XII.
Da Santa Croce a Kondókoro — Costumi dei Bàri — Tremuoti, venti, temperatura — I Bàri e la Missione — L'islamismo e la schiavitù — Conclusione.
Da Santa-Croce mossi verso Kondókoro la mattina del 26 dicembre, non più solo, ma colla cara compagnia di Giuseppe Lanz. Frattanto il signor Kaufman doveva incassare e mettere in punto ogni cosa. A questo scopo io avevo lasciata una barca vuota a sua disposizione, colla quale si tenesse pronto a partire appena noi fossimo ritornati. Cagione di tanta fretta era il timore che il fiume giungesse al suo maggior decrescimento, e non ci permettesse quindi di recarci a Chartùm con barche assai cariche.
Fino alla sera del 26 dicembre noi vedemmo continue, dalla parte sinistra del fiume, le abitazioni provvisorie dei Kìc, mentre dalla parte destra, oltrepassata la tribù dei Tuìc, eravamo entrati in quella dei Bòr, i quali soggiornavano ancora nell'interno sopra canali del fiume.
Il 27 dicembre avevamo a destra ancora i Bòr, e a sinistra gli Eliàb, tribù che sono quasi sempre in guerra coi negri Scìr, i quali abitano sulle due rive del fiume verso il sud.
A mezzodì dello stesso giorno facemmo stazione in Akuàk, presso cui esce dal fiume il canale delle giraffe (Bàhr-ez-Zeràf).
Fin qui la prospettiva per me non ebbe nulla di gradevole. Ma da questo punto, ecco cangiarsi la stucchevole monotonia delle rive. Alle altissime erbe e ai folti canneti succedono, a destra del fiume, le magnifiche boscaglie dei Bòr; e già sì veggono frequenti le mimose, le palme-dòm, l'ebano, i nàbak, le euforbie velenose e giganti, gli alòk, come dicono gli Arabi, i kakamùt ed altre piante, del frutto delle quali si pascono i Negri. Ora il fiume, diviso in canali, raccoglie pochissima quantità d'acqua, e con fatica si può procedere avanti. Un grande e profondo canale esce a sinistra al 5°, 56′, 44″ lat. N., e rientra al 6° 14′, 30″. L'isola tra questo canale e il fiume è chiamata dagli Arabi Gesì-rat-el-Eliàb, ed è la più grande del fiume Bianco, dopo quella formata dal canale delle giraffe, e dopo le isole dei Scìr. Queste isole favorite dall'umidità e dal calore sono stupendamente feconde; alcune abitate da poveri pescatori appartenenti a tribù diverse, i quali compongono una casta al tutto speciale; altre lasciate incolte; e qui Negri mandriani conducono a pascolare i loro bestiami; e qualcheduna è riservata alla coltivazione del tabacco, del sesame, de' fagiuoli, del dùrah e del cotone. Il ricino vi cresce naturalmente, e sonvi di ricino folti boschetti.
Dal letto poi del fiume sporgono qua e là banchi di conchiglie, sui quali raro è il caso che non veggansi cercar pasto il falcone e la cicogna.
Il giorno 29 dicembre, poco prima del terminare dell'isola degli Eliàb, vedemmo sboccar nel fiume, dalla parte destra, due grandi canali di acqua, ch'escono dal medesimo presso il 5º grado lat. N.
Questi canali navigabili comunicano fra di loro per mezzo di altri piccoli canali, e formano così una quantità d'isole, che ti sembrano deliziosi giardini circuiti da artificiali fossati. Immense boscaglie, quasi ondeggianti per l'ineguaglianza del terreno, accompagnano il viaggiatore a destra e a sinistra al di là dei canali, ed or s'avvicinano or s'allontanano da' suoi sguardi sotto aspetti sempre nuovi e di meravigliosa bellezza. In queste boscaglie i Scìr hanno le loro stabili dimore durante la stagione piovosa; ma allor ch'eravamo nella stagione asciutta, essi abitavano le isole, veri luoghi fatati. Qui vedevi un uomo che custodiva un armento, là una donna e tre o quattro giovinette che pascolavano un branco di capre; più oltre alcuni Negri accosciati sotto una pianta che fumavano la pipa; ed altri che aizzavano bestiami al passaggio di un canale mentre uno li precedeva a nuoto, segnando loro la via per condurli a pascoli migliori nelle isole vicine. Drappelli poi di fanciulle precedevano le nostre barche con battimani, canti e balli, nella speranza di ottenere in dono delle perline di vetro: tutto in somma concorreva a presentarci i più incantevoli panorami.
