I.
Tu non mi dai la pace, o Sole sereno, e l'oblio
se i cari luoghi io cerchi vago de' raggi tuoi!
Troppo soavi, ahi troppo soavi anche giungonmi al core
questi che tu diffondi spiriti, o Primavera,
questi onde tutta vive la dura pietra e si scalda
umanamente e gode ne le profonde vene,
onde gioiscon gli orti chiomati di verde novello,
tremano le raccolte acque ne l'urne loro.
Tremano con sommesse parole, ne l'ombra, e fan cupo
specchio a tal ombra l'acque dentro il marmoreo vaso.
Stanvi le querci sopra, che l'aura de' secoli avvolge:
odono il suon, guardando placide a' cieli e a Roma.
Chiusa ne' suoi recinti la villa medicea dorme:
alzansi lenti i sogni da la sua gran verdura,
come allor che su 'l primo tremar de le vergini stelle
per i quieti rami cantano i rosignuoli.
Oh pura in me, su 'l vespro, piovente dolcezza de' sogni!
Muta, la lunga scala ella saliva meco.
Tutta nel cor segreto io sentiami languire e tremare
l'anima, al premer lieve de la diletta mano.
Ma, come fummo al sommo, la bocca ansante m'offerse
ella: feriva il sole quel pallor suo di neve.
Alto d'amor susurro correa lungo i bòssoli foschi;
dardi rompean la cava tènebra tutti d'oro,
quasi che d'odorato peplo e di veli ondeggianti
bella ivi errasse Cintia dietro vestigia note.