SCENA PRIMA.
Il Serparo entra pel cancello sotto l'arcata, seguendo Gigliola che lo incuora.
Gigliola.
Non c'è nessuno. Resta. Non temere,
uomo. Sei sospettoso.
Il Serparo.
O baronella, non mi fare inganno.
Gigliola.
No, non ti faccio inganno. Sta sicuro,
uomo. Che guardi?
Il Serparo.
Guardo com'è grande
càsata, grande più che la Badia
della contessa Doda
in valle Merculana, veramente.
Ma s'abbandona. Non ne può più. Vuole
colcarsi. E anch'io vorrei. Non reggo.
Gigliola.
Sei
stanco? Patisci?
Il Serparo.
Sento
il cuore mio che dentro
si schianta. Dammi la pezzuola tua
ch'i' leghi la mia mano
insanguinata.
Gigliola.
T'ha morso una serpe?
Il Serparo.
L'hai detto.
Gigliola.
Velenosa?
Il Serparo.
L'hai detto.
Gigliola.
Puoi morire?
Il Serparo.
Si muore e non si muore.
«Chiedeo lo morto all'asse dell'abete:
«Non hanno miso figliema nel foco?»
«Figlieta» fece l'asse «magna e beve;
s'è compro un busto de velluto novo.»
Lo sai quel canto antico, baronella?
Gigliola.
Siediti là, se non ti reggi, uomo.
E dammi la tua mano
ch'io te la leghi.
Il Serparo.
Te non mi ti presi
in braccio quando tu piangevi, te
non ti cullai; per te
non mi tolsi il boccon di bocca; il sorso
di gola né mi tolsi, che crescessi,
che mi fiorissi bella.
E non m'imprechi, pietre non mi gitti;
mi fasci la mia mano.
Gigliola.
Quanto amaro hai nel cuore!
Colpo di pietra è questa,
taglio di pietra puntuta.
Cerca di bagnare il lino nella tazza della fontanella.
Gioietta
non dà più acqua. Posso
appena inumidire la pezzuola.
Ti faccio male? Stringo troppo? Va
bene così?
Il Serparo.
La figlia
sei del barone! E cóme ti
chiamano? come dicono il tuo nome?
Gigliola.
Gigliola.
Il Serparo.
Oi te, gentiletta! E tu l'hai
per matrigna! Tre pietre mi gittò:
una nel fianco mi piglia, alle reni
l'altra, la terza alla mano. E tu cuòcigli
i capi di tre serpi,
d'aspido, di marasso e di farea,
che ne mangi e si colchi!
Gigliola.
E tu sei dunque
il suo padre.
Il Serparo.
Edia Fura
sono, nato di Forco che serviva
il Santuario prima di me. E prima
di lui c'era Carpesso, della nostra
progenie; che forniva la cisterna
santa. E nel tenitorio
di Luco e in tutto il popolo dei Marsi
non v'è nòvero delle geniture
di nostro ceppo, ch'ebber la virtù.
E si nasce col ferro della mula
di Foligno, segnato su i due polsi
(ci segna il Tutelare,
fin dal ventre, a quest'arte):
e la genìa serpigna riconosce
la nostra padronanza; e siamo immuni.
E non so da quant'anni
è nella casa questo flauto d'osso
di cervo, per l'incanto, ritrovato
chi sa da quale de' miei vecchi, in uno
dei sepolcri che stanno
su la via di Trasacco;
ché il nostro ceppo è antico
da quanto quello dei baroni.
Gigliola.
E vieni
da Luco? E come avesti la novella?
Il Serparo.
Per le Palme, una femmina d'Anversa,
ch'era a vendere orciuoli e d'ogni sorta
stovigli, fece a mógliema: «La tua
figliuola s'è sposata a uno barone.»
Allora disse mógliema: «Ventura!
E sarà vero? Andòssene agli estrani
a far servigio; e si dismenticò.
O Edia, quando porti
le serpi al Santuario,
scendi per la Pezzana e pel Casale
fino ad Anversa, e là dimanda e vedi.
E la dismemorata mi saluti.»
E così me ne venni
facendo le mie prede
giù pel Vado e pel Pardo e per le prata
d'Angiora e per le terre rosse d'Agne
e in Venere, e lungh'essa la vallea
del Giovenco al Luparo.
Edia, quante montagne camminasti,
quanti rivi guadasti,
per la cagna insensata rivedere!
Gigliola.
Ma tu che vuoi da lei? che le domandi?
Il Serparo.
Nulla Edia vuole. Non dimanda sorso
d'acqua il serparo, né boccon di pane.
Non fa sosta alle soglie. Passa. È frate
del vento. Poco parla.
Sa il fiato suo tenére. Piomba. Ha branca
di nibbio, vista lunga. Piccol segno
gli basta. Perchè triemi il filo d'erba
capisce. Segue la genìa che, senza
orme lasciare, fuggesi.
Tutto ch'altri non ode, e quello egli ode,
non con l'orecchio, sì con uno spirito
ch'è dentro lui. Modula un modo solo
sul flauto suo d'osso di cervo; ma
niuno sa quel modo;
lo sa egli e lo seppero i suoi morti.
E dessa è la virtù, e dessa è l'arte.
E d'altro non gli cale
più della pelle che getta la biscia.
Egli fa l'atto di sciogliere un de' sacchetti; e dentro vi caccia la mano.
Gigliola.
Ma che vai tu traendo
ora, di quel sacchetto?
Il Serparo.
Non aspidi. Fatti animo,
figliuoluccia. Non sono aspidi.
