XI.

Forme di saluto presso i Dénka — Matrimoni — Religione — Buffoni — Dialogo sulla schiavitù e sul diritto di punizione — Partenza da Santa-Croce verso Chartùm; stato della Missione; morte del missionario Angelo Melotto; ritorno a Santa-Croce.

Le forme di saluto presso i Dénka sono, per così dire, stereotipate, invariabili. Ecco qui le loro frasi di complimento allorquando s'incontrano due uomini per via:

Màde (màdó), ti saluto.

Questa parola deriva, senza dubbio, dalla voce màd — amico mio, compagno mio, e viene ripetuta più volte alternativamente dai salutanti.

Jín a-ci-nín; ci-nín; ci-nín? Hai tu dormito? hai dormito? hai dormito?

Con questa frase i Dénka vogliono significare: stai bene? ed essa viene ridetta tre volte contemporaneamente, nell'atto che l'uno dei salutanti batte la palma della propria mano su quella dell'altro.

Jín a-bo-tenò? Donde vieni?

G¨in a-bo e-pan.... Io vengo dal paese....

Kòg e-pan-tuí a-nin? La gente di quel paese dorme?

Jéne, a-nin. Sì, dorme.

Dè tòn ci'vtìg e tù-tuí? V'ha novella (guerra) uscita di là?

A-cin-tòn. Non v'ha novella (guerra).

Ur ko mor ko tind-du ko mìvt-ku ko mèd-ku a-nin? Tuo padre e tua madre e la tua donna e i tuoi figliuoli e i tuoi amici dormono?

Jéne, a-nin. Sì, dormono.

Tig-è kòu. Voltami (mostrami) il tergo.

Con quest'ultima frase i Dénka intendono di lasciar partire l'amico in pace, e ne esprimono il senso anche col movimento della mano.

E finalmente dicono:

Lor à-puat, ko jín a-cin ke bi-jók e-kuér-ig.

— Va col bene, e che tu non cosa incontri per via.

Le donne, le cui abitudini sono riservatissime, non dànno nè ricevono saluti se non dalle loro antiche conoscenze.


Il matrimonio dipende affatto dalla sostanza del pretendente; e il padre della ragazza richiesta in isposa la contratta con lui.

I vincoli del matrimonio sono sacri fra i Dénka, non ostante la poligamìa, la quale viene praticata da coloro che hanno mezzi sufficienti per mantenere più d'una donna. Ogni infedeltà è punita severamente tanto nell'uomo quanto nella donna.

I figliuoli sono considerati come la prova più evidente dell'attaccamento che unisce gli sposi, come il suggello dell'affetto conjugale: e la madre di numerosa prole ha diritto ad onori, che non le vengono mai contrastati.

Fra la tribù dei Kìc io conobbi un povero pescatore, monogamo, di nome Auán-did (gran-volpe), il quale aveva otto figliuoli; e fui assicurato che nessun poligamo n'ebbe mai tanti. In somma dalle osservazioni ch'io ho potuto fare, i monogami dànno in media più figli dei poligami. Osservai pure che nelle tribù lungo il fiume Bianco la popolazione va scemando, al che concorre certo anche l'infame commercio di carne umana.

Le feste in occasione di nozze si riducono a poca cosa.

La fanciulla viene semplicemente condotta alla sua nuova dimora dai parenti più stretti, seguiti da un corteggio più o meno numeroso d'invitati. Giunti alla capanna dello sposo, se questi possiede grosso bestiame, scannasi un bue, e se ne leva la pelle; le carni tagliate a grandi pezzi s'arrostiscono sulla viva brace, ed ivi si mangiano dai due sessi, benchè abitualmente le donne non mangino che nelle loro capanne.

Che se il fidanzato è un povero pescatore, il convito nuziale si limita a un po' di pesce.

Qualche volta però, se è lo sposalizio solenne di un Capo, trovasi legato presso la sua capanna un montone (gñón amàl) inghirlandato d'erbe e di fiori, sul quale monta a cavallo prima la sposa e poi lo sposo, quindi ad uno ad uno tutti quelli della comitiva; e finalmente lo Tièt (sacerdote e medico), tenendo in corda il montone, lo fa girare più volte intorno alla capanna dello sposo, e poi lo lascia andar nella foresta per esservi divorato la notte dalle bestie feroci; e tutto questo perchè il Genio malo tenga lontano ogni disgrazia dalla novella famiglia.