I costumi dei Scìr sono assai bizzarri, e quasi al tutto conformi a quelli dei Bàri, dei quali dirò tosto qualche cosa, dietro le relazioni avute dai Missionari di Kondókoro.
Anche la lingua di questi Negri è quella dei Bàri, lingua assai dolce e armoniosa.
La mattina del primo gennaio 1860 entrammo nella tribù dei Bàri, ove il fiume prende il nome di Ciufìri, nel quale si trovano sparse qua e là diverse ed eleganti isolette, che ne dividono il corso in più rami, il cui letto poco profondo rende difficile oltremodo la navigazione. La riva destra s'inalza notabilmente, il terreno diventa sabbioso, e le boscaglie non vi sono più così fitte come prima; mentre la riva sinistra si fa sempre più bassa e paludosa, e la foresta vi sparisce quasi del tutto.
Il primo monte che ci si offerse agli sguardi nella tribù dei Bàri, a sinistra del fiume, è chiamato dagli indigeni Gnárkègni, e dagli Arabi Gèbel-el-hadìd (monte del ferro); e quindi a destra, più a sud, vedemmo le montagne di Belegnàn, di Lokòja e di Longhè, le quali ci annunziavano vicina la Missione di Kondókoro.
Verso il mezzogiorno del 2 gennaio giugnemmo a Libo, villaggio posto sulla destra del fiume tra il 4º e il 5º gr. lat. N., distante non più d'un'ora di cammino da Kondókoro. In questo villaggio visitai tosto la modesta tomba del mio collega ed amico Angelo Vinco, che primo fra' Missionari s'era introdotto nella tribù dei Bàri, e avea fissata la sua stazione in Libo, ove morì e fu seppellito il 23 gennaio 1853. — Nessun monumento segna il luogo ove riposano le sue ossa! — La tomba è circondata da gigantesche euforbie. I Negri di quando in quando vanno a cantarvi una canzone, colla quale ricordano gli splendidi regali da lui ricevuti, e che non furono superati da nessun altro Bianco. — Io vi lasciai il tributo delle mie lagrime e la promessa di ricordarlo sempre, finchè avrò vita.
Finalmente alle ore tre pomeridiane dello stesso dì abbracciammo in Kondókoro il missionario Francesco Morlang, che, con dolorosa nostra sorpresa, ci annunziava la morte di Luigi Viehweider avvenuta nella notte del 3 agosto 1859, dopo due mesi di penosissime febbri e sei di dimora in questa Stazione.
Le disposizioni del Provicario Apostolico, ch'io esposi a Francesco Morlang, missionario zelantissimo e coraggioso, produssero nel suo animo quella stessa impressione che n'aveano avuta i Missionari di Santa-Croce.
Francesco Morlang, terzo Presidente nella stazione di Kondókoro, mi parlò a lungo intorno alla tribù dei Bàri, presso i quali si trovava da circa quattr'anni; e i suoi racconti corrispondevano pienamente a quelli del primo Presidente Bartolomeo Mosgan, il quale dopo un anno e qualche mese di residenza fra i Bàri, sfiduciato d'ottenere qualche cosa di buono da quella tribù, l'abbandonava nel marzo 1854, trasferendosi presso i Kìc, ove fondò la stazione di Santa-Croce; corrispondevano ancora a quelli del secondo Presidente Antonio Überbacher, che affaticato e stanco, dopo quasi tre anni di continua dimora in Kondókoro, vi moriva nel febbraio 1853 senza la più piccola soddisfazione, tanto naturale all'uomo, di veder coronate le sue fatiche d'un esito felice.
I Bàri, oltre al possedere gli altri difetti comuni alle razze negre, sentono in sommo grado l'indipendenza, ed hanno un'indole superba e feroce. Lieve querela viene il più delle volte terminata a colpi di lancia o di bastone, ed è causa d'una guerra sanguinosa e fatale.
Il Morlang mi diceva che fra i Bàri più sono quelli che muoiono di morte violenta che di malattia.
Il Negro bàri col crescere dell'età moltiplica i suoi nemici, che non gli permettono di vivere una lunga vita. Perciò rari fra loro sono i vecchi, senza paragone più che fra i Dénka, sebbene le qualità del clima vi sieno migliori d'assai.
L'uomo bàri bisognoso di qualche cosa non s'umilia domandando, ma pretende o rapisce se può; e nel caso che regni la fame nel proprio paese, ed egli non possa in altro modo soddisfarla, vende senza pietà ai mercanti d'avorio e ai dongolèsi i suoi figliuoli; e per qualche pugno di grano lascia che la moglie e le figliuole sieno da essi disonorate.
