè meno esplicito è Erodoto. «In questa parte occidentale della Libia si trovano serpenti d'una grandezza straordinaria, leoni, elefanti, orsi, aspidi, asini cornuti, cinocèfali ed acefali, i quali hanno, se dobbiamo prestar fede a quei di Libia, gli occhi al petto. Veggonsi pure uomini e donne selvaggi ed altre bestie feroci.»

Quante volte io stesso ho avuto l'occasione di udire simili racconti! Ne potrei comporre un grosso volume se volessi riferire solo i principali fra quelli che mi fecero impressione. E non è necessario di internarsi nell'Africa per raccoglierne molti; in tutte le città dell'Egitto stanziano genî e mostri; e non può essere che gente incredula, come noi, che passi loro vicino senza vederli.

Quindi è che gli Africani contano antropofagi assai più che non esistano realmente. I Negri idolatri del Sudàn considerano noi stessi come cannibali; e ciò mi pare che basti per metterci in guardia ad accettare con riserva quanto essi ci dicono di altri popoli. Allorquando i Negri ci parlano di antropofagi stabiliti al sud della loro tribù, altro non esprimono se non che non gli hanno veduti, e che temerebbero d'abbattersi con que' mostri feroci assetati del loro sangue. Noi siamo per essi il tipo della bruttezza e della crudeltà — non dimentichiamolo.

Quanto poi agli incettatori di schiavi, questo cannibalismo, di cui essi accusano le loro vittime, è un pretesto a giustificare la loro condotta. Impadronendosi di questi infelici, dicono: noi non facciamo che compiere un atto meritorio, liberandoli dal dente divoratore.

Davvero! che se questi cacciatori d'uomini fossero in Europa, si qualificherebbero per filantropi e pretenderebbero d'essere paragonati a S. Vincenzo di Paola.

Allorquando in Africa si vuol saccheggiare e ridurre a schiavitù una popolazione, basta accusarla di cannibalismo.

Così in ogni paese, il forte non manca mai di sottili pretesti per opprimere il debole; e non è che la critica sana e spregiudicata, la quale sappia smascherare la male giustificata ipocrisia dei forti.

Le capanne dei Nuèr, come quelle dei Scìluk, sono fatte di paglia; hanno per lo più forma conica e sono grandi assai; alcune di esse sono costruite appositamente per accogliervi i forestieri. Le abitazioni di una famiglia sono lontane da quelle di un'altra dai cinquanta ai trecento passi.


Quanto alle credenze religiose, essi credono nell'esistenza di Dio; ma a lui non attribuiscono nessun culto. Sentono che gli avvenimenti dipendono da una forza occulta, che bisogna rendersi favorevole. Da ciò ne vengono i sacrifizî, che di quando in quando offrono al Genio malo, onde allontanare i malefizî e gli avversi destini. Professano grande stima ai loro Kogiùr (indovini), i quali avrebbero l'abilità di annunziare la pioggia e le disgrazie, e di rendere la salute ai loro bestiami.

I Kogiùr sono d'una scaltrezza mirabile. Essi sanno così bene condursi nelle molte e varie occorrenze del loro mestiere da cavarsela in ogni modo, fuggendo noie e rimproveri, e avvantaggiando sè stessi. Io credo sieno i più ricchi della tribù, poichè non fanno mai nulla per nulla.

Un buon Kogiùr è ricordato anche dopo morte; tutta la tribù l'accompagna al sepolcro e lo piange; la sua tomba viene poi coperta da una grande capanna, che addiviene luogo sacro e d'invocazione. Nella capanna sta sempre un vaso d'acqua lustrale, e intorno ad essa vengono spesse volte piantati, a mo' di siepe, denti di elefante per onorare il santo.

I Nuèr sono assai superstiziosi, e sovente accendono nella notte dei fuochi per discacciare i mali spiriti. Qualche volta però dànno fuoco a dei fascetti d'erba secca, che tengono in aria colle mani sì che possano essere veduti dai loro vicini, i quali alla lor volta fanno medesimamente, per avvertire i più lontani di qualche pericolo che li minacci.

Questi Negri, meno miserabili di tante altre tribù, sono vivaci, scherzevoli, e trovano il tempo di abbigliarsi nei modi più strani e ridicoli. Alcuni fra gli uomini copronsi il capo con una berretta, fatta in varie fogge, di tela di cotone, adorna di piccole conchiglie del mar rosso, che comprano dai mercanti di Chartùm; ma i più hanno i capelli impiastricciati con cenere ed olio di ricino in maniera da farne apparire acconciature bizzarre e stravaganti. Quasi tutti portano un braccialetto d'avorio sopra il gomito, e sono ignudi. Compagni loro indivisibili sono la lancia e lo scudo, o il bastone e la pipa (tógñ-de-tàb). Entrambi i sessi, usciti appena dall'adolescenza, fumano tabacco da grandi pipe fornite di grosso cannello, a metà del quale è una scorza di zucca piena di stoppa e di pezzetti di legno odorosi, per la quale si espande il fumo, di cui s'impregna la stoppa, mentre esso riceve odore aromatico dai pezzetti di legno, e n'esce più fresco.

Le donne usano di adornare le orecchie di anellini di rame e di ferro; e le più ricche ne hanno uno grandissimo, che pende dall'estremità dell'orecchio destro. Molte poi sopra il labbro superiore attaccano un filo di ferro, lungo quasi una spanna, che sporge dalla faccia orizzontalmente, e che, quando parlano, va su e giù in guisa da farti ridere. Donne e fanciulle non si coprono che quando debbono uscire dalle loro capanne; allora cingono alle reni due pelli di capra, l'una davanti e l'altra di dietro, fregiate di conchiglie e di catenelle di ferro.

I Nuèr sono abilissimi cacciatori di coccodrilli, d'ippopotami e di elefanti.

La caccia che dànno al coccodrillo e all'ippopotamo non differisce da quella dei negri Dénka[25]. Ma per cacciare l'elefante s'uniscono in numero di venti o trenta, e ciascuno alla sua volta lo assale. Il primo che riesce a ferirlo ottiene il più pesante dei due denti del mostruoso animale; il secondo ha diritto all'altro dente; e tutti gli altri se ne dividono le carni.