Gigliola.
Ho animo,
Edia Fura. E se fossero
aspidi, e qualcheduno
vi cacciasse le mani
dentro a un tratto, così,
morderebbero?
Il Serparo.
Certo morderebbono,
da lasciar fino il dente nella vena.
E non ti gioverìa
manco l'aver beuto
acqua della cisterna
santa a bigonce.
Gigliola.
E perché?
Il Serparo.
Perché d'uno
aspide l'uomo ciurmato si può
guarire; ma di più
non si guarisce mai, per la gran possa
del tòsco che si spande
sùbito, e prende la cima del cuore
e fa cancrena negra.
Gigliola.
E tu ne' tuoi sacchetti,
tu n'hai di quella sorta,
Edia Fura? o fai preda
di bisce mansuete solamente?
Il Serparo.
Male mi ridi, baronella. Io n'ho.
Ho due marassi di padule e tre
aspidi.
Gigliola.
Senza denti?
Il Serparo.
Male mi ridi. Il maschio dei marassi,
a mezzo il corpo, è grosso
quasi quanto il tuo polso. Cinericcio,
ha la gran fascia scura e la crocetta.
In cinquant'anni Edia giammai ne vide
uno ardito così. Non sente ancóra
l'incanto.
Gigliola.
Dici il vero?
Il Serparo, mettendo la mano su un de' sacchetti.
Ora gli do la via,
e agli altri quattro.
Gigliola, senza sbigottirsi.
Bene, Mostra.
Il Serparo.
Hai animo.
Gigliola.
Ho animo, Edia Fura,
Ed è questo il sacchetto
della gran morte, questo ch'è legato
con la cordella verde? E come s'apre?
Il Serparo.
Lascia, cìtola. Questo
non è per te. Ti mostrerò, se vuoi,
una sirènula, una coronella,
un biacco...
Gigliola.
E di': se, non ciurmato, l'uomo
sciogliesse la cordella e follemente
dentro cacciasse tutt'e due le mani,
in quanto tempo ei morirebbe?
Il Serparo.
In poco,
figliuoluccia.
Gigliola.
Non sùbito.
Il Serparo.
Non sùbito.
Gigliola.
Ma in quanto?
Il Serparo.
Forse in un'ora, forse in meno, in più,
secondo...
Gigliola.
Tempo avrebbe
di compire la cosa designata.
Il Serparo.
Qual mai cosa? Che son questi parlari?
Gigliola.
Tempo avrebbe un bifolco
di staccare i suoi bovi e governarli.
Il Serparo.
Certo che sì.
Gigliola.
Ma là, dove hai la mano,
son di che sorta?
Il Serparo.
Cìtola, non sono
serpi; son doni.
Gigliola.
Quali doni?
Il Serparo.
I miei.
Ti dicevo che nulla
Edia vuole. Non chiede
ma dà. Recato avevo per la sposa
questo pettine. Guarda.
Gigliola.
È bello.
Il Serparo.
Il vento
dell'alidore le scapigli il capo!
Gigliola.
A doppia dentatura, con la costola
intagliata di cervi e di leoni...
Il Serparo.
E questa collanetta. Guarda.
Gigliola.
Oh come
è leggiera!
Il Serparo.
Le stia sul collo un giogo
di bronzo!
Gigliola.
Grani d'oro giallo ed àcini
di vetro verdemare.
Da chi l'avesti?
Il Serparo.
E guarda: questo spillo
lungo.
Gigliola.
È un crinale: sembra uno stiletto.
Il Serparo.
Da parte a parte la gola le passi!
Gigliola.
Edia, che dici?
Il Serparo.
Un motto vano dice
Edia. E questo vasetto
di vetro, guarda; che lustreggia come
la pelle delle bisce a mezzodì.
Gigliola.
Per l'unguento. Ma dove
trovasti queste cose?
Il Serparo.
Sopra Luco evvi un monte erto e serposo
nomato Angizia, come la matrigna
tua; dove salgo per far preda. E v'era
una città, nei tempi, una città
di re indovini. E sonvi le muraglie
di macigni ed i tumuli
di scheggioni pel dosso. E quivi su,
cercando in luogo cavo,
trovai dintorno ad uno ossame tre
vasi di terra nera coperchiati.
E nel primo trovai farro, nell'altro
fiòcini d'uva, e tritoli di fave,
nel terzo queste cose che ti dono.
Gigliola.
A me le doni?
Il Serparo.
A te. Non ho più figlia.
Gigliola.
Prendo solo il crinale. Porta un capo
di cignaletto. È bello.
Edia, mi sei parente.
Il Serparo.
Prendi tutto.
Gigliola.
Solo il crinale. E in cambio ti darò
questo anello con un rubino buono.
Il Serparo.
No. Tièntelo nel dito. A me non m'entra.
Lasciami in vece questa tua pezzuola
che m'hai legata intorno alla mia mano.
Gigliola.
Edia!
Ha un riso convulso.
Il Serparo.
E che mi vuoi dire? Strano ridi,
figliuoluccia. Che hai?
Gigliola.
Lasciami per stasera quel sacchetto
della cordella verde. Vorrei mettere
spavento al mio fratello
quando torna, e poi ridere con lui.
Il Serparo.
Che pensiero ti passa nella mente?
Ridi e ti smuori...
Gigliola.
Guàrdati! Tua figlia
viene.
Nasconde nella veste il crinale; e, mentre il serparo si leva e si volge, ella sottrae il sacchetto, lo cela dietro la veste addossandosi al pilastro.