Allorquando i Bàri di Kondókoro esercitavano il loro commercio con altri Bàri della stessa tribù, o colle tribù vicine, permutando il loro ferro, il sale, il tabacco ed altro con dùrah, sesame, bestiami ecc., non erano così miserabili come lo divennero dacchè s'introdusse fra loro un malinteso commercio, e con esso, fin dal 1844, l'infame razza dongolèse, che con altri vizi vi portò pure quella turpe malattia la quale dagli indigeni viene curata col ferro rovente, che sì negli uomini che nelle donne serve di medicina ad un tempo e di punizione della loro immoralità.
I Bàri, come tutti i Negri, amanti dell'ozio, vedendo che colla vendita dei denti di elefante potevano procacciarsi da vivere con minor fatica che per lo passato, cominciarono a trascurare l'agricoltura, a cui dapprima erano dediti, e il consueto commercio. Ma ora che scarseggiano d'avorio ed hanno perduta la voglia di lavorare, il latrocinio è all'ordine del giorno. I più forti opprimono i più deboli costretti qualche volta a morir di fame, com'è succeduto nell'anno 1859 sotto gli occhi stessi de' Missionari. Parecchi allora trovarono scampo ritirandosi presso i Bèri, tribù potente e feroce all'est dei Bàri, ed altri presso i Scìr; pochi restarono in Kondókoro.
I Bàri non hanno alcun Governo; professano tuttavia grande rispetto ai loro Kimàk (Signori) che posseggono molto bestiame, ed ai Bunèk (Sacerdoti). I Bunèk sono per lo più uomini scaltri i quali esercitano la medicina, gittano le sorti pronosticando l'avvenire di una persona, e debbono inoltre comandare alla pioggia. Questi Negri tengono, come si suol dire, la fortuna pel ciuffo, ma qualche volta avviene che sguizzi loro di mano e che il popolo infuriato gli ammazzi. Tale fu la sorte del famoso Bunèk Níghila, il quale poco tempo prima ch'io giugnessi in Kondókoro venne barbaramente trucidato dai Bàri, che poi se ne divisero il numeroso bestiame di cui mangiarono le carni, lasciando in una deplorevole miseria tutta la sua famiglia.
Non si può negare però che i Bunèk non abbiano una perfetta cognizione dell'efficacia di certe erbe e radici, e non sappiano quindi alleviare ed anche guarire alcune malattie.
L'arte del medicare viene anche esercitata da qualche donna, la quale in tal caso prende il titolo di Bunìt ed è, si può dire, venerata dal suo sesso.
Havvi pure fra i Bàri una classe di persone, che s'occupano esclusivamente in lavorare il ferro, di cui abbonda il paese; e fanno lance, frecce e diversi strumenti con grande abilità e maestria. Essi vengono chiamati col nome di Tumonèk e sono disprezzati dai mandriani e dagli agricoltori, come lo sono i pescatori che pur si dicono Tumonèk; nome che dato ad un agricoltore o ad un mandriano sarebbe un insulto bell'e buono. I Tumonèk non hanno mai la parola nelle pubbliche adunanze.
Per convocare il popolo alla danza (lerì) che ha luogo ordinariamente la notte, per adunarlo alla guerra, per invitarlo a partecipare della gioia o del dolore di una grande famiglia, di un Màtat o di un Bunèk (capo o sacerdote), usano i Bàri di battere un gran tamburo che, come la danza, è chiamato lerì. Questi Negri hanno pure cornette e pifferi; ma il principale strumento musicale è il tamburo, che, secondo la maniera colla quale si batte, manda un suono che esprime il dolore o la gioia di un paese; anima i danzanti o dispone al pianto quelli che seguono il funebre convoglio; chiama alla guerra e ne annunzia poi la vittoria o la sconfitta. Questo tamburone altro non è che un tronco d'albero vuoto, chiuso alle due estremità da una pelle tesa.