I doveri della donna fatta sposa consistono principalmente nel coltivare il terreno che circonda la capanna, provvedere, occorrendo, e preparare i pasti cotidiani, ungere il corpo del marito, e raddolcirgli le amarezze della vita co' suoi canti e colle sue smorfie.

Il canto fra i Dénka è assai monotono, e la voce de' cantori e delle cantatrici piagnolosa, per non dire gemebonda, e d'un suono decisamente nasale.

Tutte le tribù dénka ch'io ho visitato amano la danza, ma non così come i popoli della montagna.

Esse non hanno alcun amore per le arti, mentre questo è istintivo in altre tribù poste più al sud.

Nessuno fra i Dénka può dirsi che abbia un vero concetto religioso: nondimeno essi hanno nella loro lingua non una, ma due parole per indicare l'Essere Supremo, cioè Dèn-did — pioggia-grande o Ġáran. Inoltre essi usano in modo costante, per designare l'atto d'adorazione dai Missionari praticato, la voce a-ciòr; ed hanno i verbi ciòr e làm, che esprimono pregare Iddio; mentre il verbo vtiég significa pregare gli uomini. Di più, nel mio lavoro, il Sènnaar e lo Sciangàllah, ho detto quale idea essi abbiano di Dio, della creazione e di una vita futura. (Vedi vol. I, pag. 240-242). E qui faccio pure osservare che del verbo to-essere, usato nel tempo passato colla forma Tòu, i Dénka, parlando di Dio, esprimono sempre la forma presente, ancorchè vogliano significare un'esistenza relativamente a noi passata; per es: Dio è sempre stato e sempre sarà, traducono — Dèn-did a-to tin akorièg ko a-to tin akoriég — Dio è sempre ed è sempre. Abbiamo anche veduto con quali frasi tutte le tribù dénka, le quali abitano lungo il fiume Bianco dal 6º al 12º grado lat. N., chiamino le stagioni, in cui l'anno è diviso, e qual profondo significato esse racchiudano. Aggiungo ancora che la lingua dei Dénka ha locuzioni per formare le idee astratte[32].

Dalle quali cose io deduco che se l'intelligenza dei Negri dénka è ora evidentemente inferiore a quella dei Bianchi, tale inferiorità non è necessaria e senza rimedio, ma è un risultato dell'azione combinata di molte circostanze le più sfavorevoli allo sviluppo dell'intelligenza dell'uomo; ed io credo che l'azione energica di queste circostanze, prolungata da secoli, abbia potuto alterare presso questi Negri, come presso altri, un tipo primitivo più nobile, imprimendo sopra la loro fisonomia, riflesso della loro anima, la prova materiale della loro morale degradazione. Se io quindi esamino le istituzioni e la maniera di vivere di questi Negri, sono indotto, confrontandoli agli antichi Germani, ai Galli, ai Bretoni, che non erano meno barbari, a conchiudere ch'essi possono essere civilizzati, come lo furono quelli, nel volgere di alcuni secoli.

Tutti i Dénka ammettono due principii indipendenti; l'uno buono, ch'essi chiamano Dèn-did (pioggia grande) o Ġáran; e l'altro cattivo, che appellano Giòn-did (angelo grande o gran demonio), e dicono che da questi due principii emanarono gli spiriti buoni (giòk a-puat) e gli spiriti cattivi (giòk-à-rag); credono inoltre che i loro Tit (sacerdoti) conversino spesso col gran demonio e coi suoi spiriti subalterni e se la intendano con loro. Siccome poi dal Giòn-did procede ogni male, così essi procurano di placarlo coi sacrifici, s'egli è adirato contro gli uomini; nè si prendono alcun pensiero di pregare Dèn-did o Ġáran perchè li protegga, li difenda o gli aiuti, mentre Egli è sommamente buono, com'essi dicono, e quindi non può fare che il bene. La credenza negli spiriti maligni è generale in tutta l'Africa Interna.

Presso i Dénka la foresta è la dimora di tutti gli spiriti maligni, che cospirano contro gli uomini; e nello stormir del fogliame par loro d'intendere misteriosi dialoghi.