I Nuèr che, come dissi, sono spesso in guerra coi Negri di altre tribù, intraprendono ogni anno spedizioni, a diverse riprese, verso il sud, e sempre all'incominciare del charìf (della stagion delle piogge). Allorquando gli abitanti del sud scorgono qualche nube comparire all'orizzonte, esclamano ad una voce: prepariamoci alla difesa! I Nuèr sono vicini! E difatto lo stesso giorno, o il giorno dopo, eccoli in numero di quattro o cinque mila, divisi in tre o quattro drappelli, lanciarsi con audacia incredibile sopra paesi interi, e derubarli di tutto quello che viene loro alle mani, e percuotere, ferire, ammazzare senza pietà quelli che loro si oppongono, e condur via schiavi uomini e donne, che non riescano a salvarsi colla fuga.

VIII. Bachìta la schiava.

Il 19 dicembre 1859 percorrevo il fiume Bianco per la terza volta, ed ero diretto a Kondókoro nella tribù dei Bàri. — Avevo passata di poche miglia la paludosa e malsana regione dei Nuèr, ed ero entrato in quella dei Kìc. — Erano le ore 4¾ pomeridiane, quando nella camera della dahabìah, ove stavo scrivendo, mi si presentò il turcimanno Cher-Allàh, il quale con accento di pietà e cogli occhi pieni di lagrime, disse: padre.... or ora spirò... e poi diede in un dirotto pianto.

Dio! — sclamai alzando gli occhi e le mani al cielo, — abbi misericordia di lei!

Povera schiava! che ancor non avevi pregustato il dolce della tua ricuperata libertà!

Era nata questa donna fra le montagne di Nòba; ancor piccina fu rapita dagli Arabi, e dopo qualche tempo i suoi genitori, ch'erano ricchi in bestiame, riuscirono a riscattarla. A circa vent'anni fu dalla madre, chè il padre era morto, maritata ad un Negro della stessa tribù.

Per tre anni vissero in pace i due sposi, che si amavano appassionatamente, e la loro gioia non fu turbata che dalla perdita di un bambino. La giovine madre lo pianse con un dolore tanto profondo, che il marito dovette qualche volta farle dolci rimproveri, vedendo che non l'acquetavano i conforti.

Finalmente ebbero un altro figlio, ed allora la pena della madre si calmò, e il suo cuore, riattaccato alla vita da quel secondo bambino, sentì rimarginare a poco a poco la passata ferita.

Trascorsero poi trentasei lune; e un giorno, verso sera, in cui la donna si trovava nella sua capanna col figliuolino di tre anni, aspettando ansiosa il marito che tornasse dal pascolo col suo piccolo gregge, udì una voce al di fuori che esclamava: povera donna!... quanto sei disgraziata!... che tu non fossi mai venuta al mondo!... tu vivesti lieta fin qui, ma ora.... ah! che tu non l'avessi mai conosciuto quel buon uomo!... e che cosa sarà di te e del tuo figliuolino.... ora che hai perduto colui, che amavi tanto, e da cui fosti tanto riamata!...

La donna, avvicinatasi d'un salto alla porta, aveva capito che quelle parole erano dirette a lei. Poteva ingannarsi? — Altre capanne non erano vicine alla sua; il cuore cominciò a batterle con violenza, ed involontariamente ella strinse così forte suo figlio fra le braccia, che quella creaturina levò sopra lei uno sguardo di stupore, e disse: mamma! che cosa hai che ti fa male?... Nello stesso momento entrò nella capanna la madre della sposa, tutta convulsa, e corse ad abbracciare la figlia, annunziandole con voce interrotta da affannosi singhiozzi che suo marito.... era divenuto schiavo degli Arabi. — Sorpresa ed atterrita la figlia a così crudele notizia, chinò tosto la fronte sulla spalla della madre, e scoppiò in un pianto da disperata. — Invano la madre tentò di calmarla nella dura sorte di tanta sventura. — La mia vita, gridava ella, è amara come il fiele! io sono da questo istante una tormentata senza speranza.... no, voglio vederlo ancora.... lo vedrò.... e perchè vivere altrimenti?... io vorrei esser morta mille volte piuttosto che averlo perduto!... maledetti Arabi!... ed in virtù di qual diritto voi ci rubate le nostre gioie?... ecco quello che vorrei sapere. — Non siamo noi uomini come siete voi? e perchè ora opprimerete quell'uomo, che è mio? perchè lo sferzerete, l'ucciderete forse per mangiarne le carni? — Figlia, tu mi spaventi, disse la madre; io non ti ho sentita mai parlar così; e temo che tu ti lasci trasportare dal dolore a qualche eccesso. Capisco, tu l'amavi molto il tuo marito, e sommo dev'essere il dolore che senti per la sua perdita, da farti perdere quasi la ragione; ma t'acqueta, te ne prego, per l'amore del tuo figliuolino, che è qui che ti guarda attonito, e dell'amata tua madre. — La figlia rimase tacita e tremante per qualche minuto; e traendo il fanciullino verso le sue ginocchia, contemplò i grandi occhi neri di lui, cavando lunghi e profondi sospiri senza proferir più parola. Vennero poco dopo per confortarla parenti ed amiche. — Ella tacque sempre; e a notte bene avanzata fu lasciata sola col figlio, com'ella desiderava, nella sua capanna. — La madre fu l'ultima ad abbandonarla, e prima le raccomandò di rassegnarsi al destino e di non commettere atti imprudenti.

Rimasta sola la povera donna col figlio che dormiva in un angolo della capanna, gli gettò sopra uno sguardo inquieto.... povera creaturina! — Ella pensò quindi tra sè — povero figlio! ti hanno rapito il padre.... ma tua madre te lo farà trovare.... sì, senza dubbio, lo ritroveremo; io conosco press'a poco la via che gli Arabi debbono avere battuta per condurlo alle loro tende.... e noi la seguiremo finchè l'avremo trovato; meno male vivere insieme tutti e tre schiavi degli Arabi, che liberi ma separati da lui. — Donna infelice, che cieca d'amore non hai presente che il marito, e non comprendi la mala ventura che imprudentemente tu sfidi! — Due ore avanti che spuntasse il dì, la Negra, preso un po' di pane che ravvolse nella sua farda, e un po' d'acqua in un piccolo recipiente di terra, s'avvicinò al bambino che dormiva, e durò fatica a risvegliarlo. Dopo alcuni sforzi egli aprì gli occhi, e vedendo la madre affaccendata:

— Dove vai, mamma? egli chiese quando essa fece per prenderselo in braccio.

La madre fissò gli occhi sopra quelli del figlio in modo così grave, ch'egli capì subito che era per avvenire qualche cosa straordinaria.