Io ebbi l'occasione di assistere ad una danza di mille e più persone, tra uomini e donne. Essa doveva cominciare dopo caduto il sole; ma già fin dal mattino le grida d'allegria e gli apparecchi, specialmente della gioventù, annunziavano che la doveva essere una gran festa. Era l'annuale commemorazione d'una strepitosa vittoria riportata sui Liria, tribù belligera posta a sud-est dei Bàri. — Mezz'ora prima del cader del sole, i danzatori e le danzatrici eran tutti al loro posto, in un vasto piazzale a cielo scoperto, le donne e le ragazze dipinte colla massima cura di bianco, di rosso, di giallo sul fondo della loro pelle lucida e nera come l'ebano; e quelle vestivan pelli di montone, queste cingevano alle reni una fascia larga un quattro dita, dalla quale pendevano davanti spessi cordoncini di cotone o catenelle di ferro, ed alcune avevano a tergo una lunga coda di vacca; anelli poi d'avorio, di rame o di ferro ne decoravano le gambe e le braccia, e numerose file di perline di vetro a vari colori adornavano il collo; gli uomini poi ed i fanciulli, in atteggiamento di guerrieri, in divisa di gala, formavano una siepe compatta, irta di lance; e gli uni avevano certi berrettoni delle forme più strane, e gli altri mazzi di piume ondeggianti sul capo, e pelli e code di bestie feroci che pendevano da ogni parte del loro corpo. — Mostrarsi nelle danze sotto un aspetto sempre nuovo e bizzarro è per questi Negri una soddisfazione incomparabile. — Già si erano requisiti tutti gli strumenti musicali disponibili, e n'era risultato un miscuglio indescrivibile di tamburi, di tamburoni, di corni, di pifferi e di cornette, a cui dovevano aggiungersi i vigorosi battimani delle donne. Ma ecco che incomincia la festa, vero delirio. — Suonano i tamburi. — Un buffone apre la danza, lanciando furiosamente le braccia in ogni direzione senza mai perdere la misura del tempo; ritorconsi le sue gambe come quelle d'un acrobata, ed or s'allungano parallelamente al suolo, or vi si puntano verticalmente, ed or sollevansi in aria; e tutti questi movimenti si seguono con una rapidità, una furia vertiginosa, e fra lo strepito d'una musica tanto monotona quanto selvaggia. Egli fa scambietti e capriole con una foga e un eccitamento degni del più infatuato dervisc. — Io mi aspettavo ad ogni tratto di vederlo cadere, colla schiuma alla bocca, in preda ad un accesso d'epilessia. — In capo a una mezz'ora, il buffone riposa, e dopo una breve pausa si rimette a saltare e a contorcersi con più lena che mai, invitando ed animando i circostanti a dar principio tutt'insieme alla danza. — Al suon de' tamburi s'unisce allora quello de' tamburoni, de' corni, de' pifferi, delle cornette e dei battimani, per cui ne risulta una musica d'inferno. — Uomini e donne quindi, fanciulli e fanciulle si mettono in orgasmo, e nell'ebbrezza della gioia cominciano una specie di danza sfrenata, accompagnata da salti, contorcimenti, urli non più uditi e stringimenti di spalle così nuovi, così bizzarri da non poter farsene un'idea da chi non ha veduto. Oh! che bocche! che occhi! che sorrisi satanici! che facce stravolte!... mi par di vederle tuttora; ed or mi s'eccita il riso come alla vista di una gran mascherata; or mi si stringe il cuore come all'imagine d'una gran baldoria di pazzi; e se considero la bellezza selvaggia del quadro, ci provo la voluttà d'un artista. — Circa alle due dopo la mezza notte, tutti tornarono alle loro capanne.
Nella tribù dei Bàri son frequenti le scosse di tremuoto. Il missionario Francesco Morlang, nei quattro anni che dimorò nella Stazione di Kondókoro, attesta d'averle sentite ogni anno, ed in tre epoche differenti:
1.º Pochi giorni prima del cominciar delle piogge, continuando per circa un mese, e facendosi sentire specialmente la notte dalle sei alle otto volte.
2.º Poco prima delle piogge copiose di agosto.
3.º Sul finire della stagione piovosa: ma queste ultime scosse sono assai leggiere in confronto delle altre, che più d'una volta furono così veementi da scrostare le pareti della casa della Missione, e da produrvi considerevoli fenditure.
I tremuoti si fanno più frequenti e terribili verso le montagne del sud.
Quanto alla direzione dei venti: i venti del nord nel paese dei Bàri principiano sul terminare della stagione piovosa e continuano fino al marzo.
Ai venti del nord succedono quelli dell'est, e durano circa un mese; ma si rinnovano poco prima dei venti del nord. Questi venti dell'est cagionano ai Missionari dolori di capo, inappetenze e febbri.
I venti del sud cominciano sul finir di aprile, e continuano fino al settembre. Nel settembre poi ed ottobre predominano quelli dell'ovest.
