IX.

Le tribù Dénka della vallata superiore del fiume Bianco e la loro lingua — Stagioni e loro nomi — Il charìf — Una bufera — La stagion delle piogge, ed accrescimento e decrescimento del fiume sotto latitudini diverse — Morte di Francesco Oliboni — Un sogno.

Il fiume Bianco, dalla tribù dei Scìr (tra il 5º e il 6º gr. lat. N.) fin dove riceve il fiume delle Gazzelle (Bàhr-el-G¨azàl), scorre lento da sud a nord, nord-ovest, per innumerevoli svolte in mezzo ad una vasta e paludosa regione; e dagli abitanti che si trovano sulle rive, o a poca distanza, i quali sono tutti Dénka, prende il nome di Kir.

Questo fiume, a nord del paese dei Scìr, forma due grandi isole, degli Eliàb e dei Bòr, e a diritta presso il villaggio di Akuàk (tra il 6º e il 7º grado) lascia scorrere un canale, il quale bagna parte della tribù dei Bòr, tutta la tribù dei Tuìc, e parte della tribù dei Nuèr; e dopo un lungo corso di circa 180 miglia geografiche ritorna le sue acque al fiume, presso il Sóbat.

A sinistra poi io conosco assai bene un corso d'acqua perenne, chiamato dagli Arabi viaggiatori Bàhr-eg-Gemìt, proveniente dal sud, il quale si getta nel lago Giàk, tra il 6º e il 7º grado lat. N., a pochissima distanza dal fiume Kir, dopo d'aver bagnato le tribù degli Eliàb, dei G¨òk e dei Kìc; ma questo fiumicello, se pur non sia un canale, non è assolutamente da confondersi col fiume Jèji, di cui abbiamo parlato.

Le tribù Dénka che abitano a diritta del fiume sono:

A sinistra:

Oltre alle dette tribù Dénka, sulla geografica posizione delle quali ebbi esatte relazioni, che potei riscontrare anche col fatto, molte altre se ne trovano che parlano la stessa lingua e sono:

Che se a queste tribù aggiungiamo quelle dei Nuèr, dei Gianghè e dei Scìluk, delle quali abbiamo parlato, e così pure le tribù che dal fiume Sóbat (9°, 11′, 25″), si estendono fin oltre l'11º grado, nella penisola del Sènnaar, cioè i Donghiòl, gli Agnar-kuèi, gli Abujò, gli Aghèr, gli Abialàñġ; e le tribù dei Gnièl, dei Beèr e dei Jòm, nell'interno della penisola stessa, al parallelo delle montagne dei Bèrta, avremo un numero di ventidue tribù almeno, che parlano la lingua dénka; lingua che più d'ogni altra si estende nella grande vallata del fiume Bianco; e le differenze di pronunzia e di sintassi che esistono fra le diverse tribù che la parlano, sono così poche da accorgersene appena.

Le parole che compongono questa lingua sono ordinariamente monosillabiche; che se qualche volta il vocabolo è bisillabo o trisillabo, scomposto che sia ne' suoi elementi, è facile a chi per poco conosca la lingua rilevare il significato di ciascun elemento.

Ciò non ostante la lingua dénka è pronta, rapida, abbastanza energica ed armoniosa[28].

Nel lungo studio ch'io feci di questa lingua ebbi a notare diverse voci onomatopeiche esprimenti specialmente i suoni che emettono le bestie; e queste voci talvolta sono monosillabiche e talora composte di due, tre, o anche più sillabe, secondo che semplici o composti sono i suoni emessi dall'ente che vuol essere indicato; per esempio: sing. miòr, pl. miûr — bove. Ñġào — gatto. Pér — gazzella. Kurè — tortorella. Bòu — abbaiare. Ròu — ippopotamo. Tuòt — oco selvatico. Aluluí — anitra selvatica. Il crepitare del fuoco si esprime colla parola letututùc, per esempio: il fuoco crepita — màg a-letututùc, ecc.