«La superstizione, figlia della terra dove si produce, vi germoglia come i fiori dei campi, ed è intimamente legata al luogo che la vide nascere. Gli abitanti del nord sotto il loro cielo di piombo popolarono tutte le caverne, tutte le rovine di spettri irritati e vendicativi. Qui poi la selva impenetrabile, co' suoi nembi di gufi e di pipistrelli, è riguardata come l'abitazione dei genii malefici, mentre gli Orientali, che abitano un paese brullo, esposto a tutto l'ardore d'un sole fiammeggiante, temono soprattutto il mal occhio.

Il carattere insomma della superstizione dipende dalla natura dei luoghi, e diventa, a così dire, un problema geografico.»


Come in tutta l'Africa, così fra i Dénka non mancano i buffoni, che fan professione di provocare altrui al riso con motti, lazzi ed atti stranissimi. Uno di questi, piccolo e grassoccio, con un naso singolarissimo che faceva ridere a vederlo, con una pelle ruvida, agilissimo ne' suoi movimenti, un uomo insomma che nessuno avrebbe riconosciuto della razza dei Dénka, i quali, come già dissi, sono piuttosto lunghi e magri ed hanno una pelle liscia e delicata, veniva a visitarmi quasi ogni giorno, e qualche volta, convien che lo dica, disturbava la mia quiete, mentre più spesso mi faceva passare la malinconia e mi teneva allegro. Egli faceva dei salti e delle capriole così agili, da produrre, colle sue quattro membra volteggianti, l'effetto delle ale d'un mulino a vento. Coperto dai piedi alla testa di ciocche di foglie e di code di diversi animali, era così comico da non poter figurarselo. I suoi frizzi e le sue burle parevano inesauribili: tutto gli era permesso, e bisognava lasciar fare perchè non facesse di peggio; si avvicinava a me, stendendomi la mano, e mentre io stavo per prenderla, spiccava un salto indietro come un daino, balzando lontano. Talora mi faceva capire che aveva fame, voleva da mangiare, e si doveva accontentarlo; tal'altra si metteva a cantare, e non la finiva più con quella voce che mi produceva l'effetto d'un babbuino che grugnisce. — Una mattina, in cui ero molto occupato nello studio del dénka, venne accompagnato da una truppa di giovinetti e di giovinette, e si pose davanti alla porta della mia capanna, e dopo alcuni gesti burleschi, intonò la sua voce e prese la parola. Il discorso fu per me inintelligibile; ei si ripigliava spesso, soffermandosi a certe frasi per lasciar tempo ai circostanti d'applaudire; allora da tutte le bocche di que' giovinetti uscivano degli Ih, ih! e degli à-puat, à-puat! — bene, bene! e il baccano diveniva infernale. A momenti, come per istimolar gli applausi, il buffone proferiva un brrr di tal potenza da far vibrare il tetto della mia capanna, e da costringere a ritirarsi i lucertoloni che facevan capolino dalle fessure di essa. — Io non ne potevo più, e li cacciai via tutti colle parole d'uso tig-kè-kòu — voltatemi (mostratemi) il tergo, esprimendone il senso con un movimento un po' brusco della mano. Il buffone e i giovanetti s'allontanarono per poco; ma tosto ritornarono; e il buffone quatto quatto entrò nella capanna senza aprir bocca, prese un mio farsetto che vide appeso ad una corda, e nudo com'era, se l'indossò; avvicinatosi poi a me con un tuono imperioso mi disse: Tig-è-kòu — voltami (mostrami) il tergo, scimmiottando così quanto io avevo fatto dapprima con lui, e mi cacciò fuori della capanna. — Addio dénka per quest'oggi! io sclamai, e con gran soddisfazione de' giovinetti che mi circondavano, non potei trattenere uno scroscio di risa.

La fede nella potenza del caso o del destino domina fra i Dénka come presso molte altre tribù dell'Africa. Questi Negri credono che gli avvenimenti non dipendano dalla loro volontà, ma da una forza occulta che dirige ogni cosa, e che bisogna rendersi favorevole. Da ciò ne vengono i sacrifici, che fanno di quando in quando al Genio malo, onde allontanare i maleficî e gli avversi destini.

Nell'abbrutimento meraviglioso, in cui essi vivono, non hanno tuttavia smarrita ogni traccia di legge morale. Rispettano soprattutto la donna e la roba altrui, e i trasgressori vengono puniti severamente. Io vidi un giovane a cui fu tagliata la mano, perchè aveva rubato due braccialetti di rame e alcune perline di vetro. E un uomo sui trent'anni, che osò scherzare licenziosamente con una donna che non gli apparteneva, fu battuto quasi a morte e poi scacciato dalla tribù.