— Zitto, figliuol mio! ella disse; parla piano; potrebbero sentirti, e impedirci che ce n'andiamo a ritrovare il padre tuo. Gli Arabi, che sono bianchi, ce l'hanno portato via, lontano; ma la tua mamma vuol ritrovarlo, e vivere insieme con lui e col suo caro figliuolo.

La madre così parlando prendeva fra le braccia il bambino, raccomandandogli il maggiore silenzio; ed uscì dalla capanna.

La notte era fredda; il cielo scintillava di stelle; e la povera madre si stringeva il fanciulletto al seno, mentre che esso, muto di spavento, le si attaccava al collo con ambedue le mani. La donna intanto s'avanzava a passi leggieri e frettolosa, premendole di torsi alla vista di chi avrebbe potuto conoscerla prima ancora che spuntasse il giorno; e piangeva dirottamente e singhiozzava da far pietà ai sassi.

Erano singhiozzi, erano lagrime simili a quelle che potresti versare tu, o ricca, sulla tomba del tuo marito, o sul letto delle sue agonie; poichè tu, sebbene coperta di seta e di gioie, sei pure una donna come quella povera Negra; e le tue miserie e i tuoi dolori non potrebbero avere, no, una maggiore amarezza.

L'imaginazione non potrebbe rappresentarsi una donna più desolata ed abbandonata di quella povera Negra, quando s'allontanò dalla propria capanna. Il pensiero della dura ed atroce condizione, nella quale dovea trovarsi il marito, e del pericolo ch'essa correva col figlio per andare in traccia di lui, le si confondeva nello spirito coll'angoscia che provava lasciando per sempre il suolo nativo, la madre, i parenti e le amiche. Poi era combattuta dall'imagine de' luoghi ove era cresciuta, degli alberi sotto i quali aveva scherzato bambina, dei boschetti, ove in giorni più felici aveva passate tante ore col suo giovine sposo; e tutto quanto scorgeva in quella serena e fredda notte stellata pareva le parlasse con voci di rimprovero, e le domandasse come poteva ella mai lasciare e per sempre tante care memorie!

Ma l'amor coniugale spinto in un parossismo di esaltazione, mentre ella si figurava nella propria fantasia il miserabile stato del diletto marito, era più forte di qualunque altro amore.

Il fanciullino era abbastanza grandicello per camminare, almeno qualche tratto di via, a fianco della madre; ed in qualunque altra occasione ella lo avrebbe condotto per mano; ma in quell'ora, il solo pensiero ch'egli potesse venirle rubato, e che essa non avrebbe potuto quindi più abbracciarlo, la faceva fremere; e lo riteneva al seno stringendolo convulsivamente, mentre essa non andava, ma correva.

E ad ogni rumore che udiva, o che le pareva di udire, rabbrividiva; una foglia tremante e un'ombra che vacillava facevano rifluirle il sangue al cuore e precipitare la corsa; ogni moto di timore pareva aumentare la forza straordinaria che l'animava.

Il fanciulletto dormiva. Dapprima la novità e il timore lo tennero svegliato; ma dietro alle ripetute assicurazioni della madre che, se stesse tranquillo, lo avrebbe condotto al padre suo, egli si strinse dolcemente attorno al collo materno, e non parlò che per chiedere, quando si sentì vinto dal sonno:

— Mamma, non occorre ch'io stia svegliato, n'è vero?

— No, mio caro, dormi se ne hai bisogno, che veglierà tua madre.

— Ma, mamma, se dormo non mi porteranno via?

— No, no, sta sicuro: finchè io son viva non permetterò mai che tu sii separato da me. — Il fanciullo colle sue braccia strinse più forte il collo della madre, e lasciò cadere la testa sulla spalla di lei, mentre essa al contatto di quelle braccia calde, e al dolce respiro del figliuoletto, oh! come doveva sentirsi piena d'ardore e di coraggio! Ella quindi continuò senza posa il cammino fino a tanto che i primi chiarori dell'aurora le fecero scorgere il principiare della foresta, nella quale dovevano essere attendati gli Arabi; e dopo mezz'ora prese il sentiero che vi s'addentrava. Depose quindi a terra il bambino, e conducendolo per mano: andiamo innanzi, ella diceva, da bravo! vediamo quanto sei capace di camminare. — Di lì a poco il fanciullo cominciò a lagnarsi d'essere stanco, d'aver fame e sete. Allora la povera donna lo fece sedere, ed ella sedette con lui, sotto una frandosa pianta, e gli porse da mangiare e da bere di quel poco che aveva portato seco. Il fanciullino bevette e mangiò qualche cosa, ma si rammaricava e si crucciava perchè la madre non voleva prender cibo nè bevanda; e quando egli, cingendole il collo con un braccio, tentò porle in bocca un tozzo di pane, ella si sentì soffocata, e disse: no, no, amor mio, la mamma non può nè potrà mangiare sino a tanto che non avrà trovato il padre tuo. Avanti, figliuol mio, avanti! non perdiam tempo, che non c'incolga la notte qui nella boscaglia, perchè in tal caso ci divorerebbero le bestie feroci. Ella si mise poi questa volta a cavalluccio sur una spalla il bambino, che vi si reggeva abbracciando con ambo le mani il capo della madre, la quale si precipitò sulla via, sperando d'incontrar presto una stazione di Arabi, e presso loro il dilettissimo suo marito.

Con quella speranza nel cuore tirò innanzi, e non s'arrestò che verso il mezzogiorno, allorchè vide due donne arabe sedute sotto un albero, che la guardavano sospettose. A quella vista la tensione straordinaria dei nervi di quella povera Negra tutt'a un tratto scemò, ed ella sentissi estenuata per la stanchezza e per la fame; potè a stento avvicinarsi alle due donne, presso le quali depose il bambino, e sedette sfinita co' piedi feriti, lacerati e grondanti di sangue.

— Donde vieni e dove vai con questo bambino? — le chiesero quelle donne, curiose di saper qualche cosa.

— Vengo dal paese di Nóba, rispose con quel po' d'arabo che aveva imparato da piccina, e vado in cerca del mio marito, e padre di questo bambino; egli mi venne rapito ieri dagli Arabi col suo piccolo gregge; mia madre me ne diede la prima il triste annunzio; io mi risolsi d'andarmene in cerca finchè l'avessi trovato, dicendo fra me: meno male vivere insieme tutti e tre schiavi degli Arabi, che liberi, ma separati da lui.... e se voi, o donne, ne sapeste qualche cosa, non vogliate nasconderlo a una moglie sventurata, a un infelice figliuolo!