Tutte le tribù Dénka da me visitate, le quali abitano lungo il fiume Bianco dal 6º al 12º grado lat. N., contano cinque stagioni, che nella loro lingua sono chiamate così:

La prima stagione, Alè-kèr, corrisponde ai mesi di marzo e di aprile. Questa è la stagione, in cui il sole comincia a rianimare la vegetazione dapprima presso i Dénka verso il 6º grado, ai primi di marzo, e così gradatamente fino al 12º grado, ai primi di aprile.

E siccome dopo il 21 marzo il sole ha già passata la linea equinoziale, così tutti i Dénka chiamano questa stagione Alè-kèr — dopo il cerchio massimo. Di fatto la parola Alè-kèr è parola composta della preposizione alè — dopo, e del nome a-kèr, che significa cerchio massimo, equatore. I Dénka usano anche il verbo kèr, perf. ci-kèr, che vuol dire far cerchio, per indicare principalmente il giro apparente del sole intorno alla terra.

Le piogge hanno principio fra i Dénka verso il 6º grado, agli ultimi di marzo; e fra i Dénka verso il 12º grado, agli ultimi di aprile; sicchè questa prima stagione comincia poco innanzi le piogge.

In questa stagione il clima è reso meno caldo dai venti freschi ed umidi che spirano dall'est, e dalle nuvole che frequentemente velano il sole, senza però sciogliersi in pioggia.

La seconda stagione, Alè-jàk, corrisponde al tempo che corre tra il 21 aprile e il 21 maggio, tempo in cui il sole è già passato al zenìt di tutte le tribù Dénka poste tra il 6º e il 12º grado, dirigendosi verso il tropico del cancro.

Questa è la stagione, in cui i Negri dénka seminano la prima volta fra l'anno il terreno di fagiuoli e di dùrah; per la qual cosa essa vien chiamata anche stagione della semina, akòl-rór a-puòk — tempo in cui la gente semina. E siccome i Negri dénka cominciano la semina del grano dopo che il sole passò al loro zenìt, così questa stagione è da essi chiamata Alè-jàk, colla quale espressione vogliono indicare — dopo che il sole cadde co' suoi raggi perpendicolarmente sulle loro terre, — mentre la voce alè vuol dire dopo, ed ajàk, ovvero a-juàk, caduta. I Dénka usano pure il verbo juàk, perf. ci-juìk — cadere dall'alto.

In questa stagione le piogge son già incominciate, e da per tutto animata è la natura.

La terza stagione, Alè-ruèl, corrisponde ai mesi di maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, nei quali mesi cadendo più abbondanti le piogge, il clima offre una temperatura ancora men calda; il perchè questa stagione è nominata, da tutti i Dénka, Alè-ruèl — dopo il calore, da alè — dopo, e ruèl — sole o calore; ruèl, perf. ci-ruèl, significa anche riscaldare.

La quarta stagione, Alè-rùt — dopo le piogge copiose, corrisponde ai due mesi di ottobre e di novembre.

Questa è la stagione, nella quale i Negri dénka raccolgono i frutti della seconda semina, che non è però praticata da tutte le tribù, ma da alcune soltanto, e specialmente da quelle del nord, allorquando il sole ripassa al loro zenìt dirigendosi verso l'equatore. Per la qual cosa questa stagione è detta altresì stagione del ricolto, akòl rór a-kuàgñ — tempo in cui la gente raccoglie.

La quinta stagione finalmente, Alè-mòi, corrisponde ai tre mesi di dicembre, gennaio, febbraio, e volendo comprendere i Dénka del nord, dobbiamo aggiungere anche il marzo.

E questa è la stagione della siccità, ed appellasi dai Dénka Alè-mòi, cioè dopo l'affogamento, da alè — dopo, e mòu, perf. ci-mòu — affogare, poichè, mentre durante le piogge copiose vengono allagati tutti i consueti pascoli in vicinanza al fiume, in questa stagione invece è arso il terreno e ogni erba disseccata.