Durante la mia dimora nella tribù dei Kìc, dopo le funzioni del mio ministero, m'occupavo principalmente nello studio della lingua del paese, senza la quale è impossibile adempiervi a dovere la propria missione. Oltre a che mi trovai nella necessità, insieme co' miei compagni, di esercitare i mestieri del cuciniere, del fornajo, del cacciatore, del falegname, del lavandajo, del sarto ecc. ecc.

Prima di chiudere questo capitolo voglio trascrivere un dialogo ch'io tenni con un Negro dénka intorno alla schiavitù ed al diritto di punizione.

— Senti, io gli chiedevo un giorno, quanti saranno, press'a poco, tra uomini e donne, quelli che vengono rapiti a questa tua tribù dagli Arabi, dai mercanti e dai dongolèsi nel corso di un anno?

— Io non saprei dirtelo con precisione, ma certo non meno di quindici o venti, quasi tutti giovani, poichè si possono vendere a più caro prezzo.

— Che cosa ne dici della schiavitù?

— Che vuoi che te ne dica... mi pare ch'ella sia un'infamia da parte di coloro, dai quali viene esercitata.

— E presso voi è praticata la schiavitù?

— No, per noi non sono schiavi che i prigionieri fatti in guerra.

— E questi son forse venduti da voi, o ve ne servite nei vostri bisogni?

— Noi gli scambiamo coi prigionieri nostri fratelli, che si trovano presso la tribù nemica; e se qualcheduno ci resta, lo vendiamo ai mercanti o ai turchi.

— E perchè venderlo, se tu mi dicesti pur ora che la schiavitù è un'infamia da parte di coloro, dai quali viene esercitata?

— Perchè fanno così anche i nostri nemici.

— Ma.... se essi adunque fanno il male, perchè farlo anche voi? Ignori forse che non è lecito di comperare e di vendere l'uomo, come si farebbe di qualunque merce?

Il Negro tacque; ed io dico ch'era la prima volta ch'egli udiva parlar così, poichè m'accorsi che le mie parole fecero una strana impressione sopra quel cuore selvaggio ed incolto, e nel suo occhio rotondo e penetrante brillò qualche cosa, che fu tosto seguita da un curioso sorriso, abituale alla razza dei Negri. Poi egli continuò:

— Ma... non siete voi Bianchi che rubate i Negri, che li mangiate, che li comperate e li vendete come fossero bovi o denti di elefante?

— Sì, io risposi, così fanno i Turchi e gli Arabi, ma non i Bianchi del mio paese, i quali in tal caso sarebbero severamente puniti. Davanti alle nostre leggi la libertà dell'uomo è sacra ed inviolabile; Dio stesso ci comanda di rispettarla, d'amarci tutti come fratelli e di non far male a nessuno, nè manco ai nostri nemici, ai quali dobbiamo perdonare, se vogliamo che Dio perdoni a noi.

— Tutto va bene, egli soggiunse, ma io non comprendo come si debba perdonare al nemico. Quando potrà egli allora correggersi delle sue colpe, se nessuno lo punisce? Continuerà a molestarci, e con tanto più coraggio, quanto meno temerà d'essere punito.

— E a chi spetta tra voi il diritto di punizione?

— Spetta alla persona che rimase offesa.

— E s'ella è impotente a contraccambiare l'offesa ricevuta?

— In tal caso i parenti e gli amici accorrono a vendicarla; e se questi non bastano, tutta la tribù.

— Dimmi: la misura della punizione da chi viene determinata?

— Dalla consuetudine. Presso noi, per ogni delitto è stabilita la pena corrispondente.

— Quali sono le pene che ordinariamente vengono inflitte?

— Secondo le circostanze.... il taglio di un dito o delle dita della mano o del piede, il ferro rovente sulla viva carne, e qualche volta l'esilio, e tal'altra la morte; vi sono poi le multe, a cui vengono condannati i delinquenti.

— Le stesse pene sono forse applicate anche alle donne?

— No, alle donne cattive s'applicano pene meno severe, poichè si ritiene che la colpabilità nella donna sia minore che nell'uomo, e perchè essa è più sensibile al castigo.

— Tu mi dicesti che il diritto di punizione spetta alla persona, che rimase offesa; e ciò avviene, lo so, qualora si tratti di uomini o di donne. Ma se un uomo commette ingiustizia contro una donna, o una donna contro un uomo?...