Nei primi tre mesi delle piogge i temporali provengono più comunemente dalla parte sud, sud-est; nei mesi poi di giugno, luglio ed agosto ci vengono direttamente dal sud; ed in settembre ed ottobre dall'ovest; ma questi ultimi temporali, come quelli che talora derivano dal nord-est, non apportano mai piogge copiose.
Quanto alla temperatura: secondo le osservazioni fatte dai Missionari in Kondókoro nel 1858, il maggior calore era ordinariamente fra le 4 e le 5 pomeridiane, e la temperatura meno calda al levar del sole.
| Nell'ora più calda, in casa, il term. non segnò | Al levar del sole non segnò | |||||
| mai più di | nè mai meno di | mai meno di | ||||
| nel | genn. | 30 R. | 27 | nel | genn. | 18 R. |
| » | febb. | 31 » | 26 | » | febb. | 20 » |
| » | mar. | 31 » | 21 | » | mar. | 19 » |
| » | apr. | 26 » | 24 | » | apr. | 18 » |
| » | mag. | 24 » | 19 | » | mag. | 17 » |
| » | giug. | 26 » | 22 | » | giug. | 18 » |
| » | lugl. | 24 » | 20 | » | lugl. | 17 » |
| » | agos. | 23 » | 19 | » | agos. | 16 » |
| » | sett. | 26 » | 18 | » | sett. | 16 » |
| » | ott. | 27 » | 20 | » | ott. | 18 » |
| » | nov. | 27 » | 22 | » | nov. | 20 » |
| » | dic. | 28 » | 24 | » | dic. | 18 » |
In quest'ultimo mio viaggio da Chartùm verso Kondókoro, che durò dal 1º dicembre 1859 fino al 29 marzo 1860, il massimo calore nei primi giorni era intorno alle tre pomeridiane; ma più mi avvicinavo all'equatore, la temperatura si faceva più calda verso le quattro ore.
Il giorno più caldo l'ebbi il 15 dicembre fra le paludi dei Nuèr, in cui il termometro segnò 28 R. nella camera della dahabìah alle 3½ pomeridiane; e il giorno meno caldo l'ebbi l'8 dicembre sul finir del paese dei Scìluk, in cui il termometro non segnò più di 25 R. verso le 3 pomeridiane, ed al levar del sole 13½.
I Bàri, benchè sapessero che il Morlang gli avrebbe abbandonati e che più nessun Missionario sarebbe rimasto fra loro, se ne mostrarono indifferenti. Non può dispiacere ai Bàri, mi diceva il Morlang, la nostra partenza, mentre tante volte i loro Capi, che pretendono d'essere mantenuti a spese della Missione colle loro famiglie, tentarono di scacciarci colla forza. Essi han conosciuto che principale scopo della Missione è d'istruirli ed educarli a religione e civiltà; ma non vogliono intenderla; e quando noi parlavam loro di religione, essi rispondevano francamente e con ischerno: convertite prima i vostri servi (dongolèsi), e poi penserete a noi; dateci ora da mangiare, giacchè calcate il nostro terreno, o fate ritorno ai vostri paesi. E si noti che il terreno della Missione era stato già comperato, ed a caro prezzo, non una, ma due volte dal Provicario Apostolico Ignazio Knoblecher, e che i Missionari, ogni anno, han dovuto far regali ai tre proprietari del medesimo terreno, Lutverì, Leghè, Vanì, ed al loro Gran-capo (Màtat) chiamato Medì. Senza un gran regalo non era dato a noi neppur di seppellire i nostri morti.
Il 16 gennaio 1860 tutto era pronto per la partenza, ed alle ore dieci antimeridiane io comandai ai nostri barcaiuoli di discendere il fiume. Quand'ecco io vedo balzare nella dahabìah tutto furioso il Gran-capo Medì con altri Negri armati, i quali ci strappano, si può dir, di mano l'unico fra i 47 battezzati, la maggior parte adulti, che promettesse qualche speranza di buona riuscita[33], e un altro buon giovinetto suo compagno, poco più che dodicenne, non però battezzato, di nome Ladò, senza padre e senza madre, che m'avea pregato per carità di prenderlo meco offerendomisi qual servo fedele[34]; e tutti e due doveano venire con noi dietro il consenso del Gran-capo e dei loro parenti. Ma come, da un momento all'altro, questi hanno mutato consiglio? — io dicevo tra me. — Qual può essere stata la cagione di tal cambiamento?...