Il viaggiatore che spinto dal desiderio di vedere e d'apprendere se ne va, durante la stagione asciutta, a visitare i Negri dénka nella vallata superiore del fiume Bianco, non può farsi un'idea di ciò ch'essa diviene nella stagion delle piogge (charìf).

Io vi passai tutto il charìf del 1858 nella Missione di Santa-Croce (6°, 47′), co' miei compagni missionari Angelo Melotto, Daniele Comboni, Giuseppe Lanz, il quale vi si trovava da un anno.

Che orrore! Le piogge cominciano sul finire di marzo, e cessano nel novembre; ma cadono in maggior copia nell'agosto e nella prima metà di settembre. In questi due mesi un mare di acqua circonda le nostre capanne poste sur un breve rialto, e l'umidità che vi regna copre di muffa le casse, le vesti, la carta, tutto insomma, e tramanda un odore inqualificabile; le formiche brulicano da ogni parte, strisciano gli scorpioni, qualche rettile fa capolino dalle fessure delle pareti e del tetto, e miriadi di zanzare molestano giorno e notte collo stucchevole ronzìo e co' loro malaugurati pungiglioni. I missionari Melotto e Comboni sono ammalati di febbre e sentono il bisogno d'un po' di brodo che li ristori; ed io quasi ogni dì nella palude, affondando nell'acqua e nel pantano fin sopra la metà delle gambe, procuravo loro le carni, galline faraone, o francolini, anitre, od oche selvatiche che dànno un brodo saporitissimo. L'isolotto, ov'erano le nostre capanne, non misurava più di cento passi in lunghezza e dieci o dodici in larghezza. C'era da diventar matti, se Iddio non ci avesse assistiti.

Al principiare del charìf i Negri mandriani s'internano a drappelli, e a poco a poco, nelle boscaglie, ove hanno di quando in quando le loro stazioni chiamate ûn, vicino sempre a grandi pozzanghere, le quali consistono in quaranta o cinquanta casotti messi quasi a cerchio, e costruiti con sei o sette pali sostenenti una tettoia di rami e terra, sotto la quale havvi un monticello di cenere, su cui siede e riposa tutta una famiglia. Nel mezzo poi della stazione trovansi, durante la notte, i bestiami, e qua e là accesi mucchi di sterco bovino, che esalano un odore sì acuto e spiacevole ed un fumo sì denso, da potervisi reggere appena; quell'odore però e quel fumo servono a tener lontane le zanzare. Dopo qualche tempo, crescendo le piogge, tutti que' drappelli giungono all'ultima stazione, lontana dal fiume al più il cammino di una giornata.

Quivi hanno capanne ben costruite, ed è il migliore soggiorno di que' negri mandriani, i quali, cessato il charìf, fanno tosto ritorno ai loro casotti presso il fiume.

I Negri dénka pescatori invece, che sono assai pochi, rimangono sempre sulle rive del fiume.


Fortissimi tuoni accompagnano le prime burrasche, le quali non durano più di due o tre ore, ma si ripetono talvolta per tre o quattro giorni consecutivi.

Chi non ha visto in quelle regioni tropicali l'addensarsi e il dissiparsi della bufera, è ben difficile che possa imaginarsi la battaglia degli elementi scatenati e riottosi.

Gli urli di cento bestie feroci dall'interno della boscaglia ne annunziano la venuta; i Negri s'affaccendano di raccogliere il bestiame nelle zerìbeh, e corrono poi a rinchiudersi nelle loro capanne. — L'orizzonte s'intorbida; il cielo si oscura; immensi globi di nuvole fumose, che pigliano gli aspetti più strani, più mutabili, più paurosi e più fantastici, s'avanzano precipitosi dalla parte orientale, e cacciati dal vento rotolano furiosamente per lo spazio interminato, ondeggiano, si avvolgono, s'incontrano con altri globi di nuvole di forme incredibili provenienti dal sud; repente guizzano i lampi ed illuminano di riflessi sanguigni le masse fluttuanti; il tuono scroscia e la romba si diffonde, mentre qua e là cadono i fulmini rovinando annose piante ed uccidendo talora qualche animale. Le fumose masse si mescono in una, il vento continua impetuoso e gagliardo; la gran massa nebulosa si commuove, si agita, si agglomera, si scompiglia, si precipita in una corrente vorticosa, che cede al soffio prepotente, e si dilegua lontano, sparpagliandosi dietro uno strascico di vapori grigiastri, che lambiscono le cime degli alberi della foresta.