— Se un uomo commette ingiustizie contro una donna, è il marito che deve vendicarla, e se ella non ha marito, i suoi parenti. Che se è una donna che offende un uomo, in tal caso la punizione viene inflitta da un'altra donna a ciò deputata, ma non mai dall'uomo, fosse pur anche l'offeso, quando non sia il marito, il quale della propria donna può fare tutto quello che gli piace.

— Fammi attenzione (ñġiég-e-nòm); tu mi dicesti ancora che la misura della punizione viene determinata dalla consuetudine, e che presso voi, per ogni delitto è stabilita una pena corrispondente; ma.... possono occorrere certe circostanze che diminuiscono la colpa nell'offensore....

— È vero, rispose il Negro; ma se è così, noi ricorriamo allo Tièt (sacerdote e giudice) ed al Gran-capo (Bègñ-did) perchè essi decidano sulla proporzione della pena.

— E quale età debbono avere compiuto i giovinetti e le giovinette perchè sieno capaci di punizione?

— A un di presso questa età, egli disse, accennando due giovinetti ch'erano presenti, ed avevano circa dieci anni.

— V'è mai avvenuto di punire qualcheduno che fosse innocente?

— Per quanto io mi sappia, ciò non è mai avvenuto, e difficilmente può avvenire, imperciocchè non si puniscono che coloro che sono colti in flagranti.

— Quanti saranno, press'a poco, i condannati a morte nel corso di un anno?

— Uno o due tutt'al più; ma vi son degli anni in cui non havvi alcuna condanna.

— E i condannati all'esilio, o al taglio delle dita?

— Medesimamente.

— Forse più spesso sarà applicata la pena del ferro rovente, e delle multe, n'è vero?

— Senza dubbio; e la pena delle multe più che quella del ferro rovente.

— Qual'è la pena maggiore a cui va soggetta la donna colpevole?

— È quella d'essere venduta come schiava dal marito.

— E qual'è la colpa che la rende meritevole di tanto gastigo?

— È quella d'essere venuta meno al dover conjugale.

— Si dà mai caso che il marito perdoni alla moglie infedele?

— Certo, che si dà; ma allora il marito, adirato contro di lei, subito la percuote, la discaccia dalla sua capanna, e tutti la guardano di mal occhio e la disprezzano; ma se i suoi genitori vivono ancora, essa fa ricorso a loro, e li prega e li scongiura perchè l'aiutino a pacificare l'offeso marito; piange il suo peccato, e promette che non lo farà più.

— E qualora i genitori riescano ad acquetare il marito?...

— Questi allora invita i genitori colla figlia a ritornare nella propria capanna; gli asperge con acqua, e poi dice loro di sedere; mangiano qualche cosa tutti insieme, e la pace è bell'e fatta.

— Dimmi un po': come la passa il seduttore?

— Il seduttore dovrà pagare dieci vacche al marito di quella donna, se ella fu consenziente al mal fatto, altrimenti egli è punito coll'esilio o colla morte.

— Senti ancora, qui fra voi succedono mai alterchi, contrasti tra due o più persone, e in conseguenza busse e ferimenti?...

— Sì, accadono, ma non di spesso. E se l'alterco è fra uomini finisce prestamente, poichè lo Tièt, o il Bègñ-did, si mette di mezzo e li rappatuma; ma la cosa si fa seria, e può alle volte mutarsi in una catastrofe se altercano donne; esse non la finiscono più; e il peggio che peggio è che gli uomini non possono intromettersi lì per lì per farle venire a una conciliazione, nè manco i mariti; e frattanto il loro sangue s'accende sempre più, e le dispute durano per giorni e giorni e con gravissime conseguenze. Tu, o signore, che da un pezzo abiti fra noi, ne devi essere stato testimonio.