L'aria d'inquietudine e di scoraggiamento della povera Negra fece impressione a quelle due donne, le quali commosse le dissero che veramente ier notte era stato condotto in casa del loro Capo un Negro schiavo di Nóba, il quale poteva avere trent'anni, ed era di media statura....

— Proprio lui, esclamò la Negra, battendo palma a palma, e cogli occhi fuori dell'orbita e brillanti d'emozione. Balzò quindi in piedi, prese il bambino in braccio, e si pose in atto di correre.... ma non conosceva il sentiero che menava alla stazione.... e scongiurò quelle donne che gliel volessero indicare.

— No, no, non è bene che tu ti presenti senza essere accompagnata da qualcheduno della tribù alle nostre tende; tu diverresti, col tuo figliuolo, schiava del Capo, che è un padrone duro, che tratta assai male i suoi schiavi....

— Oh Dio! gridò la Negra, il vostro Capo vuole ammazzarmi il marito.... e cadde svenuta e come morta.

All'aspetto di quel viso immobile e di quelle membra irrigidite, le due donne arabe si sentirono comprese d'un fremito di pietà; e l'emozione impediva loro quasi di respirare; e l'una si sforzava di richiamare ai sensi la povera Negra, mentre l'altra teneva sulle ginocchia il bambino, che attonito fissava gli occhi sbarrati sulla madre, ma non piangeva; egli era giunto a quel punto in cui la sorgente delle lagrime è inaridita.

— Povera donna! dicevan esse, piene di compassione, l'han fatta venir meno le nostre ultime parole!

Dopo qualche minuto ella aprì i grandi occhi neri, e lanciò intorno uno sguardo smarrito; e subito un'espressione d'agonia sconvolse il suo volto, e si alzò bruscamente gridando: ah! il mio figlio! mio figlio! me l'hanno rapito!

Il fanciulletto, udendo quella voce, saltò dalle ginocchia dell'Araba, e correndo alla madre la recinse colle braccia.

— Oh! egli è qui, egli è qui! esclamò ella.

— Le due donne allora: non temere, dissero con accento affettuoso, nessuno ti farà del male.

— Iddio vi benedica! soggiunse la Negra coprendosi il volto colle mani e singhiozzando, mentre il fanciulletto, vedendo ch'essa piangeva, tentava di salire sulle ginocchia di lei.

Le due donne arabe quindi le ripeterono che non era bene ch'ella si presentasse col solo bambino alle loro tende, ma che conveniva restasse nascosta, finchè esse fossero andate a casa e tornate a prenderla coi loro mariti.

Frattanto il bambino, sfinito del tutto, si lamentava; e la madre:

— Povero figlio! diceva accarezzandolo; tu non hai l'abitudine ancora di camminar molto, ed io t' ho fatto correre assai. Or, riposa, amor mio; e lo stese a terra supino, tenendo la di lui mano nelle sue, finchè fu addormentato. In quanto a lei, non avrebbe potuto prender sonno; e consunta dall'impazienza gettava lunghi sguardi sul sentiero, che presto doveva condurla al marito col suo bambino; e pochi minuti le parvero un secolo.

Finalmente ella vide comparire le due donne coi loro mariti, i quali la condussero col figlio in una capanna, ove furono lasciati liberi e trattati con umanità e benevolenza.

Qui la Negra non faceva che chiedere di vedere il marito; e lo chiedeva con tali accenti di ardente supplicazione, da intenerire il cuore più duro. Ma il Capo che già sapeva ogni cosa, e che non era uomo da commoversi facilmente, non volle permettere ch'ella vedesse il marito se prima non era divenuta sua schiava; ed essa, pur di vederlo e d'abbracciarlo, era disposta anche a questo.

I suoi ospiti però la sconsigliavano dal farlo, e la esortavano a tornar libera col suo figliuolino nel proprio paese; ma invano: essa preferì d'essere schiava col figlio in compagnia del marito, piuttosto che di andarsene separata da lui; e dopo dieci giorni fu consegnata col bambino al Capo della tribù, il quale la condusse bensì subito, ma senza il bambino, a vedere il marito. Questi giaceva, legato come un cane, tutto insanguinato in un angolo d'una vecchia ed oscura capanna, sulla nuda terra; l'atmosfera n'era insoffribile; e miriadi di zanzare irritavano colle loro punture le piaghe dell'infelice. Ma fra tutti i patimenti fisici che provava, il più intollerabile, quello che dava il colmo alla misura delle sue angustie, era una sete ardente che non poteva estinguere. Appena egli vide entrare nella capanna il Capo colla Negra, che non conobbe: un po' d'acqua.... datemi un po' d'acqua! ve ne scongiuro — e ciò disse nella propria lingua, che il Capo non intendeva. La Negra mandò un grido soffocato, e come un lampo sparì dalla capanna; ma tornò subito con un recipiente d'acqua e corse all'assetato per dargli da bere, sollevandogli la testa. Egli bevette con ardore febbrile, e poi ringraziò la Negra dicendole: tu m'hai recato un gran sollievo! Ella si assise in terra, si cinse le ginocchia colle braccia, e lo guardò fissamente, senza che le fosse dato di proferir parola.

Lo schiavo pure la guardò, ma non potendo raffigurarla, perchè la capanna era oscura:

— Chi sei tu, buona donna, le chiese, che parli la mia lingua e senti tanta pietà del misero mio stato?

— Non mi conosci?... io sono tua moglie, e il bambino è qui fuori.... io venni con lui in cerca di te, e ti ho ritrovato.... Or sono contenta di poter vivere insieme, meno infelice che di trovarmi separata dall'amor mio, poichè io mi diedi schiava allo stesso tuo padrone col nostro caro bambino.

— Quanto coraggio! e quanto amore per me! tu hai voluto assoggettarti ad una vita di chissà quali patimenti per alleviare quelli di tuo marito! ma.... fosti mal consigliata. Io conosco per prova questo uomo crudele ed interessato. Noi saremo presto tradotti e venduti al mercato a diversi padroni; e così ciascuno di noi sarà più infelice di prima. Oh! potessi io almeno pensare altrimenti di te, o cara, e del bambino! potessi dire che sono stato venduto io, e non tu nè il figlio! che voi siete al sicuro; che quello che avverrà non avverrà che a me solo!... ma noi tenteremo di fuggire tutti e tre prima d'essere venduti.... sì lo tenteremo. Qui non v'è alcuno che possa menomamente proteggerci. E questo uomo bianco è capace di tutto.... e non indietreggia dinanzi a qualunque misfatto. Se avessi cuore di dirti quello che ho sofferto in questi pochi giorni ch'io mi trovo presso lui, ti si rizzerebbero i capelli, e rabbrivideresti d'orrore.... è impossibile resistere!...