Qualche volta però, mescolati in uno gli immensi globi di nuvole, s'acqueta il vento, e l'acqua allora cade sulla terra a dirotta, come venisse riversata da un'immensa fontana.


In ogni mese della stagion delle piogge il fiume va soggetto a repentini accrescimenti, ma poco stante il livello torna ad abbassarsi. Io osservai però che il subitaneo crescere e calare del fiume succede specialmente nei primi mesi della stagione piovosa.

Posso dire inoltre con sicurezza che i due grandi affluenti del fiume Bianco, cioè il Sóbat e il Bàhr-el-G¨azàl cominciano a crescere e a decrescere nello stesso tempo, in cui cresce e decresce il fiume Bianco; dal che io conchiusi fin d'allora che si l'uno che l'altro di questi due affluenti doveva provenire dal sud a latitudini molto vicine all'equatore.

In una mia lettera inviata da Santa-Croce al professore Francesco Nardi in Padova, 15 marzo 1858, notavo che il dì 26 febbraio fu burrascoso, e che cadde la pioggia per quasi mezza giornata; e scrissi ancora che il primo di marzo crebbe notevolmente il fiume, ma che due giorni dopo l'avemmo allo stesso livello di prima.

Il repentino accrescimento del fiume era dovuto probabilmente alle piogge cadute presso l'equatore oltre al 5º grado, mentre sappiamo che fra i Bàri, secondo le osservazioni fatte dai Missionari in Kondókoro, la stagion delle piogge comincia coi primi di marzo, e termina verso la fine di novembre. E dissi probabilmente, perchè per un caso accidentale e fuor di tempo poteva essere caduta una pioggia copiosa anche fra i Bàri, qual fu la pioggia del 26 febbraio a Santa-Croce nella tribù dei Kìc.

Nel 1858, perfin nel gennaio, e nel dicembre stesso, caddero alcune piogge fra i Kìc, com'io fui testimonio; e per citare qualche fatto anche fuori di questa tribù, l'undici febbraio 1859 sul fiume Sóbat, il che è più sorprendente, da un momento all'altro, io e i miei compagni Angelo Melotto e Daniele Comboni, alle due circa dopo la mezzanotte, fummo sorpresi da una pioggia così copiosa, che trapassò le stuoie del povero casotto della nostra barca, e bagnò da per tutto senza lasciarci un posticino asciutto, ove poter riposare il resto della notte. Il dì seguente io fui colto da un fortissimo dolor di denti, e i miei compagni scossero una buona febbre.

Tali piogge straordinarie e fuor di tempo possono succedere in ogni mese e sotto latitudini anche diverse; ma vengono tosto assorbite dall'arsicciato terreno. La vera stagione del charìf comincia da quando il terreno, già inzuppato da tre o quattro piogge di seguito, più non le assorbe.

Or questa stagione in Kondókoro (tra il 4º e il 5º grado lat. N.) ha incominciamento coi primi di marzo, e termina verso la fine di novembre; e le piogge cadono in maggior copia sul finir di aprile e nel mese di maggio; qualche anno però sono più abbondanti sul terminare di luglio fin verso la metà di agosto, ed allora sono scarse, in confronto, nell'aprile e nel maggio.

A Santa-Croce invece (tra il 6º e il 7º grado), come ho detto, osservai che la vera stagione del charìf incomincia sul finire di marzo e cessa nel novembre; e le piogge cadono in maggior copia nell'agosto e nella prima metà del settembre.

Nel paese dei Scìluk (tra il 9º e il 10º grado) poi le vere piogge incominciano nel mese di aprile.