Una volta, verso le sei ore pomeridiane, tornandomi dalla caccia, vidi due donne d'una trentina d'anni ciascuna, le quali parlavano assieme a bassa voce: m'accorsi però che il loro colloquio era animato, e osservai inoltre che altre donne qua e là disperse, e disposte a piccoli gruppi, stavano come in aspettazione dell'esito di quel colloquio. Io, curioso, mi soffermai sotto una pianta in modo da non essere veduto e da veder tutto sino alla fine. Il colloquio fra quelle due donne terminò subito, e sì l'una che l'altra, gesticolando furiosamente, stringendo il pugno, e battendosi il capo, si diresse, a breve distanza, verso uno di quei monticelli che formano le formiche, e vi montò sopra; e allora, cominciarono a scagliarsi contro imprecazioni inaudite; e quindi discesero dalle loro tribune, e s'incontrarono con impeto, si saltarono addosso, si avviticchiarono come due tigri, e principiarono a lacerarsi il viso, il collo, il petto a morsi e a unghiate con una furia che metteva orrore. A un tratto eccole staccarsi e correre ancora sulle loro tribune, e poi nuove imprecazioni, ingiurie sanguinose, accuse incredibili, minacce le più feroci; finchè, essendo caduto il sole, l'una sfidò l'altra per il domani, alla stessa ora. Tutti i gruppi di donne qua e là dispersi s'unirono in due, e ciascuno accompagnò la parte che proteggeva. Io m'avviai alla mia abitazione crollando il capo, e dicendo fra me: questo è veramente un saggio della ferocia femminile che non dimenticherò mai più; domani vorrò ritrovarmi nello stesso luogo, e vedrò come l'andrà a finire;... possibile ch'io non riesca a metter pace fra quelle donne?...

Il giorno dopo, alla stessa ora, le due donne furono ai loro posti, ma questa volta attorniate e incoraggiate dal proprio partito, che le rendeva più fiere. — A qualche distanza si vedevano Negri spettatori. — Di tratto in tratto s'ode fra i due gruppi di donne un confuso grido simultaneo di molte voci; i due gruppi s'avvicinano a poco a poco. — Io provavo un senso di compassione e di orrore. — Si sentono interiezioni di rabbia e di vendetta. Nessuno, se non ha veduto, può farsi un'idea della figura di quelle Negre. Erano faccie convulse, cogli occhi fuori dell'orbita, colla bocca aperta, e la lingua sporgente; eran visi di febbricitanti e di epilettiche, illuminati da sorrisi indefinibili, contratti come da uno spasimo atroce. Esse pestavano i piedi e sbuffavano, e quindi cominciò una mischia così crudele, ch'io non potrei descrivere, perchè non ebbi il coraggio d'assistervi più a lungo, e tornai a casa risoluto di voler metter pace fra quelle donne, e pensando quale sarebbe stata la via più sicura per ottenere l'intento.

Mi posi d'accordo col Capo della tribù e collo Tièt, ed ottenni di parlare colle donne che sostenevano la parte principale di quella tragica scena, e riuscii ad acquetarle con tante perline di vetro quante ne hanno voluto, delle più belle che possedevo.


Il 15 gennaio 1859 lasciammo la Missione di Santa-Croce (6°, 40′ lat. N.) per ritornare a Chartùm, ove impaziente ci attendeva un nostro confratello, Alessandro Dal-Bosco.

Fu durante questo viaggio ch'io esplorai, per la prima volta, co' miei compagni Angelo Melotto e Daniele Comboni, il fiume Sóbat e le tribù Dénka nella penisola del Sènnaar per cercarvi un luogo opportuno ove fondare la Missione-Italiana.

Dopo faticose ricerche, il punto che a noi parve migliore da stabilirci fu sul canale Tarciàm, presso il villaggio Miegiòk, nella tribù degli Abialàñġ.

Giugnemmo in Chartùm il giorno 4 aprile 1859, ove trovammo il Dal-Bosco molto ammalato, e solo.

Il missionario Matteo Kirchner, che da più di un anno esercitava provvisoriamente le funzioni di Provicario Apostolico in Chartùm, udita la morte di monsignore Ignazio Knoblecher, avvenuta in Napoli nell'aprile del 1858, si risolse di tornare in Europa e di recarsi a Vienna presso il Comitato della Missione-Africana, e poi a Roma presso la Propaganda per intendersela su alcuni punti risguardanti la vacillante Missione. Prima di partire da Chartùm, egli mi scriveva una lettera, che mi venne ricapitata in Santa-Croce, colla quale mi consigliava di tornare a Chartùm co' Missionari italiani, raccomandandomi però di esplorare, durante questo viaggio, le tribù Dénka del Sóbat e della penisola del Sènnaar. Scrisse pure a Giuseppe Lanz, presidente in Santa-Croce, dicendogli che al più presto possibile mandasse avviso ai Missionari in Kondókoro di trattenersi in quella Stazione finchè fosse eletto il nuovo Provicario.