Il Negro disse tutto questo rapidamente e con un penoso stringimento di gola.

— No, no, soggiunse la Negra singhiozzando, voglio che tu mi prometta che non tenterai di fuggire.... Guai a noi se la nostra fuga venisse scoperta! egli diverrebbe furioso come una iena contro di noi; e non finirebbe più di maltrattarci, ci venderebbe sul mercato ad altri bianchi, e noi saremmo presto dilacerati dal loro ferro, o bruciati dal fuoco, o fatti pasto nei loro banchetti.

— Olà! basta, disse il Capo, sieno finiti i pianti e le smorfie. Ora mostratevi allegri, ve lo comando; guardatemi, guardatemi bene in volto.... e tremate. Egli levò quindi il pugno in aria, e sclamò: vedete questo pugno? è duro come il ferro, ed è divenuto tale a forza di battere i Negri; non ne ho trovato un solo ch'io non potessi uccidere al primo colpo. Vi avverto che non mi sfugge nulla, siatene pur certi; ciascuno deve essere sempre pronto al suo dovere, ed ubbidire senz'altro quando io parlo; questo è l'unico mezzo di trovarsi bene con me; non v'aspettate la menoma dolcezza; io sono un uomo senza pietà.

Quindi s'avvicinò al Negro, e dandogli rabbiosamente una spinta col piede disse: Belàl! (era il nome imposto da lui a quello schiavo) levati su. Non te l'avevo detto che ti avrei insegnato a vivere come conviene? Credo che avrai trovata buona la lezione che ti diedi; e tu, o Bachìta, (era il nome imposto alla schiava), impara a sue spese a non voler mostrarti, come lui, ostinata a fuggire.

— Via, sorgi, animale! continuò il Capo, spingendolo ancora col piede.

Belàl non intendeva, e Bachìta l'avvisò di levarsi.

Egli allora, debole e coperto di piaghe, fece sforzi dolorosi per alzarsi, e il Capo si pose a ridere brutalmente.

Belàl stavasi ritto in faccia a lui col guardo mesto, e colla fronte calma.

— Ah! va bene! tu puoi starti in piedi! — soggiunse il Capo guardandolo dalla testa alle piante — credo che non ne avesti abbastanza. Adesso, Belàl, inginocchiati, e domandami perdono per aver tentato due volte di fuggire.

Belàl rimase immobile, perchè non intese ciò che gli era stato comandato.

— In ginocchio, cane! — riprese il Capo percuotendolo colla frusta, e facendolo poi cadere con un pugno — tu non sai quello che ti può avvenire: credi che ciò che hai avuto sia qualche cosa? non è nulla, te lo dico io, proprio nulla; ti converrebbe di essere attaccato ad un albero col fuoco acceso disotto....

— Ma.... perchè, o padrone, tratti così mio marito, disse Bachìta tremante e desolata, mentre egli non intende la tua lingua, e non sa quindi quello che tu gli dici?

Belàl cadendo in terra, vi si rotolò, torcendosi le braccia nel parossismo della rabbia, e disse: sì, fuggiremo, e se quel mostro d'uomo ci coglierà nella fuga, ci ammazzi pure; meglio è morire che essere trattati in questo modo.

Bachìta quindi per ammansire il Capo gli disse:

— Padrone! Belàl ti ha ringraziato ed ha promesso che non penserà più a fuggire, avendo omai seco la moglie e il figlio.

Il Capo si allontanò, risoluto di non spingere pel momento le cose più oltre; ed ordinò di slegarlo, convinto di ciò che gli avea detto Bachìta.

Passarono poi venti giorni, che furono per Bachìta un'angoscia continua.

Belàl stavasi quasi sempre solo nella sua capanna, triste, melanconico, pensoso, colla testa appoggiata sopra una mano; parlava spesso e gestiva da sè; e qualche volta contraeva il volto, come all'apparizione improvvisa d'una immagine orribile. S'egli usciva dalla capanna, Bachìta tremando ne seguiva cogli occhi ogni passo e ogni gesto; talor l'accompagnava; lo cercava, lo chiamava. — Cosa pensi? gli domandava cento volte il giorno. — Ed egli rispondeva sempre: nulla!

Una mattina ella lo vide più inquieto, più triste, più stravolto del solito sotto una pianta, colle braccia incrociate sul petto, e cogli occhi spalancati e fissi al suolo. Bachìta piena d'affanno gli corse da vicino, s'assise, gli strinse una mano e gli disse a bassa voce, risoluta, con un accento in cui si sentiva tutto lo strazio dell'anima sua:

— Ascolta, mio caro, io non posso più vivere così! Mi sento morire! Non mi voler ridurre alla disperazione! Parla una volta, te ne scongiuro, dimmi che cosa pensi!

— Nulla.

— Non è vero! tu vuoi fuggire; e avresti il cuore di lasciarmi sola col figlio?

— No!

— Ebbene, qualche altro pensiero t'ingombra la mente forse peggiore... e voglio saperlo... io non parto di qui, nè ti lascio partire se non mi giuri che non fuggirai, che starai sempre con me, che mi amerai sempre; te ne prego in nome del bene che ti voglio, in nome di nostro figlio che tu ami tanto.

— Lo giuro — disse il Negro levando gli occhi da terra e fissandola in viso con uno sguardo attonito e pauroso.

— Lo giuri! gridò la Negra balzando in piedi e mettendogli le mani sulle spalle, giuralo un'altra volta.

— Lo giuro.

— Giuralo per l'amore, che nutristi sempre, e che pur ora nutri per me.

— Lo giuro.

— Giuralo ancora pel figlio tuo, che ami tanto.

— Lo giuro.

Bachìta lo guardò fisso, lasciò cadere le braccia, e mormorò in accento di profonda costernazione: — Non ti credo; hai qualche cosa negli occhi che non mi lascia credere.... e diede in uno scoppio di pianto.