E nel dipartimento di Chartùm (tra il 15º e il 16º grado) la stagione piovosa è nel giugno, luglio e agosto. Dunque abbiamo un accordo tra il progredire dei paralleli e il tempo dell'incominciamento delle piogge a latitudini diverse.

Quanto poi all'accrescimento e decrescimento del fiume:

In Kondókoro comincia a crescere agli ultimi di febbraio, e tocca la sua massima altezza verso la fine di maggio, o nella prima metà di agosto, secondo che maggiori o minori caddero le piogge o nell'uno o nell'altro tempo. Comincia poi a calare verso la fine di agosto, e continua fino alla metà circa di febbraio, nel qual tempo il fiume tocca la sua maggiore bassezza.

In Santa-Croce comincia a crescere ai primi di marzo, e tocca la sua massima altezza ai primi di settembre; e principia a calare sul finir di settembre, e continua fino agli ultimi di febbraio, in cui tocca la sua maggiore bassezza.

Nel dipartimento poi di Chartùm il fiume comincia a gonfiarsi nel mese di luglio, e a calare nel mese di settembre.

Nell'Egitto finalmente cresce nei mesi di agosto e di settembre, e principia a calar nell'ottobre.


L'umidità che regna durante il charìf è cagione di febbri intermittenti e d'altre malattie, che ordinariamente sono negli indigeni senza gravità e di non molta durata; ma il passaggio dalle capanne, ov'essi erano ben riparati, alle altre stazioni, ove dormono la notte all'aria aperta, arreca ad alcuni pericolose e fatali infiammazioni. Un altro male, a cui di sovente vanno soggetti, è quello ch'essi chiamano vtiòu e gli Arabi frentìt[29]. Il charìf però è molto più avverso agli europei.

Io giunsi in Santa-Croce, co' miei compagni missionari Francesco Oliboni, Angelo Melotto, Daniele Comboni, Isidoro Zili, il 14 febbraio 1858 a due ore di notte; tutti in perfetta salute. Trovammo in quella stazione il missionario Giuseppe Lanz e un artigiano polacco, i quali vi dimoravano da un anno, ed erano dolentissimi per la morte avvenuta pochi giorni prima del sacerdote Bartolomeo Mosgan, instancabile compagno del Provicario Knoblecher e di Angelo Vinco nei viaggi e nelle fatiche apostoliche. Qualche giorno dopo il nostro arrivo, Isidoro Zili dovette ritornare a Chartùm colla stessa barca che lo avea condotto in Santa-Croce, molestato dalla febbre che ogni dì veniva a visitarlo. — E Francesco Oliboni, uomo sanissimo e robustissimo, cadde ammalato d'infiammazione la mattina del 19 marzo, e subito sentì la gravità del suo male; disse che in pochi giorni avrebbe finita la sua mortale carriera; domandò tosto ed ottenne i conforti della religione, e poi tutto tranquillo, com'era suo costume anche nelle più amare vicende, non faceva che parlare della Missione, che incoraggiare noi fratelli, che ci mostravamo abbattuti, a tener fermo; promise che giunto in paradiso avrebbe pregato per tutti. Noi piangevamo curvati a canto del suo giaciglio, e lo assistavamo col cuore pieno d'amore. Ciascuno voleva rendergli qualche segno d'affetto, di che egli era stato prodigo con tutti. Io appena trovavo il fiato di raccomandargli l'anima a Dio, e a momenti sentivo mancarmi il cuore, e provavo una specie di vertigine. La mia voce penetrava senza dubbio nell'orecchio del moribondo, perchè egli scoteva di tanto in tanto dolcemente la testa con un sorriso, e ripeteva i cari nomi di Gesù e di Maria. Gli davo di quando in quando a baciare il Crocifisso; ed allora il suo sguardo, vago dapprima e come smarrito, diveniva fisso e brillante, e tutto il suo volto s'illuminava d'ineffabile gioia; e congiungeva le gelide mani, e mi pareva gli si riempissero gli occhi di lagrime e volesse dire: questo bacio mi ravviva e mi fa bene al cuore.... muoio contento.... benedici al Signore, o anima mia! — L'ultimo giorno della sua vita, che fu il 26 marzo, poche ore prima di morire mi guardò, mi strinse la mano e disse con voce soffocata e appena intelligibile: «scrivendo in Europa salutami i miei.... teneramente.... il Superiore.... gli amici.... chi... chi... ci toglierà mai l'amore di Cristo?» Quindi una subita prostrazione lo invase, i suoi occhi si chiusero, e il suo volto prese quella sublime espressione che precede gli ultimi momenti: il suo respiro divenne lento e penoso; il largo petto gli si sollevava ed abbassava con forza; io gli diedi a baciare ancora una volta il Crocifisso; lo chiamai.... ma egli non m'udì.

