II.

Ben tale dea presente, cui nomano Luna i mortali,

empie d'un amoroso spirito i cari luoghi.

Ben questi elesse talami verdi e profondi la dea

a gli amor suoi segreti, paga d'angusto impero.

Piacquesi de' lavacri, che artefice umano compose,

ella obliando i chiari fonti, gli azzurri fiumi:

l'agile per le selve d'Etolia corrente Acheloo,

truce figliuol di Teti, vago di Dejanira;

l'Axïo da la riva lunata per ove muggendo

candida l'ecatombe venne con passo grave;

ed il Penèo sonoro che vide di Dafne le membra

torcersi verdi e snelle, ripalpitare in rami;

te, bel Cefiso, a cui la diva Afrodite bevente

rise da tutto il volto, diede in balía la chioma;

te, puro Eurota, largo d'allori e di freschi roseti

e di freschissime acque, d'onde emergeano ignude

vergini protendendo le belle braccia pugnaci

verso la madre Sparta, a salutare il Sole.

Erano a Delia cari tai fiumi; al grand'arco divino

porsero i lidi immensa copia di cacciagioni;

grati offerian riposi ne gli antri a le ninfe anelanti;

murmuri avean di molle sonno persuasori.

Ma ben li oblia la dea. Non ebbero quelli il tuo riso

misterioso, o fonte, l'inestinguibil riso,

tenue balen che l'acque tue pallide illumina a fiore

(tal ride pur fra' pianti l'anima in occhi umani)

onde in ardore treman a torno gli aperti narcissi,

languidi reclinanti, presi di van desìo.

Non ebber quelli, o fonte, non ebber le voci tue vaghe

più che mel dolci, lene balsamo a' duoli umani.

Qual su 'l polito ferro de l'aste purpurea s'imperla

l'onda del sangue e brilla nitidamente al sole,

tale su l'infiammata anima il confuso susurro

frangesi in varianti numeri armoniosi.

Ode la selva intenta, le vergini stelle da' cieli

odono: a lor la fonte ride di conscio riso.