Quindi il Capo fece chiamare Bachìta e Belàl, perchè ciascuno si ritirasse nella propria capanna; egli vedeva mal volentieri che si parlassero insieme; temeva che s'accordassero per fuggire, sebbene il figlio fosse sempre guardato nell'abitazione del Capo stesso.

Nel momento di separarsi, Bachìta disse al marito: ricordati che me l'hai giurato....

Questa vita però diveniva sempre più odiosa a Belàl. Tentò una volta di uccidersi; ma non vi riuscì. Il Capo allora lo fece battere finchè a lunghe striscie si vedessero fesse le carni e qua e là squarciate in larghe piaghe. Bachìta non era presente; ma sapeva il castigo che gli veniva inflitto; e il suo cuore sanguinava internamente al pensiero di tanta ingiustizia verso il povero desolato, che doveva trovarsi ai piedi del Capo come una canna infranta.

Crudeltà sì orribili e fatti così atroci sembrerebbero incredibili se non fossero veri; e provengono, in moltissime circostanze, dall'inasprimento graduale delle due parti; il padrone diviene più crudele, perchè lo schiavo diventa più ostinato; e così quegli aumenta le percosse e i maltrattamenti a misura che in questo cresce l'ostinazione; e reciprocamente imbrutiscono.

Il Capo avrebbe voluto spedire i suoi schiavi al mercato di el-Obèid, nel Kordofàn, per esservi venduti; ma Belàl, nello stato in cui si trovava, non avrebbe potuto sostenere le fatiche del viaggio. Egli intristiva ogni dì più; non voleva più mangiare nè bere; era divenuto affatto insensibile agli ordini del padrone e alle preghiere della moglie, la quale gli diceva col cuore trafitto:

— Mangia, amor mio, chè tu hai fame! Bevi, te ne scongiuro, chè tu hai sete!

— No, egli rispondeva laconicamente, io non ho fame, nè sete.

— Ma questa tua fissazione.... ti condurrà alla morte....

— Alla morte; ripigliò lo schiavo con aria cupa, tu non hai bisogno di dirmelo; lo so anch'io, e lo desidero.

Bachìta si sentì scossa da un tremito, e non parlò più.

Dopo due giorni si presentarono a lei due donne con aria mesta e cogli occhi lagrimosi, le quali le recavano il triste annunzio che suo marito era morto. Erano le due donne arabe, ch'ella aveva vedute nella boscaglia.

Bachìta alzò le mani al cielo; diede una lunga occhiata al suo bambino che le stava a fianco; i suoi grandi occhi si dilatarono per l'orrore, ma non versarono una lagrima; il colmo della sventura aveva impietrito il cuore di quella donna.

Da questo momento ella aborriva il Capo, e se qualche volta era pur costretta di vederlo, la paura la faceva fuggire inorridita.

Egli se n'avvide, e propose di venderla al più presto col figlio sul mercato di el-Obèid. Ma la Negra voleva ad ogni costo tornare in patria.

— Se tu non sarai buona, le diceva allora il padrone, e se non ti mostrerai allegra, io ti venderò separata dal figlio, e lui manderò tanto lontano che non potrai vederlo mai più.

Ella si sforzò d'esser tale, quale la pretendeva il Capo, nella speranza che la si venderebbe col figlio ad uno stesso padrone.

Fu comperata da un Arabo, che per circa quattro anno trattò madre e figlio con umanità; ma venuto disgraziatamente a morte, il suo erede li condusse sulla piazza di el-Obèid per esservi venduti. Uno o due giorni dopo il loro arrivo, i due schiavi furono consegnati ad un sensale, vecchio del mestiere, il quale disse che la vendita doveva aver luogo al domani.

La povera Bachìta fu condotta col figlio in un gran cortile, per passarvi la notte, ov'erano raccolti molti altri Negri e Negre di diverse tribù e d'ogni età, i quali se la ridevano allegramente.

— Ah! benissimo, sempre così, figliuoli miei, sclamò il sensale: i Negri a me affidati debbono esser sempre di buon umore! È Mahàmmed, a quel che pare, la causa di tanto baccano: soggiunse egli volgendosi con tono di approvazione verso il Negro che faceva delle buffonate, le quali eccitavano gli applausi clamorosi degli altri Negri; applausi, ai quali Bachìta e il figlio erano ben lontani dal prender parte.

Bachìta s'assise colla faccia appoggiata ad una siepe, e coll'amato suo figlio fra le braccia.

Coloro che esercitano il traffico di carne umana fanno studiatamente ogni sforzo per mantenere l'allegrezza nei loro magazzini, essendo questo il miglior modo di tener distratti gli schiavi e di far dimenticare ad essi la loro condizione.

— Eh via! che fai tu qui pensosa? chiese il sensale indispettito avvicinandosi a Bachìta; e distribuendo poi a lei e al figlio un certo numero di schiaffi e di calci, uscì dal cortile, dopo d'aver ingiunto a tutti di tenersi tranquilli e di dormire.

Bachìta, sempre ferma al suo posto, piangeva pensando al domani col cuore affranto dallo scoraggiamento, poichè ella presentiva che il suo caro figliuolo sarebbe stato venduto in anima e in corpo al primo venuto per quanto brutale e crudele egli fosse, purchè avesse denaro per comperarlo; che sarebbe stato condotto Dio sa dove, e che non l'avrebbe veduto mai più. Ella pensava a tutto questo per tutta la notte senza poter chiuder occhio, e di tratto in tratto stringevasi la sua creatura fra le braccia.

Ma ecco che spunta il giorno; la viva merce umana si leva da terra; entrano nel cortile compratori d'ogni paese; l'asta incomincia, e il figlio di Bachìta viene aggiudicato ad un mercante di Chartùm, mentre la madre passa nelle mani d'un mercante di el-Obèid.

Il Chartumèse prese allora il giovinetto duramente per un braccio, e lo spinse in un canto dicendogli con voce rauca: — aspettami qui.

L'asta continuava, e il mercante nubiano aveva l'intenzione di comperare altri schiavi per condurli poi sul mercato di Chartùm e venderveli a più caro prezzo.

Frattanto il giovinetto vedendo che sua madre veniva condotta via da un altro padrone, le si slanciò incontro gridando ed aggrappandosi alla povera e sdruscita sua farda. Il Nubiano gli corse dietro scagliando orribili imprecazioni contro la madre e contro il figlio, cui percosse con varî colpi di sferza.... Ah! no, non batterlo così, disse la madre soffocata dal dolore.... egli è mio figlio. — Ed il mercante le rispose con un'alzata di spalle.