Il 13 gennaio, alcuni mercanti fra i Bàri avevano spedito 150 soldati dongolèsi in un paese posto fra le montagne di Belegnàn e quelle dei Liria, a sud-est di Kondókoro, per vendicare, dicevan essi, il sangue di 5 loro servi, che pochi giorni prima erano stati colà trucidati senza alcun motivo, mentre si recavano ai Liria per comperare denti di elefante. Or questi soldati avevano costretto per via alcuni giovani Bàri di Kondókoro a seguirli, fra i quali un parente del Gran-capo Medì, il quale, sapendo un po' di arabo, avrebbe dovuto servir loro d'interprete. I soldati dongolèsi diedero alle fiamme quel paese, ne uccisero gli abitanti, ad eccezione delle donne e dei fanciulli che divennero loro schiavi, portaron via tutto il bestiame, e festosi per la vittoria riportata e pel grosso bottino, pensavano di ritornare a Kondókoro. Quando tutt'a un tratto i Liria calarono dalle montagne numerosissimi e precipitaronsi loro addosso uccidendone in pochi istanti 120, e mettendo gli altri in fuga. I giovani Bàri morirono quasi tutti, anche il parente del Gran-capo. — L'infausta notizia giunse in Kondókoro poco prima della nostra partenza. — Medì, come l'ebbe intesa, montò sulle furie, imprecò ogni male a tutti i forestieri che si trovavano in Kondókoro, disse ch'erano stati la rovina del suo paese, voleva ad ogni modo veder morto un giovine copto, che era stato il promotore della spedizione contro i Liria. — Ecco, senza dubbio, la cagione del subitaneo cambiamento del Gran-capo e dei parenti dei due giovinetti, che ci furono strappati di mano, mentre essi piangevano e avrebbero voluto seguirci.
Nell'ora stessa che noi lasciammo Kondókoro vi giugneva una grande dahabìah da Chartùm, e un'altra la seguiva a poca distanza, tutte e due condotte da soldati del Governo egiziano, capitanati da un Circasso, il quale per ordine superiore avrebbe dovuto fra due mesi ricondurre a Chartùm 500 schiavi. — E tanto vitupero pure adesso continua!
E vi sarà ancora chi osa dire che la schiavitù è tolta?... Legga costui, se non le ha mai lette, le dolenti pagine, ma vere, dell'illustre viaggiatore Giorgio Schweinfurth, là dove descrive la tratta del l'uomo[35], e poi mi dica se la schiavitù è tolta.
In sul finire di quel capitolo: «L'Egitto, egli dice, la più antica, la più feconda delle terre istoriche, ha qui una grande missione da adempiere; ma che vuoi sperare dall'islamismo? Con esso non c'è alleanza possibile.
«Per aprir la via del Signore, dice il Corano, uccidete coloro che vorrebbero uccidervi, ma non siate voi i primi a cominciare le ostilità, perchè Dio non ama i peccatori; uccideteli dovunque gli incontriate; scacciateli da dove vorrebbero scacciar voi; perchè la tentazione dell'idolatria è peggiore della morte.» Figlio del deserto, l'islam fa un deserto di tutti i luoghi dove penetra. Supporre che possa esser capace di progresso, è un sogno, un'illusione attinta nei libri. I suoi fedeli rassomigliano ai germi di vegetazione, che dormono nelle sabbie delle valli deserte: una scossa di pioggia, un nulla, può suscitarli ad una vita effimera; le piante si levano un giorno; poi, al contatto del soffio fatale, inaridiscono, e tutto ridiventa sterile.
Domandate agli Europei che dimorano in Egitto, se gli abitanti di quel paese potrebbero seguire le nostre usanze senza rinunziare al maomettanismo; e vi risponderanno con una negativa, e poi aggiungeranno non esservi luogo a sperare che quel popolo abbia mai a cambiare di culto. Dei nostri costumi, gli Egiziani adottarono unicamente il vestiario; ma vestano all'orientale o all'europea, i sudditi del Kedìve non mutano le loro idee sulla schiavitù. È moda nel bel mondo egiziano d'aver la casa piena di schiavi, e la cosa è colà indispensabile. Entrate nella dimora di un ricco Egiziano; troverete adagiato sopra un divano un uomo silenzioso e contemplativo, di cui nulla turba il riposo. Alieno da ogni nobile passatempo, ogni attività gli è sconosciuta; egli ignora la caccia, la pesca, l'equitazione, il modo di condur un battello; fino il passeggio è estraneo alle sue abitudini. Se ha sete, leva una mano, e chiama «Ja, uàled!» (Ehi, ragazzo!) e uno schiavo gli porge da bere. Vuoi fumare o dormire? «Ja, uàled!» ed è servito, senza ch'egli muova un dito.