Queste lettere, con altre ancora provenienti da Europa, ci furono spedite da Alessandro Dal-Bosco col mezzo di un vapore che solcava per la prima volta le acque del fiume Bianco, ed era diretto da M.r Lafarque, mercante francese, il quale ce le consegnava il 13 novembre 1858. Il presidente Giuseppe Lanz spediva la lettera del Kirchner col mezzo dello stesso vapore ai Missionari di Kondókoro, acciocchè fossero bene informati dello stato in cui trovavasi la Missione dopo la morte del Provicario Apostolico Ignazio Knoblecher.

La risposta relativa alla lettera del Kirchner ci venne recata l'8 dicembre dallo stesso M.r Lafarque, che col vapore tornava a Chartùm, ed era scritta da Francesco Morlang presidente nella Stazione di Kondókoro. Eccone il tenore:

«Cari fratelli, non è possibile di poter resistere più a lungo fra questi Negri....» E dopo d'aver dipinto al vivo la deplorevole loro condizione, i pericoli e le sofferenze, a cui andarono soggetti, conchiude dicendo: «Questa Missione cominciò col fumo, e come un fumo svanì. Appena arriverà la barca col nuovo missionario, Luigi Viehwaider, e colle provvisioni per Kondókoro, fermatela e scaricatela in Santa-Croce, e poi speditela vuota a noi con un'altra barca, affinchè possiamo caricarle tutte e due degli oggetti che più c'interessano, se i negri Bàri ce lo permetteranno, poichè essi, udita dai mercanti la morte del Provicario Apostolico, pretendono d'essere i padroni di tutto ciò ch'egli possedeva in Kondókoro

Vennero due barche in Santa-Croce col nuovo Missionario la sera del 13 gennaio 1859, una delle quali conteneva le provvisioni per questa stazione, e l'altra per la stazione di Kondókoro.


Il 15 gennaio con una delle due barche io partiva da Santa-Croce co' miei compagni missionari per ritornare a Chartùm, e coll'altra il sacerdote Luigi Viehwaider continuava poi il viaggio per soffermarsi in Kondókoro fino al ritorno in Africa del nuovo Provicario, che doveva essere Matteo Kirchner.

Noi giugnemmo in Chartùm, come dissi, il 4 aprile, e vi trovammo Alessandro Dal-Bosco molto ammalato. Daniele Comboni tartassato da febbri continue desiderava di tornarsene in Europa. E Angelo Melotto stanco dalle fatiche del viaggio, e molestato quasi ogni giorno da fortissimi dolori di capo, diveniva sempre più debole; mai però che si lamentasse de' suoi mali o mostrasse desiderio di ripatriare per ristabilirsi in salute. Egli amava di passeggiar solo in giardino, e quando, dopo caduto il sole, entrava nella sua stanza, spossato, per cercarvi un po' di riposo, ed io lo visitavo, e' non faceva che parlarmi della futura Missione Italiana sul Tarciàm, e mi pregava a non voler abbandonarne il pensiero, qualunque fosse per essere la decisione del Comitato di Vienna. Poveri Negri, egli soleva dire spessissimo, quanto mi fate compassione! quanto io v'amo.... e quanto vorrei fare per voi, mi costasse pur anche cento volte la vita.... lo sa Iddio. Ma.... le mie forze diminuiscono ogni dì più, caro don Giovanni, e mi sento consumare a poco a poco. — Io badavo a lui continuamente; finchè la sera del 27 maggio lo vidi strascicarsi nella stanza più presto del solito e distendersi sul povero suo letticciuolo accanto alla finestra aperta, perchè altrimenti gli pareva di non poter respirare, e teneva gli occhi immobili e fissi al cielo. Corsi allora e sedetti a lui vicino, lo confortai e mandai pel medico Peney, che venne dopo alcuni minuti; questi gettò uno sguardo sopra l'ammalato e rimase per alcuni istanti silenzioso, e poi mi chiese:

— Quando s'è fatto in lui questo cangiamento?

— Veramente, risposi, è da tre o quattro giorni ch'io lo veggo triste, malinconico, pensoso, che non mangia proprio nulla; e giusto poco fa egli mi diceva che fu preso nel giardino da un capogiro, che lo fece cadere a terra; e chi sa quante volte ciò gli sarà accaduto; ma non parlò mai, forse per non contristarmi, sapendo quanto io l'amo.

Il medico mi strinse la mano e crollò il capo, volendo dire: non c'è più speranza di poterlo salvare.