Il giovinetto continuava a gridare.... guardava la madre con aria compassionevole e sempre più si stringeva a lei. Ma quel miserabile uomo glielo strappò, strappandole insieme una parte della meschina sua veste, mentre l'infelice sclamava con voce lacerante: mamma, mamma mia!

La madre coll'anima trafitta dai gemiti del figlio fu strascinata alla casa del suo padrone. Ella lo supplicò che il figliuol suo non fosse bastonato; ed egli si pose a ridere dicendo: che ho io a fare col mercante che ha comperato il tuo figliuolo? In quel momento parve alla madre le si spezzasse qualche cosa nella testa: e al furor suo s'aggiunse una specie di vertigine.... tutto s'intenebrò agli occhi suoi, e fino al dì seguente non seppe più nulla di questo mondo.

Riacquistati i sensi, quella donna era triste, taciturna, dispettosa.

Il padrone minacciava di batterla se non si fosse mostrata un po' gaia.

Ma a nulla valsero le sue minacce, e dopo un anno fu costretto di venderla. Ella passò quindi di mano in mano, sino a tanto che, illanguidita, sbattuta e ammalata la comperò un miserabile uomo di Bùri, villaggio sulla riva sinistra del fiume Azzurro assai vicino alla città di Chartùm. Qui la povera Negra era divenuta più triste, più melanconica, più cupa, più irritabile di prima, e più impaziente dell'orribile giogo della schiavitù. Ed anche da qualche tempo quella impazienza prendeva il carattere d'una follia furiosa. Due volte si gettò nel fiume per annegarsi e due volte fu salvata. Ella era giunta a quel punto della vita, in cui per lei era meno amaro il morire che il vivere.

Bachìta contava allora quaranta e più anni; e quindici n'aveva passati nella più dura schiavitù, fra le pene più atroci; aveva perduto il marito, che amava tanto; e al figlio pensava ora come a creatura morta.

Condannata a lavorare, vecchia com'era, tutto il giorno dai primi albori del mattino sino a notte avanzata presso la gente, a cui veniva dal suo padrone affittata, sotto la più severa ed incessante sorveglianza, destinata a patir sempre, a goder mai, disprezzata, schernita, percossa, senza libertà, senza patria, senza famiglia, senza una speranza di felicità più o meno vicina.... quale creatura maledetta da Dio.... oh! come poteva ella mai sentirsi attaccata alla vita!!! E pure?...

Mentre un giorno la povera Negra da Bùri si recava a Chartùm seguendo il sentiero lungo il fiume, s'incontrò per avventura coi giovani della Missione cattolica, i quali accompagnati dal loro maestro se n'andavano verso Bùri nell'ora del passeggio avanti sera. La Negra si fermò a squadrarli meravigliata.... e tutt'a un tratto manda un grido di gioia, poichè ha ravvisato fra questi suo figlio, che tosto riconosce la madre....

— Chi è costei? chiese il maestro al giovine, fuori di sè per l'allegrezza.

— È mia madre.... mia madre!

— E tu, o donna, conosci questo giovine?

— Se lo conosco! è mio figlio.... mio figlio! rispose.

Questi due nomi, madre e figlio, furono pronunciati dalla donna Negra e dal giovinetto Negro con tanta espressione di affetto da non poter dire.

Oh! prezioso e solenne momento per una madre infelice di ritrovare il figlio, cui credeva perduto, e per sempre, e di rivederlo così ben vestito, pasciuto e contento!... Sì, che la tapina non aveva che un sucido cencio che le cingeva le reni, ed era smunta, affamata, oppressa sotto il peso delle fatiche, che il barbaro suo padrone le imponeva; ma da questo momento, io dico, meno crudele doveva tornare a lei la sventura e meno discara la vita.

Dopo il fortunato incontro passò lungo tempo, nè si seppe più nulla di lei, per quante ricerche sieno state fatte dai Missionari e dal suo figliuolo. Quando il venti novembre 1859, anno di fame in Chartùm, pochi giorni avanti la mia partenza pel fiume Bianco, verso la mezzanotte io sento picchiare alla porta del cortile, ove solevo dormire sotto una grande rekùba coi giovanetti della Missione; sbalzo dall'angarèb su cui ero sdraiato, corro alla porta e domando: chi v'ha là! — Risponde una voce: «sono la povera schiava di Bùri, che viene a ricoverarsi presso il suo figliuolo nella casa della Missione.»

Io le aprii la porta, ed ella entrò continuando: «sono stanca di vivere una vita peggiore della morte; più non valgo a sostenere le dure fatiche, che m'impone l'inumano mio padrone; e non potendo eseguire quanto mi viene da lui comandato, io sono ogni giorno fortemente battuta; tel dica questo magro mio corpo coperto di piaghe; e voi che siete buona gente, deh! non vogliate abbandonare una donna infelice; liberatemi, voi che lo potete, da un cane rabbioso che mi perseguita, come avete liberato mio figlio da' suoi persecutori! — Il figlio era presente, e fissava la madre versando grosse lagrime senza proferir parola.

La Missione l'accolse benignamente in seno, e pensò subito a riscattarla.

Dopo due giorni venne sborsato al padrone della schiava il prezzo del riscatto, che fu di trecento piastre egiziane (circa settanta cinque lire italiane).

Parve allora a quella povera donna d'essere passata dalla morte alla vita; dalla dominazione del male a quella del bene, dal duro carcere d'un essere condannato alla libertà d'un'anima perdonata.

Qual penna varrebbe a descrivere la gioia di quel giorno, in cui venne sborsato il prezzo del suo riscatto, di quel primo giorno di libertà? poter essa agire, parlare, respirare, uscire di casa ed entrarvi senza essere sorvegliata.... senza correre alcun pericolo.... chi varrebbe, dico, a rivelare i sentimenti di quell'anima libera all'ombra della Missione, che le guarentiva i diritti che Dio ha dato all'uomo? Com'era bello, com'era dolce per una madre contemplare il volto dell'amato suo figlio cui credeva perduto, reso ora più caro dalla rimembranza dei mille pericoli corsi! Tanta gioia che riversavasi dal suo cuore allontanava da lei il sonno.

Nulla possedeva, è vero, quella donna che potesse considerare come cosa propria al mondo; nondimeno non poteva dormire; tanto era grande il suo contento!

O voi, che togliete all'uomo la libertà, in qual misura renderete conto a Dio!