Se un bel giorno non ci fossera più aulàd (ragazzi), che ne sarebbe di questi grandi signori sui loro divani? Ora una tale letargica apatia invade tutti gli Stati Orientali. Perchè la schiavitù si abolisca, bisogna prima che l'Oriente si trasformi e risorga a nuova vita. Se un tal cambiamento è impossibile, la schiavitù rimarrà per l'Egitto una necessità, per quanti impegni il Governo si assuma contro di essa.
Si è spesso parlato de' vantaggi da cui lo schiavo è circondato, degli agi di cui gode. Certo tra l'uàled degli Orientali e l'antico servo della gleba degli Europei, il contrasto è grande; tuttavia gli Europei facevano dello schiavo un membro utile alla società, mentre gli Orientali ne fanno un ozioso. Caricare delle pipe, porgere un bicchiere, preparare il caffè, sono occupazioni indegne d'un uomo; e i vantaggi che l'uàled ne trae furono caramente pagati colle angoscie della lotta, il viaggio nel deserto, la fame, la fatica, le malattie contagiose, che uccisero tanti suoi compagni, e si aggravarono anche sopra di lui.
Ma la conseguenza più dolorosa di questa caccia dell'uomo è lo spopolamento. Ho veduto distretti interi del Dàr-Fertìt convertiti in deserti pel rapimento di tutte le ragazze del paese. Gli Arabi e i Turchi vi diranno che salassano soltanto delle tribù senza valore, gente che, se avesse modo di moltiplicare, adopererebbe la potenza del numero ad esterminarsi fra loro. — Io penso tutto il contrario. — È giunto il tempo in cui l'Africa deve partecipare al commercio del mondo. Bisogna pertanto che la schiavitù sia abolita. Anzichè mantenerla, meglio varrebbe che Turchi e Arabi e tutti quanti i popoli inattivi scomparissero dalla terra: dal momento che lavorano, i Negri sono loro superiori.»
Giugnemmo il 24 gennaio in Santa Croce, e il 29 marzo in Chartùm lieti d'abbracciare il missionario Alessandro Dal Bosco alquanto ristabilito in salute.
Dopo due mesi ci recammo tutti in Assuàn, ove il Provicario Apostolico Matteo Kirchner ci attendeva con impazienza. Colà passammo quasi due anni; e finalmente, essendo stata ceduta la Missione dell'Africa Centrale ai Padri Francescani, noi tornammo in Europa. Ma i Francescani non valsero a sostenerla che per circa due anni, e quindi essa venne affidata a Monsignor Comboni, che coll'ardente suo zelo e colla sua instancabile attività riuscì a fondare qua e là diverse Stazioni, ove bravi missionari, assistiti da alcune suore del Buon-Pastore, ottennero frutti che fino allora non erano stati mai ottenuti.
Secondo ciò che ne dicono gli annali di questa Missione pare che l'aurora d'un giorno migliore cominci a sorgere per la disgraziata razza africana.
Ed ora che da ogni parte la mano della beneficenza si stende a mostrare gli abusi, a riparare i torti, ad alleviare i patimenti, e a far conoscere ed amare al mondo gli infimi, gli oppressi e gli obliati; ora che per l'iniziativa del Re de' Belgi surse il Comitato Internazionale per l'esplorazione e l'incivilimento dell'Africa Centrale; in questo generale movimento par sia giunta, io dico, l'ora propizia anche per l'Africa, che da secoli incatenata e grondante sangue ai piedi dell'umanità incivilita ne implora gli aiuti.
Ah! sì, Dio faccia spuntare il giorno, in cui la schiavitù distrutta come tante altre iniquità dalla faccia della terra, non sia altro che una memoria, in cui i quadri, quali in questo mio libro ho descritti, non abbiano altro pregio che di ricordare ciò che più non esiste.
Fine.
[ INDICE-SOMMARIO]
Prefazione [Pag. 5]
Capitolo I. [9]
Il Provicario Apostolico dell'Africa Centrale Ignazio Knoblecher — Ultime sue parole in Koròsko ai Missionari veronesi — Le rive del fiume Bianco da Chartùm ai Scìluk — Le meraviglie di una foresta — Gli Arabi d'Abù-Zèt — I Baggàra-Selèm — Linguaggio mimico degli Arabi.
Capitolo II. [29]
Vendette — Guerre — Armi — Coraggio passivo e fierezza — Ostinazione degli Arabi — Il suicidio — Le montagne dei Dénka — Il Tarciàm.