Un solenne e glorioso sorriso illuminò il suo volto.... indi mise un sospiro e passò dalla mortale alla vita eterna.

— Addio, caro amico e fratello, le porte del paradiso ti si son chiuse dietro, e noi non vedremo più il dolce tuo volto! Sventurati coloro che dopo averti veduto entrare in cielo, si ritroveranno nella fredda e cupa atmosfera della vita, che tu hai lasciata per sempre!

Parte della notte e del dì seguente io m'ingegnai al meglio di fare una cassa per collocarvi la salma dell'estinto. Dopo ventiquattr'ore fu portato nella chiesuola della Missione, ove compiute le cerimonie religiose, venne poi seppellito a poca distanza presso la tomba di Bartolomeo Mosgan sur un piccolo rialto sabbioso, ombreggiato da poche piante, e circondato da una siepe di secchi pruni. Quel luogo sacro ai due estinti era segnato da due croci di legno, che si vedevano sempre stando nelle povere nostre capanne, e sulle quali era scritto: «Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, sebbene morto, vivrà.»


Anch'io dovetti pagare il mio tributo al charìf, passato in Santa-Croce; ma fortunatamente lo pagai sempre solo la notte con dolori insoffribili di denti, con qualche febbre da leone, con accessi di delirio e con sogni così stravaganti e paurosi, da non farsene un'idea. Fra i tanti che ricordo ne debbo io raccontar uno, che spaventò il povero mio compagno Melotto il quale dormiva nella stessa capanna, e che mi costò quasi la frattura di una gamba...

Una sera, tornato dalla caccia, mi coricai sul mio angarèb[30] più presto del solito, perchè non mi sentivo bene.

— Che cosa ha don Giovanni? chiese con premura il mio compagno ch'era ammalato da alcuni giorni.

— Mi sento stanco, io risposi: ho il polso piuttosto frequente, la pelle liscia e molto calda.... temo di avere un po' di febbre; ma spero di scuoterla stanotte; l'ho scossa ancora, provocando il sudore.... e così dicendo m'accomodavo il zanzariere intorno all'angarèb.

— Per carità! don Giovanni, che non ammali.... che cosa sarebbe allora di noi?...

— Speriamo che no, io soggiunsi; e quindi mi rinvolsi ben bene in una coperta di lana, e dopo cinque minuti fui addormentato.

Nel cuor della notte, mi trovai in un'oscura foresta, seduto sur una pietra di un profondo torrente; e stanco, sudato, ansante stavo aspettando qualcheduno, che non comparve. — Io sono perduto! sclamai — A stento potei accendere un lanternino che avevo meco, e levandomi da sedere vagai più di mezz'ora per quel torrente pieno di spine, scontorto, ristretto e precipitoso. Oh Dio! non mi si presentano che seni, sporgimenti, anfratti, che nella mia fantasia sconvolta pigliano forme cotanto strane, che m'agghiacciano il sangue nelle vene, e mi tolgono il respiro. Qui parmi di vedere mostri di belve frementi, là scheletri arruginiti. Frattanto s'ode il bramito di cento bestie feroci; il vento sbuffa terribilmente, e rotto dai grossi rami degli alberi della foresta manda orribili fischi, quasi gemiti lamentosi e lugubri; e di quando in quando que' gemiti sembrano cangiarsi in grida acute. — Queste grida, dicevo fra me, possono esser prese facilmente, dalle orecchie credule e superstiziose, per grida di orrore e di disperazione; ma io so che altro non sono che gli effetti strani che produce il vento.