Mentre Bachìta trovavasi libera e beata nella Missione Cattolica col diletto suo figlio, capitò dall'Europa in Chartùm il Provicario Apostolico Matteo Kirchner, ed io venni da lui incaricato di partire pel fiume Bianco colla Stella-Mattutina (grande dahabìah della Missione) e con tre altre barche vuote per richiamare, col beneplacito di Roma, i missionari Francesco Morlang presidente e Luigi Vichweider da Kondókoro (tra il 4º e il 5º lat. N.), e Giuseppe Lanz presidente e Antonio Kaufman da Santa-Croce (6°, 40′ lat. N.), e per condur via meco i giovanetti negri e le giovinette, ch'erano presso i Missionari nelle dette stazioni, mentre il Provicario sarebbe tornato in Assuàn, rimpetto a File, per fondarvi una nuova Stazione.

Allora il Provicario pregava Bachìta perchè volesse, in compagnia d'un'altra Negra, ch'era cristiana, partir meco sul fiume Bianco per lavorare il pane a' barcaiuoli della grande dahabìah, promettendole che quando fosse ritornata, ella sarebbe venuta co' Missionari nella novella Stazione presso l'amato suo figlio. Bachìta v'acconsentì volentieri, e partimmo insieme il primo dicembre 1859.

Durante il viaggio ella mi parlava spesso del figlio, e non vedeva l'ora di rivederlo e di star sempre con lui. Mi narrava le avventure della sua vita, specialmente dopo d'essere fuggita da Nóba in cerca del marito; e me ne disse tante da farci un romanzo.

Quant'io ho detto non è che un embrione di ciò che avrebbe potuto dettare una penna meglio esercitata che la mia; ed oserei dire che nessuno varrebbe a descrivere ciò che quella donna espresse col linguaggio della parola, degli occhi e del gesto.

Io pure le parlavo spesso del figlio, e le dicevo che fu riscattato da noi Missionari sul mercato di Chartùm per istruirlo e per educarlo alla nostra religione, che è religione d'amore, che c'insegna di non far male a nessuno, e di giovare, potendo, a tutti, perchè tutti siamo fratelli, figli di un solo padre che è Dio, il quale non ebbe mai principio nè può aver fine, che dal nulla ha creato cieli e terra, che tutto regge e governa, che non può fare e voler che il bene, che conosce e penetra ogni cosa, che ha una potenza infinita, una bontà senza limiti, una bellezza ineffabile.

Le parlavo del figliuolo di Dio, di Gesù Cristo; della sua venuta al mondo, della sua vita, della sua passione e della sua morte per redimere l'umanità decaduta, ed insegnare a tutti la via che conduce al cielo.... anche a te, o Bachìta.

Povera la mia Bachìta! e tu non conoscevi Gesù Cristo, che ti amò sempre, e ti ama tanto perchè fosti abbandonata da tutti e maltrattata.... nè pur lo conosceva tuo figlio, ma or che lo conosce e n'è divenuto seguace, oh! quanto è felice! ed io voglio che tu lo sia con lui.... e lo sarai senza dubbio se ascolterai i miei consigli....

Gli occhi rotondi di Bachìta si riempivano di pianto, e da essi cadevano vive lagrime. Io pure piangevo di tenerezza, poichè pareami in quel momento che un raggio di fede, un raggio d'amore divino penetrasse nelle tenebre di quell'anima pagana.

— Ah! padre, diceva allora Bachìta, io voglio essere quello che è divenuto mio figlio.

— E lo sarai; Gesù Cristo ti aiuterà, come ha aiutato il tuo figliuolo, e così potrete essere un giorno ambidue angeli del cielo.

Bachìta recitava ogni mattino e ogni sera il Pater noster e l'Ave Maria colla Negra compagna e col turcimanno Cher-Allàh; e fra il dì, durante il lavoro, non faceva che parlare colla sua collaboratrice di Dio, di Gesù Cristo, e del proprio figliuolo; e sospirava il momento di vederselo e di goderselo da vicino. Ma oh! sventurata, che più non l'avresti veduto qui sulla terra!... Fra le paludi dei Nuèr fu colta da un sì terribile vaiuolo, che la trasse improvvisamente al sepolcro.... Su quel sepolcro tutti piangemmo Bachìta; ed io rimasto poi solo m'inginocchiai e dissi: eterno Iddio! Dà pace a quest'anima, che visse tanto oppressa, e fa che risorga immortale per partecipare alla gloria degli eletti; e che questa terra di maledizione sia una volta liberata dall'obbrobrio della schiavitù!

«Quando l'Africa possederà una razza emancipata e colta, — e bisogna bene che prenda una volta o l'altra la sua parte nel gran dramma dell'incivilimento umano, — la vita vi si spiegherà piena d'una magnificenza e di uno splendore appena sognati dai popoli settentrionali.»

«In quel misterioso e lontano paese dell'oro, dei diamanti, dei profumi, delle palme ondeggianti, dei fiori sconosciuti, della fertilità prodigiosa, nasceranno nuove forme per l'arte e splendori inauditi; e la razza nera, liberata dal disprezzo e dall'oppressione in cui la tengono, disvelerà forse le ultime e più magnifiche rivelazioni della vita umana. Essa dolce ed umile di cuore, disposta a lasciarsi guidare da un genio superiore e ad appoggiarsi alla sua forza, tenera e semplice come i fanciulli e sempre pronta a perdonare, sarà forse l'espressione più pura della vita cristiana, intima e vera. Forse quel Dio che castiga coloro che ama ha fatto passare la misera Africa per la fornace della prova, onde fondare in essa quel nobile e possente regno cui stabilirà quando tutti gli altri avranno fallito alla loro missione, poichè gli ultimi saranno i primi.»

«Allora la ricordanza della casa di servitù sarà per la razza nera, come l'Egitto per l'Israelita, un argomento di gratitudine verso colui che gli ha riscattati!»

«Poichè, mentre gli uomini di Stato fanno dispute, e gli uomini sono sbalzati qua e là dall'onda agitata degli interessi e delle passioni, la gran causa della libertà umana resta tra le mani di Colui del quale è stato detto:

«Egli non si ritirerà, nè perderà coraggio finchè non abbia stabilito la giustizia sulla terra.

«Egli libererà il misero e l'afflitto, che non hanno soccorsi.

«Egli salverà la vita dei poveri e la guarentirà dalla violenza e dall'oppressione, ed il loro sangue sarà prezioso agli occhi suoi»[26]