Capitolo III. [55]
Caratteristiche della razza negra — Il paese dei Scìluk — I cani — Odio contro i Turchi — Raffronti della lingua dei Dénka con quella dei Scìluk.
Capitolo IV. [73]
Il regno dei Scìluk e il loro Governo — Mezzi d'incivilimento — Punizioni — Diritto di elezione al trono — Residenza reale — Quanto si possa fare assegnamento della parola di un re Negro — Il latrocinio — Divisione, carattere e costumi vari dei Scìluk — La schiavitù presso i Scìluk e gli Arabi in Hèllat-Kàka — I mercanti d'avorio divenuti rapitori e mercanti di schiavi.
Capitolo V. [97]
Una zerìbah di schiavi — L'asta, la vendita, la separazione — Le dieci schiave Abialàñġ rapite a tradimento — Il loro quartiere in Hèllat-Kàka — Scena commoventissima — Brutto rischio — Audaces fortuna juvat — Uno de' più bei giorni della mia vita — Diffidenza punita — Il tradimento.
Capitolo VI. [147]
Il fiume Jâl — Il Sóbat e i suoi abitanti — Affluenti del Sóbat e i Negri scìluk — Dall'imboccatura del Sóbat al lago No — Il Bàhr-el-G¨azàl e i suoi affluenti — I Gnam-Gnàm; etimologia del nome e cannibalismo di questi popoli.
Capitolo VII. [179]
I Nuèr del fiume Bianco — Fuochi notturni — Formiche — Zanzare — Cinocèfali, mostri, cannibali — Credenze religiose; indovini (Kogiùr); superstizioni, strani abbigliamenti e caccia dei Nuèr.
Capitolo VIII. [195]
Bachìta la schiava.
Capitolo IX. [227]
Le tribù Dénka della vallata superiore del fiume Bianco e la loro lingua — Stagioni e loro nomi — Il charìf — Una bufera — La stagion delle piogge, ed accrescimento e decrescimento del fiume sotto latitudini diverse — Morte di Francesco Oliboni — Un sogno.
Capitolo X. [249]
La stazione di Santa-Croce — La caccia — Il barone De-Harnier vittima di un bufalo selvatico — Le tribù Dénka della vallata superiore del Nilo, e i loro costumi.
Capitolo XI. [271]
Forme di saluto presso i Dénka — Matrimoni — Religione — Buffoni — Dialogo sulla schiavitù e sul diritto di punizione — Partenza da Santa-Croce verso Chartùm; stato della Missione; morte del missionario Angelo Melotto; ritorno a Santa-Croce.
Capitolo XII. [297]
Da Santa-Croce a Kondókoro — Costumi dei Bàri — Tremuoti, venti, temperatura — I Bàri e la Missione — L'islamismo e la schiavitù — Conclusione.
ALTRE PUBBLICAZIONI DELLA STESSA DITTA EDITRICE
| ALEARDI A. — Epistolario con un'introduzione del prof. G. Trezza. 1 vol. in-12, 1879 | L. 5 — |
| BELTRAME prof. G. — Il Sènnaar e lo Sciangàllah; 2 vol. con ritratto dell'Autore ed una carta geog. | 8 — |
| BERTINI P. — Tutto pel meglio. Racc. 1 vol. in-12 | 3 — |
| CALIARI prof. P. — La donna cristiana. Conferenze. 1 vol. in-12, 1879 | 1 50 |
| CHAVASSE P. H. — Sull'educazione fisica dei bambini. Consigli di un medico alle madri. Trad. dalla XII ediz. inglese di C. Ruata-Pronati. 1 vol. | 4 — |
| FRIZZO prof. G. — La Geometria per le Scuole Tecniche secondo i nuovi programmi | 2 60 |
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| GUERZONI prof. G. — Il terzo rinascimento. Corso di letteratura italiana dato nella Regia Università di Palermo, II ediz. 1 vol. in-12 di pag. 560 | 4 50 |
| — Il primo rinascimento, 1 vol. in-12 di pag. 220 | 3 — |
| LEBRECHT dott. G. — Il Risparmio e la educazione del popolo. Studio sulle Casse di Risparmio italiane ed estere. 1 vol. in-12 di pag. 455 | 5 — |
| MANGANOTTI prof. A. — Manuale di storia naturale applicata al commercio, 1 vol. in-8 | 4 — |
| MATTEAZZI E. — Doveri morali della giovinetta italiana. 1 vol. in-12 | 1 — |
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