— O Dio! è tremendo! io sclamai, rivolgendomi al mio servo fedele Cher-Allàh, ch'era presente e che aveva bagnato di lagrime il nero suo volto.

Partito il medico, l'infermo volle confessarsi, ricevette il Viatico, egli stesso domandò l'Estrema Unzione.... Il dolce suo viso divenne poi tutto raggiante di speranza e di fede. Di quando in quando rivolgeva verso me i cilestri e grandi suoi occhi.... Era lo sguardo calmo e lucido di un'anima disciolta per metà dai legami di questa terra. — Io vegliai tutta la notte presso a lui raccomandandolo al Signore, e l'osservavo declinar rapidamente; pure pregavo Iddio perchè non volesse rapirmi il compagno e l'amico; ma era giunto a tal punto, che l'affezione più tenera non poteva conservare la menoma illusione ch'ei potesse rimettersi. A mezza notte tutt'a un tratto emise un grido straziante di dolore, dopo del quale perdette i sensi, nè più ritornò in sè stesso.

— Prega, prega, io dissi allora a Cher-Allàh, il quale m'era vicino, che anche questa prova finisca presto! essa mi lacera il cuore.... Alle ore nove antimeridiane del giorno 28 maggio i suoi dolori erano cessati, e il suo volto aveva uno splendore misterioso e solenne, che imponeva silenzio anche ai singhiozzi dolorosi di quanti erano presenti.

Tutti ci avvicinammo attorno a lui rattenendo il respiro....

— Don Angelo! io dissi dolcemente.... ma egli era morto....

Pochi giorni dopo, Daniele Comboni partiva per l'Europa, ed io ricevetti lettera, che fra l'altre cose mi parlava pure della nuova elezione del Provicario Apostolico Matteo Kirchner, il quale capitò in Chartùm verso la metà del novembre 1859.

Egli, col beneplacito di Roma e del Comitato di Vienna, ordinò:

che i pochi Missionari superstiti del Sudàn dovessero raccogliersi quanto prima in Assuàn, rimpetto a File;

che le Stazioni di Chartùm, di Santa-Croce e di Kondókoro venissero affidate ad alcuni Negri, fedeli guardiani;

che ogni anno si dovessero visitare da tre o quattro Missionari, per turno.

Diede quindi a me l'incarico di partir tosto pel fiume Bianco colla grande dahabìah della Missione e con tre altre barche vuote fino a Santa-Croce e a Kondókoro, per caricarle della suppellettile e condur via i Missionari e que' giovinetti orfani, che avrebbero voluto seguirci. Mi raccomandò pure di esplorare un'altra volta, co' Missionari tedeschi, il Tarciàm, nel ritorno da Kondókoro e da Santa-Croce verso Chartùm.

Frattanto il Provicario Apostolico si sarebbe recato in Assuàn a prepararvi la nuova Stazione, ove avremmo dovuto raccoglierci tutti.

Con questi ordini io feci vela pel fiume Bianco il primo dicembre, e il 22 dello stesso mese giunsi in Santa-Croce, ove sani e lieti trovai i due missionari Giuseppe Lanz e Antonio Kaufman, il quale era venuto in questa Stazione da Kondókoro, con quella stessa barca che aveva condotto in Kondókoro il missionario Viehweider.

Questi due Missionari, udite ch'ebbero le disposizioni del Provicario Apostolico intorno alla Missione ed i motivi che lo avevano indotto ad attuarle, non seppero darsi pace, e vi si assoggettarono a malincuore, dicendo che questo nuovo progetto di missione toglieva a' Missionari ogni speranza di giovare ai poveri Negri, come avrebbero desiderato. Il pensiero poi di dover passare due volte il deserto per visitare le Stazioni del fiume Bianco gli atterriva più, che una continua dimora nel Sudàn, ove se nel corso di pochi anni morirono parecchi Missionari, non era tanto da incolparsi il clima, quanto le molte cure e diverse, delle quali essi erano soverchiamente aggravati, trovandosi tutt'al più due soli in una Stazione lontana, ov'era impossibile prima d'un anno di sperare soccorsi. Essi dicevano che sarebbe stato miglior partito quello di concentrare tutti i Missionari sul fiume Bianco in una sola stazione che non fosse troppo lontana da Chartùm, affinchè tornassero più frequenti e più facili le relazioni; e così uniti tentare un'ultima prova.