SCENA PRIMA.
Donna Aldegrina è seduta presso la tavola, intenta a consultare le pergamene dell'archivio. Benedetta torce il fuso, Annabella gira l'arcolaio. Il sole pomeridiano entra dalla loggetta.
Donna Aldegrina.
Annabella, Annabella,
non senti come tremano le mura?
Che è mai questa romba?
La casa crolla?
Annabella.
È Probo di Gonnàri
che dà fuoco alla mina,
che rompe i massi con le mine al monte,
al Monte Picco delli Tre Confini
in Serra Grande.
Donna Aldegrina.
Dalle fondamenta
scote la casa. Ora me la dirocca!
Benedetta, non vedi che s'allarga
la fenditura, là, nella travata?
E ancora non fu messa la catena!
Questo Mastro Domenico di Pace
dunque non viene mai?
Vuole la nostra morte?
Benedetta.
Lavora dalla parte delle logge,
o Signorìa, con vénti manovali,
a mettere puntelli e stanghe e sbarre;
e dice che gli tocca lavorare
anco stanotte al lume dette fiaccole;
ché quella parte è tutta
crepe e crepacci, e pende che a vederla
fa spavento. Il pietrame
si sgretola, si scioglie
in sabbia, come tufo; anco il mattone,
peggio che crudo fosse.
Annabella.
Questa mane
è rotolata già dalla sua nicchia
la Regina Giovanna; e il Re Roberto
tentenna, Signorìa.
Benedetta.
E l'aquila è caduta dal sepolcro
del vescovo Berardo.
Annabella.
Anco la fontanella di Gioietta
ammutolita s'è. La gromma intasa
tutto: le tre cannelle sono secche.
S'alza. Va a sollevare il disco di pietra nel pavimento. Prova a dar l'acqua.
Gira e volta la chiave nel chiusino,
l'acqua non passa più!
Lascia ricadere il disco. Guarda la fontana.
Una cannella sola
ancóra dà una gocciola ogni tanto.
Peccato! Ci teneva compagnia.
Benedetta.
Pericola il soffitto nella stanza
della contessa Loretella. E tutti
gli specchi torbi intorno si son rotti
(piano, fuso, che non si rompa il filo)
dove ci si vedeva nelle macchie
non so che cose del tempo che fu.
Annabella.
Ci si vedeva il viso
della contessa, e l'appannava il fiato
suo, come dietro il vetro
d'una finestra quando
s'aspetta che uno passi e gli occhi attenti
si velano alla pena del fiatare,
(piano, arcolaio, ché la matassa è scura)
e solo sta quel velo innanzi agli occhi,
e solo passa il tempo, e nulla più.
Benedetta.
Caduti sono i travicelli e gli émbrici
sul pavimento; e c'è piovuto: un croscio
d'acqua, un rovescio di gragnuola: ed ora
svolacchiano le rondini pel varco...
O Signorìa, che pensi?
Donna Aldegrina.
Dove sarà Gigliola?
È la vigilia della Pentecoste
oggi.
Annabella.
Oggi fa l'anno.
Benedetta.
Verso sera.
Annabella.
Non volle
detta la messa di requie stamani.
Vuol che si dica dopo Pentecosta.
Chi sa perché!
Donna Aldegrina.
Dove sarà Gigliola?
Benedetta.
Nel giardino sarà per la ghirlanda.
Annabella.
A cogliere i papaveri selvaggi?
Ma di quel rosso non si fa ghirlanda.
Men sùbito s'accaglia il sangue sparso
che quello non si guasti. O Signorìa,
tutto inselvatichito è il tuo giardino,
e tristo come il campo di nessuno.
Anche i pavoni l'hanno abbandonato.
Donna Aldegrina.
Dove sarà Gigliola, ed il suo cuore?
Annabella.
Va per la casa, per le cento stanze
va come ieri andò, come andrà sempre,
con quel suo cuore che tanto le pesa.
Tanto le pesa che s'è fatta curva.
E non ha pace, e non si stanca mai.
E va di porta in porta,
ecco apre un uscio, dietro a sé lo chiude,
sale una scala, scende un'altra scala,
piglia un andito, passa un corridore,
a una loggia s'affaccia,
attraversa una corte,
sparisce in un androne;
e risale e riscende e non ha pace
e cerca cerca cerca e mai non trova...
Ah, questa casa chi la fabbricò
tanto grande? e perché con tante porte?
A quanti mali ei volle dare albergo?
S'odono voci di fatica lontane e confuse. S'ode la cadenza che accompagna lo sforzo.
Benedetta.
I manovali vociano.
Donna Aldegrina.
Annabella, Annabella,
odi un rumore fondo?
Qualche cosa rovina
in qualche parte, laggiù... Corri, guarda.
Annabella.
No. Signorìa, non paventare. È il fiume
che mugghia, è il Sagittario che si gonfia
nelle gole. Si sciolgono le nevi
ai monti, alla Terrata, all'Argatone;
e il Sagittario sùbito s'infuria.
Mentre Annabella parla, l'ombra d'un uomo appare contro il cancello in fondo all'arcata di mezzo. Appare e dispare.
Benedetta.
L'uomo, l'uomo! L'ho visto
dietro il cancello, che spiava...
Donna Aldegrina.
Quale
uomo? Chi è?
Annabella corre al cancello e guata.
Benedetta.
Stava alla posta; e sùbito
s'è ritratto. È passato
per la muraglia rotta,
là, dietro la fontana
della Ginevra, certo. L'hai tu scorto,
Annabella?
Donna Aldegrina.
Ma quale
uomo?
Benedetta.
Da ieri sera
un uomo gira intorno
alla casa. È un serparo:
porta i sacchetti di pelle caprina
alle spalle, alla cintola; ha il suo flauto
di stinco per l'incanto, e su le mani
e sui polsi è marchiato
dal ferro della mula di Foligno.
Signorìa, non udisti
iersera quel richiamo
ch'ei faceva col flauto
ad ora ad ora sotto le finestre?
Annabella.
L'ho traveduto: s'è gettato a terra,
e sguiscia sotto i bòssoli, laggiù,
verso il Vivaio.
Donna Aldegrina.
E perchè viene? Ha fame
forse. Vuol far ballare le sue serpi
innanzi a noi. Ditelo a Simonetto,
che questo gioco almeno lo rallegri.
Benedetta.
Non per questo è venuto, Signorìa.
Ha già parlato, ha dimandato. Cerca
la femmina di Luco.
Donna Aldegrina.
Angizia?
Benedetta.
Vien dal Fùcino, dai boschi
dei Marsi.
Donna Aldegrina.
Ebbene?
Benedetta.
Dice ch'è parente.
È forse il padre. Certo, le somiglia.
Ha li stessi occhi.
Donna Aldegrina.
Ah figlio mio demente!
Annabella dalla loggetta.
Signorìa, Don Tibaldo è nella corte
col fratellastro. E Don Bertrando sembra
che s'adiri. Hanno diverbio tra loro.