Tutto d'un tratto mi s'affacciò una via lunga e stretta, fiancheggiata da giganteschi tamarindi. Io presi quella via, e dopo circa un quarto d'ora di cammino, eccomi giunto ad un vecchio castello. Il portone che metteva in esso era spalancato. Io mi sentii lavorar la fantasia entrando, fra quelle tenebre e quel silenzio, in quella solitaria drammatica dimora. Ma la stanchezza e il bisogno di riposarmi vinsero la paura; tirai avanti, dopo d'aver chiusa la gran porta con due catenacci di ferro; e salito per lo scalone, che ripercoteva il rumore de' miei passi, traversai alcune sale misteriose, e mi trovai nel centro ov'era una gran camera con un letticiuolo in un angolo della stessa. Chiusi accuratamente la porta, ne tolsi la chiave, mi posi a letto, e considerando che le apparizioni, le streghe ed i folletti non entravano nel mio credo, mi pareva di poter calcolare su una nottata tranquilla, senza che occorresse prendere nessun'altra precauzione; e soffiato sul moccolo del lanternino, e spentolo, dopo qualche minuto m'addormii. — Il mio sonno però fu breve. — Mi svegliai impaurito. — Parvemi sentire un andare e un venir a pesta leggiera, fuori della porta della mia stanza. — M'alzai a sedere sul letto e tesi l'orecchio, dicendo tra me: che diamine succede! — Ma, io sono al sicuro;... e riprendo l'interrotto sonno, poichè ero molto stanco. Di nuovo mi scossi, risvegliato da un aspro fragore di ferri e da un rumore confuso di grida e di gemiti; insomma ero certo che qualche cosa avveniva nel castello. Quando, tre volte io sento pùm! pùm! pùm! sulla porta della mia stanza; ed io domanda atterrito: chi v'ha là! — Nessuno risponde. — Dopo qualche minuto si ripetono le tre battute; ed io chieggo a bassa voce, perchè mi mancava il fiato: che cosa volete? — Nessuno risponde. — Si ritorna a picchiare; e questa volta non potei cavar parola, nè fare il menomo movimento. — Udii una voce femminile, che disse: levati presto, ed apri questa porta, altrimenti io passerò dal foro della serratura. A quella voce fui compreso da un sentimento d'orrore indescrivibile e dallo spavento di qualche terribile cosa. — Di lì a poco dal buco della serratura uscì fuori un moscone — me n'accorsi dal ronzìo — e fece tre o quattro volte il giro di tutta la camera, e poi s'arrestò in mezzo ad essa. — Quando, sentii il fruscìo delle vesti di qualcuno che si moveva verso il mio letto e fremetti; vidi allora, sebbene fosse spento il lume, colle luci dello spirito una figura di donna, vecchia, brutta come un demone, vestita d'un costume il più strano, la quale a poco a poco s'avvicinava a me, colle mani alzate, colla bocca aperta, e cogli occhi spalancati. Io non potevo reggere a quella vista, e mi coprii il capo col lenzuolo; ma il lenzuolo era trasparente, e mio malgrado vedevo sempre più da presso quello spettro infernale. — Curvai la gamba diritta, per esser pronto in ogni caso a spingerlo lontano; e quando una punta d'acciaio mi fu posta al fianco per trapanarlo, e una fredda mano toccò la mia, emisi un ruggito, e scagliando un colpo di piede contro a quella vanità che mi parea persona, mi svegliai coperto d'un gelido sudore. Ma la gamba invece aveva colpito sì fortemente l'orlo dell'angarèb, che subito la credetti fratturata.

— Od Dio! gridò allora il mio compagno, don Giovanni! don Giovanni!! don Giovanni!!!

— Nulla, nulla, io risposi; ho sognato; e gli raccontai il sogno.

Per quindici giorni dovetti poi curare la mia povera gamba, che fortunatamente non aveva sofferto che una grave contusione.